L’INDIPENDENTISMO SARDO:RAGIONI, NOBILTA’ E DUBBI di Riccardo Achilli

 

 
 

 

L’INDIPENDENTISMO SARDO:
RAGIONI, NOBILTA’ E DUBBI
di Riccardo Achilli

Indipendenza, non secessione

Diversi anni fa, in uno dei tanti lavori che ho fatto nella vita, mi trovavo a fare il pubblico ufficiale a Cagliari. In ufficio, ero il continuo oggetto di approcci da parte di un collega, un signore veramente simpatico e colto, militante di Sardigna Natzione. Non essendo io sardo né residente in Sardegna, e trovandomi lì per un periodo del tutto temporaneo, questi approcci non erano mirati ad ottenere una mia adesione al movimento, ma semplicemente il sig. Delogu (il nome è immaginario), intuendo quali fossero le mie idee politiche, cercava di convincermi della coerenza fra queste e quelle del sardismo.
Certo le argomentazioni del mio amico erano tutt’altro che peregrine, e si innestavano su una storia di indipendentismo sardo che merita il massimo rispetto, per le sue lunghe lotte, per l’alto profilo ideale, per l’onesta tensione a servizio di una comunità storicamente dominata e vessata da chiunque avesse posto piede sull’isola.

Sgomberiamo subito il campo da un luogo comune frutto di ignoranza: l’indipendentismo sardo non ha niente a che vedere con il secessionismo della Lega Nord. Non soltanto perché ne critica il profilo razzista e xenofobo, ma soprattutto perché sono diversi gli obiettivi. L’indipendentismo sardo vuole veramente l’indipendenza della Sardegna, in nome di un modello di sviluppo diverso da quello capitalistico.
La Lega Nord usa la rivendicazione di indipendenza essenzialmente come alibi per celare obiettivi di ribellione fiscale e di redistribuzione delle risorse maggiormente favorevole al Nord, con la conseguenza che in tutti questi anni si è trovata molto bene a gestire le leve del potere comodamente assisa sulle poltrone della Roma ladrona. La Lega Nord non sostiene realmente istanze indipendentistiche perché, per il Nord Italia che ha di fatto unificato il Paese, esse sono storicamente prive di fondamento, tanto che ha bisogno di inventarsi di sana pianta radici celtiche per certi versi discutibili sotto il profilo etnico e miti che non sono mai esistiti nella storia dei popoli del Nord (come l’ampolla del Sacro Po, o altre sciocchezze).
L’indipendentismo sardo non ha bisogno di inventarsi storie e mitologie, perché la sua storia è genuina, ed affonda in un passato lunghissimo di lotta per la difesa della propria autonomia nazionale contro gli invasori romani, pisano-genovesi, aragonesi, piemontesi, italiani, ecc. La Lega Nord non cerca in modo convinto, se non a parole, collegamenti politici concreti con i movimenti di liberazione delle minoranze nazionali nel mondo, come ad esempio l’indipendentismo basco o quello catalano, mentre tale ricerca di alleanze internazionali fa parte del DNA politico della galassia indipendentista sarda, attivamente coinvolta nella difesa dei movimenti di liberazione nazionale, anche per quei popoli del Terzo Mondo che sono oggetto del razzismo leghista (ad esempio, non mi risulta che la Lega abbia difeso, come invece ha fatto Sardigna Natzione, la lotta di indipendenza nazionale del Sahara occidentale). La Lega, chiusa nel suo razzismo di provincia, non cerca di creare un circuito partenariale internazionale alternativo ad un’Unione europea marcata da una impostazione liberista e dal dominio dell’asse franco-germanico. Un modello di partenariato internazionale alternativo alla UE è invece una delle priorità dell’indipendentismo sardo.

