L’UTOPIA ROSSA DI VICTOR SERGE di Roberto Massari

L’UTOPIA ROSSA DI VICTOR SERGE

di Roberto Massari

Problème essentiel: il faut prendre parti, il y a toujours une vérité
à chercher, à trouver, à défendre, une vérité qui oblige, impérative.
Ni action ni pensée valable sans intransigeance.
L’intransigeance c’est la fermeté, c’est l’être. Comment la concilier
avec le respect de l’être différent, de la pensée différente […].
J’aperçois une solution. L’intransigeance combative, contrôlée
par une rigueur aussi objective que possible et par une règle absolue
de respect d’autrui – de respect de l‘ennemi même…

(V. Serge, Carnets, 24 ottobre 1944)*

 

C’è un Victor Serge anarchico che, reduce dal carcere e dall’internamento, raggiunge il movimento rivoluzionario nella Russia del 1919, divenendo il Serge «bolscevico» che nell’estate del 1920 scrive un panegirico molto poco libertario del processo ivi in corso:

«Chi dice rivoluzione dice violenza. Ogni violenza è dittatoriale. Ogni violenza impone una volontà che spezza le resistenze… Ammetto di non concepire che si possa essere rivoluzionari (se non in modo puramente individualistico) senza riconoscere la necessità della dittatura del proletariato… Pena la morte, pena cioè l’essere immediatamente messi a morte dalla vittoria di una dittatura reazionaria, bisognerà che i rivoluzionari instaurino subito la dittatura» (1) .

E c’è un Victor Serge – sfuggito eccezionalmente allo sterminio dei vecchi bolscevichi, dopo un triennio d’internamento siberiano (Orenburg negli Urali), esule in Messico e conquistato ormai all’idea che sia indispensabile una sintesi rivoluzionaria di pensiero marxista e libertario – che scrive nell’estate del 1947, a pochi mesi dalla morte:

«Il totalitarismo, così come si è instaurato in Urss, nel Terzo Reich e debolmente abbozzato nell’Italia fascista e altrove, è un regime caratterizzato dallo sfruttamento dispotico del lavoro, dalla collettivizzazione della produzione, dal monopolio burocratico e poliziesco (meglio sarebbe dire terroristico) del potere, dal pensiero asservito, dal mito del capo-simbolo…
In questo senso, la rivoluzione proletaria non è più, ai miei occhi, il nostro fine; la rivoluzione che intendiamo servire non può essere che socialista, nel senso umanistico del temine, e più esattamente socialisteggiante, democraticamente, libertariamente compiuta» (2).

In mezzo ci sono le grandi vicende del Novecento (burrascoso dopoguerra, Rivoluzione russa, ascesa dello stalinismo, tentativi insurrezionali in vari Paesi, fronti popolari, guerra civile in Spagna, patto Hitler-Stalin, Seconda guerra mondiale, spartizione del mondo in due blocchi, sconfitta storica del movimento operaio organizzato) vissute in prima persona da un grande scrittore belga-russo, naturalizzato… apolide.

1. Un primo aspetto appassionante dell’opera è dato per l’appunto dal fatto che l’Autore parla a noi, all’umanità e alla Storia (con la maiuscola) dall’interno di quei grandi avvenimenti – o da sopra le loro macerie, come si potrebbe dire, via via che si dipana il filo della narrazione. Le grandi tragedie del Novecento sono «raccontate» da un interprete diretto, attore partecipante, spirito critico, poliglotta, marxista libertario, indomabile e incorruttibile, rivoluzionario umanista che della ricerca della verità ha fatto una ragione di vita, oltre che di lotta sociale, di riflessione politica, insomma di vita lucidamente e rivoluzionariamente vissuta.
Nell’avvicinarsi al testo anche il lettore alle prime armi con questi temi sarà consapevole che il più pesante (decisivo) di quegli avvenimenti – ma il più entusiasmante agli inizi e il più disastroso nel precoce e tragico epilogo – fu la Rivoluzione russa: dal crollo dell’Impero zarista alla rivoluzione popolare di febbraio 1917, dalla conquista soviettista del potere da parte dei lavoratori al trionfo della dittatura burocratica del partito unico: fino all’instaurazione del dispotismo autocratico di un Capo onnipotente – affetto per giunta da gravi psicopatie – passando per il massacro della vecchia guardia interna al movimento dei soviet (anarchici, socialrivoluzionari, menscevichi di sinistra, bolscevichi, opposizione operaia, liberi pensatori ecc.), il ricorso al lavoro coatto e schiavistico (3), la distruzione di qualsiasi possibilità di dissenso e delle principali conquiste operaie, la liquidazione di ogni forma d’autorganizzazione contadina, lo sterminio di intere popolazioni o etnie, l’olocausto complessivo di quindici/venti milioni di cittadini perlopiù sovietici nelle orrende ramificazioni del Gulag. Un crimine contro il popolo russo, contro i popoli dell’Urss, contro il movimento operaio internazionale, contro la dignità umana, contro le sue leggi e le sue più antiche conquiste culturali che si può riassumere solo nella definizione di sistematico «crimine contro l’Umanità», a tutt’oggi imbattuto a) per estensione nel Pianeta, b) per quantità delle vittime e c) per durata nel tempo.

