HANNO AMMAZZATO UN OPERAIO di Claudio Taccioli

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La notizia arriva quando siamo già a Caino nella valle del Garza, nel cupo nord di Brescia.
Siamo venuti per difendere una famiglia proletaria dallo sfratto a cui è stata condannata in quanto colpevole di povertà conclamata.
Ci chiediamo le ragioni di un nome così particolare per un comune della cattolicissima provincia bresciana. Sarà, magari, perché il primo centro di culto cristiano risale al 1039 e si chiama, ancora, Pieve della Mitria. Un evidente richiamo al culto dell’invitto dio Mitra; ben presente in questo straccio di valle, soffocata dalle montagne e dalla cicatrice profonda del Garza.
Ogni analisi finisce quando arrivano le prime informazioni da Piacenza.
Hanno ammazzato un lavoratore durante un picchetto alla GLS. L’hanno schiacciato con un camion che voleva forzare la resistenza operaia.

Non ci sarà la foto di un uomo fermo davanti a un bestione meccanico, bloccato da una reciproca umanità. Solo quella di un corpo massacrato, steso sul selciato e coperto da un telo.
La moglie e i 5 figli a cui raccontare l’indicibile. Come nei tempi feroci della rivoluzione industriale; dello sfruttamento brutale di ogni carne raccattabile per la produzione. Per il profitto, per il progresso deciso dal capitale e ben vigilato nei suoi Stati; detentori del monopolio della violenza.
Usata a ogni occasione per reprimere, per dare esempi; per garantire la crescita della civiltà dei profitti.
I tempi in cui non c’era luce per l’umanità segregata nelle fabbriche, nelle miniere, nei luoghi diversi dello sfruttamento bestiale. L’alternativa era morire di fatica, di malattie conseguenti o essere ammazzati nelle rivolte, nelle resistenze per i diritti di vita.
Roba che, ormai, ci pareva relegata, almeno in questa parte di mondo, nei libri di storia.
In realtà, la guerra di classe iniziata, nella sua fase industriale, nel tempo brutale della rivoluzione dell’energia applicata alle macchine per la produzione seriale, non è mai finita.
Le conquiste parziali degli sfruttati sono sempre, costantemente, messe in discussione dalla natura strutturale del sistema capitalistico. Garantito nei suoi meccanismi fondanti e prevaricanti dalle leggi e dagli strumenti repressivi del suo Stato.

Noi che ci battiamo, quasi ogni giorno, casa per casa, a fianco delle famiglie proletarie buttate fuori dalla produzione, perché non più utilizzabili nell’acquisizione dei profitti crescenti, ce ne siamo ben resi conto.
Ogni volta, a ogni storia; uguali nelle loro specificità.
Oggi, barricati dentro l’appartamento della vita di Ahmed, di sua moglie e dei loro due gemellini di 7 anni, lo sentiamo ancora più forte. La faccia di Ahmed è quella dell’operaio egiziano ammazzato a Piacenza. I suoi figli, gli stessi che sono rimasti orfani. La moglie, la madre che li protegge, la stessa a cui hanno dovuto raccontare l’indicibile.
Diciamolo con chiarezza, allora, c’è una guerra di classe in corso. L’hanno scatenata i ricchi del mondo contro i poveri che sono l’umanità nella sua stragrande maggioranza. Lo fanno nazione per nazione; per area economica data; per zona d’influenza assegnata.
Uno scontro di classe cha ha le caratteristiche di sempre. Schiacciare gli esseri umani sotto le logiche ideologiche del profitto indispensabile come unico strumento di crescita e di sopravvivenza dell’umanità intera. Reprimere chi non si piega al pensiero dominante. Creare eserciti di operai in attesa, pronti a tutto per lavorare. Perché solo nello sfruttamento viene garantito il diritto alla vita.
Costruire l’idea della violenza possibile e necessaria contro l’altro che si ribella. Una ferocia esercitata dagli specialisti addestrati dallo stato e da chiunque altro sia disponibile, alla bisogna.
Un camionista, un padroncino istigato dal padrone, va benissimo. Meglio lui che uno sbirro soggetto a condanne, anche, internazionali. Un fastidio da evitare, almeno, per ora.

Noi che ci battiamo a fianco dei dannati della terra, sappiamo che i “mandanti” sono altrove. Nei legislatori delle leggi che garantiscono e incrementano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Negli ideologi che le propugnano. Nei ricchi che le sollecitano fra un pranzo di gala e un convegno. Fatto coi loro portavoce, i loro amministratori, i loro politici, le loro puttane.
Difesi dai cani da guardia che hanno addestrato alla ferocia. Pronti a sbranare alla prima puzza di povertà che sentono avvicinarsi alle zone “proibite”.
I ricchi stanno vincendo questa guerra perché i poveri non si battono; ma si muovono rassegnati fra un’occasione di lavoro e l’altra.
Qualcuno resiste, quasi più per disperazione che per coscienza.
Noi, fuori e dentro le fabbriche, i magazzini, le case sotto sfratto, i territori violentati, siamo con loro; in ogni caso. Fino a che sarà necessario, fin quando sarà giusto.
I poveri muoiono e scappano e non si battono.
PER ORA!
Lo scontro di classe è appena cominciato e non abbiamo deciso di dichiaraci sconfitti.

“ COME HAI OSATO CONTRASTARE IL MIO PROGETTO, E’ COSI’ CHE MI RINGRAZI (…)”
“ DOVEVA PUR ARRIVARE IL GIORNO IN CUI QUALCUNO TI AVREBBE MESSO DAVANTI AL TUO VERO VOLTO.”
(cit. “CAINO” di J. Saramago)

15 settembre 2016

dal sito Brescia Anticapitalista

 

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Archiviato in Senza categoria, SINDACATO

TERREMOTO: A CHE SERVE LO STATO? QUALCHE DOMANDA di Antonio Moscato

 TERREMOTO: A CHE SERVE LO STATO? QUALCHE DOMANDA
di Antonio Moscato

Una volta tanto, mi trovo volentieri d’accordo con lo sdegno del “Manifesto” di fronte all’oceano di parole vuote pronunciate su tutte le reti televisive e scritte a proposito del terremoto su quasi tutti i quotidiani. Anche se la contiguità di quello che si definisce ancora “quotidiano comunista” con la sinistra moderatissima interna o comunque adiacente al PD, fa dimenticare a Norma Rangeri quella che è la colpa maggiore di questo governo ipocrita e inetto: le spese militari, che hanno raggiunto il punto più scandaloso con la gita dei tre presidenti a Ventotene, che ha utilizzato la portaerei Garibaldi e un discreto numero di altre navi, giustificate da una misteriosa “operazione Sophia” di cui non si possono conoscere i cosiddetti “dettagli”, coperti come è ovvio dal “segreto militare”.

