LA MISERIA DELLA POLITICA di Riccardo Achilli

 
 
 
LA MISERIA DELLA POLITICA
di Riccardo Achilli
 
 
Premessa
 
La triste vicenda di Termini Imerese è il paradigma dell’asserzione marxista di base, secondo la quale i movimenti storici sono dettati esclusivamente dai rapporti economici, mentre le dinamiche politico-sindacali sono soltanto sovrastrutturali, e subordinate ai rapporti di forza economici. Nel presente articolo, con il supporto di fatti della cronaca politica ed economica italiana, cercherò di evidenziare due elementi:

a) che la politica è completamente dominata dagli interessi economici borghesi;

b) che la crisi profonda del sistema capitalistico impedisce alla politica di raggiungere, autonomamente, obiettivi minimi che dovrebbero essere sue priorità, come la capacità di mettere in campo una politica industriale strategica o la capacità di governare i cambiamenti profondi nelle relazioni industriali. Questo perché gli interessi economici della borghesia, alle prese con una drammatica caduta del saggio di profitto medio, la portano a sostituirsi ai tradizionali meccanismi di programmazione ed azione politica, per governare direttamente la politica industriale e le riforme del sistema delle relazioni industriali, distruggendo definitivamente l’illusione democratica, ovvero l’apparenza di una autonomia di manovra delle istituzioni politiche elettive, dietro la quale si nascondono i sistemi democratici liberali. In una fase di crisi, quando la borghesia prende direttamente il controllo dei processi politici, emerge nel modo più drammatico possibile l’evidenza dei fatti, ovvero che le istituzioni politiche democratiche non agiscono in nome del popolo che elegge i suoi rappresentanti, ma in nome della classe dominante.

Di fatto, l’apparato politico-sindacale italiano ha delegato a Marchionne, in quanto capo del più grande gruppo industriale italiano, che ha una leadership sull’intera industria manifatturiera nazionale (si stima che il fatturato generato dalla Fiat mobiliti, direttamente e tramite l’indotto, circa 63 miliardi all’anno, ovvero il 73% del valore aggiunto manifatturiero del Paese, P. Bricco, 2010) la riformulazione delle priorità di politica industriale e la riforma del sistema delle relazioni industriali, limitandosi poi a tradurre semplicemente in norme i suoi comportamenti, mentre ha delegato ai mercati finanziari globali la sua politica monetaria e fiscale, tramite la Bce, la Commissione Europea, il FMI e lo stesso Governo nazionale, specie se “tecnico”, tutti strumenti in mano ai grandi potentati finanziari. Quindi il fatto che il Paese stia rapidamente retrocedendo nelle classifiche della competitività e dello sviluppo, e stia smantellando l’intero impianto del welfare e dei diritti del lavoro di cui si era dotato in tanti anni di dure battaglie sociali e sindacali, non è principalmente il frutto, come si crede, di una classe politica particolarmente incompetente o delinquenziale (lo è pure, ma non è questo il problema principale) ma è il prodotto, soprattutto, degli interessi del grande capitale, industriale e finanziario, cui la classe politica, e purtroppo anche gran parte di quella sindacale, sono asservite.