Più in generale, la differenza che passa fra un movimento secessionista, come la Lega, ed un movimento indipendentistico, lo spiega l’attuale leader di Sardigna Natzione, Bustianu Cumpostu. E non è una questione lessicale: il secessionismo avviene all’interno di un Paese unitario e di un unico popolo, ed è spesso motivato da rivendicazioni economiche e fiscali tese a modificare a proprio favore il flusso delle risorse finanziarie pubbliche, prelevate dal territorio sotto forma di imposte, o erogate sotto forma di spesa pubblica. L’indipendentismo, invece, parte dal presupposto che il Paese dal quale ci si vuole liberare non è unitario, ma che il proprio popolo è un popolo a sé stante, soggetto ad una dominazione coloniale da parte di un altro popolo.

In linea generale, per chi come me si richiama, fra le sue radici, anche al libertarismo, le istanze indipendentistiche delle comunità nazionali locali non possono che essere considerate legittime ed è più che doveroso sostenerle. Sono anche io convinto, come Mina Graur, che “il bisogno di appartenenza a un gruppo distinto e ben definito è stato fin dai primissimi tempi un istinto naturale, direi quasi biologico, degli esseri umani: una lingua e delle tradizioni comuni, l’avere gli stessi progenitori, condividere la stessa storia o la stessa mitologia”. Così come, facendo parlare Proudhon, “le premier effet de la centralisation est de faire disparaître, dans les diverses localités d’un pays, toute espèce de caractère indigène; tandis qu’on s’imagine par ce moyen d’exalter dans la masse l’activité politique, on la dètruit dans ses parties constitutives…en un mot, l’anéantissement des nationalités particulières, où vivent et se distinguent les citoyens, en une nationalité abstraite où l’on ne respire ni ne se connaît plus; voilà l’unité” (La fédération et l’unité en Italie).

 

 

Le ragioni forti dell’indipendentismo sardo

E certamente di ragioni per liberarsi dal controllo coloniale italiano la Sardegna ne ha più di una. La depredazione delle sue risorse, naturali ed umane, condotta dallo Stato unitario, e nel dopoguerra spacciata dietro l’alibi, del tutto ridicolo, di “politiche di industrializzazione e sviluppo” gestite e finanziate con una logica romano-centrica, ha condotto ad una deturpazione delle vocazioni produttive del territorio, ad un dissesto ambientale ed a una desertificazione sociale e morale, rincorrendo progetti di industrializzazione del tutto inadeguati per la realtà del contesto, senza erogare in cambio alcuno sviluppo endogeno, e neanche garanzie occupazionali. Lo sciagurato “piano per la rinascita della Sardegna”, varato nel 1962 nell’ambito dei cosiddetti progetti speciali della Casmez, ha creato un’industria devastante per l’ambiente, priva di possibilità di generare indotto per via della sua forte integrazione verticale, ed a scarsa capacità di assorbimento occupazionale, per via della sua natura “capital intensive”, come il petrolchimico, a Sarroch ed a Porto Torres, e, nel peggiore dei casi, ha generato un’industria chimica e delle fibre sintetiche priva di qualsiasi logica economica e di mercato, rapidamente estintasi, lasciandosi dietro le aree industriali di insediamento completamente devastate e spolpate,depredate da qualsiasi prospettiva alternativa di sviluppo e utili solo come bacino di emigranti, come può constatare chiunque, come me, abbia visitato l’ex polo delle fibre sintetiche di Ottana, collocato, senza alcuna logica economica, ma con una logica puramente speculativa a favore di un gruppo industriale del Nord (Rovelli) nell’esatto centro della Sardegna.
In ultima analisi, tutte le politiche di sviluppo venute da Roma non hanno svolto nessun’altra funzione che quella di regalare soldi pubblici ad imprenditori-pirati venuti da fuori (Rovelli, Moratti, ecc.), alimentare il circuito burocratico/affaristico e politico nazionale e regionale (con una politica regionale asservita alle logiche romane) e fare un po’ di assistenzialismo occupazionale a fini di feudalesimo politico/elettorale, peraltro molto precario, stante il fatto che la maggior parte dei progetti industriali messi in piedi fra anni Sessanta ed Ottanta, tramite la generosa incentivazione pubblica a capitale extraregionale sono poi falliti (non soltanto nella chimica, ma anche nell’agroindustria, come rivela la vicenda della ex Palmera di Olbia, fortunatamente rilevata dall’As Do Mar, ma ovviamente con una forte riduzione del numero degli addetti originari, così come anche nel settore della metallurgia e dell’alluminio, o in quello estrattivo, per non parlare di un settore portuale-cantieristico mai realmente decollato, nonostante cospicui investimenti). In cambio, ha distrutto le potenzialità di sviluppo endogeno che l’economia isolana, se lasciata sola, avrebbe potuto esprimere: il turismo è in mano alle grandi catene ricettive extraregionali, con i sardi che vi lavorano come manovalanza; l’agroalimentare di qualità è strangolato da costi di produzione altissimi, e da prezzi penalizzanti, stabiliti su mercati sui quali i produttori regionali non hanno alcuna incidenza, ma anche dalla cialtroneria e dal dilettantismo del ceto politico/burocratico regionale, incapace di organizzare il sia pur minimo sistema di supporto e promozione; l’ambiente è devastato, le tradizioni artigianali locali, che avrebbero potuto disegnare un futuro produttivo di nicchia e di qualità, devastate dall’industrializzazione pesante, che ha sottratto braccia all’artigianato. E non vi è stato alcuno sviluppo; il Pil pro capite è l’82,5% del dato del Centro-Nord; il tasso di disoccupazione, allargato agli scoraggiati, è del 19,4%, raggiungendo il 21% per i giovani; il saldo migratorio endemicamente negativo.