Ai giornalisti imbarcati (gradevolmente sorpresi dalla scoperta che a bordo della Garibaldi un caffè costa solo 10 centesimi!) il contrammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto spiega che non può raccontare praticamente niente, perché è al comando di un’intera flotta, che oltre a diverse navi italiane comprende una fregata spagnola, due navi ausiliarie tedesche, una nave oceanografica inglese e un sottomarino greco. Ma fa sapere che i tre elicotteri Agusta Westland che porteranno Renzi, Merkel e Hollande sulla Garibaldi sono stati modificati per renderli più comodi e confortevoli. Cito dalla corrispondenza del giornalista embedded Marco Galluzzo sul “Corriere della sera”.

Prima domanda: se era proprio necessaria questa escursione preelettorale, di superelicotteri non ne bastava uno? E a che serviva una simile flotta? È credibile che la “missione Sophia” sia davvero finalizzata “al contrasto e alla prevenzione del traffico di esseri umani”? E in che modo agirebbe? E cosa c’entra con questo la gita dei tre presidenti? E che dire dell’ipocrita omaggio alla tomba di Altiero Spinelli, del cui messaggio è evidente che i tre se ne infischiano completamente? Su questo rinvio all’articolo di Checchino Antonini su Popoff quotidiano, qui, che ha il pregio di riprodurre integralmente il cosiddetto “Manifesto di Ventotene”, consentendo di valutarne i limiti e la scarsa possibilità di concretizzazione, ma anche la grande lontananza di quegli antifascisti di ieri dalle idee e dai progetti dei tre compari.

Ma vorrei aggiungere qualche nota a proposito della reazione rassegnata dell’opinione pubblica all’inerzia dello Stato. Immediatamente, preparata psicologicamente dal martellamento di tutte le reti tv con immagini di distruzione e di morte, è scattata una gara di solidarietà “spontanea” con raccolte di fondi organizzate dalla RAI, o da La7 insieme al Corriere della sera, o dallo “Specchio dei tempi” de “la Stampa”, ecc… Qui nelle Marche anche la CGIL ha cominciato a raccogliere coperte, abiti e generi alimentari, e altrettanto ha fatto a Recanati, dove mi trovo, il sindaco.

Insomma si dà per scontato che lo Stato non sia in grado di provvedere al soccorso di poche migliaia di persone: ma allora a che serve lo Stato? Perché continua a prelevare tasse dagli unici che non possono sfuggire, i lavoratori, i pensionati, e anche chi tra gli artigiani e i piccoli commercianti non ha redditi tali da potersi consentire costosi commercialisti specializzati in evasione? Serve solo a puntellare banche dirette da rapinatori, oltre che a potenziare esagerate flotte aeree e navali impegnate in dubbie “missioni di pace” in scacchieri lontani? È stato osservato più volte che è assurdo che un’Europa con oltre cinquecento milioni di abitanti abbia difficoltà ad accogliere e integrare decentemente un milione di immigrati in fuga da guerre alla cui genesi e mantenimento per giunta l’Europa non è estranea. Analoga riflessione si può fare per l’intervento dello Stato italiano, in declino demografico, ma sempre sui 60 milioni di abitanti, in una zona vasta e povera, ma poco abitata (Amatrice ha 2.500 abitanti, Accumoli ne ha 600, Arquata del Tronto 1.100, ecc.) in cui sarebbe logico immaginare che i compiti immediati di assistenza ai superstiti possano e debbano essere assicurati tempestivamente dagli organismi locali di Rieti e Ascoli Piceno. Invece si esaltano gli “angeli” soccorritori volontari, si fa appello alla solidarietà per non far pensare alle molte responsabilità dell’apparato statale per il dissesto del territorio che si combina con la scarsissima vigilanza sullo stato di costruzioni vecchie o antiche, sulle ristrutturazioni che spesso rendono fragili edifici che avevano retto agli urti di terremoti o alluvioni o frane per molti secoli.

Faccio un esempio concreto: ho abitato per anni in una zona sismica vicino a Roma, senza mai vedere un minimo controllo sulla messa in sicurezza di case costruite con le vecchie norme. E ora, anche a Recanati, constato che il sindaco organizza la raccolta di aiuti per i terremotati del Piceno, mentre l’ufficio della Protezione civile del comune rifiuta di visionare i danni provocati dal terremoto di ieri a vecchi edifici con la motivazione che “tanto la messa in sicurezza è sempre a carico vostro”. Bisogna quindi rivolgersi ai vigili del fuoco dell’ex capoluogo di provincia, Macerata, che sono così sovraccarichi da venire a fare un sopraluogo solo a tarda notte, ovviamente esausti. Bravissimi!

Ma non è un caso particolare, è la norma, e vale per le costruzioni in zone sismiche e quelle in zone a dissesto idrogeologico, di cui ci si accorge solo a danni avvenuti, spendendo cento volte di più di quel che costerebbe un risanamento preventivo che darebbe anche occupazione.

PS: ricordando Voltaire

Prima di riportare l’editoriale de “il manifesto” da cui ero partito, ho pensato di riproporre, soprattutto ai più giovani visitatori del sito, un poemetto di Voltaire ispirato dal terribile terremoto di Lisbona che nel 1755 fece 30.000 vittime. Forse non sarebbe male ripartire da quel dubbio sulla “fatalità” di quel male e sulla certezza che “Tutto è bene … e tutto è necessario”. Un po’ di sano illuminismo potrebbe solo fare bene in una situazione in cui anche la sinistra è sempre meno laica, e riscopre quindi i valori dell’elemosina come anestetico sociale, invece di quelli della fratellanza nella lotta. (a.m.)