La delega sulla politica industriale

In materia industriale, nessuno, in sede politico-sindacale, se la sente di disturbare seriamente Marchionne, a.d. di un gruppo automobilistico che perde quote di mercato a un velocità superiore a quella dei principali concorrenti, per manifesta incapacità di investire su qualità ed innovazione nei nuovi modelli, e che resta a galla solo grazie ai risultati della Chrysler (che in teoria avrebbe dovuto salvare dal fallimento, e che oggi salva lui) per chiedergli qualche lume sui contenuti del fantomatico piano “Fabbrica Italia”. Però tutti sono pronti a corrergli dietro per consegnargli patenti di modernità quando propone accordi sindacali, come quello Pomigliano-Mirafiori-Bertone-Melfi, che in realtà di moderno non hanno niente, poiché prefigurano soltanto il ritorno al fordismo più elementare, nascosto dietro un bell’acronimo inglese (si sa, noi italioti, nella nostra subalternità culturale, siamo molto esterofili): WCM, ovvero World Class Manufacturing (che poi altro non è che un sistema di tempi e metodi per ottimizzare l’efficienza del ciclo produttivo, con l’aggiunta di un sistema di “ergonomia sul posto di lavoro”, teoricamente progettato per ridurre i tempi delle singole fasi di lavorazione e gli infortuni sul lavoro, in pratica pensato per massimizzare la produttività, senza che nessuno studio scientifico indipendente abbia chiaramente delineato i rischi di lungo periodo sull’incolumità fisica dei lavoratori che vi sono sottoposti).
Nessuno, in sede politico-sindacale, ha la forza di discutere con Marchionne per scongiurare l’evento, sempre più evidente, che i centri direzionali e di ricerca e sviluppo, ovvero il cervello ed il know-how dell’azienda, vengano definitivamente trasferiti a Detroit, trasformando di fatto un pezzo fondamentale dell’industria manifatturiera italiana in un mero terminale di produzione, svuotato di capacità progettuali e tecnologiche, con drammatiche ripercussioni sulla capacità innovativa e progettuale dell’intero sistema-Paese. Ciò benché la difesa della autonoma capacità innovativa e progettuale sia, in teoria, una priorità di politica industriale. Nessuno si preoccupa più di tanto di fare qualcosa, di fronte alle dichiarazioni di Marchionne, che prefigurano uno spostamento della direzione del gruppo Fiat negli USA, e non è certo con le telefonate e con i colloqui fatti a margine dei convegni, o con le rassicurazioni lanciate dalle pagine dei giornali, senza alcuna base oggettiva, che si evita tale evento. Nessuno ha la forza politica di discutere del fatto che parti essenziali della nuova generazione dei veicoli Fiat, come ad esempio il pianale Compact che equipaggia la Nuova Giulietta, e che dovrà rappresentare la base di tutti i successivi veicoli del segmento C del gruppo, sia stato, sia pur solo in piccola parte, co-progettato a Detroit. Nessuno sembra preoccuparsi del futuro industriale del Paese, se dobbiamo diventare una sorta di Paese del Terzo Mondo che si occupa soltanto della parte manifatturiera, o se possiamo ancora rimanere un’economia basata sul cervello, la creatività ed il know how. Si lascia che tali problemi strategici per il futuro del Paese siano risolti da un uomo solo, ovvero Marchionne, il quale fornisce una soluzione nell’interesse dei suoi azionisti e del grande capitale, non certo del Paese.