E’ ovvio, in simili condizioni, che lo spirito indipendentistico sia radicato nel cuore dei sardi. E se si analizza la proposta politica della principale formazione indipendentistica sarda, ovvero Sardigna Natzione e Indipendentzia (il Psdaz è oramai una formazione politica completamente integrata nelle logiche di potere ascare che governano la regione, non certo in nome degli interessi dei suoi abitanti) si rinvengono proposte ed idee senz’altro interessanti e condivisibili. A partire dall’analisi, secondo cui “la caratteristica specifica della oppressione vissuta dal nostro popolo sta nella negazione della esistenza del diritto alla “diversità” che presuppone l’essere Sardi nello stato italiano”. A lungo, un’idea di “modernità” che veicolavano i media e gli intellettuali, in Italia, consisteva semplicemente nel superare il regionalismo e le identità locali in quanto retaggi degli Stati pre-unitari, di tempi oscuri di potentati locali semi-feudali (anche se vi sono alcune importanti eccezioni, come ad esempio Italo Calvino, impegnato in un recupero delle tradizionali popolari regionali). Il tutto, ovviamente, funzionale a precipitare il nostro Paese nella dominazione, forse più moderna ma nient’affatto meno feroce, del capitalismo finanziarizzato. Oggi, alcuni di questi stessi intellettuali che predicavano la fine del localismo e l’ineluttabilità di una sempre maggiore integrazione globale, che spingevano i giovani ad imparare l’inglese ma li prendevano a scappellotti se pronunciavano una parola in dialetto, se ne stanno attaccati al televideo, istupiditi, a fremere per un abbassamento di qualche decimo di punto dello spread, ad esultare per un buon collocamento di un’asta di Bot, a sperare che un conflitto mediorientale non innalzi il prezzo internazionale del greggio. Sperando cioè di non essere stritolati da quella globalizzazione cui avevano servilmente inneggiato, aiutando, con la loro propaganda, gli spontanei meccanismi di concentrazione oligopolistica e di allargamento internazionale dei processi di accumulazione, anche con mezzi imperialistici, che sono stati utilizzati dal capitalismo per contrastare la tendenza fisiologica alla caduta del saggio di profitto medio. Speranza ovviamente vana, poiché, nella sua fase oligopolistica, finanziaria e globale, il capitalismo non ha fatto altro che approfondire le sue contraddizioni sistemiche, paralizzando la creazione di plusvalore reale in n nome di un profitto finanziario puramente fittizio che nel medio periodo, essendo privo di una base produttiva reale, finisce per esplodere in disastrose bolle, e consegnando i processi di accumulazione ai Paesi emergenti (i cosiddetti BRIC) in quello che si configura come un gigantesco processo di redistribuzione del benessere su scala mondiale, che difficilmente non potrà alimentare tensioni geo-politiche e guerre distruttive. Il tutto mentre i processi di distruzione dell’ambiente, facilitati proprio dalla globalizzazione, che ha consentito il trasferimento delle attività produttive a maggiore impatto ambientale su Paesi emergenti che avevano bisogno di mantenersi in condizioni di assoluta deregolamentazione ambientale per attrarre investimenti esterni, ci porta, oggi, ad un panorama previsionale in cui, secondo il club di Roma, lo sviluppo capitalistico si bloccherà entro 40 anni al massimo, per esaurimenti della risorse ambientali, a meno che non si adottino correttivi palesemente contrari agli assetti strutturali stessi del capitalismo.