25 Agosto 2016

SOTTO LE MACERIE
di Norma Rangeri
dal Manifesto
Le parole di cordoglio – «l’Italia piange», «il cuore grande dei volontari», «con il cuore in mano voglio dire che non lasceremo da solo nessuno» – pronunciate dal presidente del consiglio ieri mattina in televisione a poche ore dalla tragedia, avrebbero dovuto suscitare condivisione se non le avessimo già sentite ripetere troppe volte per non provare, invece, insofferenza, rabbia, indignazione. Forse perché non c’è altro evento più del terremoto capace di mettere a nudo lo sgoverno del nostro paese, l’incapacità delle classi dirigenti di mettere in campo l’unica grande opera necessaria alla salvaguardia di un territorio nazionale abbandonato all’incuria, alla speculazione, alle ruberie (come i processi del post-terremoto dell’Aquila hanno purtroppo mostrato a tutti noi).

Nessun paese industriale, con un elevatissimo rischio sismico come il nostro, viene polverizzato ogni volta che la terra trema. Le cifre imbarazzanti stanziate un anno dopo l’altro per la sicurezza ambientale nelle leggi finanziarie danno la misura dell’inconsistenza delle politiche di intervento. Dal 2009 a oggi è stato messo in bilancio, ma solo perché in quel momento eravamo stati colpiti dallo spappolamento dell’Aquila, meno dell’1 per cento del fabbisogno necessario alla prevenzione. E’ la cifra di un fallimento storico, morale, politico.

Chiunque capisce che prima di abbassare le tasse alle imprese, prima di distribuire 10 miliardi divisi per 80 euro, bisognerebbe investire per costruire l’unica grande impresa che i vivi reclamano anche a nome dei morti.

Chi ci amministra ha costantemente lavorato alla dissipazione delle nostre risorse comuni. Il paese è allo stremo ma nessuno, nemmeno questo governo, cambia direzione. Con investimenti tecnologici, ripopolamento delle terre interne, salvaguardia del patrimonio culturale, paesistico. E finalmente lavoro per gli italiani, per gli immigrati. Finalmente progetti ambiziosi per uno sviluppo economico di qualità legato ai territori e alle loro istituzioni. Non ci sono soldi? E quanti ne spendiamo per il rattoppo delle voragini materiali e morali?

Purtroppo oltre a temere e piangere ogni volta le vittime della mancata prevenzione (andiamo verso l’autunno, pioverà, saremo esposti al pericolo di frane e alluvioni), dobbiamo aver paura anche della ricostruzione. Nelle pagine dedicate al terremoto pubblichiamo un pro-memoria dei cittadini dell’Aquila che riassume come meglio non si potrebbe i danni, i pericoli aggiunti con gli interventi edilizi post-terremoto. Perché accanto al simbolo della tragedia di sette anni fa, il monumentale palazzo della Prefettura del capoluogo abruzzese, oggi abbiamo l’ospedale di Amatrice colpito perché nemmeno questo edificio era costruito con criteri antisismici. E nessuno dimentica le macerie della scuola di San Giuliano di Puglia con i suoi piccoli rimasti sepolti, come i bambini morti ieri sull’Appennino.

Il numero delle vittime sale ogni ora, persone uccise dall’incuria di chi aveva il dovere di provvedere e non lo ha fatto, nemmeno per salvaguardare scuole, ospedali, edifici pubblici. Rivedremo le tendopoli, assisteremo allo sradicamento degli abitanti, alla desolazione delle new-town. Speriamo almeno di non dover riascoltare le risate fameliche di chi ora aspetta l’appalto. (Norma Rangeri)

dal sito Movimento Operaio

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LIBERTA’ NON E’ IL BURKINI di Giuliana Sgrena

Perché Sì. Garantire, anche per legge, la parità, vuol dire respingere tutte quelle discriminazioni subite soprattutto nel mondo musulmano

Il burkini è una scoperta recente, fino a 10 anni fa non esisteva e non si sentiva il bisogno di un burqa da bagno. La nuova moda di costumi da bagno per musulmane è nata in occidente: inaugurata in Australia per musulmane bagnino, si è poi diffusa nel paesi del Golfo per poi raggiungere gli Stati uniti e infine in Europa.

Il burkini si è ben inserito nel fiorente mercato della moda islamica, promossa anche da stilisti famosi come Dolce e Gabbana, Valentino, Prada e da grandi magazzini come Mark & Spencer – che ha lanciato un proprio marchio -, H&M, Zara e Mango.

Una modest fashion il cui giro di affari nel 2013 ha raggiunto i 235 miliardi di dollari ed è in ulteriore espansione. Frequentando le spiagge di diversi paesi arabi e musulmani mi è capitato di vedere donne che si facevano il bagno con maglietta e pantaloni (Egitto) o con normali costumi da bagno in Algeria o Tunisia. Certo mi è capitato anche di vedere una saudita con velo integrale, calze e guanti, andare con un pedalò sul mar Morto mentre ascoltava i discorsi registrati di un imam.

Siccome il sole di Giordania era incandescente la ragazza con marito e cognato avevano approfittato della nostra tenda – una sorta di ampio ombrellone – per ripararsi: i maschi erano in costume e non si sono certo scandalizzati per il nostro bikini e tanto meno del fatto che la moglie di uno dei due grondava sudore e per bere doveva nascondersi dalla vista del pubblico per potersi alzare il velo. Forse ora porterà i burkini e magari per lei sarà un miglioramento, ma per tutte le musulmane che ho visto in costume nei loro paesi d’origine certamente no.

Dunque difendere il burkini facendo appello all’identità delle donne musulmane è una sciocchezza. Ma questa nuova «moda» fa parte di quel processo di reislamizzazione – di cui la Turchia è solo l’ultimo esempio – che vuole ricondurre la pratica religiosa al rigore e a un’ostentazione dell’appartenenza che penalizza le donne. A un’interpretazione fondamentalista dell’islam va ricondotto anche l’obbligo del velo che non è previsto dal Corano. E ora persino il burkini farebbe parte delle prescrizioni del Profeta!

Ma sono sempre i maschi – che non fanno certo il bagno con una jellaba firmata Mark & Spencer – a dettare legge. Una regressione nella libertà delle donne musulmane evidente anche nelle Olimpiadi: l’algerina Hassiba Boulmerka – medaglia d’oro nei 1.500 metri alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 – non portava certo l’hijab. E non ha smesso di correre con i pantaloncini anche quando è stata condannata a morte dagli islamisti di casa sua. Sulle libertà conquistate non si può tornare indietro.