La delega sulla riforma delle relazioni industriali

La stessa delega fatta a Marchionne sulle politiche industriali, la ritroviamo, in modo anche più pesante, sul tema delle relazioni industriali. Anche qui, nessuno trova niente da dire se Marchionne esce da Confindustria, condannando di fatto, ed unilateralmente, il sistema delle relazioni industriali italiano ad un cambiamento genetico, subito in modo totalmente passivo dalla politica e dalle parti sociali, ovvero dai soggetti istituzionalmente deputati a gestire l’architettura di tale sistema, in rappresentanza degli elettori e dei lavoratori, cioè del popolo. La fuoriuscita del più grande gruppo industriale dal sistema di concertazione su cui tradizionalmente si fondano le relazioni industriali nel nostro Paese, avrà ripercussioni enormi, perché sarà una scelta imitata, presto o tardi, anche dalle altre grandi imprese. In tale nuovo sistema, disegnato in solitudine da Marchionne, si realizzerà con ogni probabilità una contrattazione diversificata in tre grandi canali: uno per le grandi imprese e i loro fornitori di prima fascia, un altro per i distretti produttivi e le reti e polarità organizzate di PMI, un terzo per le PMI che operano in solitudine al di fuori di tali polarità.
Le grandi imprese ed i loro fornitori di prima fascia adotteranno un modello di relazioni industriali americano, ovvero con sindacato aziendale “collaborativo” e cogestore, eliminando i sindacati che difendono i lavoratori realmente, come la FIOM. Il tutto per giungere, sempre nelle grandi realtà produttive, ad un modello di cogestione all’americana, con rappresentanti dei sindacati aziendali nel Cda, e lavoratori retribuiti pro-quota con una parte degli utili. Un modello che, come è evidente, è disegnato per estinguere la lotta di classe e per legare, in una forma di neo-schiavitù, i lavoratori al management aziendale, asserviti, sia nel livello remunerativo che nella stessa sopravvivenza del loro posto di lavoro, a risultati aziendali che non hanno potuto determinare, poiché sul ponte di comando dell’azienda, dove si decidono le strategie che determinano i risultati aziendali, assieme ai rappresentanti della proprietà, siedono le burocrazie sindacali, interessate prioritariamente al loro ruolo, ed al loro potere, all’ombra del padronato. E dove la solidarietà di classe si perde, perché il sindacato si frantuma in tante isole aziendali in concorrenza fra loro.
Viceversa, nel mare delle piccole e medie imprese, laddove queste siano organizzate in distretti produttivi, prevarrà la contrattazione territoriale, altro metodo per frantumare la solidarietà di classe e per creare una insana concorrenza fra territori e fra polarità produttive locali, per stabilire chi è in grado di imporre le condizioni contrattuali più penalizzanti in termini di rapporto fra produttività e costo del lavoro, generando quindi una perversa competizione di costo fra aree territoriali, ovviamente al ribasso, che laddove il costo della vita è più basso, come nel Mezzogiorno, creerà i presupposti per il ripristino delle gabbie salariali.
Laddove, infine, le PMI non siano organizzate in distretti, o non appartengano alla fascia di subfornitura di grandi imprese con sindacato e contratto aziendale, rimarrà il riferimento ad una forma indebolita di contratto collettivo di comparto, che però non potrà che essere competitivo rispetto ai contratti aziendali e territoriali stipulati dalle grandi imprese, o dalle PMI distrettuali, del medesimo comparto, perché altrimenti le PMI “a contratto collettivo” subirebbero una penalizzazione competitiva che potrebbe condurre al loro fallimento. Di fatto, quindi, anche la libertà negoziale delle parti firmatarie di tale contratto collettivo “residuale” sarebbe fortemente condizionata e vincolata dalle altre due tipologie di relazioni industriali sopra esaminate. Guarda caso, soltanto dopo l’affermazione del modello-Mirafiori, la politica, ossequiosa, e con la benedizione anche dei professori e dei politici della cosiddetta sinistra riformista, oltre che con il via libera dei sindacati confederali, vara uno Statuto dei Lavori che prevede la possibilità di derogare al contratto collettivo con contratti aziendali o territoriali, persino sugli aspetti normativi (la disciplina del lavoro e del licenziamento) oltre che su quelli salariali e di organizzazione del lavoro, e limita il diritto di sciopero, per consentire a tale nuovo modello di entrare in vigore con il minimo di attrito sociale. Di fatto, il disegno del sacconiano Statuto dei Lavori non è altro che la trasposizione normativa fedele di un modello imposto nei fatti da Marchionne.

L’assenza anche di uno spazio di autonomia residuale “compensativo” della politica