2. Un secondo aspetto è di natura teorica. Per il regime staliniano Serge elabora il concetto di totalitarismo, ne analizza le origini (4) e la diffusione internazionale, arrivando a considerarlo un’autentica impresa criminale (anche se «politica«) di una casta burocratica estranea al movimento operaio. Non impiega la definizione di «crimine contro l’Umanità» (che in dottrina acquisirà personalità giuridica dopo la Seconda guerra mondiale, riferita inizialmente ai soli crimini del nazismo); ma al di là della terminologia appare inequivocabile la sostanza di tutti i suoi scritti finalizzati alla denuncia della barbarie instauratasi sulle conquiste della Rivoluzione d’Ottobre – e le Memorie contengono solo una minima parte, anche se la più importante, di questo immenso lavoro di denuncia. Fiero di essere stato il primo ad applicare il termine «totalitario» al regime dell’Urss (5) (accomunandolo in tale definizione al nazismo e alle diseguali esperienze di fascismo), arriva a dichiarare – unico tra gli intellettuali direttamente coinvolti nella Rivoluzione (e fin dentro gli anni ‘30!) – che il regime dell’Urss, nato dalla conquista operaia del potere, non aveva più alcun legame sociale, politico o ideologico con quell’atto storico e meno che mai con un processo per quanto deforme di costruzione del socialismo.

«Da tutto ciò si trae una conclusione indiscutibile, e cioè che la lotta tra le opposizioni e la burocrazia non pone più di fronte differenti tendenze del movimento operaio, ma è diventata una lotta di classe. Su questo punto non è permesso farsi alcuna illusione: per riconquistare il diritto di pensare e di agire, la classe operaia sovietica dovrà sostenere ancora lotte non meno crudeli di quelle che sostenne un tempo contro il vecchio regime» (Seize fusillés, settembre 1936).

Nemmeno il più grande teorico della critica all’Urss staliniana – Trotsky, con la Rivoluzione tradita o gli ultimi scritti nella raccolta In difesa del marxismo – aveva osato o era arrivato mentalmente a compiere un simile passo, avendo conservato sino alla fine l’infondata speranza che le origini rivoluzionarie del regime in qualche modo si sarebbero potute manifestare nuovamente in un qualche àmbito della vita sociale (e di conseguenza in qualche settore dell’apparato), o nel recupero delle proprie tradizioni da parte del movimento operaio, o sotto il peso degli avvenimenti – in primo luogo la guerra prossima e inevitabile, di cui il Vecchio (come fraternamente viene sempre chiamato nelle Memorie) riuscì a vedere l’inizio, ma non a coglierne tutte le implicazioni.
Serge invece vide oltre l’inizio della guerra e descrisse lo sconvolgimento sociale e psicologico di un mondo che crollava, insieme all’esodo dei profughi e dei «politici», tra i quali egli stesso, con nomi celebri della cultura «alternativa» del tempo (da Breton a Benjamin). E coglie in pieno le implicazioni del patto Hitler-Stalin, trovando naturale che i due principali totalitarismi si alleassero, ma preannunciando – anch’egli senza essere ascoltato – che Hitler avrebbe rivolto prima o poi le armi contro l’Urss. Nelle Memorie Serge mostra le essenziali somiglianze politiche e ideologiche tra i due regimi totalitari e condanna il famigerato Patto in termini di «acquiescenza dell’Urss allo scatenamento della guerra» (p. 295), ma altrove (6) afferma con chiarezza ciò che ancor oggi non si può dire troppo apertamente o scrivere nei libri di storia (per accordo tacito fra gli Alleati vincitori intercorso alla fine della Guerra e ancora vigente): e cioè che la deflagrazione del conflitto fu resa possibile proprio dall’alleanza di Stalin con Hitler. Una responsabilità storica criminale e gigantesca dei due massimi totalitarismi, per la quale proprio il popolo sovietico ha dovuto pagare il prezzo più alto con l’invasione nazista (Operazione Barbarossa, giugno 1941), con l’impreparazione politica e psicologica alla svolta di Hitler, con la morte di oltre venti milioni tra soldati e civili – e, aggiungiamo noi, col successivo riconsolidamento del regime staliniano intorno al forte sentimento nazionalista di guerra e alla macabra euforia per la vittoria militare sul precedente alleato. Tragedie che per molto tempo non si sono potute dire ufficialmente, ma che Serge scriveva nelle sue memorie in epoche in cui tali verità si pagavano con la vita.