Sentire parlare – anche femministe – della libertà di portare il burkini mi fa venire in mente le donne afghane che quando si toglievano il burqa avevano il viso squamato, poi hanno scoperto le conseguenze: mancavano di vitamina D che si sviluppa con l’esposizione al sole.

La decisione di vietare il burkini presa da alcuni comuni della Costa azzurra, Corsica, Catalogna e anche da un hotel ad Hammamet ha fatto gridare allo scandalo. Le stesse proteste che seguirono l’approvazione in Francia della legge che vietava l’uso di simboli religiosi e che invece ha funzionato.
Vietare il burkini – secondo i «benpensanti» – alimenterebbe l’islamofobia. È esattamente il contrario. Sottolineare le differenze alimenta l’identitarismo che provoca scontri e ha portato persino a delle guerre (ricordate l’ex-Jugoslavia).

Difendere la dignità della donna garantendole la parità, invece, vuol dire respingere tutte quelle discriminazioni che la donna ancora subisce, soprattutto nel mondo musulmano. Vogliamo schierarci dalla parte dei fondamentalisti che considerano le donne impure e per questo le obbligano a seguire i loro diktat o vogliamo sostenere quelle che lottano per liberarsi da una religione invasiva dello spazio pubblico e politico perché non ha ancora avviato un processo di secolarizzazione?

Sostenere la «libertà» di portare il burkini vuol dire ignorare la condizione delle donne musulmane. Come mi ha detto un’amica algerina: «Noi non possiamo decidere nulla (matrimonio, divorzio, poligamia, eredità, etc.), è singolare che invece saremmo noi a scegliere di portare il velo» (o il burkini). Continuando di questo passo invece di progredire ci troveremo anche noi con le piscine aperte solo ai maschi (già ora c’è chi ritiene che non basti il burkini perché quando la donna esce dall’acqua lascia intravedere le forme), gli autobus separati – dietro le donne e davanti i maschi – e con l’apartheid nelle scuole.

Forse non saranno leggi o divieti a far crescere la consapevolezza delle imposizioni subite dalle donne, costrette a negare il proprio corpo per salvaguardare l’onore del maschio, tanto meno la tolleranza, ma un convinto e determinato impegno a promuovere quei valori universali che solo uno stato laico può garantire.

19 Agosto 2016

dal sito Il Manifesto

La vignetta è del Maestro Mauro Biani

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LIBIA, DI NUOVO BOMBARDAMENTI? di Aldo Giannuli

Non appartengo alla cultura pacifista che esclude pregiudizialmente, sempre e comunque, l’uso della forza, anche se considero questa eventualità come la misura estrema cui ricorrere, quando ci sia l’assoluta necessità di preservare beni e valori primari, non ci sia nessuna altra strada e ci sia la ragionevole possibilità di raggiungere lo scopo. Ma è questa la situazione in cui ci troviamo di fronte al caso libico?

Lasciamo da parte le questioni di principio e facciamo un ragionamento puramente politico. Da venticinque anni, l’Occidente ha perseguito, con costanza degna di miglior causa, una politica di brutale intervento militare in Medioriente che, fra l’altro, è costata cifre da capogiro e senza precedenti, causa non ultima del vertiginoso debito americano (Prima Guerra del Golfo 1991, Afghanistan 2001, Seconda guerra del Golfo 2003, Libia 2011, senza contare i casi “minori” di Somalia, Sudan, Mali o il ruolo coperto nella guerra civile Siriana) quale è stato il risultato?

In nessuno di questi casi è stato raggiunto l’obiettivo di normalizzare la situazione dando vita ad un regime amico dell’Occidente in un paese pacificato.

Al contrario, il risultato è stato quello di radicalizzare la reazione islamica e di farci trovare di fronte ad un terrorismo internazionale senza precedenti e con un fenomeno di straordinaria pericolosità come l’Isis, alla destabilizzazione e distruzione di interi paesi da cui partono ondate di profughi che non sappiamo come fronteggiare e senza tener conto dei costi umani in termini di morti, feriti, mutilati eccetera (i morti, come si sa, per i nostri mass media, contano solo se sono bianchi). E la destabilizzazione di area si espande a macchia d’olio, basti pensare alla Turchia.

Non voglio dire che tutte le colpe siano degli occidentali e forse il terrorismo islamista ci sarebbe stato ugualmente, ma di sicuro il bilancio è fallimentare: peggio di così non poteva andare. In una situazione del genere, si immagina che dovrebbe esserci una riflessione molto attenta per chiederci “dove abbiamo sbagliato?”. Invece no, di fronte alla crisi libica (in gran parte prodotta dall’intervento del 2011), la risposta è la solita: bombardiamo. Questa volta ce lo avrebbe chiesto il governo di Tripoli, quello di al-Sarraj, riconosciuto da Europa ed Usa, ma molto poco riconosciuto dai libici e che non controlla neppure la Tripolitania. Un governo fantoccio messo su solo per giustificare l’intervento occidentale.

Sappiamo che l’insediamento Jhiadista a Derna è una spina nel fianco per gli approvvigionamenti petroliferi, per il traffico di sbarchi clandestini, per la normalizzazione della Libia. Tutto vero, ma perché il bombardamento dovrebbe essere risolutivo? Bombardiamo per fare che?

In primo luogo sappiamo che la guerra aerea in territori come quello, ha un’efficacia limitata e non sembra realistico che possa limitarsi a 1 mese. Ma, immaginiamo pure che i bombardamenti riescano ad eliminare fisicamente tutti i 6.000 combattenti islamisti che si stimano esserci, bene: in primo luogo chiediamoci quanti altri Jihadisti verrebbero fuori in altre parti del Mondo (Europa compresa) per effetto della radicalizzazione che seguirebbe all’ennesimo intervento occidentale in un paese arabo.

Poi è logico che questo produrrà la fuga della popolazione lì raccolta che in parte resterà sotto le bombe (a Derna non ci sono solo guerriglieri islamisti) e in parte, se si apriranno i corridoi umanitari chiesti anche dal delegato Onu Kobler, questo determinerà altre masse di rifugiati in fuga.

