LA RIFORMA COSTITUZIONALE: UN ATTO DI DELINQUENZA POLITICA. ECCO PERCHE’. di Aldo Gianulli

Del contenuto di questa infelice riforma costituzionale si è detto abbondantemente e non stiamo qui a ripeterci sull’aborto di Senato, sul combinato disposto con la legge elettorale maggioritaria, sul prevaricazione governativa sul potere legislativo, sul carattere puramente propagandistico delle misure in materia di iniziativa popolare o sui tagli ai costi della politica eccetera. Di questo si è detto sin troppo, mentre troppo poco si è detto su un’altra ben più grave cosa: il modo con cui questa riforma si è formata.

Ricordiamo che:

a- essa non faceva parte del programma della coalizione Pd-Sel nelle elezioni politiche scorse

b- essa non è stata deliberata neppure nel congresso del partito nel tardo 2013

c- è stata irritualmente proposta dal Presidente della Repubblica che, poco attento al giuramento di fedeltà alla Costituzione vigente, se ne è fatto principale promotore del mutamento ed arbitro non imparzialissimo della contesa che si apriva.

Già questi punti gettano una luce non favorevolissima sull’accaduto, ma il peggio è altro: ad operare questa riforma è stato chiamato un Parlamento eletto con una legge gravemente distorsiva della volontà popolare e dichiarata per questo incostituzionale. Formalmente, per il principio della conservazione degli atti, il Parlamento restava in carica nella pienezza dei suoi poteri. Ma sotto il profilo della legittimazione politica, è palese che questo fosse un Parlamento non legittimato ad assumere decisioni in materie delicate come la legge elettorale o la riforma della Costituzione e, se si può capire per quel che riguarda la legge elettorale (ammesso che non fosse preferibile votare con la legge elettorale residuata dall’intervento della Corte e lasciar decidere al Parlamento successivo il da farsi) è assolutamente inammissibile, sul piano della correttezza politica, che un Parlamento del genere metta mano alla Carta Costituzionale.

E la riforma è partita subito male, escludendo pregiudizialmente diverse forze politiche (M5s, Lega, Sel, Fratelli d’Italia) che rappresentavano oltre il 40% dell’elettorato. Si ricorderà, infatti, che, dopo un infelice ed inconsueto “comitato di Saggi”, (erede di un analogo comitato della precedente legislatura), la “riforma” è partita con il “patto del Nazareno che associava Pd e Fi, con il codazzo delle liste di centro. Tuttavia, nel percorso, Fi si sottraeva, pagando il prezzo di ripetute scissioni. Ad un certo punto il Pd si è trovato praticamente solo (salvo il solito corteo caudatario dei partitini di servizio).

Dunque, la riforma è stata approvata con i voti del Pd e di qualche manciata di transfughi di Fi, organizzati in forze politiche prive di riscontro elettorale. Insomma, una costituzione di partito in cui manca totalmente (dicesi totalmente) l’elemento pattizio che è proprio delle costituzioni democratiche e repubblicane. Una Costituzione imposta con una aperta prevaricazione. In termini non formali (e ci sarebbe da ridire sul come Grasso e Boldrini hanno diretto il dibattito in aula e regolato il voto) può definirsi a pieno titolo come un atto di delinquenza politica.

Il Pd ha condotto a freddo una aggressione contro tutte le altre forze politiche del paese che gentilmente oggi appella marmaglia, a conferma della sua ormai confessata estraneità allo spirito della democrazia pluralistica.

Questo atto delinquenziale, peraltro, costituisce un precedente gravissimo per il quale, chiunque si trovi nelle condizioni attuali del Pd (e l’Italicum andava esattamente nella direzione di perpetuare questa condizione di prepotere) potrà fare della Costituzione quel che gli pare, magari dicendo che “è da sessanta anni che si aspetta questa riforma”. La riforma costituzionale di partito di fatto azzera la nozione di “patria costituzionale”, terreno di condivisione, per trasformare la Costituzione in campo di battaglia.

Decisamente il Pd appartiene ad una cultura politica diversa da quella dei costituenti e di qualsivoglia pensiero democratico, per inserirsi in un solco in cui troviamo piuttosto Pelloux, Salandra, Federzoni, Acerbo eccetera.

 Un partito antisistema al vertice delle istituzioni? Forse Gramsci parlerebbe di “sovversivismo delle classi dirigenti” ma torneremo sul tema.

24 Novembre 2016 


dal sito http://www.aldogiannuli.it/

Lascia un commento

Archiviato in Giannuli Aldo

FIDEL CASTRO: UN BILANCIO di Antonio Moscato

 

 

Fidel Castro l’uomo che ha retto per oltre sessant’anni sulla scena mondiale vedendo succedersi undici dei presidenti degli Stati Uniti, che avevano promesso di cancellare la rivoluzione cubana, ha chiuso la sua lunga e straordinaria vita, meno di un mese dopo la vittoria di Donad Trump, che ha sconfitto non solo Hillary Clinton che il suo mentore Barack Obama, che aveva dovuto ammettere l’inutilità dell’embargo ma non aveva voluto o saputo eliminarlo.

Fidel Castro è stato venerato sinceramente dalla maggioranza dei cubani, ma anche considerato da altri responsabile di tutti i problemi dell’isola, anche di quelli ricevuti in eredità dalla dominazione spagnola, dal neocolonialismo statunitense, dall’influenza dell’URSS. In ogni caso è stato indubbiamente un grande trascinatore. Guevara, anche nel momento in cui stava lasciando Cuba, aveva ribadito la sua grande ammirazione per lui, rispetto al quale si era collocato sempre in una posizione di discepolo. Eppure la sua cultura politica ed economica era molto più rigorosa e sistematica di quella di Fidel.

Anche nei decenni successivi alla morte di Guevara su diverse questioni di fondo Castro ha dimostrato comunque capacità notevoli, che hanno permesso di superare scogli pericolosi. Ha ad esempio mantenuto una relativa ma sostanziale autonomia dall’URSS perfino negli anni in cui ai critici ostili e prevenuti sembrava diventato un vero e proprio fantoccio di Mosca. In realtà per un lungo periodo Castro è stato sottoposto a una fortissima pressione esterna (con la frequente minaccia sovietica di una riduzione delle forniture indispensabili per aggirare il bloqueo) ma anche interna allo stesso partito cubano, in cui – soprattutto dopo il catastrofico fallimento della grande zafra del 1970 – fu costretto ad accettare un notevole ridimensionamento del suo ruolo, che continuava ad essere esaltato formalmente, ma era condizionato dall’obbligo di una preventiva approvazione “collegiale” dei suoi discorsi.


Nonostante questi condizionamenti, Fidel Castro fu capace di staccarsi dall’URSS tre o quattro anni prima del suo crollo, sia sul piano ideologico con la campagna di rectificación de errores, che si contrapponeva polemicamente alla perestrojka, sia preparandosi ad affrontare quello che fu definito il “periodo speciale in tempo di pace”, accumulando scorte di combustibile e studiando varie forme di risparmio energetico per sopravvivere all’eventualità di quel taglio quasi totale delle forniture di petrolio e di altri prodotti strategici da parte dell’URSS e dei paesi del Comecon che effettivamente vi fu, in forma particolarmente acuta tra il 1989 e il 1994.