3. Nelle Memorie, dell’uomo Stalin si parla poco e tardi. Ciò è dovuto al fatto che la sua presenza era stata secondaria e discreta in tutta la fase ascendente della Rivoluzione: il suo ruolo fu significativo solo a partire da momento in cui assunse il controllo del Partito bolscevico e dell’apparato statale dittatoriale (che con il Partito era identificato). Di lì in poi Serge tende a parlare soprattutto del regime che Stalin incarnò, trascurando l’individuo. Ma ciò non è vero per altre sue opere, tra le quali la più significativa al riguardo è certamente Portrait de Staline [Ritratto di Stalin, da noi pubblicato nel 1991 e più volte ristampato].
Il libro apparve nel 1940 e fu accolto male perché per la prima volta al mondo si presentava non solo la vera biografia del terribile georgiano – di un capo di stato che tutti i governi volevano tirare dalla propria parte (nazifascisti e «democratici») – ma anche un abbozzo di analisi delle sue motivazioni psicologiche più profonde. L’immagine che ne uscì corrispondeva perfettamente al quadro clinico di un individuo paranoico, ossessionato da complessi d’inferiorità e da pulsioni sadiche – aspetti notori della personalità malata di Stalin che da tempo sono moneta corrente nei libri pubblicati su di lui. Ma scrivere cose del genere nel 1940 e diffonderle negli anni successivi significava rischiare la vita, significava diventare un bersaglio (facile, per giunta) degli agenti assassini della Gpu/Nkvd che già avevano eliminato fisicamente molte note personalità antistaliniane, a volte per molto meno.
Ebbene, la terza ragione per cui ci si può appassionare alla lettura delle Memorie è che Serge, scrivendole, stava rischiando la propria vita, consapevole di poter fare la fine di Nin, Reiss, Blumkin, Sedov, Trotsky e molti altri (a tutti i quali rende commosso omaggio). Un senso di umile eroismo nell’isolamento, «circondato da oscure minacce» (presentimento a p.312), lontano dalle tribune e dai media, ma anche un appassionato attaccamento ai princìpi dell’umanismo rivoluzionario: stati d’animo conflittuali che condizionano il processo creativo della scrittura, difficili da comprendere se non si colloca storicamente il disumanismo del fenomeno staliniano – come le Memorie ci aiutano a fare con dovizia di particolari inediti (7).