In terzo luogo, i jihadisti potrebbero spostarsi destabilizzando altre zone o anche altri paesi.

Il tutto per trovarci una Libia ugualmente in preda al caos perché il governi di Tripoli rappresenta si e no sé stesso ed il rischio di una continua guerriglia continuerebbe a rendere precari anche gli approvvigionamento petroliferi. E per questo bel risultato dobbiamo spendere un altro pozzo di soldi ed ammazzare non si sa quanti altri civili? A volte sembra che l’obiettivo di chi pensa queste azioni non sia l’ordine successivo alla guerra ma proprio la guerra in sé.

Questa operazione è stata chiamata “Odissea fulminante”. Bene: attenti a non restare fulminati.

7 Agosto 2016

dal sito http://www.aldogiannuli.it/

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Archiviato in Giannuli Aldo, LIBIA

ALLA FINE SIAMO IN GUERRA di Antonio Moscato

Ogni tanto qualcuno ha rimproverato l’allarmismo sulla guerra del mio sito e di quello di Sinistra Anticapitalista. Silenziosamente, invece, si marciava davvero verso la guerra. Un passo avanti e una smentita, un altro passo e un’altra smentita, e soprattutto tante bugie. Ma alla fine siamo entrati in gioco, per ora solo come supporto logistico agli Stati Uniti, ma presto in altre forme, come “risposta difensiva” appena ci saranno le prime vittime tra i nostri militari già sul campo con poco verosimili compiti di addestramento e di intelligence

Naturalmente l’operazione (che è solo l’inizio) è stata possibile per l’inconsistenza di chi dice di fare opposizione. I vari pezzi della destra sono tutti da sempre e comunque (e per principio) favorevoli alla guerra, e al massimo denunciano l’impreparazione della maggioranza; i cinque stelle hanno altri inceneritori a cui pensare, mentre SEL-Sinistra Italiana grottescamente lamenta che non si sia passati per un voto del parlamento, fingendo di dimenticare che questo parlamento corrotto di nominati (loro inclusi) non rappresenta nessuno e che quindi la richiesta serve solo a simulare intransigenza senza preoccupare minimamente il governo.

Il sedicente “quotidiano comunista” (il manifesto…) ha dapprima chiesto il parere sull’intervento in Libia ad Angelo Del Boca, ben sapendo che se è stato un prezioso storico del colonialismo italiano, ha anche avuto spesso cattive frequentazioni politiche, da Giulio Andreotti al PSI: nel suo peraltro interessante libro di Memorie, Il mio Novecento (Neri Pozza, Vicenza 2008), se ne trovano ampie tracce in elogi fuor di misura a diversi titolari della Farnesina. Così sull’unico “quotidiano comunista” in circolazione è stato elogiato l’intervento degli Stati Uniti che a colpi di bombe aprirebbe “nuovi scenari”. Dopo alcune note di colore su al-Sarraj, descritto realisticamente come “uno che stava nella sua base in mare per scappare se le cose si fossero messe male”, Del Boca ha concluso sostenendo che l’appoggio degli Stati Uniti al cosiddetto capo del governo di Tripoli lo consolida “e fa pensare che gli americani abbiano un loro disegno”. Alla domanda dell’intervistatore, un po’ sorpreso, su cosa sarebbe questo disegno, Del Boca risponde candidamente “che al momento non si può capire , dipende da come hanno preparato questo intervento”…

Come se non ci fossero decine di esempi di interventi insensati e controproducenti degli Stati Uniti in molti scacchieri importanti. Ma la conclusione, oltre ad essere assurdamente ottimistica è scandalosa su un giornale che si vorrebbe di sinistra: “Bisogna ammettere che in questa circostanza va lodata la prudenza che sembra aver avuto il nostro presidente del consiglio”. Amen

Ma a tanto contributo alla confusione se ne aggiunge un altro di Alfonso Gianni che sul Manifesto del 5 agosto continua in larga parte dell’articolo a cincischiare sulla mancanza di rispetto al parlamento rappresentato dall’informazione data solo alle Commissioni Esteri e Difesa, mentre “l’Aula si deve accontentare di un question time della ministra Pinotti”, senza accennare neppure minimamente alla necessità di una campagna e una mobilitazione fuori dal parlamento contro una guerra che pure era evidentemente preparata da tempo senza che il parlamento se ne preoccupasse molto.

Ma in cambio si rinvia anche per questo al miracoloso referendum: Alfonso Gianni rimprovera giustamente a Renzi e Boschi di aver modificato anche l’art. 78 della Costituzione, che diceva “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al governo i poteri necessari”, e ora dovrebbe suonare “La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra, e conferisce al Governo i poteri necessari”. Ma questo dovrebbe stimolare altre riflessioni sulla battaglia referendaria, che è ineludibile, ma senza bisogno di raccontare favole sulla “Costituzione più bella del mondo”:

Non mi sembra ad esempio che l’articolo 78, anche nella stesura originaria, fosse un baluardo insormontabile contro gli interventi militari, sia per la composizione del Senato nelle ultime legislature (è stato capace di deliberare spudoratamente perfino sulla maggiore età della “nipote di Mubaraq”), sia per la consolidata ipocrisia che ha ribattezzato sempre “interventi umanitari” tutte le zelanti partecipazioni italiane a guerre decise da altri.

Ma c’è una ragione in più: se l’articolo 11 non fosse stato predisposto dai “padri costituenti” nella forma che ha, proprio per essere aggirato e reso nullo, che senso avrebbe avuto l’aggiunta delle precisazioni contenute nell’art. 78? Se si sperava di concretizzarlo, l’art. 11 doveva fermarsi alle prime parole: “L’Italia ripudia la guerra”, mentre tutto il resto (“come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”) era predisposto esattamente per escluderne l’applicazione a guerre come quella di Corea, alla guerra civile del Libano, ai vari interventi in Iraq, in Afghanistan, Somalia, ecc. ecc. E una sinistra degna di questo nome non dovrebbe farsi incantare dallo specchietto per allodole del riferimento alle “organizzazioni internazionali”. C’è mai stata un’aggressione imperialista che sia stata fermata dall’ONU? E FMI e BM hanno mai contribuito ad assicurare la pace e la giustizia nel mondo?