In pratica, politica e sindacati, in una fase di crisi che accentua i caratteri oligopolistici, e quindi autoritari, del capitalismo, demandano ad un solo uomo, ovvero Marchionne (e quindi di fatto al grande capitale industriale), la strategia di politica industriale del Paese e la riforma della politica del lavoro. E non sono nemmeno capaci di assicurare un ruolo marginale alla politica ed alla mediazione sindacale, ovvero lo spazio della compensazione dei danni produttivi ed occupazionali generati dal modello-Marchionne.
Lo si vede chiaramente nella triste vicenda di Termini Imerese. La decisione unilaterale della Fiat di chiudere lo storico impianto produttivo, che infligge un colpo mortale ad un’economia particolarmente debole e in ritardo di sviluppo come quella siciliana, che per certi aspetti è ancora caratterizzata da tratti pre-capitalistici, è talmente grave che ci si sarebbe aspettati un colpo di reni da parte della politica e dei sindacati. Di fatto, con tale decisione la Fiat non influisce soltanto sul destino di circa 1.900 lavoratori e delle loro famiglie, ma sta condannando un’intera regione di più di cinque milioni di abitanti a rinunciare ad ogni prospettiva di rivoluzione industriale e di sviluppo che, come si sa, non si fa senza il ruolo propulsivo, in termini di peculiare capacità di generare un’accumulazione di capitale originaria, ad opera della grande industria e delle grandi banche (queste ultime di fatto, in Sicilia come nel Mezzogiorno, distrutte ed asservite al sistema creditizio del Nord, grazie alle riforme del mercato bancario messe in campo, nei primi anni Novanta, da un altro servo degli interessi del grande capitale oligopolistico come Giuliano Amato).

Di fronte a tale problema grande come una montagna, il sistema politico-sindacale ha generato un topolino. Il cosiddetto piano di reindustrializzazione di Termini Imerese, sbandierato dal Governo-Berlusconi, e da ben tre Ministri del Sottosviluppo Economico (Scajola, Berlusconi ad interim e Romani), ad oggi appare incerto e indefinito. Mentre la Fiat ha annunciato la chiusura definitiva dello stabilimento per il 23 novembre prossimo, ancora una volta tradendo unilateralmente la promessa di tenerlo in funzione almeno fino al 31 dicembre, ad oggi il piano di reindustrializzazione del sito è affidato, per più del 90% del suo successo, ad un imprenditore di media dimensione, il molisano Di Risio, che con la sua DR Motors, finora, ha fatto soltanto il piccolo assemblatore, ed il venditore, di automobili da lui progettate, e realizzate con componenti importate dal gruppo automobilistico cinese Chery. Tramite l’acquisizione dello stabilimento di Termini Imerese, la DR Motors dovrebbe arrivare a produrre ben 60.000 automobili all’anno, e trovare le risorse per finanziare un fabbisogno di investimento pari a 130 milioni di euro, in pratica il valore di una legge finanziaria di una piccola regione! Nessuno è informato, perlomeno nel dibattito pubblico, sul fatto che tale imprenditore, che prevede di passare dalla sua attuale produzione di 36.000 veicoli all’anno ad una complessiva di quasi 100.000, abbia le risorse, il mercato e le capacità imprenditoriali per realizzare un simile salto di qualità, nonostante un precedente che avrebbe dovuto far scattare qualche campanello di allarme: Di Risio ha infatti, nei mesi scorsi, avviato una negoziazione con Fiat per rilevare lo stabilimento Irisbus di Valle Ufita, che IVECO intende chiudere, e poi, quando le trattative erano giunte a buon punto, ha improvvisamente abbandonato il progetto, dirigendosi subito su Termini Imerese.
Poiché l’iniziativa di Di Risio dovrebbe assorbire l’87% dei 1.500 addetti ex-Fiat che dovrebbero essere riassunti con il piano di reindustrializzazione, potrebbe anche verificarsi l’ennesimo fallimento delle politiche di industrializzazione o reindustrializzazione di stampo borghese, condotte nel Mezzogiorno. Evidentemente, i fallimenti dei piani di reindustrializzazione di Ottana, di Manfredonia, di Bagnoli, di Gioia Tauro, della Valbasento, ecc. ecc. non hanno insegnato niente. E Termini Imerese potrebbe aggiungersi alla già lunga lista. Ma d’altra parte, la serietà dell’impegno dei nostri policy makers nel risolvere il problema di Termini Imerese, si è vista sin dal 2009, quando, prima dell’entrata in scena di Di Risio, il Ministero del Sottosviluppo Economico si era messo nelle mani di tale Simone Cimino, a capo di una società finanziaria siciliana, finito agli arresti a Giugno per manipolazione informativa del mercato ed intralcio alle attività di vigilanza. Costui, che avrebbe dovuto addirittura creare a Termini Imerese il polo europeo dell’auto elettrica e delle energie rinnovabili, calamitando gli investimenti del colosso indiano Reva, era già finito nei guai nel 2009, quando un’interrogazione parlamentare gettò un’ombra pesante su una impresa da lui partecipata, la T-Link, amministrata da Salvatore Errante Parrino, già membro del collegio di difesa dell’imprenditore Michele Aiello, coinvolto nel processo contro Totò Cuffaro. Evidentemente, al grande capitale, lo sviluppo industriale della Sicilia non interessa. Quindi la politica se ne occupa a margine (avete sentito parlare, dal neo-premier Monti, del problema di Termini Imerese? Io no. Gli ho solo sentito parlare di bilancio dello Stato) e quindi, occupandosene marginalmente, lo fa in modo dilettantistico, improvvisato ed avventuristico.
Lo stesso asservimento della politica agli interessi economici vale sul campo delle politiche fiscali e monetarie. La Bce, prodotto del sistema-euro, ovvero di un apparato creato ad hoc per realizzare un mercato finanziario di scala europea, particolarmente appetibile per gli investitori perché privo di rischi di cambio e di barriere aministrative alla circolazione dei capitali speculativi, ed il Governo-Monti, altro prodotto dei mercati finanziari, sono lì per fare le politiche monetarie e di bilancio richieste dai mercati, non per rispondere alle esigenze dei popoli.