4. Il riferimento all’esposizione mediatica (per l’epoca, cartacea e fotografica) ci porta a un quarto aspetto che dovrebbe motivarci a leggere e rileggere queste memorie, per valorizzare lo scrigno inesauribile di tesori ivi contenuti: vale a dire le molte pagine che Serge dedica ai comportamenti dell’intellighenzia letteraria – russa, francese, internazionale – considerandoli evidentemente una delle grandi «questioni» del suo tempo. Come dargli torto…
Addentrandoci in questo mondo incantato fatto di versi, romanzi, quadri e incantatori di professione, vediamo sfilare personaggi celebri o divenuti tali successivamente, figure di scrittori che Serge tratteggia lungamente o con pochi colpi di penna, evidenziandone le caratteristiche salienti in termini fisici e caratteriali. Di alcuni, con i quali ha avuto maggiore dimestichezza o possibilità di frequentazione, racconta episodi che avranno fatto la gioia degli studiosi nel ricostruire le loro biografie. A volte si tratta di scrittori entrati nella leggenda e sorge spontanea la gratitudine verso Serge che c’invita a condividere con lui queste sue irripetibili frequentazioni letterarie. Di molte, ha lasciato traccia anche negli articoli scritti per la rivista Clarté, poi raccolti dall’amico scrittore Henry Poulaille nel volume Littérature et Révolution, pubblicato a Parigi nel 1932.
Ci limiteremo ad estrapolare dei nomi da questa «carrellata» di celebrità letterarie e artistiche, suddividendole in tre categorie: a) i grandi scrittori russi (di vari orientamenti politici e ideologici), b) i grandi scrittori non-russi coinvolti più o meno direttamente nella ragnatela dello stalinismo (che se ne siano poi liberati o no), c) i grandi scrittori non-russi che con Serge hanno condiviso idee importanti, se non addirittura la militanza politica o l’esilio.
Nella prima categoria, tra i molti che andrebbero menzionati, vi sono N. Gumil’ëv, A. Lunacˇarskij, V. Sˇ klovskij, M. Gor’kij, A. Belyj, A. Blok, V. Ivanov, K. Fedin, V. Majakovskij, B. Pil’njak, F. Sologub, E. Zamjatin, B. Pasternak, I. Ehrenburg oltre a scrittori meno noti fuori della Russia, pittori futuristi, storici e filosofi come Ivanov-Razumnik o il noto fondatore dell’Istituto di studi su Marx ed Engels, D. Rjazanov, con cui Serge collaborò intensamente. Al grande poeta simbolista S. Esenin (suicidatosi nel 1925) Serge aveva dedicato un primo ampio lavoro nel 1931, pubblicato a parte. E hanno certamente una forte carica emotiva le pagine in cui si parla degli scrittori suicidi (magistrali quelle dedicate a Majakovskij, oltre che ad Esenin, A. Sobol’…) e più in generale la puntigliosa elencazione dei tanti suicidi compiuti in segno di protesta contro Stalin (A. Ioffe) o per disperazione.
Queste pagine fanno da contrappunto alle altrettanto lugubri elencazioni delle escuzioni degli intellettuali compiute dal regime ormai divenuto totalitario a tutti gli effetti: sono quasi tutti i nomi dell’elenco soprariportato, oltre ai molti meno noti, loro parenti ecc..
Nella seconda categoria ricordiamo solo nomi notissimi – G. Lukács A. Gramsci (frequentato a Vienna), H. Barbusse, R. Rolland, A. Malraux, A. Gide – tra i molti che compaiono e che a volte ebbero ruoli importanti nelle disavventure giudiziarie di Serge: è il caso, prima fra tutti, della personalità molto controversa di Romain Rolland.
Un discorso a parte andrebbe fatto per la tenacia con cui si denunciano più in generale le responsabilità dei membri dell’intellighenzia occidentale (8), colpevoli di pavido silenzio rispetto al dramma epocale che si svolgeva nel «Paese della grande menzogna» (A. Ciliga), e che si lasciarono avvolgere, più o meno consapevolmente, nelle spirali di questa cupa «mezzanotte nel secolo». È la pavidità di un’intellighenzia «oscurantista» che non si volle mai schierare veramente con gli uni né con gli altri, ma fu sempre disponibile al gioco del potere:
essa ispira a Serge le sue pagine più belle sull’etica e la politica, in parte confluite nella polemica con il Trotsky de La loro morale e la nostra (9) (tradotta in francese dallo stesso Serge).
Nella terza categoria rientrano figure rappresentative della cultura più autentica e anticonformista prodotta fra le due guerre: nomi come J. Reed, E. Goldman, P. Istrati, M. Martinet, Saint-Exupéry, lo storico M. Dommanget, il pittore A. Masson, il drammaturgo E. Toller, A. Breton – ma la lista si allungherebbe se le Memorie non si fermassero al 1941.