Riuscì così a salvare il suo paese, nonostante l’embargo statunitense si fosse aggravato proprio dopo il crollo dell’URSS (cosa che dimostrava quanto fosse stato falso il pretesto addotto dagli USA per giustificare il blocco). Basta pensare comunque alla sorte penosa della maggior parte dei partiti comunisti filosovietici, compreso quello italiano, dopo il tracollo dell’URSS, per capire l’importanza della capacità di resistenza della piccola Cuba.

Il sostanziale consenso di cui Fidel Castro ha goduto e continua a godere a Cuba anche dopo aver lasciato per malattia le leve di comando, appare comunque incomprensibile a chi dimentica che per i cubani egli è stato prima di tutto un eroe dell’indipendenza nazionale, capace di sfidare prima gli Stati Uniti, poi l’URSS in diverse occasioni, dalla crisi dei missili ai due casi Escalante, dalle numerose polemiche sulle dubbie relazioni sovietiche con dittature latinoamericane, fino al tempestivo sganciamento finale.

E la sfida agli Stati Uniti non è stata una questione da poco: contrariamente alla versione di Washington, l’ostilità statunitense cominciò non solo prima di qualsiasi contatto di Castro e Guevara con l’URSS ma anche quando nessuna proprietà USA era stata ancora toccata. Molti celebri giornalisti italiani continuano a ripetere la leggenda di una rivoluzione pilotata dall’URSS, dimenticando che perfino i rapporti diplomatici tra Mosca e l’Avana furono ristabiliti solo nel maggio 1960, un anno e mezzo dopo la vittoria dei barbudos, e che a maggior ragione non c’era stato fino a quel momento nessuno scambio economico.

Anche la sfida a Batista non era stata cosa da poco. Anche se l’assalto alla Caserma Moncada era stato mal preparato, agli occhi di varie generazioni di cubani quell’impresa era apparsa un gesto di coraggio non comune, e gli errori dei giovani rivoluzionari erano passati in secondo piano di fronte al loro coraggio nello sfidare un dittatore sanguinario, che per giunta consolidò subito la sua fama facendo uccidere atrocemente quasi tutti gli insorti caduti nelle sue mani.

La tenacia nel trasformare una sconfitta militare in successo politico, preannunciando orgogliosamente nuovi tentativi di abbattere il tiranno, fin dalla famosa autodifesa in Tribunale più volte ripubblicata col titolo La storia mi assolverà, creò la premessa per una popolarità nazionale che permise a Fidel di non soccombere a un’altra impresa ugualmente mal preparata, la spedizione del Granma, caratterizzata da una notevole improvvisazione, che aveva fatto rischiare una catastrofe definitiva. La popolarità di quel giovane avvocato che aveva osato sfidare Batista gli aveva assicurato subito una rete di protezione da parte dei primi contadini incontrati sulle pendici della Sierra Maestra. Così poco più di una dozzina di sopravvissuti avevano continuato senza esitare in un’impresa che sembrava impossibile contro un esercito di 50.000 soldati, riforniti costantemente dalla base USA di Guantanamo. È questo il grande merito di Fidel riconosciuto da Guevara, e ancor oggi da molte generazioni di cubani: il rifiuto di ogni rassegnazione all’ineluttabilità dell’esistente, la capacità di lottare controcorrente per creare le condizioni che ancora non sono mature.

Quello sbarco quasi catastrofico si era presto rivelato una forzatura necessaria: aveva suscitato entusiasmo nelle città, disorientamento nelle forze batistiane, che avevano inizialmente dati per morti Fidel Castro e “il medico comunista Ernesto Guevara”. I primi sopravvissuti erano riusciti a superare la prima fase difficilissima perché, se la preparazione tecnica e militare era del tutto inadeguata, quella politica si basava su un’analisi corretta delle contraddizioni del paese e su un minimo di organizzazione precedente della popolazione della zona. Non si chiamava “partito”, ma il movimento 26 luglio (che aveva preso il nome dalla data dell’assalto al Moncada) ne svolgeva di fatto le funzioni nella “pianura” e a Santiago. Per questo i guerriglieri hanno potuto reggere ad attacchi condotti da forze militari enormemente superiori, dotate di aerei e mezzi corazzati.

Quando Fidel arriverà all’Avana, una settimana dopo Guevara e Camilo Cienfuegos, una colomba bianca si poserà sulla sua spalla: una conferma che gli dei del panteon afrocubano lo proteggevano. Popolarmente verrà chiamato Caballo: simbolo di forza e sinonimo di numero 1 nella cabala.

* * *

Fidel Castro era nato il 13 agosto del 1926 a Birán, nella provincia cubana di Oriente. Il padre, immigrato dalla Spagna, era diventato abbastanza benestante (aveva circa diecimila ettari), pur rimanendo a lungo analfabeta e sempre un po’ “padre padrone”. L’ambiente di formazione iniziale, a contatto con la natura, era durato molto poco, perché la madre aveva incoraggiato il suo trasferimento nel capoluogo della provincia, Santiago, per studiare dapprima privatamente e poi in un collegio salesiano. Più volte richiamato per indisciplina, aveva poi ottenuto nel 1939 l’iscrizione a un istituto tenuto dai gesuiti a Santiago, per passare nel 1942 al prestigioso collegio Belén, sempre dei gesuiti, all’Avana.

I biografi concordano nel segnalare che già in quegli anni eccelle in diversi sport, e si fa notare anche per i risultati nello studio. Quando Fidel arriva all’Università, dove si iscrive a Giurisprudenza, emerge come dirigente studentesco. Ma guarda anche fuori dell’isola. Nel 1948 si era trovato a Bogotà per un convegno studentesco internazionale che non si poté tenere perché esplose una violentissima protesta popolare, con migliaia di morti, in risposta all’uccisione del leader della sinistra colombiana Jorge Eliecer Gaitán. Fidel fu descritto su vari giornali colombiani e cubani come il vero organizzatore del “Bogotazo”, che era stata invece un’insurrezione assolutamente spontanea, in risposta a un crimine che avviò la lunga stagione della violencia in Colombia. In ogni caso, quell’episodio gli diede una notevole popolarità nell’università, e una spinta ulteriore a un impegno politico.

Fidel Castro tendeva sempre a retrodatare la sua formazione marxista e il suo orientamento comunista, ma non a caso, quando aveva deciso di entrare in politica nel 1947, aveva scelto di iscriversi a una formazione nazionalista vagamente di sinistra, il partito rivoluzionario “ortodosso”, guidato da Eddy Chibás, in cui si era fatto rapidamente strada. Nel 1951 Chibás, che era considerato sicuro vincitore delle elezioni presidenziali dell’anno successivo, si era suicidato in diretta durante una trasmissione radiofonica, per non essere riuscito a fornire prove indiscutibili della corruzione di un ministro, di cui era certo, senza poter però rivelare le sue fonti. Fidel Castro non era il numero due di Chibás, ma certo potè beneficiare dei riflessi di una popolarità grandissima del suicida. Comunque le elezioni non si tennero, per il colpo di Stato di Batista, e Fidel assunse il ruolo di continuatore di Chibás, che aveva come simbolo elettorale una scopa, e denunciò il dittatore alla corte suprema, chiedendo che lo condannasse a un secolo di reclusione. Naturalmente la corte rispose che non era suo compito, e Castro decise di far cadere Batista con una insurrezione popolare. Fu allora che Castro cominciò a pensare a preparla con un gesto clamoroso, come l’assalto al Cuartel Moncada. Intanto, subito dopo la laurea, aveva cominciato a presentarsi come una specie di “avvocato dei poveri”.