Questo nuovo intervento degli Stati Uniti appoggiato dal governo italiano ha tra l’altro la non troppo dissimulata motivazione di intervenire nella campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti. La grande stampa naturalmente ha taciuto sul capolavoro di ipocrisia del discorso in cui Barack Obama lo giustificava, presentando i bombardamenti come una soluzione rapida e indolore per cancellare lo Stato Islamico, mentre l’esperienza irachena e siriana insegna che le bombe colpiranno anche i civili, ma non schiacceranno l’ISIS, lo alimenteranno.

Con il pretesto della “lotta al terrorismo” in tutti i paesi europei si moltiplicano intanto le espulsioni di elementi sospettati di intenzioni aggressive, senza che gli si trovi un arma o una carica di esplosivo. Anche e forse più sistematicamente in Italia. Un sospettato di aver aiutato dei connazionali a procurarsi dei documenti, diventa automaticamente un pericoloso terrorista ed è espulso in 24 ore. Verso dove? Con che sorte? È semplicemente uno stravolgimento del diritto a danno di una parte della popolazione, gestito spesso direttamente da un ministro degli interni al di sotto di ogni sospetto, ma intoccabile perché si regge sul ricatto, sulla minaccia di non sostenere più il governo.

Queste espulsioni sono fatte per simulare l’efficienza dei nostri servizi di informazioni e delle nostre numerose polizie, che in realtà non potranno con questi metodi scoprire qualcosa di reale se anche da noi qualche vero nuovo adepto dello Stato Islamico preparerà un attacco simile a quelli verificatisi in altri paesi europei. Ma come reagiranno i parenti, gli amici, i conoscenti degli espulsi che ne conoscono l’estraneità al terrorismo?

Non era inutile il nostro martellamento sulla guerra in Libia, ma sarebbe stato ben più efficace se ci fosse stato un impegno di tutta la sinistra residua (certo più piccola che in passato, ma non inesistente) per fare unitariamente almeno una campagna sistematica di controinformazione contro i preparativi di guerra.

6 Agosto 2016

dal sito Movimento Operaio

La vignetta è del Maestro Mauro Biani

 

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SE REGIMI POCO PRESENTABILI COMPRANO LA RISPETTABILITA’ COL CALCIO di Fulvio Scaglione

 
La Cina in Africa compra terre fertili, da noi calciatori. Perché noi ci stiamo? Per i soldi, ovviamente. Poi, certo, nel tempo libero ci raccontiamo che per la democrazia siamo disposti a tutto, per i diritti umani violati qua e là perdiamo il sonno e per la pace daremmo anche un braccio. Ma questo è un altro discorso. E certo non riguarda chi può pagarci bene.

Puff! Via anche il Milan, passato da Silvio Berlusconi&friends alla Sino-European Investment Management Chanxing che, per averlo, ha sborsato 740 milioni. Poco prima anche l’Inter, passando per l’indonesiano Thorir, era finita a un gruppo cinese, il Suning, un colosso dell’elettronica e degli elettrodomestici di consumo, 1.600 negozi in 700 città e interessi forti nel calcio cinese dopo l’acquisto dello Jangsu Football Club. Suning ha speso per l’Inter le solite centinaia di milioni di euro, ma che volete che sia per un gruppo che nel solo 2015 h ricavato dalle vendite 17,6 miliardi e che ha speso 2,3 miliardi (cinque volte quanto speso per l’Inter) per ottenere l’1,1% delle azioni di Ali Baba, il colosso cinese dell’e-commerce?

In certo senso bisognerebbe far festa. Inter e Milan passano di mano proprio come hanno fatto altri simboli della milanesità. Il quartiere Porta Nuova, per esempio, quello del grattacielo Bosco Verticale e di piazza Gae Aulenti, venticinque palazzi firmati da architetti di grido, l’area che è vanto e orgoglio della “capitale morale”: nel 2015 è diventato un investimento al 100% del Qatar. Questo dimostra che Milano è diventata un posto che conta, un posto dove chi ha contante vuole insediarsi.

Il particolare che più è stato sottolineato, tornando all’affare del Milan, è che alla Sino Investment ecc. ecc. partecipa anche lo Haixa Capital, un fondo di investimento per lo sviluppo direttamente controllato dal Governo cinese. In altre parole: il Governo della Cina è proprietario del Milan. Colpisce ma non deve stupire. Tutti i capitali che stanno affluendo al calcio europeo (e, come si diceva per Milano e Porta Nuova, non solo nel calcio) arrivano, in un modo o nell’altro, da Stati. Perché arrivano da Stati in cui il rapporto pubblico-privato è, per usare un eufemismo, ben poco trasparente. Prendiamo ancora la Cina. Il signor Zhang Jondong, presidente di Suning nonché 28° uomo più ricco della Cina, 403° uomo più ricco al mondo (con un patrimonio personale di oltre 4 miliardi di dollari) e di fatto nuovo proprietario dell’Inter, non sarebbe dov’è se non andasse d’accordo con il Partito e con il regime, se le sue attività non si sposassero con le esigenze tracciate dalla pianificazione statale. Niente di male, si chiama capitalismo di Stato. Basta saperlo e ricordarlo.

Se vogliamo tornare al calcio, e rimontare qualche annetto, pensiamo al 2003: è l’anno in cui, per la bella somma di 60 milioni di sterline (71 milioni di euro), Roman Abramovic, ex consigliere del presidente russo Boris Eltsin, si prese il Chelsea. In quel periodo, con Vladimir Putin alla presidenza della Repubblica russa, Abramovic era governatore della regione siberiana di Ciukotka e aveva appena trasferito nel Regno Unito, dopo una serie di vendite in patria, gran parte del proprio capitale. Davvero pensiamo che un’operazione di quel genere potesse avvenire senza un ok del Cremlino?