5. Vi sarebbero infine i riferimenti storici a centinaia di militanti politici, dai capi celeberrimi della Seconda e Terza internazionale, fino ai più oscuri militanti in Russia, in Francia, in Spagna e altrove. Questo tipo di carrellata è senz’altro unica nel suo genere, perché nell’arco di 42 anni, Serge (figlio a sua volta di emigrati politici, l’uno narodniko e l’altra spenceriana) ha attraversato l’intero ventaglio di organizzazioni che potremmo definire genericamente di «sinistra rivoluzionaria», acquisendo un’esperienza senza pari e una conoscenza straordinaria di tale mondo. Queste acquisizioni verranno tradotte in forma letteraria, partendo dall’adesione del quindicenne Kibal’cˇ icˇ alla Jeune garde socialiste d’Ixelles (1905) e al Parti ouvrier belge [Pob, il partito socialista belga] (1906), che lascia lo stesso anno per fondare, insieme ad anarchici e sindacalisti, il Grb: Groupe révolutionnaire de Bruxelles. La scelta anarchica si perfeziona con la collaborazione al Communiste, a La Guerre Sociale e col gruppo anarchico russo di Bruxelles. La milizia libertaria continua a Parigi, assumendo tinte di anarchismo individualistico, finché non viene coinvolto suo malgrado nel processo alla «banda Bonnot».
Terminati i 5 anni di reclusione (nel 1917), mantiene l’affiliazione anarchica e partecipa all’insurrezione di Barcellona (assumendo lo pseudonimo «Serge»). Internato in Francia, aderisce al Groupe révolutionnaire russe-juif (di tendenza anarchica, ma orientato in senso bolscevico).
A Pietrogrado nel 1919, aderisce al Pcr (Partito bolscevico) e lavora negli uffici dell’Internazionale comunista. Si dichiara ancora «antiautoritario», ma la sua posizione tende a diventare insostenibile: sull’eccidio di Kronsˇtadt del 1921 avrà una posizione ambigua, che abbandonerà in seguito per schierarsi idealmente con gli insorti.
Divenuto una firma nota nella stampa comunista dell’epoca, compie missioni politiche a Berlino e Vienna, entrando in contatto con le realtà militanti di quei Paesi. Schierato con la battaglia dell’Opposizione trotskista, collabora alla rivista Contre le courant. Espulso dal Partito nel 1928, diviene uno dei principali dirigenti dell’Opposizione a Leningrado. Espulso dall’Urss nel 1936, si lega al Poum spagnolo (Nin), ma partecipa anche al Movimento per la Quarta internazionale. Non farà parte della nuova organizzazione, in fraterna ma profonda polemica con Trotsky. Continuerà a richiamarsi al marxismo e alle migliori acquisizioni del trotskismo, recuperando allo stesso tempo le matrici anarchiche della gioventù (10).
Ancora nel 1943, insieme a Pivert, Gorkin e rifugiati vari, milita nel Csim (Commissione socialista internazionale del Messico). Fino alla morte si manterrà coerentemente marxista libertario (11), ponendo particolare enfasi sulla democrazia e l’umanismo rivoluzionario.

6. La parte propositiva è forse la meno sviluppata nelle Memorie, non solo perché si fermano «alle soglie del Messico», ma per la posizione dominante, quasi schiacciante che vi occupa (a negativo) la degenerazione dell’Urss. Nelle pagine finali si può cogliere l’essenza del messaggio di Serge, ma per l’appunto di «essenza» si tratta, di concetti impliciti, inclusi tra le righe, non esplicitati organicamente. Come invece avviene in altre opere, anche di vari anni precedenti l’esilio messicano, a riprova di una lunga maturazione delle nuove posizioni di Serge che non avremo alcun problema a lasciar definire «utopiche» e «umanistiche», purché sia chiaro che di utopismo rivoluzionario si tratta, e di un umanismo rosso, combattivo e socialista.
Il «nuovo» itinerario del pensiero di Serge è già sintetizzato nella lettera citata a
Magdeleine Paz del 1° febbraio 1933. Vi si afferma, sottolineandolo, che «Tutto è messo in questione». Occorre ripartire dall’inizio, superare le divisioni politiche, «istituire tra compagni delle più diverse tendenze una collaborazione realmente fraterna nella discussione e nell’azione». Dopo gli scempi compiuti dal Comintern, dopo il fallimento brutale del bolscevismo, a fronte di una corruzione morale crescente tra le file del movimento operaio, Serge indica tre questioni di principio («superiori a tutte le considerazioni di tattica»), irrinunciabili se si vuole ripartire dall’inizio:
 a) difesa e rispetto dell’essere umano in quanto essere umano (e non solo per la sua collocazione politica o sociale);
b) difesa della verità (in campo storico, letterario, informativo);
c) difesa della libertà di pensiero, di ricerca, di lotta delle idee.