Conclusioni

La verità è una sola, e cioè che, come insegna Marx, la struttura dei rapporti sociali di produzione determina la sovrastruttura politica, culturale e sociale, e che questa è asservita alle dinamiche strutturali dei rapporti di produzione. Basta citare il celebre passaggio di Marx, contenuto nella Critica dell’Economia Politica del 1859:

nella produzione sociale delle loro esistenze, gli uomini inevitabilmente entrano in relazioni definite, che sono indipendenti dalle loro volontà, in particolare relazioni produttive appropriate ad un dato stadio nello sviluppo delle loro forze materiali di produzione. La totalità di queste relazioni di produzione costituisce la struttura della società, il vero fondamento, su cui sorge una sovrastruttura politica e sociale ed a cui corrispondono forme definite di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo generale di vita sociale, politica ed intellettuale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. Ad un certo stadio di sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in conflitto con le esistenti relazioni di produzione o – ciò esprime meramente la stessa cosa in termini legali – con le relazioni di proprietà nel cui tessuto esse hanno operato sin allora (…) A quel punto inizia un’era di rivoluzione sociale. I cambiamenti nella base economica portano prima o dopo alla trasformazione dell’intera immensa sovrastruttura. Nello studio di tali trasformazioni è sempre necessario distinguere tra la trasformazione materiale delle condizioni economiche di produzione, che può essere determinata con la precisione propria delle scienze naturali, e le forme legali, politiche, religiose, artistiche o filosofiche – in una parola: ideologiche – in cui l’uomo diviene conscio di questo conflitto e lo combatte. Così come non si può giudicare un individuo da ciò che egli pensa di sé stesso, questa coscienza dev’essere spiegata partendo dalle contraddizioni della vita materiale, dal conflitto esistente tra le forze sociali di produzione e le relazioni di produzione”.

Nella fase oligopolistica del capitalismo, ci spiega inoltre Sweezy, il peso della struttura nel determinare la dinamica della sovrastruttura politica diviene ancor più forte, perché la capacità di influenza sulle decisioni politiche delle grandi concentrazioni di capitale, prive di sostanziali contrappesi concorrenziali, quindi di fatto operanti in oligopolio o monopolio, diviene preponderante, e passa per il tramite del potere finanziario, di quello mediatico, di quello più strettamente produttivo ed occupazionale (quanto pesa la minaccia di Marchionne di delocalizzare i suoi impianti produttivi, se non si fa come si dice, considerando le centinaia di migliaia di persone il cui posto di lavoro dipende dalla presenza della Fiat?)
 
17 novembre 2011 
 
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

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