Nelle sue ricostruzioni recenti degli anni universitari e dei due anni che intercorrono tra la laurea e la clamorosa entrata in politica con la sfida al colpo di Stato di Batista, Fidel ha sempre insistito nel presentarsi già allora come “marxista-leninista”, e nell’amplificare la portata dei suoi studi marxisti. Ma in tutti i suoi scritti di quegli anni, anche a non credere alle sue frequenti proclamazioni di “non comunismo” ribadite durante la guerriglia e poi per almeno un anno dopo la vittoria, e che potrebbero essere state “tattiche” come lui sostiene (cioè fatte “per non spaventare i cubani”…), non ci sono molte tracce di un linguaggio e di un programma marxista. Ma evidentemente sapeva però ascoltare e interpretare i sentimenti e le aspirazioni delle masse.

Il problema maggiore di Fidel era l’economia: il volontarismo che era servito a tentare l’impossibile sfidando Batista, non funzionava altrettanto per organizzare Cuba. Bastano alcuni esempi: la cosiddetta “offensiva rivoluzionaria” del 1968, e soprattutto le ripetute chiusure dei mercati contadini per ragioni ideologiche. Per anni le vendite clandestine (non percepite dalla popolazione come un crimine) hanno consolidato la loro linea sotterranea di distribuzione, e il risultato peggiore è stato che, vietando tutto, è stato permesso o tollerato tutto. Le vendite dirette di prodotti da parte dei piccoli contadini sono state in sostanza messe sullo stesso piano di illegalità delle ben più gravi sottrazioni di prodotti statali venduti di contrabbando da lavoratori e soprattutto direttori di negozi e imprese (analoghi a quelli che hanno caratterizzato l’Unione sovietica e i paesi affini negli ultimi decenni della loro esistenza).

Forte di un appoggio popolare indiscusso, Fidel Castro ha concentrato nelle sue mani un potere immenso, ma dopo la morte del Che e della sua compagna Celia Sánchez, lo ha gestito in solitudine. Ha “allevato” giovani collaboratori, ma li ha sostituiti bruscamente appena li ha visti troppo autonomi: Carlos Aldana, Roberto Robaina, Felipe Pérez Roque, Carlos Lage Dávila, José Luis Rodríguez García e tanti altri ministri. D’altra parte aveva la convinzione di doversi occupare personalmente di tutto, dal colore dei taxi dell’Avana alla costruzione di infrastrutture per il turismo.

La visita del papa Giovanni Paolo II ha rappresentato un trionfo su chi aspettava il crollo di Cuba, ma a lunga scadenza la Chiesa ha ottenuto di più, e si è visto quando è arrivato Benedetto XVI, che ha trovato un terreno più fertile, e si è mosso con arroganza. Il nuovo presidente, Raúl, è più debole e ha bisogno del sostegno della gerarchia cattolica: deve pagare quindi un prezzo maggiore, accettando che essa svolga un ruolo di opposizione di fatto, moderata ma autonoma. Con Francesco è apparso più chiaro il ruolo aperto di mediazione della Chiesa, ormai rafforzata, nelle trattative tra il governo cubano e l’amministrazione degli Stati Uniti.

Papa Benedetto XVI e Francesco hanno reso comunque omaggio a Fidel, che ormai dopo la malattia era solo un privato cittadino, anche se circondato da un grande amore popolare. D’altra parte in ogni occasione di visite di lavoro a Cuba, non mancavano di visitare Fidel tutti i leader latinoamericani, non solo i “radicali” Chávez o Morales, ma anche i moderati Lula o Kirchner.

Negli ultimi anni Fidel Castro, appena rimessosi dalla fase più acuta del suo male, ha ripreso a scrivere le sue “Riflessioni”, a volte brevi come un epigramma, a volte lunghe come un saggio, spesso discutibili. Ma nessuno aveva osato limitare la sua libertà di comunicare ai cubani il suo pensiero, tanto grande era l’eco del suo grande prestigio storico, e la differenza tra il suo carisma e quello dello scialbo successore.

Di fronte alla minaccia rappresentata dall’elezione di Trump, Raúl Castro ha annunciato grandi manovre militari. Tuttavia, nonostante il relativo isolamento per i bruschi cambi di governo in Argentina e Brasile e le difficoltà di quello del Venezuela, la difesa dell’isola sarà più facile se ritroverà le caratteristiche originali che avevano permesso il trionfo della rivoluzione, e l’avevano trasformata per molti anni in un punto di riferimento non solo nel continente americano, mentre l’imperialismo statunitense aveva dovuto rinunciare ai tentativi di aperta riconquista. E sarà più facile farlo richiamandosi al ruolo che nel primo decennio dopo la vittoria ebbero, insieme, Fidel Castro e Che Guevara.

 

dal sito  Movimento Operaio

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

QUATTRO IPOCRISIE DA SFATARE SUI FATTI DI GORINO di Girolamo De Michel

Diamo il giusto peso a cose e parole. Si trattava di dare alloggio (cinque stanze su trenta di un ostello) per quattro mesi – cioè per l’inverno, quando l’attività turistica è inesistente – a dodici donne, una delle quali incinta. Di tutte le parole dette per giustificare l’ostilità della comunità di Gorino, le più disumane, e perciò più rappresentative, sono state: “Queste donne avranno pure degli uomini. E noi donne di Gorino siamo per molte ore sole in casa, perché i nostri uomini fanno i pescatori”.

Tradotto: non è possibile che siano donne dotate di capacità di discernimento perché sono cose, di proprietà di migranti maschi, quindi stupratori. In realtà gli uomini di queste donne fuggite dalla Sierra Leone e dalla Nigeria sono detenuti e torturati nelle carceri, oppure ormai cadaveri sulla strada della fuga nel deserto. Ma tant’è: ai presidianti è bastato far balenare questo argomento, accanto all’altro, quello dell’esproprio delle seconde case, cioè della minaccia alla roba, agli sghei – si sente la cadenza gretta nella parlata di questi valligiani che antepongono la roba alla vita umana. E allora la prima ipocrisia da rimuovere è quella del “non siamo razzisti (ma…)”: razzismo e fascismo non sono etichette vuote, ma conseguenze di comportamenti concreti, e quello che è successo a Gorino è razzismo e fascismo.

Seconda ipocrisia da sfatare: il mito dell’Emilia-Romagna accogliente e solidale. Accoglienza e solidarietà sono state, nel passato, non generiche opere di beneficenza, ma comportamenti radicati nelle classi sociali sfruttate. Come lo fu l’accoglienza di migliaia di figli di contadini pugliesi in fuga dalla miseria da parte dei contadini delle cooperative nelle campagne del secondo dopoguerra: solidarietà tra sfruttati, per la quale si poteva dividere il pane. Inutile, allora, cercare solidarietà negli animi pervasi dall’individualismo proprietario: come quando c’è la piena del Po, e ogni paese preserva le sue golene scaricando l’acqua sul paese successivo, così i migranti, per carità vanno aiutati – ma non qui, nei paesi accanto (che, per inciso, hanno accolto le dodici migranti).

Responsabilità precise

Così come è inutile rievocare la memoria delle passate miserie, quando da questi paesi della bassa ferrarese i miserabili migravano verso il Veneto o verso Ferrara, occupando tuguri abbandonati, anfratti nelle mura rinascimentali, edifici in rovina come quella caserma occupata dagli sfollati di cui parla Bassani all’inizio del Giardino dei Finzi Contini. A uscire dalla condizione di miserabile, a volte, qualcosa si perde: per esempio, quell’umanità che in altre esperienze di accoglienza si mostra ancora.