Princìpi ribaditi in una lettera a Trotsky (18 marzo 1939) in cui propone un «riavvicinamento con tutte le correnti operaie di sinistra», per «una discussione libera e franca su tutto» e – cosa inaccettabile per il Vecchio (convertitosi da tempo al bolscevismo più rigido, gerarchico e fallimentare contro cui, invece, aveva brillantemente polemizzato in gioventù) – «la creazione di un Ufficio internazionale, di comitati», formati dai movimenti locali, con rinuncia «all’egemonia del bolscevismo-leninismo nel movimento operaio di sinistra, in vista della creazione di un’associazione internazionale che rifletta il contenuto ideologico effettivo degli strati progressisti della classe operaia»: formulato a positivo, è un netto rifiuto di proseguire sulla via del sostitutismo, del settarismo, della paralisi politica da piccolo gruppo.
In «Potenza e limiti del marxismo» (agosto-sett. 1938), Serge regola i conti con la sclerosi del marxismo indotta dalla degenerazione ideologica del bolscevismo (prima) e dello stalinismo (poi), accusando il marxismo contemporaneo di aver perso il rapporto con le realtà sociali, d’essersi concentrato «in modo anche puerile» su problematiche astratte, d’essere stato «complessivamente conformista», di aver rinunciato alle sue originarie caratteristiche libertarie (concetto ribadito ben due volte nell’articolo) e d’essersi trasformato in uno dei «più temibili strumenti di difesa delle classi privilegiate»: non avendo trovato soluzioni alle necessità di libertà delle masse, esso appare «minacciato oggi da un immenso discredito». Il tempo ha confermato in sovrappiù quanto realistiche fossero queste paure di Serge che, in una nota, rende merito alla preveggenza di Rosa Luxemburg, giacché – come dirà altrove – «i germi di morte che il bolscevismo aveva in sé furono sempre visibili» («Morale e rivoluzione», 1938).
Nel programma della Csim (la Commissione già citata) l’utopia rossa di Serge viene ulteriormente sistematizzata nella forma non di un programma politico, ma di un «orientamento generale» della Commissione stessa. Sono 6 punti così riassumibili:
1) riunificazione di tutte le tendenze socialiste, «ad eccezione di quelle totalitarie»;
2) ricostruzione di movimenti socialisti unitari indipendenti (dalla borghesia, ma anche dallo stalinismo);
3) intransigenza critica verso le correnti che ricercano la collaborazione con la borghesia liberale (senza violenza verbale e settarismi);
 4) autodefinizione della Csim come «tendenza internazionale marxista rivoluzionaria», che rifiuta di costituirsi in setta ideologica separata o ai margini del movimento delle masse;
5) difesa del popolo russo e delle sue conquiste contro il totalitarismo burocratico e rifiuto di collaborare con i rappresentanti di quest’ultimo;
6) impegno per riunire «al di sopra di tutte le tendenze, tutti i gruppi socialisti del mondo», imponendo loro come sola regola comune la solidarietà, il rispetto reciproco e la libera discussione.

Ricordiamo che Serge aveva già tentato di mettere in pratica queste idee nell’agosto del 1936, cercando di convincere il Movimento per la Quarta internazionale a lanciare un appello di unificazione in Spagna tra gli anarchici, i sindacalisti e i marxisti del Poum (lettere a Lev Sedov del 5 agosto e a Lev Trotsky del 10). Sappiamo che le idee di Serge non furono accolte, il Poum fu liquidato dagli staliniani (nonostante e forse proprio per il suo forte contributo alla lotta contro Franco), mentre Trotsky e la Quarta internazionale continuavano nella loro strada settaria, nella tragica imitazione di un partito bolscevico e di una pratica accentratrice dimostratesi storicamente fallimentaria. Una strada che porterà alla fondazione semiclandestina della Quarta nel 1938 e al suo scioglimento di fatto, l’anno dopo, alle soglie del Patto fra nazismo e stalinismo, e alla vigilia dell’assassinio di Trotsky, sancendo in tal modo la sconfitta storica del movimento operaio del Novecento quale Serge aveva saputo prevedere in anticipo.
Occorrerà ancora del tempo perché il messaggio della sua utopia rossa – del suo umanismo rivoluzionario – possa diventare, per la prima volta nella storia, patrimonio di grandi e combattivi movimenti di massa. Fino ad allora – finché la parte più consapevole dell’umanità non avrà compreso la vera natura del totalitarismo burocratico (detto un tempo stalinismo) -si consiglia fraternamente di apprezzare almeno le qualità letterarie di questa grande opera.

19 agosto 2011

____________________________________________________________

NOTE

* «Problema essenziale: bisogna schierarsi, c’è sempre una verità da cercare, da trovare, da difendere, una verità che costringe, imperativa. Né azione né pensiero validi senza intransigenza. L’intransigenza è la fermezza, è l’essere. Come conciliarla con il rispetto dell’essere diverso, del pensiero diverso […]. Intravedo una soluzione. L’intransigenza combattiva, controllata da un rigore il più obiettivo possibile e da una regola assoluta di rispetto degli altri – di rispetto anche del nemico» (Carnets, Actes Sud, Arles 1985, p. 126).

(1) Les anarchistes et l’expérience de la Révolution russe, Librairie du Travail, Paris 1921 [Gli anarchici e l’esperienza della Rivoluzione russa, Jaca Book, MIlano 1969, pp. 16-17]. Per stemperare il tono dogmatico del brano cit., consigliamo un testo di Serge scritto a Kiev nel maggio-giugno del 1922: “Le classi medie nella Rivoluzione russa”, in Giovane Critica, 15/16, 1967, pp. 106-17. Contiene idee interessanti sul ruolo delle classi medie che Serge riprenderà in «Socialismo e rivoluzione manageriale» a giugno 1941.