E che dire del Manchester City? Dal 2008 il suo proprietario è lo sceicco Mansur bin Zayed al Nahyan, 46 anni, fratellastro di Khalifa bin Zayed al Nahyan, presidente degli Emirati Arabi Uniti. Mansur è presidente di tre squadre di calcio: Manchester City, New York City Football Club (la squadra americana in cui è andato a giocare Andrea Pirlo) e Al Jazira Football Club (Abu Dhabi). Nel frattempo riesce anche a essere vice-primo ministro, ministro degli Interni, presidente del consiglio di amministrazione dell’Autorità di Abu Dhabi, presidente della banca nazionale di Abu Dhabi, presidente della compagnia di Stato per gli investimenti petroliferi, vice-presidente del Comitato ministeriale per le finanze e lo sviluppo economico. Val la pena aggiungere che nello stesso 2008 in cui comprò il Manchester City, lo sceicco riuscì a prendere il controllo del 16,3% di Barclay’s, la seconda banca del Regno Unito, spendendo 3,5 miliardi di sterline, pari a 4,2 miliardi di euro.

Dimenticavo: Mansur è cugino di Tamin Hamad bin al-Thani, l’emiro del Qatar che dal 2011 è proprietario, attraverso il Fondo sovrano nazionale, del Paris Saint Germain. Anche l’emiro Al Thani, ovviamente, ha un sacco di cariche e incarichi di governo in patria. In particolare, è presidente del Consiglio supremo per gli investimenti e lo sviluppo del Qatar. Potremmo andare avanti all’infinito, magari passando alle sponsorizzazioni. L’Atletico Madrid, finalista dell’ultima Champions League persa con il Real Madrid, prende i soldi dell’Azerbaigian, petro-Stato di fatto posseduto dalla famiglia Aliev, mentre il Barcellona fino a tutto lo scorso campionato accoglieva i quattrini delle linee aeree di Stato del Qatar (sempre lui).

Conviene invece fermarsi qui e chiedersi perché questi Stati spendono volentieri i loro soldi nel nostro calcio. La risposta è: perché si tratta in ogni caso di un’espansione economica e politica. Sono investimenti nel pallone che quasi mai si limitano al pallone e hanno una precisa funzione “diplomatica”. Fanno capire molte cose al Paese ospite, dalla potenza finanziaria dell’investitore al suo atteggiamento rispetto a questioni anche più decisive. Non è un caso se quasi tutti i Paesi europei sono diventati più che deferenti nei confronti delle monarchie del Golfo Persico, anche se tutti sanno che esse hanno pesantemente messo mano alle ultime sanguinose crisi del Medio Oriente. Acquistare il Milan o l’Inter, il Manchester City o il Psg, è come acquistare l’Alfa Romeo o le cantine Veuve Clicquot e il loro champagne, come prendersi l’alta moda o la Costa Smeralda, come peraltro sta avvenendo. In un modo o nell’altro è una forma di conquista. I cinesi in Africa comprano terre fertili, da noi calciatori. I regimi poco presentabili, nell’Europa elegante e ben pasciuta comprano rispettabilità. Che c’è di strano?

L’altra domanda è: perché noi ci stiamo? Per i soldi, ovviamente. Sia gli imprenditori privati, che investono per guadagnare, sia quelli pubblici, che in tempi di crisi internazionale sono chiamati a tenere a galla i conti dello Stato. Poi, certo, nel tempo libero ci raccontiamo che per la democrazia siamo disposti a tutto, per i diritti umani violati qua e là perdiamo il sonno e per la pace daremmo anche un braccio. Ma questo è un altro discorso. E certo non riguarda chi può pagarci bene.

5 Agosto 2016 

dal sito Famiglia Cristiana

 

 

 

 

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BREXIT: CHE SUCCEDE ORA? di Aldo Giannuli

Contro sondaggi ed exit poll, ha vinto Brexit: 48 a 52, la Gran Bretagna decide di uscire dalla Ue. L’assassinio di Joe Cox non ha giocato il ruolo sovvertitore delle tendenze dell’elettorato che si temevano ed ora rischia di essere un boomerang che torna sul governo. Sulle ragioni di questo distacco ragioneremo quando potremo analizzare i risultati di dettaglio. Ora cerchiamo di capire che scenari si preparano.

In primo luogo di carattere politico a cominciare dal destino del governo: le regole della politica (e della correttezza istituzionale) vorrebbero che Cameron ne traesse tutte le conseguenze, ma siamo nel tempo dei giullari e Cameron è solo un Renzi che parla con la bocca a culo di pollo, per cui non ci aspettiamo alcun gesto onorevole, anche perché, a differenza del nostro, questo giullare ha messo le mani avanti per non cadere ed ha detto che, qualunque sia il risultato, lui non se ne va. Però non è detto che resti, perché dipende dalla tempesta che può scatenarsi.

In secondo luogo c’è un dato che deve far pensare: Brexit ha vinto in Inghilterra strettamente considerata (salvo la cosmopolita Londra), però ha perso in Scozia, il che lascia presagire una possibile conseguenza diretta: il riproporsi del separatismo scozzese.

In terzo luogo, gli effetti sulla Ue. Vero è che l’Uk è sempre stata con un piede dentro ed uno fuori dall’Unione, però è la prima aperta sconfessione popolare di un paese importante verso la Ue. E questo ha due conseguenze dirette: ha stabilito un precedente che potrà essere seguito da altri e rilancia le tendenze separatiste in tutti i paesi, in secondo luogo saltano tutti gli equilibri istituzionali. Infatti, pur non facendo parte dell’eurozona, la banca centrale inglese partecipa al board della Bce: può continuare così? E Se esce, chi rileva la sua quota percentuale? Ed ha un senso la presenza di parlamentari inglesi nel Parlamento di Strasburgo? Ed ovviamente, anche Commissione e Consiglio d’Europa devono adeguarsi. Aumenta ancora il peso della Germania, ma questo non fa che alimentare le tendenze secessioniste altrui.

Non c’è dubbio che la Ue ne esca terremotata. Non è detto che questo abbia riflessi più di tanto sull’Euro, ma è evidente che, in una certa misura da capire, le avrà. Non so se ci sarà il terremoto finanziario che molti temono e non è affatto scontato che esso debba esserci. In sé la decisione inglese non implica le conseguenze paventate dai fautori del Remain, però è anche vero che c’è un interesse specifico di diverse centrali politiche e finanziarie a che ciò accada. Una uscita inglese troppo indolore potrebbe aiutare le spinte separatiste, e questo non è sopportabile dall’establishment europeo. Peraltro la situazione finanziaria mondiale è già molto debole con nubi minacciose all’orizzonte: ad esempio c’è il rischio di un crollo brasiliano nel giro di qualche mese e, se ciò si verificasse, implicherebbe un possibile crollo del Banco di Santander, particolarmente esposto in quella direzione ed il Banco è un pezzo importante della City londinese. Poi c’è il riflesso sulle banche europee ed in particolare italiane e tedesche che sono quelle messe peggio. Insomma tutto da vedere, ma che possano esserci forti movimenti tellurici già a partire dai prossimi giorni e settimane, è una certezza.