Terza ipocrisia: la spontaneità della rivolta razzista. Sarà pure stata spontanea, la scintilla: ma la prateria era già stata innaffiata, con responsabilità precise. A partire da forze politiche – la Lega in primo luogo, ma non solo – che da tre anni creano e cavalcano ogni sorta di “emergenza”, dai nomadi ai migranti.

Ma anche alcuni organi d’informazione, che nei mesi scorsi non si sono fatti scrupolo di pubblicare senza alcuna verifica notizie utili (a voler essere buoni) a vendere qualche copia in più – fotografie vecchie di quattro anni accreditate come odierne, per dirne una – che hanno contribuito a infiammare il clima. A cui vanno aggiunte le pagine social, dalle quali ieri si soffiava sulla Vandea gorinese con bufale a effetto sulla minaccia di invasione – “Non solo 12 donne, ma anche 50, 60 uomini…” – e ancor prima si inneggiava all’affondamento dei barconi in mare, o si definiva la marina militare “scafismo di stato”.

“La comprensione delle cause del rancore delle piccole comunità non può trasformarsi in un alibi per una loro assoluzione”

Ciò che inquieta è lo scivolare dei mezzi d’informazione nel gorgo del sottobosco pulp. Le tecniche e le dinamiche di questo scivolamento sono state oggetto di studi importanti – Morti di fama di Loredana Lipperini e Giovanni Arduino, Tabloid inferno di Selene Pascarella, L’odio online di Giovanni Ziccardi – che, nel descrivere le narrazioni tossiche che circolano nella rete o nel sottobosco giornalistico, spiegano di fatto come sia la narrazione a costruire realtà che a loro volta richiedono narrazioni orientate alla ricerca del “nemico”.

E allora sfatiamo l’ipocrisia del “non ci sono, non possono essere due Italie” e quella del “comprendere le ragioni”. Le due Italie esistono, e costringono a prendere posizione, piaccia o meno.

Esistono, certo, ragioni profonde per spiegare il rancore delle piccole comunità periferiche, che si percepiscono escluse, se non vittime, dai processi globali che sembrano scavalcarle: su questo ha scritto cose tutt’ora attuali Aldo Bonomi nel suo  Il rancore del 2008, riprese di recente in La società circolare.

Ma la comprensione delle cause di lungo periodo non può trasformarsi in un alibi sociologizzante per tradurre la comprensione in assoluzione. Perfino Benedetto Croce – ci mise del tempo, ma alla fine lo capì – fu capace di dire che per quanto il fascismo fosse un prodotto della storia ciò non comportava la sua accettazione morale e politica.

Una chiara distinzione

Di fronte a parole e pratiche che non hanno niente di umano, non ci può essere alcuna condivisione, ma solo una chiara e franca contrapposizione. Così come non può esserci alcuna compromissione con le ipotesi di chi, novello Filippo Corridoni, si illude di poter organizzare le comunità del rancore, i “nuovi barbari”, le opposizioni distruttive.

In verità, Gorino mostra tutta intera la faccia di quel livore comune alla middle class rurale britannica e al ceto sociale che negli Stati Uniti sostiene Trump. Gli abitanti di Gorino hanno paura dei migranti, o meglio della loro ombra (ma non della propria ignoranza) perché vivono in luoghi dove i migranti non ci sono, e difendono con ferocia la loro pervicace intenzione di rimanere immobili in un mondo attraversato da mutazioni irreversibili che si sono messe in moto un quarto di secolo fa, e che richiederanno processi risolutivi di altrettanto lungo periodo e non i palliativi con i quali il ceto politico italiano fa quello che rimprovera all’Europa, cercando di inserire un processo epocale in una precaria provvisorietà, come se fosse un fenomeno passeggero.

Provvisorietà che, beninteso, viene buona per creare forza lavoro da sfruttare in modo disumano, mantenendola al tempo stesso incollata a quel pavimento appiccicoso che impedisce alla forza lavoro migrante di sollevarsi all’altezza del lavoratore indigeno.

I fatti di Gorino ci costringono a tracciare una chiara distinzione tra due campi, a riconoscere la necessità di un conflitto di lungo periodo non solo politico ma soprattutto etico contro chi, agitando le bandiere e i randelli dell’intolleranza, contribuisce a mantenere tale e quale quel mondo di cui crede di contestare le dinamiche, e dunque contribuisce ad accrescerne l’ingiustizia.

Non è un malcompreso “buonismo”. Fare dell’indignazione un’arma di civiltà, dunque un’arma politica, è l’unica risposta possibile e praticabile.

28 Ottobre 2016 

La vignetta è del Maestro Mauro Biani 


dal sito  Internazionale

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

IRRESPONSABILI GIOCHI DI GUERRA di Antonio Moscato

 

La “rivelazione” del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg sulla partecipazione italiana alla irresponsabile provocazione delle esercitazioni ai confini della Russia non rivelava niente di nuovo, tanto è vero che ne parlava dettagliatamente il numero di settembre di LIMES che era già in edicola (Russia-America, la pace impossibile, 9/2016). Ma in Italia se ne è parlato si e no per un giorno o due, dopo l’intervista di Stoltenberg. I mass media sono già arruolati per creare un clima prebellico, e gran parte dei commentatori si fingono presi dall’indignazione a senso unico, che presenta la Russia come espansionista ed aggressiva.

Anche la notizia (probabilmente non più seria delle boccettine esibite da Colin Powell per “provare” l’esistenza di armi di distruzioni di massa nelle mani di Saddam Hussein) di un attacco di “hacker russi” alla rete informatica del governo statunitense, era vecchia (anch’essa dettagliatamente analizzata da uno scettico articolo dello stesso numero di LIMES) ma è stata accolta non come volgare e rituale propaganda di guerra, ma come vera, e presentata quindi come una irresponsabile provocazione russa da punire adeguatamente. Senza domandarsi ovviamente come è possibile accettare che chi si dice vittima di un attacco sia esentato dal fornire a un organismo sovranazionale indipendente le prove della provenienza e dell’esistenza stessa dell’aggressione. La presunta vittima assume il ruolo di giustiziere, è la legge del Far West proiettata su tutto il mondo. Solo nel 2016, gli Stati Uniti hanno “punito” con i bombardamenti ben sette paesi, naturalmente senza chiamarla guerra

Può permetterselo solo il governo di Washington, sempre pronto ad avallare le versioni inverosimili dei suoi dubbi amici come il regno barbarico dell’Arabia Saudita, che attribuisce a “terroristi sciiti” ogni protesta di qualunque colore nei paesi vicini, dal Bahrein allo Yemen, intervenendovi impunemente e magari ottenendo qualche partecipazione diretta della superpotenza mondiale ai bombardamenti, oltre a continue forniture di armamenti a credito forniti non solo dagli USA ma anche da diversi paesi complici o vassalli, tra cui l’Italia).