(2) «Trente ans après la Révolution russe», in la Révolution prolétarienne, n. 309, nov. 1947 [«Trent’anni dopo», in V. Serge, Socialismo e totalitarismo, a cura di A. Chitarin, Prospettiva, Roma 1997, pp. 159-61].

(3) Serge analizza lo «schiavismo moderno», in «L’Urss a-t-elle un régime socialiste?» (Masses, n. 9/10, giugno 1947), riferendosi ai milioni di forzati nei lager. Anche in «Trente ans», cit., p. 162. Per il «modo di produzione schiavistico», vedi il nostro «Dove è arrivata l’Urss di Andropov e la necessità di una Quinta internazionale» (1983), seguìto da «Precisazioni sul Gulag» (2010), entrambi in http://www.utopiarossa.blogspot.com/

(4) Nel 1919-20 Serge non si oppose all’esistenza della Cˇeka (la polizia segreta creata a dicembre del 1917). Ma retrospettivamente – di certo dal 1939, ma anche prima – definì la nascita di quell’organismo come il primo passo della controrivoluzione in Urss, attribuendo in tal modo la responsabilità della successiva degenerazione staliniana ai capi bolscevichi (Lenin e Trotsky in prima linea). Si veda di Susan Weissman – «Victor Serge: the forgotten Marxist» – la bella introduzione a V. Serge, Russia twenty years after, Humanities Press, Atlantic Islands (N.J.) 1996, p. XIX. È la traduzione fatta da Max Shachtman nel 1937 di Destin d’une révolution. Urss 1917-1937 (di prossima pubblicazione presso questa casa editrice).

(5) Lo ha fatto nella lettera-testamento a Magdeleine Paz e altri, dell’1 febbraio 1933. Riportandone alcuni brani (v. avanti, pp. 235-6), Serge stesso dichiara di essere il primo ad aver applicato il termine «a uno Stato totalitario, castocratico, assoluto, ubriacato dalla sua potenza, per il quale l’uomo non conta». In altri scritti e in un brano delle Memorie (p. 219), tuttavia, il termine viene connotato in maniera specifica per l’Urss con l’aggiunta dell’attributo «burocratico»: totalitarismo burocratico.
In «Trente ans…», cit., Serge fornisce la sua definizione più precisa del «totalitarismo»: «Un sistema perfettamente totalitario ne consegue, poiché i suoi dirigenti sono i padroni assoluti della vita sociale, economica, spirituale del paese, mentre l’individuo e le masse non godono in realtà di alcun diritto» .

(6) In «Lenin’s Heir?» (fine maggio 1945), Serge afferma che «a partire dalla guerra di Spagna, Stalin è manovrato dal suo nemico mortale Hitler al quale tende la mano per iniziare la guerra europea». Nella stessa occasione accenna al riconoscimento sovietico del governo Quisling (filonazista) dell’Iraq, al servilismo
nei confronti del Giappone, alla disponibilità di Stalin ad arrendersi alla fine del 1941 durante la battaglia di Mosca, al passaggio dalla fiducia cieca in Hitler a quella altrettanto cieca negli Alleati e così via.

(7) Se anche Victor Serge sia stato ucciso o no dagli agenti di Stalin è oggetto di ipotesi sin dall’indomani di quel 17 novembre del 1947 in cui morì di arresto cardiaco, in un taxi a Città del Messico, esattamente come Tina Modotti il 5 gennaio del 1942, nella stessa città, in circostanze analoghe: in un taxi e dopocena (senza dimenticare il grande precedente di Gorkij e i sospetti di avvelenamento che circondarono la sua fine). Congetture che non possono sostituirsi a prove che non ci sono e forse non ci saranno mai: e la nostra civiltà giuridica crede nel principio di non condannare mai sulla base di indizi o supposizioni. Ma l’essere umano non è un apparato giuridico ed è libero di nutrire nell’intimo sensazioni di dubbio o di certezza, anche se queste non acquisteranno mai la dimensione d’indagine documentale o di sentenza giudiziaria.
Chi scrive questa nota ammette di aver sempre pensato che Serge sia stato ucciso con una delle tecniche di avvelenamento elaborate nel famigerato laboratorio di Jagoda negli anni ‘30, impiegate ogni volta in cui la polizia staliniana ha voluto eliminare qualcuno senza lasciar tracce (un obbligo nel 1947, all’estero e in un paese come il Messico). Nell’agosto del 1996, parlando con il figlio Vlady nella sua casa di Cuernavaca, gli esposi questi miei sospetti. In risposta ricevetti solo un sorriso mesto, di malinconica rassegnazione, come a dire: «Sarà pure andata così, ma non lo sapremo mai con certezza». Con certezza giudiziaria no, ma nell’animo e in base a un ragionamento logico-politico resto personalmente convinto che anche Serge sia stato eliminato dagli staliniani e che fin dall’aprile del 1928 egli fosse consapevole di tale concreta possibilità.

