PATTO DI CONSULTAZIONE CONTRO MONTI, MA ANCHE CONTRO IL CENTROSINISTRA

Intervista di Paolo Persichetti a Marco Ferrando, portavoce del PCL

Marco Ferrando, a nome del Pcl ha accolto favorevolmente la proposta di un «patto di consultazione permanente» tra tutte le forze che intendono opporsi al governo Monti, lanciata su queste pagine da Paolo Ferrero. Si tratta – ci spiega – di un passaggio «che è imposto dalla situazione e che noi accettiamo a prescindere, anche perché l’unità d’azione su obiettivi comuni, di lotta e di movimento a sinistra, è un elemento distintivo della nostra cultura e tradizione politica. A maggior ragione se interviene in uno scenario politico che rappresenta un salto in avanti dell’offensiva sociale e politica lanciata contro il movimento dei lavoratori e i movimenti di massa».

– Affrontiamo subito la novità introdotta dall’esecutivo Monti.

Siamo di fronte alla riunificazione politica e sociale del blocco dominante, è quindi del tutto evidente che contro questo governo di unità nazionale si deve costruire un patto di unità d’azione tra tutte le realtà, i movimenti e tutte le sinistre politiche, sindacali e associative.

– Cosa proponete?

Al primo posto c’è la necessità di chiarire una volta per tutte la questione del rapporto col centrosinistra e col Pd.

– Su questo punto dentro la Fds, e nell’area più larga della sinistra sociale e dei movimenti, ci sono posizioni diverse, ricche di sfumature. Per voi si tratta di una condizione o di un tema di discussione?

Non poniamo condizioni, siamo dentro il patto di consultazione a prescindere ma vogliamo un confronto aperto, largo, non solo fra stati maggiori, in cui ci riserviamo di dire quello che pensiamo dentro un quadro di confronto unitario. Ricordo che anche nel ’95 si faceva tutti insieme l’opposizione al governo Dini, ma quell’opposizione prefigurò una ricomposizione del centrosinistra. Ebbene siamo fermamente contrari alla riproposizione di uno schema del genere, anche perchè il Pd per l’ennesima volta ha dato prova di non essere nemmeno una forza della sinistra moderata, e neanche un partito coerentemente democratico, al di là del suo nome. E solo un partito legato a doppio filo agli interessi dell’industria, delle banche, del blocco dominante.

– E gli altri punti?

Il fronte unico non deve essere un semplice cartello delle sinistre politiche, ma un fronte largo che coinvolga sinistra sindacale e movimenti per produrre una svolta radicale sul terreno della mobilitazione e della lotta. L’esperienza dimostra che non si riesce ad affrontare la crisi capitalistica procedendo ad ordine sparso con atti simbolici e scioperi rituali. Bisogna discutere insieme su come costruire un salto verso la radicalizzazione di massa delle iniziative di lotta: quando parliamo di vertenza generale, occupazione delle fabbriche e dei licei, costruzione di una cassa nazionale di resistenza, alludiamo a questa necessità. Infine non è più sufficiente continuare ad assumere come orizzonte il cosiddetto antiliberismo, quasi configurando la possibilità di una riforma sociale neokeynesiana del capitalismo. Il carattere strutturale della crisi ci dice che l’orizzonte deve essere apertamente anticapitalista e quindi deve toccare il tema dell’annullamento del debito pubblico verso le banche, i rapporti di proprietà nel settore finanziario e produttivo.

– Non vi è piaciuto il coro di sdegno sui fatti del 15 ottobre.

Il grosso problema del 15 non sono stati i cosiddetti black bloc ma la mancata assunzione di responsabilità da parte della direzione del movimento. Avevamo proposto una manifestazione che marciasse sui palazzi del potere rivendicando un diritto democratico praticato in tutte le capitali del mondo. Lo spazio che in quella giornata hanno preso alcune forme di lotta nichilista è stato direttamente proporzionale alla mancata assunzione di questa responsabilità.

da “Liberazione” del 19/11/2011

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