Ma se l’atteggiamento del nostro governo (non diverso in questo da tutti quelli che l’hanno preceduto almeno nell’ultimo quarto di secolo di ripresa delle imprese interventiste più o meno velleitarie) non ci stupisce minimamente, dato che non è una novità la sua risposta a qualsiasi interpellanza parlamentare facendosi scudo con l’ambiguità (non casuale) del famoso articolo 11 della costituzione. Un esempio tipico la risposta del ministro della Difesa Roberta Pinotti a chi le chiedeva conto delle forniture di armi letali proprio all’Arabia Saudita: ha asserito che l’invio di bombe a Riyadh è legittimo, perché tali operazioni sono “regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Anche la formula della legge n. 185 del 9 luglio 1990 che vieta l’esportazione di armamenti verso i paesi in stato di conflitto armato è svuotata dalla clausola “fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia” o “le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle camere”. Anche la norma che escluderebbe “Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” è del tutto platonica. Qualunque capo di un governo aggressore (Hitler compreso) ha sempre dichiarato che non si trattava di guerra, ma di difesa di una pace più solida.

* * *

Quello che mi indigna è l’indifferenza di parte della sinistra residuale di fronte a questo aggravamento della situazione internazionale che rischia di trascinarci in conflitti ben più gravi dei non pochi già esistenti. Sembra che il compito della sinistra oggi sia esclusivamente quello di ripetere (rovesciati) i ragionamenti di Renzi sul referendum, come se la pur auspicabile e necessaria sconfitta del SI garantisca non solo il ritorno alla situazione precedente, che ben pochi rimpiangono, ma l’inizio di un’epoca di “magnifiche sorti e progressive”, che dovrebbero essere assicurate, chissà perché, da una costituzione che in molti decenni di esistenza è stata almeno in parte applicata solo quando dalle fabbriche, dalle scuole, dalle strade, dal basso insomma, cresceva quel movimento di contestazione radicale che in pochi anni ha permesso conquiste prima impensabili e che comunque erano state respinte prima che entrassero in scena le masse (si pensi allo Statuto dei lavoratori).

Eppure oggi ci sarebbero non poche occasioni per rispondere su altri piani alle menzogne del governo, che ad esempio annuncia aumenti della spesa per la sanità, che non compensano neanche una piccola parte dei tagli effettuati. Ad esempio si spaccia per aumento di 3.000 medici e 4.000 infermieri la regolarizzazione di una piccola parte dei precari, mentre in questi ultimi anni i tagli al personale ospedaliero hanno fatto perdere molte decine di migliaia di medici e infermieri, a volte malamente sostituiti da ragazze e ragazzi arruolati nelle scuole e messi senza preparazione adeguata a fare “tirocinio” nelle corsie, cioè a riempire buchi spacciando l’operazione come l’integrazione scuola-lavoro prevista dalla “buona scuola”.

Il malcontento di chi verifica di persona lo sfacelo (voluto) del sistema della sanità pubblico, è grande, e a volte innesca proteste, talvolta ipocritamente utilizzate dalla destra che pure aveva iniziato l’attacco con i governi Berlusconi, ma che può farlo impunemente perché non ha concorrenti: quale altra forza politica anche piccola fa di questi temi un cavallo di battaglia, collegandolo per giunta – come sarebbe necessario – all’assurdità delle enormi spese militari? Eppure impegnarsi su questo terreno, come anche nella lotta ai nuovi infami sistemi di sfruttamento dei precari nella logistica, che vedono le prime reazioni dopo anni di rassegnazione, potrebbe mettere davvero alle corde non solo Renzi, ma tutti i difensori dell’esistente. Solo se si riesce a coinvolgere i cittadini, i lavoratori, i pensionati nella difesa dei loro interessi, infatti, si può spiegare il senso di un referendum che altrimenti appare solo uno scontro incomprensibile tra costituzionalisti o peggio ancora una bega tra politici ugualmente screditati, in entrambi i casi poco efficaci per smuovere quella enorme maggioranza di “indecisi” o indifferenti.

* * *

Ma torniamo alla partecipazione italiana alla spedizione militare in Lettonia. Potrebbe suscitare l’ilarità: a che servono quattro battaglioni di mille soldati ciascuno di fronte a una Russia che, pur ridimensionata pesantemente dopo l’esplosione dell’URSS, rimane una temibile potenza militare? Al massimo possono avere il compito di provocare una qualche risposta russa, magari controproducente. Così sono state innescate non poche guerre, che apparentemente nessuno voleva…

E su questo vanno dette parole chiare a proposito della Russia: abbiamo giudicato severamente il suo atteggiamento cinico di appoggio alle menzogne del dittatore siriano Bashar al Assad, con cui tentava di giustificare la repressione di un movimento rivendicativo inizialmente democratico e non armato. Come l’URSS staliniana (che imitava i paesi imperialisti), non ha nessun criterio di classe per le alleanze, ma solo calcoli cinici di convenienza. Anche se gli sciagurati nostalgici dello stalinismo che hanno tanto esaltato Putin su questo sorvolano, si pensi ai tentativi di alleanze o comunque di tacite convergenze con la Turchia di Erdogan, con l’Egitto di al Sissi e lo stesso Stato di Israele, oltre che con l’Iran degli ayatollah. E in modo del tutto speculare agli Stati Uniti e alla Cina la Russia di Putin bolla come terroristi tutti i movimenti che non le piacciono. La ripercussioni di questo sono gravi proprio per l’immagine della Russia, ma hanno ripercussione anche su i suoi alleati “progressisti” in America Latina, alcuni dei quali hanno cominciato con analoga logica a preferire Trump ai democratici solo per qualche sua dichiarazione di simpatia per Putin. Ad esempio sull’organo che diffonde nel continente le posizioni dell’ALBA o di quel che ne rimane, è apparso un articolo sintomatico: http://www.resumenlatinoamericano.org/2016/10/16/por-que-hillary-clinton-es-mucho-peor-que-trump/

Continueremo a dissentire profondamente da questa politica oltre a tutto in prospettiva controproducente, e che impedisce anche una condanna adeguata della politica statunitense legittimando ogni intervento in paesi lontani in base a calcoli di pura opportunità (nel caso della Siria mantenervi le basi militari a prescindere dall’opinione dei siriani, ovviamente offrendo pretesti e giustificazioni al ben più ampio dispiegamento di basi degli Stati Uniti nel mondo). Ma non possiamo tacere che l’utilizzazione propagandistica statunitense degli interventi russi per recuperare alcune briciole dell’impero perduto negli anni del disfacimento dell’URSS e del suo sistema di alleanze, (come la Crimea e – almeno nelle intenzioni iniziali – le regioni più nettamente russofone e russofile dell’Ucraina) è costruita su una visione falsata della realtà russa e delle motivazioni del suo governo, largamente legate soprattutto a esigenze di politica interna, compresa quella di dirottare il malcontento per il rapido peggioramento della situazione economica. Una visione quella occidentale che nasconde l’enorme asimmetria tra le spese militari di un paese e dell’altro: gli Stati Uniti nel 2015 hanno speso 596 miliardi di dollari, contro i 66,4 miliardi della Russia, scavalcata non solo dalla Cina (215 miliardi) ma anche dall’Arabia Saudita (87,2 miliardi)…

Per condannare efficacemente le menzogne criminali e l’aggressività degli Stati Uniti, che dopo aver bombardato con i più vari pretesti mezzo mondo pretendono di imporre sanzioni a Mosca per i bombardamenti di Aleppo, bisogna saper rifiutare ogni giustificazionismo rispetto a una Russia, che ha indubbiamente responsabilità minori (o almeno più circoscritte) nel generare un clima di tensione e di accelerazione della corsa agli armamenti, ma che giustificando come gli altri con la “lotta al terrorismo” le sue ingerenze e i suoi crimini (ad Aleppo e non solo) contribuisce a legittimare quelli ben maggiori degli Stati Uniti e dei suoi alleati, Italia compresa.