(8) Gli «intellettuali brillantemente oscurantisti», come li chiama Serge in «Trente ans…», cit. Non rientrerebbe in tale categoria Hannah Arendt, anche se dispiace constatare che nel suo celebre lavoro del 1951 (Le origini del totalitarismo, Ed. di Comunità, Milano 1967), tra i tanti autori citati e nella sterminata bibliografia, non compare il contributo fondamentale di Serge. La Arendt cita autori a Serge riconducibilii, comeRakovskij, Souvarine, Ciliga, Deutscher e ovviamente Trotsky, ma non Rizzi, Orwell, Volin, Ars’ inov ,Mett, e altri autori di provenienza anarchica, trotskista o comunque radicalmente antistalinisti.

(9) Del febbraio 1938. Ne parliamo in due nostri lavori: Trotsky e la ragione rivoluzionaria, Massari editore 1990, 2004, pp. 344-7 e Il terrorismo. Storia, concetti, metodi (1979), id., 1998, 2002, pp. 203-5.
La risposta di Serge – «Morale e rivoluzione» (in Socialismo e totalitarismo, cit.) – fu scritta alla fine del 1938. La posizione etica di Serge è da lui riassunta nella frase «Chi vuole il fine vuole i mezzi, dato che ogni fine richiede mezzi appropriati» (p. 73) e negli appelli ivi disseminati contro l’intolleranza (di Trotsky).
Ma l’importanza dell’articolo risiede nel fatto che Serge enumera alcune gravi violazioni dell’etica rivoluzionaria compiute dal primo governo dei soviet, come la persecuzione degli anarchici, il funzionamento illegale della Cˇeka, il ricorso alle «vecchie armi della reazione» nella guerra civile (la polemica su Kronsˇtadt c’era già stata), per concludere che Stalin e la burocrazia hanno potuto instaurare la loro dittatura e cacciare gli oppositori semplicemente usando i meccanismi legali del potere adottati prima di loro dai bolscevichi.
Serge chiede a Trotsky d’interrogarsi sulle responsabilità proprie e del regime bolscevico leniniano nella vittoria dello stalinismo, ma, lo sappiamo, Trotsky rifiutò di farlo, rendendo così definitiva la rottura con Serge. La polemica tra i due è in La lutte contre le stalinisme (1936-39), a cura di Michel Dreyfus, Maspero, Paris 1977 e in The Serge-Trotsky Papers, a cura di David Cotterill, Pluto Press, London 1994.

(10) Tra le numerose incomprensioni del pensiero di Serge a questo riguardo, va citata Susan Sontag che, in un suo saggio postumo (Unextinguished: The Case of Victor Serge, 2007), in mezzo a imprecisioni e giudizi del tutto gratuiti (anche su Trotsky), definisce Serge «un anticomunista» e lo ripete addirittura tre volte: il testo è tradotto come introduzione alla nuova ed. ital. de Il caso Tulaev, Fazi, Roma 2005. Restando nel tema delle «incomprensioni», citiamo anche la risposta che un grande studioso della storiografia sovietica (Jean-Jacques Marie) ha dato a un giornalista che era riuscito a scrivere un lungo articolo sul Victor Serge politico senza mai nominare Trotsky, il trotskismo e l’Opposizione di sinistra: «Jean Birnbaum, du Monde: un petit menteur par (grosse) omission», in Cahiers du mouvement ouvrier (CERMTRI), n. 47/2010, pp. 105-6

(11) Si veda la definizione in Daniel Guérin, Per un marxismo libertario (1969), Massari ed., Bolsena 2008, e la nostra introduzione:«Marxisti libertari oggi».
http://stefano-santarelli.blogspot.com/2010/08/marxisti-libertari-oggi-di-roberto_28.html
 In preparazione di D. Guérin, Per il comunismo libertario.

Lascia un commento

Archiviato in Massari Roberto, Serge Victor

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...