Ma, al di là dell’esito che ha dato la vittoria a Brexit il punto centrale dell’analisi è che il paese è spaccato a metà. Certo, chi ha la maggioranza, anche per un solo voto ha vinto, ma che vittoria è quella ottenuta con una manciata di voti? Esattamente come accadde meno di un anno fa nel referendum per l’indipendenza della Scozia, è ovvio che gli sconfitti non si rassegnino e preparino la rivincita o nelle prime elezioni politiche o, se appena possibile, in un nuovo referendum che, nel caso specifico, sarà ancora più avvelenato di quello appena passato. Per non dire di possibili eventuali accuse di brogli.

Insomma un risultato che non può avere piena legittimazione e che certamente determinerà un’accentuata instabilità politica. La situazione politica inglese avrebbe richiesto, più che l’alternativa secca del referendum (dentro/fuori), una più accorta opera di mediazione, per cui il “fuori” avrebbe potuto essere un fuori che però considerasse costi e rischi e adattasse a questo tempi e modi del percorso ed il “dentro” avrebbe potuto essere un “dentro” a condizioni rinegoziate, tenendo conto della domanda politica degli ostili alla Ue. E magari il referendum sarebbe potuto svolgersi fra ipotesi meno diametralmente opposte e non avere il carattere di duello all’ultimo sangue che ha avuto. Oggi il Regno Unito è un paese drammaticamente spaccato e con odi difficilmente ricomponibili. Lo stesso assassinio della Cox, che si sia trattato di un assassinio su commissione per avvelenare lo scontro referendario o che sia stato l’opera di un pazzo solitario, è il segnale di una carica di odio del tutto inedita in un paese la cui storia non annovera episodi cruenti di questo genere da almeno tre secoli.

Ma il problema è che il senso della mediazione politica è saltata in aria. Ormai mediazione politica è sinonimo di intrigo, di maleodorante retrobottega politicante, di “inciucio”, mentre prevale una logica sopraffattoria ammantata di retorica calcistica.

Ma gli assetti costituzionali di un paese, ed a maggior ragione l’appartenenza ad una comunità internazionale che incorpora pezzi di sovranità e che innerva profondamente l’economia, non possono essere decisi a botta di maggioranza con tre voti di scarto. Per definizione essi non posso essere che essere terreno di condivisione e devono trovare una larga base di sostegno.

La Repubblica, in Italia, vinse con due milioni di voti di scarto, circa il 10%, un risultato non proprio risicato, ma sicuramente non plebiscitario, ragion per cui nella Assemblea Costituente si cercò il massimo di condivisione ed, alla fine, il testo fu approvato con circa il 90% dei voti essendosi pronunciati a favore socialdemocratici, comunisti, socialisti, democristiani, azionisti e repubblicani. Questo richiese una forte opera di mediazione per cui, ad esempio, i comunisti accettarono l’inserimento dei patti lateranensi nell’articolo 7 (e forse fu una concessione eccessiva) mentre i Dc accettarono una formulazione ambigua dell’articolo 49, per la quale, il riferimento al “metodo democratico” non implicasse alcuna indicazione di merito sul regime interno di ciascun partito. Le sinistre accettarono il bicameralismo e la nozione di “salario familiare” e non individuale, mentre i Dc accettarono che nel testo non vi fosse alcun riferimento all’indissolubilità del matrimonio e che non vi fosse alcun riferimento a Dio nell’art 1, la cui formulazione (“Repubblica democratica fondata sul lavoro”, al posto di “Repubblica democratica dei lavoratori” come proponeva Di Vittorio) fu un capolavoro di mediazione.

Perché la cultura politica della nascente Repubblica era largamente permeata dal senso della mediazione, come era necessario che fosse in un paese che usciva da una dittatura e una guerra entrambe rovinose e nel quale occorreva far convivere forse socialiste, cattoliche e laiche senza che nessuna prevaricasse. La guerra fredda spinse verso un conflitto che rischiò più di una volta di travolgere questo fragile argine che, però, tenne proprio grazie al senso di equilibrio che derivava da quella cultura della mediazione. E questo è sempre caratteristico dei sistemi costituzionali parlamentari.

Ma, dagli anni novanta, prese piede una cultura politica profondamente permeata dallo spirito neo liberista. Chiusa nel recinto del “pensiero unico”, che legittimava come forze di governo solo partiti politici di marca liberista, la nuova cultura politica non aveva bisogno di alcuna mediazione, perché presupponeva un ricambio politico fra élite politiche omogenee, distinte solo da limitate differenze interne allo stesso orizzonte ideologico. La differenza era essenzialmente quella delle caratteristiche personali del capo coalizione.

Questo ha implicato uno spirito sostanzialmente fondamentalista: il tempo della globalizzazione, almeno sin qui, è stato tempo dei fodamentalismi e, se gli islamici hanno avuto lo Jihadismo, l’India il radicalismo induista, altrettanto per Israele, l’occidente ha avuto sua espressione fondamentalista nel neoliberismo. Ed il fondamentalismo, per definizione, non ammette mediazione. Da questo è scaturita una visione della lotta politico-elettorale per la quale chi vince vince tutto e chi perde tutto, ed il potere di decisione appartiene tutto e solo al vincitore, mentre alla minoranza non resta altro ruolo che restare in panchina come possibile squadra di ricambio.

E’ di qui che dipende anche l’uso inappropriato dei referendum come suggello finale di chi ha vinto e chi ha perso. Il populismo di cui tanto spesso ci si lamenta (spesso confondendolo con la democrazia tour court) si alimenta proprio di questa cultura della sopraffazione.

E questo è il frutto velenoso del neoliberismo. Ma le sue regole iniziano a saltare ed il confortevole recinto del “pensiero unico” inizia a registrare più di un varco Il sistema non tiene più.

24 Giugno 2016

Dal sito http://www.aldogiannuli.it/

 

 

 

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