A chi pensa che sia troppo duro il mio giudizio sul nostro paese, vorrei che ci ricordassimo tutte le imprese umanitarie dei “nostri ragazzi”, partendo da quelle più lontane, dal Libano alla Somalia ai Balcani,dal Medio Oriente alla Libia, ben prima di questa fase contrassegnata da velleità ben maggiori, rivelate dal numero esorbitante di F35 richiesti dalla lobby militare, e dalla asserita “necessità” di avere ben due portaerei, una in più della Cina… Solo per portare tre leader in gita a Ventotene?

 17 Ottobre 2016

dal sito Movimento Operaio

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

HANNO AMMAZZATO UN OPERAIO di Claudio Taccioli

 https://bresciaanticapitalista.files.wordpress.com/2016/09/agnus-dei.jpg?w=400&h=239

La notizia arriva quando siamo già a Caino nella valle del Garza, nel cupo nord di Brescia.
Siamo venuti per difendere una famiglia proletaria dallo sfratto a cui è stata condannata in quanto colpevole di povertà conclamata.
Ci chiediamo le ragioni di un nome così particolare per un comune della cattolicissima provincia bresciana. Sarà, magari, perché il primo centro di culto cristiano risale al 1039 e si chiama, ancora, Pieve della Mitria. Un evidente richiamo al culto dell’invitto dio Mitra; ben presente in questo straccio di valle, soffocata dalle montagne e dalla cicatrice profonda del Garza.
Ogni analisi finisce quando arrivano le prime informazioni da Piacenza.
Hanno ammazzato un lavoratore durante un picchetto alla GLS. L’hanno schiacciato con un camion che voleva forzare la resistenza operaia.

Non ci sarà la foto di un uomo fermo davanti a un bestione meccanico, bloccato da una reciproca umanità. Solo quella di un corpo massacrato, steso sul selciato e coperto da un telo.
La moglie e i 5 figli a cui raccontare l’indicibile. Come nei tempi feroci della rivoluzione industriale; dello sfruttamento brutale di ogni carne raccattabile per la produzione. Per il profitto, per il progresso deciso dal capitale e ben vigilato nei suoi Stati; detentori del monopolio della violenza.
Usata a ogni occasione per reprimere, per dare esempi; per garantire la crescita della civiltà dei profitti.
I tempi in cui non c’era luce per l’umanità segregata nelle fabbriche, nelle miniere, nei luoghi diversi dello sfruttamento bestiale. L’alternativa era morire di fatica, di malattie conseguenti o essere ammazzati nelle rivolte, nelle resistenze per i diritti di vita.
Roba che, ormai, ci pareva relegata, almeno in questa parte di mondo, nei libri di storia.
In realtà, la guerra di classe iniziata, nella sua fase industriale, nel tempo brutale della rivoluzione dell’energia applicata alle macchine per la produzione seriale, non è mai finita.
Le conquiste parziali degli sfruttati sono sempre, costantemente, messe in discussione dalla natura strutturale del sistema capitalistico. Garantito nei suoi meccanismi fondanti e prevaricanti dalle leggi e dagli strumenti repressivi del suo Stato.

Noi che ci battiamo, quasi ogni giorno, casa per casa, a fianco delle famiglie proletarie buttate fuori dalla produzione, perché non più utilizzabili nell’acquisizione dei profitti crescenti, ce ne siamo ben resi conto.
Ogni volta, a ogni storia; uguali nelle loro specificità.
Oggi, barricati dentro l’appartamento della vita di Ahmed, di sua moglie e dei loro due gemellini di 7 anni, lo sentiamo ancora più forte. La faccia di Ahmed è quella dell’operaio egiziano ammazzato a Piacenza. I suoi figli, gli stessi che sono rimasti orfani. La moglie, la madre che li protegge, la stessa a cui hanno dovuto raccontare l’indicibile.
Diciamolo con chiarezza, allora, c’è una guerra di classe in corso. L’hanno scatenata i ricchi del mondo contro i poveri che sono l’umanità nella sua stragrande maggioranza. Lo fanno nazione per nazione; per area economica data; per zona d’influenza assegnata.
Uno scontro di classe cha ha le caratteristiche di sempre. Schiacciare gli esseri umani sotto le logiche ideologiche del profitto indispensabile come unico strumento di crescita e di sopravvivenza dell’umanità intera. Reprimere chi non si piega al pensiero dominante. Creare eserciti di operai in attesa, pronti a tutto per lavorare. Perché solo nello sfruttamento viene garantito il diritto alla vita.
Costruire l’idea della violenza possibile e necessaria contro l’altro che si ribella. Una ferocia esercitata dagli specialisti addestrati dallo stato e da chiunque altro sia disponibile, alla bisogna.
Un camionista, un padroncino istigato dal padrone, va benissimo. Meglio lui che uno sbirro soggetto a condanne, anche, internazionali. Un fastidio da evitare, almeno, per ora.

Noi che ci battiamo a fianco dei dannati della terra, sappiamo che i “mandanti” sono altrove. Nei legislatori delle leggi che garantiscono e incrementano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Negli ideologi che le propugnano. Nei ricchi che le sollecitano fra un pranzo di gala e un convegno. Fatto coi loro portavoce, i loro amministratori, i loro politici, le loro puttane.
Difesi dai cani da guardia che hanno addestrato alla ferocia. Pronti a sbranare alla prima puzza di povertà che sentono avvicinarsi alle zone “proibite”.
I ricchi stanno vincendo questa guerra perché i poveri non si battono; ma si muovono rassegnati fra un’occasione di lavoro e l’altra.
Qualcuno resiste, quasi più per disperazione che per coscienza.
Noi, fuori e dentro le fabbriche, i magazzini, le case sotto sfratto, i territori violentati, siamo con loro; in ogni caso. Fino a che sarà necessario, fin quando sarà giusto.
I poveri muoiono e scappano e non si battono.
PER ORA!
Lo scontro di classe è appena cominciato e non abbiamo deciso di dichiaraci sconfitti.

“ COME HAI OSATO CONTRASTARE IL MIO PROGETTO, E’ COSI’ CHE MI RINGRAZI (…)”
“ DOVEVA PUR ARRIVARE IL GIORNO IN CUI QUALCUNO TI AVREBBE MESSO DAVANTI AL TUO VERO VOLTO.”
(cit. “CAINO” di J. Saramago)

15 settembre 2016

dal sito Brescia Anticapitalista

 

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria, SINDACATO

TERREMOTO: A CHE SERVE LO STATO? QUALCHE DOMANDA di Antonio Moscato

 TERREMOTO: A CHE SERVE LO STATO? QUALCHE DOMANDA
di Antonio Moscato

Una volta tanto, mi trovo volentieri d’accordo con lo sdegno del “Manifesto” di fronte all’oceano di parole vuote pronunciate su tutte le reti televisive e scritte a proposito del terremoto su quasi tutti i quotidiani. Anche se la contiguità di quello che si definisce ancora “quotidiano comunista” con la sinistra moderatissima interna o comunque adiacente al PD, fa dimenticare a Norma Rangeri quella che è la colpa maggiore di questo governo ipocrita e inetto: le spese militari, che hanno raggiunto il punto più scandaloso con la gita dei tre presidenti a Ventotene, che ha utilizzato la portaerei Garibaldi e un discreto numero di altre navi, giustificate da una misteriosa “operazione Sophia” di cui non si possono conoscere i cosiddetti “dettagli”, coperti come è ovvio dal “segreto militare”.