Da questo punto di vista, quindi, un approccio localistico ed autonomistico non può che essere salutato con favore, sia perché restituisce al cittadino “respiro” e partecipazione politica reale, e non quella fittizia intermediata dal voto borghese, come ben diceva Proudhon, ma anche perché sembra essere l’unica alternativa praticabile alla destrutturazione dell’estremo centralismo nell’accumulazione e nella generazione di profitti che il capitalismo, nella sua fase finanziarizzata ed oligopolistica, ha prodotto (con la conseguenza che i lavoratori subiscono decurtazioni sempre più pesanti dei loro diritti, in ragione del crescente potere di mercato del capitale globalizzato e sempre più mobile, su mercati del lavoro che rimangono invece confinati ai confini nazionali, e della crescente distanza dei mercati finanziari dall’economia reale) e per innescare circuiti produttivi maggiormente rispettosi delle risorse ambientali sempre più scarse e compromesse.

Quindi ben venga, a mio avviso, la proposta politica di movimenti come Sardigna Natzione, ben venga il recupero di una identità culturale, tenendo a mente l’insegnamento di Gramsci circa l’importanza primaria dell’egemonia culturale nella lotta degli oppressi. Perché fintanto che l’egemonia culturale rimane alla borghesia capitalistica, la rappresentazione del mondo che questa imporrà sarà funzionale all’accentramento del potere economico e politico ed alla lontananza dei problemi economici dal mondo della produzione reale di merci, poiché questo è il fondamento di un capitalismo accentrato sugli oligopoli e sulla finanza. Ben venga quindi il recupero della cultura tradizionale e popolare sarda e della sua lingua. Ben venga la richiesta di indipendenza dall’Italia, che ha soltanto sfruttato le risorse di questa meravigliosa isola, ovviamente una indipendenza intelligente, come quella effettivamente proposta da Sardigna Natzione, che non sia cioè autarchia, ma che apra alla creazione di un circuito di relazioni economiche, culturali e politiche con l’area mediterranea, scardinando così il centralismo franco-tedesco che ha sino ad oggi governato l’Unione Europea, a tutto svantaggio dei popoli mediterranei, chiamati oggi a salvare un progetto, quello dell’euro, che non è stato concepito per loro, e che non ha loro portato benefici in termini di maggior benessere (tutt’altro). Indipendenza che sia piena, e che quindi contempli, come giustamente rivendica SNI, lo smantellamento completo delle basi militari NATO ed italiane sull’isola.

