LIBIA E IMPERIALISMO

                                                       LIBIA E IMPERIALISMO
                                                           di Antonio Catalano

Al momento in cui scrivo questa nota sembra che Gheddafi stia riprendendo il controllo di Zuara, città della Tripolitania, a pochi chilometri dalla Tunisia, mentre le forze fedeli a Gheddafi continuano ad avanzare verso Oriente; ieri gli aerei governativi hanno bombardato la zona di Agedabia, utilizzata dai rivoltosi come retrovia e difesa estrema di Bengasi. Insomma, al di là delle normali altalenanti versioni, sembra allo stato attuale quasi certo che le truppe gheddafiane stiano riprendendo pieno possesso dell’intero territorio nazionale. Le iniziali e baldanzose prese di posizioni del cosiddetto “mondo libero” – che aveva confezionato e diffuso maldestramente le prove degli eccidi di massa – stanno ripiegando su una più cauta attesa degli eventi futuri anche se una cosa sembra certa: proprio mentre con il rapporto del procuratore generale Luis Moreno-Ocampo il Tribunale internazionale dell’Aja apre l’inchiesta sulle stragi in Libia per incriminare Gheddafi per crimini contro l’umanità, lo stesso Gheddafi, forte dei successi sul campo, intraprende la via diplomatica lanciando chiari ed inequivoci messaggi. Così l’agenzia libica Jana: «Il capo della rivoluzione ha ricevuto gli ambasciatori di Cina, Russia e India con i quali ha esaminato l’evoluzione delle relazioni bilaterali e l’invito alle compagnie dei tre Paesi a sfruttare il petrolio libico». «Siamo pronti a far venire compagnie indiane e cinesi al posto dellle compagnie occidentali» prosegue l’agenzia libica. Chiaro?

Beh, sembra che la ciambella questa volta non sia riuscita col buco e che – per una serie di imprevedibili fattori in combinazione reciproca – la questione libica non abbia riproposto scenari ai quali abbiamo assistito negli ultimi venti anni. Non che sia del tutto da escludere l’ipotesi di un intervento «umanitario» (cioè imperialistico), ma almeno questo al momento sembra congelarsi per il complicarsi di una situazione che sembrava inizialmente più facile da gestire. Ed è un bene che sia così, in quanto l’ipotesi di un intervento imperialistico militare determinerebbe un’evolversi insidioso e minaccioso di tutta la vicenda mediterranea e mediorientale, non certamente favorevole ad istanze emancipatorie e di liberazione dal cappio imperialistico/capitalistico che – attraverso governi compiacenti – ha finora governato/ controllato/dominato la questione sociale oltre che nazionale (Palestina).

Non riesco a condividere chi, nel caso libico, abbia esultato e si sia lanciato in proclami di solidarietà col “popolo” insorto. Essere dalla parte del popolo, delle masse, della parte oppressa della società, è sacrosanto ed imprescindibile per chi si schiera dalla parte dei dominati e degli sfruttati, ma in questo caso non abbiamo una contraddizione che segue linee di classe definite né ci troviamo di fronte ad una composizione in rivolta che esprime la parte “giusta” in assoluto. Essere dalla parte del popolo in rivolta che cosa vuol dire? Schierarsi con chi? Ecco perché la mancanza di riferimenti precisi può determinare – anche contro la propria intenzione – l’inevitabile lavoro pro domo «liberatori» democratici e «umanitari». Sarebbe bene camminare coi piedi di piombo ed evitare di lasciarsi andare da entusiasmi mal riposti e impropriamente internazionalisti. L’internazionalismo è una cosa seria che presuppone l’agganciarsi ad un soggetto in movimento che abbia chiaro, oltre a chi sia il nemico, anche chi siano i falsi amici, per evitare che diventi strumento di interessi e strategie di aggregazioni di potere imperialistiche.

15 marzo 2011

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