Ai giornalisti imbarcati (gradevolmente sorpresi dalla scoperta che a bordo della Garibaldi un caffè costa solo 10 centesimi!) il contrammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto spiega che non può raccontare praticamente niente, perché è al comando di un’intera flotta, che oltre a diverse navi italiane comprende una fregata spagnola, due navi ausiliarie tedesche, una nave oceanografica inglese e un sottomarino greco. Ma fa sapere che i tre elicotteri Agusta Westland che porteranno Renzi, Merkel e Hollande sulla Garibaldi sono stati modificati per renderli più comodi e confortevoli. Cito dalla corrispondenza del giornalista embedded Marco Galluzzo sul “Corriere della sera”.

Prima domanda: se era proprio necessaria questa escursione preelettorale, di superelicotteri non ne bastava uno? E a che serviva una simile flotta? È credibile che la “missione Sophia” sia davvero finalizzata “al contrasto e alla prevenzione del traffico di esseri umani”? E in che modo agirebbe? E cosa c’entra con questo la gita dei tre presidenti? E che dire dell’ipocrita omaggio alla tomba di Altiero Spinelli, del cui messaggio è evidente che i tre se ne infischiano completamente? Su questo rinvio all’articolo di Checchino Antonini su Popoff quotidiano, qui, che ha il pregio di riprodurre integralmente il cosiddetto “Manifesto di Ventotene”, consentendo di valutarne i limiti e la scarsa possibilità di concretizzazione, ma anche la grande lontananza di quegli antifascisti di ieri dalle idee e dai progetti dei tre compari.

Ma vorrei aggiungere qualche nota a proposito della reazione rassegnata dell’opinione pubblica all’inerzia dello Stato. Immediatamente, preparata psicologicamente dal martellamento di tutte le reti tv con immagini di distruzione e di morte, è scattata una gara di solidarietà “spontanea” con raccolte di fondi organizzate dalla RAI, o da La7 insieme al Corriere della sera, o dallo “Specchio dei tempi” de “la Stampa”, ecc… Qui nelle Marche anche la CGIL ha cominciato a raccogliere coperte, abiti e generi alimentari, e altrettanto ha fatto a Recanati, dove mi trovo, il sindaco.

Insomma si dà per scontato che lo Stato non sia in grado di provvedere al soccorso di poche migliaia di persone: ma allora a che serve lo Stato? Perché continua a prelevare tasse dagli unici che non possono sfuggire, i lavoratori, i pensionati, e anche chi tra gli artigiani e i piccoli commercianti non ha redditi tali da potersi consentire costosi commercialisti specializzati in evasione? Serve solo a puntellare banche dirette da rapinatori, oltre che a potenziare esagerate flotte aeree e navali impegnate in dubbie “missioni di pace” in scacchieri lontani? È stato osservato più volte che è assurdo che un’Europa con oltre cinquecento milioni di abitanti abbia difficoltà ad accogliere e integrare decentemente un milione di immigrati in fuga da guerre alla cui genesi e mantenimento per giunta l’Europa non è estranea. Analoga riflessione si può fare per l’intervento dello Stato italiano, in declino demografico, ma sempre sui 60 milioni di abitanti, in una zona vasta e povera, ma poco abitata (Amatrice ha 2.500 abitanti, Accumoli ne ha 600, Arquata del Tronto 1.100, ecc.) in cui sarebbe logico immaginare che i compiti immediati di assistenza ai superstiti possano e debbano essere assicurati tempestivamente dagli organismi locali di Rieti e Ascoli Piceno. Invece si esaltano gli “angeli” soccorritori volontari, si fa appello alla solidarietà per non far pensare alle molte responsabilità dell’apparato statale per il dissesto del territorio che si combina con la scarsissima vigilanza sullo stato di costruzioni vecchie o antiche, sulle ristrutturazioni che spesso rendono fragili edifici che avevano retto agli urti di terremoti o alluvioni o frane per molti secoli.

Faccio un esempio concreto: ho abitato per anni in una zona sismica vicino a Roma, senza mai vedere un minimo controllo sulla messa in sicurezza di case costruite con le vecchie norme. E ora, anche a Recanati, constato che il sindaco organizza la raccolta di aiuti per i terremotati del Piceno, mentre l’ufficio della Protezione civile del comune rifiuta di visionare i danni provocati dal terremoto di ieri a vecchi edifici con la motivazione che “tanto la messa in sicurezza è sempre a carico vostro”. Bisogna quindi rivolgersi ai vigili del fuoco dell’ex capoluogo di provincia, Macerata, che sono così sovraccarichi da venire a fare un sopraluogo solo a tarda notte, ovviamente esausti. Bravissimi!

Ma non è un caso particolare, è la norma, e vale per le costruzioni in zone sismiche e quelle in zone a dissesto idrogeologico, di cui ci si accorge solo a danni avvenuti, spendendo cento volte di più di quel che costerebbe un risanamento preventivo che darebbe anche occupazione.

PS: ricordando Voltaire

Prima di riportare l’editoriale de “il manifesto” da cui ero partito, ho pensato di riproporre, soprattutto ai più giovani visitatori del sito, un poemetto di Voltaire ispirato dal terribile terremoto di Lisbona che nel 1755 fece 30.000 vittime. Forse non sarebbe male ripartire da quel dubbio sulla “fatalità” di quel male e sulla certezza che “Tutto è bene … e tutto è necessario”. Un po’ di sano illuminismo potrebbe solo fare bene in una situazione in cui anche la sinistra è sempre meno laica, e riscopre quindi i valori dell’elemosina come anestetico sociale, invece di quelli della fratellanza nella lotta. (a.m.)

25 Agosto 2016

SOTTO LE MACERIE
di Norma Rangeri
dal Manifesto
Le parole di cordoglio – «l’Italia piange», «il cuore grande dei volontari», «con il cuore in mano voglio dire che non lasceremo da solo nessuno» – pronunciate dal presidente del consiglio ieri mattina in televisione a poche ore dalla tragedia, avrebbero dovuto suscitare condivisione se non le avessimo già sentite ripetere troppe volte per non provare, invece, insofferenza, rabbia, indignazione. Forse perché non c’è altro evento più del terremoto capace di mettere a nudo lo sgoverno del nostro paese, l’incapacità delle classi dirigenti di mettere in campo l’unica grande opera necessaria alla salvaguardia di un territorio nazionale abbandonato all’incuria, alla speculazione, alle ruberie (come i processi del post-terremoto dell’Aquila hanno purtroppo mostrato a tutti noi).

Nessun paese industriale, con un elevatissimo rischio sismico come il nostro, viene polverizzato ogni volta che la terra trema. Le cifre imbarazzanti stanziate un anno dopo l’altro per la sicurezza ambientale nelle leggi finanziarie danno la misura dell’inconsistenza delle politiche di intervento. Dal 2009 a oggi è stato messo in bilancio, ma solo perché in quel momento eravamo stati colpiti dallo spappolamento dell’Aquila, meno dell’1 per cento del fabbisogno necessario alla prevenzione. E’ la cifra di un fallimento storico, morale, politico.