Ben venga l’abbozzo di un modello di sviluppo alternativo, che parte da una profonda critica al liberismo ed alla globalizzazione capitalistica, dove invece occorre ripartire dalle vocazioni e dalle risorse locali, di tipo ambientale, artigianale, culturale, per reimpostare uno sviluppo fortemente attento alle compatibilità sociali, prevedendo la stabilità del lavoro e la creazione di un ostato sociale inclusivo, grazie al forte intervento pubblico nell’economia. Benissimo le idee di democrazia diretta che parta dalle micro comunità locali federate fra loro, e che smantelli l’apparato burocratico autoreferenziale, in nome di un popolo che si autoamministra tramite assemblee locali e rappresentanti eletti direttamente, con principi di turnazione, ed in qualsiasi momento revocabili (a dire il vero queste idee sono proprie delle componenti più radicali di SNI). Non a caso il modello di riferimento è quello dei Giudicati sardi del XIV-XV secolo, sistemi politici molto moderni, e per certi versi progressisti, rispetto agli assetti feudali allora esistenti nel resto d’Europa. Nei Giudicati, il Re (judex) doveva ricevere una formale investitura da un’assemblea eletta dal popolo, sulla scorta di un mandato politico ben preciso (il bannus-consensus), e poteva in qualsiasi momento essere destituito dalla medesima assemblea. A livello locale le singole Curadorias, venivano amministrate da un Curadore e da un consiglio detto Corona de Curadoria, eletto dalla popolazione, con una ampia autonomia amministrativa. Inoltre, a differenze degli Stati feudali, i Giudicati non avevano natura privatistica, poiché il patrimonio terriero demaniale (Rennu) era di proprietà pubblica, e veniva amministrato dallo judex in base ai vincoli imposti dal bannus-consensus, mentre con la Giudicessa Eleonora d’Arborea lo stato servile della popolazione rurale venne abolito de facto.

 
I dubbi

Dov’è però che i conti non tornano, e qual’è il limite strutturale di tale proposta politica, come di molte proposte politiche localistiche/autonomistiche? E’ il limite intrinseco del nazionalitarismo, cui tali movimenti più o meno direttamente si ispirano. L’accento posto sull’autonomia su base nazionale, se può contribuire a cogliere con precisione gli aspetti di dominazione imperialistica soggiacenti al rapporto fra una maggioranza ed una minoranza etnica all’interno di uno stesso Paese, e caratterizzate da livelli di sviluppo socio-economico differenziati (e ovviamente penalizzanti per la minoranza) tende a sottovalutare le dinamiche sociali interne alla comunità nazionale, e quindi, detto, in termini marxisti, a sottovalutare il ruolo del conflitto di classe inerente ad un determinato modo di produzione, che la sola autonomia nazionale non può modificare.

Lo stesso Fabio Giovannini, un nazionalitario, scrive con molta lucidità:
 “I movimenti di liberazione nazionale diventano oggi una forma decisiva del conflitto contemporaneo…Viene recuperato un pezzo dell’identità collettiva (l’appartenenza etnico-culturale) e ciò in contraddizione con le frontiere nazionale/statali date. Indubbiamente vi è qualcosa di ambiguo e di pericoloso in una enfatizzazione del nazionalismo, anche in chiave di liberazione. I movimenti nazionalitari possono essere la premessa (e in passato è spesso stato così) per ulteriori ostilità anche armate tra gruppi vicini in contrapposizione atavica. Esiste un approccio reazionario e regressivo al nazionalismo, ed esiste un approccio dinamico e fecondo (la rivendicazione di un territorio autoregolato, autogovernato, autocentrato). Il rispetto e la valorizzazione delle differenze culturali può scivolare facilmente in una moderna forma di razzismo” (“Popolo e nazione”, su http://indipendenza.org).

Ora, mentre Giovannini identifica chiaramente il rischio di derive nazionaliste, non spiega affatto come la sola lotta di liberazione nazionale, di per sé, possa condurre ad un autogoverno, per di più fecondo, ed in grado cioè di garantire giustizia sociale e distributiva ed emancipazione e libertà individuale. Non lo può spiegare perché non esiste un nesso automatico fra le due cose: la liberazione nazionale da una dominazione imperialistica esterna è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per innescare meccanismi di avvicinamento al socialismo. Per arrivarci, serve la capacità di orientare in senso socialista la lotta di classe all’interno della comunità nazionale resasi autonoma da influenze esterne.

Ancora dalla rivista Indipendenza, un ulteriore contributo (“Liberazione nazionale: una necessità”) conferma questo assunto. Vi si legge che “la rivendicazione della propria specificità culturale, strettamente legata alla ‘materialità’ del controllo e dell’autogoverno dell’habitat d’appartenenza, rappresenta per ogni popolo la conditio sine qua non per ridisegnare -su piani di equità e di rispetto- relazioni sociali, modi di produzioni, nuovi assetti del territorio, ecc., in una prospettiva possibile di autentica liberazione globale. Con il suo portato di ‘specificità’, ogni identità popolare, nella misura in cui prende coscienza di sè ricercando pienamente forma espressiva e sviluppo, risitua su un piano più profondo lo scontro con la non-cultura del capitale, il quale solo in virtù del dominio psichico e a-culturale, e dell’appiattimento delle differenze, riesce a creare le condizioni del suo prevaricare”.

Come si vede, il legame fra autonomia nazionale e capacità di governare questa autonomia con meccanismi di equità sociale in grado di ridisegnare i modi di produzione in senso socialista viene dichiarato in forma apodittica, senza una illustrazione del meccanismo attraverso il quale passa questo legame. Credere che la sola conquista dell’autonomia nazionale, o meglio anche solo la presa di coscienza della propria specificità nazionale, porti di per sè a superare l’egemonia culturale del capitalismo, senza che sia intervenuta una modificazione nei rapporti di classe all’interno della società tramite una specifica lotta di classe, è quantomeno azzardato. La conquista dell’autonomia nazionale può benissimo avvenire nell’ambito del modo di produzione capitalistico, o comunque del modo di produzione preesistente. La Cina sta conquistando in questi anni la sua piena autonomia nazionale, arrivando gradualmente a divenire una super potenza sullo scenario geo politico globale, pur rimanendo un sistema nel quale lo sfruttamento del lavoratore, in termini di rapporto fra salario e produttività richiesta, è su livelli tali da poter smentire tranquillamente il teorema secondo cui ad una maggiore autonomia nazionale corrisponda un maggior grado di socialismo, o anche solo di giustizia sociale.

La focalizzazione sul solo obiettivo di liberazione nazionale porta quindi a due rischi, entrambi presenti nell’indipendentismo sardo:

– la deriva verso forme di nazionalismo negative, rischio di cui parla Giovannini: vale la pena di ricordare che nel programma politico di SNI rientrano provvedimenti di sapore quantomeno sospetto: l’imposizione di una tassa ai non residenti per l’ingresso in Sardegna (la “bona intrada”)e la previsione di graduatorie che discriminano fra sardi e non sardi nell’accesso a concorsi pubblici o a provvedimenti sociali (anche se tali elementi programmatici sono comunque fonte di un animato dibattito interno a SNI, fra l’ala più radicale dell’indipendentismo e quella più vicina a posizioni internazionalistiche);

– l’assenza di una prospettiva di analisi classista della società sarda e di lotta di classe, quindi il mantenimento dello status quo capitalistico, che non consente di correlare all’autonomia nazionale forme di emancipazione sociale, libertà, giustizia distributiva di tipo socialista e libertario. Il programma economico di SNI continua a muoversi entro il quadro del capitalismo: la richiesta di zona franca è un espediente per aumentare la competitività di costo delle imprese sarde sui mercati capitalistici; la libertà di impresa privata viene garantita ed anche incentivata; le proposte di sviluppo del comparto agroalimentare puntano sulla promozione all’export su mercati concorrenziali; la politica dei trasporti è legata ad un’espansione competitiva sui mercati mediterranei. La preservazione del capitalismo non può, alla lunga, garantire l’attuazione dei pilastri del progetto di SNI, ovvero giustizia sociale, tutela dell’ambiente e democrazia diretta, perché ciò è incompatibile con il capitalismo stesso.

 Tirando le fila

In sostanza, il progetto d’insieme di SNI è incompatibile con una prospettiva esclusivamente nazionalitaria, ma deve estendersi anche alla lotta di classe. Certo, l’indipendentismo sardo ha ottenuto successi indiscutibili, nel forgiare una ripresa culturale di identità nazionale nel popolo sardo; ha ottenuto anche successi concreti, come la vittoria ai referendum antinucleari, promossi da SNI, ma anche nel dare la spinta allo smantellamento della base nucleare Usa della Maddalena. Ha avuto un ruolo propulsivo nella protesta dei pastori e dei pescatori, che ha rianimato il panorama stagnante di una società isolana che per un certo tempo non è stata sufficientemente reattiva rispetto alla sua profonda crisi. Ma nell’insieme i risultati non appaiono determinanti, ed il radicamento sociale è poco significativo: l’insieme dei movimenti indipendentisti ha ottenuto un risultato complessivo del 3-4% alle regionali del 2009. Certo giocano numerosi fattori sfavorevoli, dalla modesta copertura mediatica, all’estrema frammentazione, spesso incomprensibile, del movimento indipendentistico in numerose fazioni, percorse da acerrima rivalità, alla presa che il consociativismo e l’assistenzialismo hanno su ampi strati dell’elettorato, ma tali risultati elettorali sono incompatibili con il forte spirito libertario ed indipendentistico del popolo sardo. Ed incomparabilmente più bassi di quelli ottenuti nella stagione del vento sardista degli anni ’80. I dirigenti sardisti dovrebbero riflettere su alcuni eventi significativi, come le esperienze di movimentismo indipendentista giovanile autogestite, che pur facendo riferimento a SNI, mantengono una sostanziale indipendenza ideologica e operativa. Probabilmente, il popolo sardo sente che la sola prospettiva indipendentista, senza una prospettiva di classe e socialista, è insufficiente a garantire sviluppo, giustizia e libertà sostanziale. E’ ovvio: una Sardegna indipendente, se rimanesse nel solco del modello capitalistico, non avrebbe nessuna speranza di sviluppo socio-economico, e nella competizione globale capitalistica precipiterebbe nella miseria. Serve un modello di sviluppo alternativo a quello capitalistico, che peschi dalle migliori esperienze empiriche del libertarismo, ad esempio da quella zapatista, adattandole alla realtà sarda.

Il grande equivoco dell’indipendentismo sardo è tutto nelle parole del suo leader Cumpostu, ed è in fondo l’equivoco del nazionalitarismo. Dice infatti Cumpostu: “se difendere le classi sociali discriminate e sfruttate da altre classi privilegiate che basano i loro privilegi su tale sfruttamento significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se essere di sinistra significa pensare che la lotta di liberazione nazionale sarda sia di esclusiva prerogativa delle classi discriminate, allora non siamo di sinistra”. Il problema è che se la lotta di liberazione nazionale non è strettamente correlata con la lotta per l’emancipazione sociale degli oppressi, l’eventuale successo di tale lotta non fa che creare un nuovo Stato indipendente, all’interno del quale si costruiscono gerarchie sociali basate sullo sfruttamento capitalistico. E’ in fondo lo stesso problema del nazionalitarismo: il successo di una lotta di liberazione nazionale non garantisce, di per sé, l’emancipazione degli oppressi, ma al più ne può costituire una pre-condizione, non sufficiente però, se il progetto non è esplicitamente legato agli interessi degli oppressi, e quindi non assume ab origine un connotato di classe. Se la Sardegna dovesse un domani ottenere la sua giusta e sacrosanta indipendenza nazionale, senza aver condotto tale lotta con obiettivi di emancipazione sociale, cioè subordinandola agli interessi concreti di una determinata classe sociale oppressa, mantenendo invece l’attuale assetto interclassista che caratterizza il sardismo di SNI, non diventerebbe altro che un nuovo Stato capitalista, peraltro a basso livello di sviluppo, destinato quindi a soccombere nella competizione capitalistica.
Quindi la conclusione è una sola: gherrare pro sa libertade non può essere scisso dal gherrare pro sos oppressos.

     Il leader di SNI, Bastianu Cumpostu

4 febbraio 2012

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

1 Commento

Archiviato in Achilli Riccardo

Una risposta a “L’INDIPENDENTISMO SARDO:RAGIONI, NOBILTA’ E DUBBI di Riccardo Achilli

  1. fabio giovannini

    grazie per la citazione, ma non sono un “nazionalitario”. la rivista in questione mi chiese solo un intervento su marxismo e nazionalismo. l’etichetta di nazionalitario non mi appartiene affatto. inoltre, sono convinto anch’io che la lotta di indipendenza nazionale non conduca di per sé all’autogoverno (e infatti nell’articolo non lo affermo)
    cordialmente
    fabio giovannini

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