Chiunque capisce che prima di abbassare le tasse alle imprese, prima di distribuire 10 miliardi divisi per 80 euro, bisognerebbe investire per costruire l’unica grande impresa che i vivi reclamano anche a nome dei morti.

Chi ci amministra ha costantemente lavorato alla dissipazione delle nostre risorse comuni. Il paese è allo stremo ma nessuno, nemmeno questo governo, cambia direzione. Con investimenti tecnologici, ripopolamento delle terre interne, salvaguardia del patrimonio culturale, paesistico. E finalmente lavoro per gli italiani, per gli immigrati. Finalmente progetti ambiziosi per uno sviluppo economico di qualità legato ai territori e alle loro istituzioni. Non ci sono soldi? E quanti ne spendiamo per il rattoppo delle voragini materiali e morali?

Purtroppo oltre a temere e piangere ogni volta le vittime della mancata prevenzione (andiamo verso l’autunno, pioverà, saremo esposti al pericolo di frane e alluvioni), dobbiamo aver paura anche della ricostruzione. Nelle pagine dedicate al terremoto pubblichiamo un pro-memoria dei cittadini dell’Aquila che riassume come meglio non si potrebbe i danni, i pericoli aggiunti con gli interventi edilizi post-terremoto. Perché accanto al simbolo della tragedia di sette anni fa, il monumentale palazzo della Prefettura del capoluogo abruzzese, oggi abbiamo l’ospedale di Amatrice colpito perché nemmeno questo edificio era costruito con criteri antisismici. E nessuno dimentica le macerie della scuola di San Giuliano di Puglia con i suoi piccoli rimasti sepolti, come i bambini morti ieri sull’Appennino.

Il numero delle vittime sale ogni ora, persone uccise dall’incuria di chi aveva il dovere di provvedere e non lo ha fatto, nemmeno per salvaguardare scuole, ospedali, edifici pubblici. Rivedremo le tendopoli, assisteremo allo sradicamento degli abitanti, alla desolazione delle new-town. Speriamo almeno di non dover riascoltare le risate fameliche di chi ora aspetta l’appalto. (Norma Rangeri)

dal sito Movimento Operaio

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

LIBERTA’ NON E’ IL BURKINI di Giuliana Sgrena

Perché Sì. Garantire, anche per legge, la parità, vuol dire respingere tutte quelle discriminazioni subite soprattutto nel mondo musulmano

Il burkini è una scoperta recente, fino a 10 anni fa non esisteva e non si sentiva il bisogno di un burqa da bagno. La nuova moda di costumi da bagno per musulmane è nata in occidente: inaugurata in Australia per musulmane bagnino, si è poi diffusa nel paesi del Golfo per poi raggiungere gli Stati uniti e infine in Europa.

Il burkini si è ben inserito nel fiorente mercato della moda islamica, promossa anche da stilisti famosi come Dolce e Gabbana, Valentino, Prada e da grandi magazzini come Mark & Spencer – che ha lanciato un proprio marchio -, H&M, Zara e Mango.

Una modest fashion il cui giro di affari nel 2013 ha raggiunto i 235 miliardi di dollari ed è in ulteriore espansione. Frequentando le spiagge di diversi paesi arabi e musulmani mi è capitato di vedere donne che si facevano il bagno con maglietta e pantaloni (Egitto) o con normali costumi da bagno in Algeria o Tunisia. Certo mi è capitato anche di vedere una saudita con velo integrale, calze e guanti, andare con un pedalò sul mar Morto mentre ascoltava i discorsi registrati di un imam.

Siccome il sole di Giordania era incandescente la ragazza con marito e cognato avevano approfittato della nostra tenda – una sorta di ampio ombrellone – per ripararsi: i maschi erano in costume e non si sono certo scandalizzati per il nostro bikini e tanto meno del fatto che la moglie di uno dei due grondava sudore e per bere doveva nascondersi dalla vista del pubblico per potersi alzare il velo. Forse ora porterà i burkini e magari per lei sarà un miglioramento, ma per tutte le musulmane che ho visto in costume nei loro paesi d’origine certamente no.

Dunque difendere il burkini facendo appello all’identità delle donne musulmane è una sciocchezza. Ma questa nuova «moda» fa parte di quel processo di reislamizzazione – di cui la Turchia è solo l’ultimo esempio – che vuole ricondurre la pratica religiosa al rigore e a un’ostentazione dell’appartenenza che penalizza le donne. A un’interpretazione fondamentalista dell’islam va ricondotto anche l’obbligo del velo che non è previsto dal Corano. E ora persino il burkini farebbe parte delle prescrizioni del Profeta!

Ma sono sempre i maschi – che non fanno certo il bagno con una jellaba firmata Mark & Spencer – a dettare legge. Una regressione nella libertà delle donne musulmane evidente anche nelle Olimpiadi: l’algerina Hassiba Boulmerka – medaglia d’oro nei 1.500 metri alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 – non portava certo l’hijab. E non ha smesso di correre con i pantaloncini anche quando è stata condannata a morte dagli islamisti di casa sua. Sulle libertà conquistate non si può tornare indietro.

Sentire parlare – anche femministe – della libertà di portare il burkini mi fa venire in mente le donne afghane che quando si toglievano il burqa avevano il viso squamato, poi hanno scoperto le conseguenze: mancavano di vitamina D che si sviluppa con l’esposizione al sole.

La decisione di vietare il burkini presa da alcuni comuni della Costa azzurra, Corsica, Catalogna e anche da un hotel ad Hammamet ha fatto gridare allo scandalo. Le stesse proteste che seguirono l’approvazione in Francia della legge che vietava l’uso di simboli religiosi e che invece ha funzionato.
Vietare il burkini – secondo i «benpensanti» – alimenterebbe l’islamofobia. È esattamente il contrario. Sottolineare le differenze alimenta l’identitarismo che provoca scontri e ha portato persino a delle guerre (ricordate l’ex-Jugoslavia).

Difendere la dignità della donna garantendole la parità, invece, vuol dire respingere tutte quelle discriminazioni che la donna ancora subisce, soprattutto nel mondo musulmano. Vogliamo schierarci dalla parte dei fondamentalisti che considerano le donne impure e per questo le obbligano a seguire i loro diktat o vogliamo sostenere quelle che lottano per liberarsi da una religione invasiva dello spazio pubblico e politico perché non ha ancora avviato un processo di secolarizzazione?

Sostenere la «libertà» di portare il burkini vuol dire ignorare la condizione delle donne musulmane. Come mi ha detto un’amica algerina: «Noi non possiamo decidere nulla (matrimonio, divorzio, poligamia, eredità, etc.), è singolare che invece saremmo noi a scegliere di portare il velo» (o il burkini). Continuando di questo passo invece di progredire ci troveremo anche noi con le piscine aperte solo ai maschi (già ora c’è chi ritiene che non basti il burkini perché quando la donna esce dall’acqua lascia intravedere le forme), gli autobus separati – dietro le donne e davanti i maschi – e con l’apartheid nelle scuole.

Forse non saranno leggi o divieti a far crescere la consapevolezza delle imposizioni subite dalle donne, costrette a negare il proprio corpo per salvaguardare l’onore del maschio, tanto meno la tolleranza, ma un convinto e determinato impegno a promuovere quei valori universali che solo uno stato laico può garantire.

19 Agosto 2016

dal sito Il Manifesto

La vignetta è del Maestro Mauro Biani

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria