LA GRECIA DI FRONTE A UNA FASE PRERIVOLUZIONARIA di Alan Woods

 

 

LA GRECIA DI FRONTE A UNA FASE PRERIVOLUZIONARIA
di Alan Woods

La crisi in Grecia è ora entrata in una fase pre-rivoluzionaria.
Domenica (il 12 febbraio ndr) abbiamo visto la più grande manifestazione nella storia della Grecia. Centinaia di migliaia di persone si sono radunate per protestare di fronte al parlamento di Atene contro l’accordo reazionario.

Ecco il vero volto del popolo greco: lavoratori e studenti, pensionati e negozianti, giovani e vecchi, sono scesi in piazza per esprimere la loro rabbia. Lo scontento sta superando il prezzo che il paese è stato obbligato a pagare per il suo secondo salvataggio finanziario, 130 miliardi di euro di prestito dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, destinati a evitare il pericolo della bancarotta e uscita dall’Euro. Tuttavia, il cosiddetto prestito e pacchetto di austerità comprendeva un’ulteriore 3,3 miliardi di tagli a stipendi, pensioni e posti di lavoro solo per quest’anno, aggiungendo sofferenze ai 4 anni di recessione, bassi stipendi e crescente disoccupazione.

La spietata pressione esercitata dall’Unione Europea ha già ridotto all’osso le condizioni di vita, facendo precipitare il paese in una profonda crisi. I disoccupati sono saliti a oltre un milione. Il dato ufficiale, che è del 21%, sottovaluta la portata del problema. Non tiene conto del grande numero di lavoratori greci che teoricamente sono impiegati ma che non ricevono lo stipendio da settimane o addirittura da mesi. I tagli alle pensioni che arrivano a un totale di 300 miliardi di euro, il 22% di riduzione del salario minimo (il 32% per gli under 25) e la perdita di 15000 posti di lavoro nel settore pubblico entro il 2015 colpiranno praticamente ogni famiglia. Gli ospedali sono a corto di farmaci. Gli stipendi e le pensioni sono state falciate. Lo stato d’animo della gente sta arrivando alla disperazione.
Naturalmente, le misure di austerità non hanno colpito i ricchi, che hanno conti all’estero e hanno portato via i loro soldi dal paese. Tutto il peso dell’aumento delle tasse ricade sulle spalle dei poveri, pensionati, lavoratori e piccoli negozianti. Il popolo greco si trova anche ad affrontare ulteriori tagli alle pensioni, stipendi, un ulteriore calo del tenore di vita, e la loro pazienza si è esaurita.

I sacrifici richiesti dall’ultimo pacchetto di austerità hanno fatto infuriare sindacati e lavoratori mentre le richieste della Germania per ottenere misure ancora più dure come condizione perché la Grecia possa continuare a rimanere membro dell’Eurozona hanno scatenato una rabbia collettiva generalizzata. Questo sentimento di furiosa indignazione è venuto fuori domenica quando venivano messe in votazione dal parlamento greco le ultime di più feroci misure di austerità. Il provvedimento è passato con 199 favorevoli e 74 contrari fra scontri violentissimi per le strade di Atene. In decine di migliaia hanno assediato il parlamento.

Repressione statale

La proteste in strada sono iniziate ad Atene ma immediatamente si sono diffuse nelle altre grandi e piccole città della Grecia, comprese Salonicco, Patrasso, Rodi, Corfù e Creta. A Creta 10000 persone hanno manifestato nel centro di Eraklion, dove hanno occupato gli studi televisivi, scandendo slogan.
Il governo e le forze dell’ordine hanno reagito con una violenza senza precedenti, attaccando i manifestanti con cariche, granate stordenti e gas lacrimogeni. I manifestanti hanno combattuto coraggiosamente, rilanciando indietro contro la polizia i lacrimogeni e lanciando pietre e bottiglie molotov improvvisate. Non stiamo parlando di anarchici, come hanno dichiarato i media. Molti erano giovani normali, infuriati dalle provocazioni della polizia che si è anche gettata con le moto in mezzo alla folla. La reazione è stata di rabbia. Manifestazioni e proteste si sono svolte in diverse città, grandi e piccole, accompagnate dall’occupazione dei municipi e degli edifici governativi regionali. C’è stata una situazione insurrezionale per le strade. Lunedì notte, il giorno dopo la grande manifestazione, La gente ha assaltato gli uffici dei un vice-ministro del PASOK a Patrasso, e la sede del LAOS (partito di destra) ad Agrinio.

Domenica 4mila poliziotti in tenuta anti-sommossa hanno brutalmente aggredito i manifestanti ad Atene. Ma alla fine della giornata, il centro era come una zona di guerra. Le strade erano cosparse di vetro e pietre. Ci sono stati circa 45 feriti e gli edifici del centro di Atene, inclusi bar e cinema sono stati incendiati dalle bombe molotov scagliate da manifestanti a volto coperto. Questo è stato preso come pretesto dal governo, che sta cercando di giustificare il suo sostegno al piano di austerità sostenendo che l’alternativa è il “caos”. Lucas Papademos, il Primo Ministro non eletto da nessuno, ha detto davanti al parlamento: “Atti di vandalismo e distruzione non hanno spazio in una democrazia e non saranno tollerati. Faccio un appello pubblico alla calma. In questo momento cruciale, non possiamo permetterci il lusso per questo tipo di proteste. Penso che ognuno è consapevole di quanto sia grave la situazione”. Queste dichiarazioni puzzano di ipocrisia. È evidente che la violenza nelle strade è stata deliberatamente provocata dalle forze repressive dello stato, precisamente per creare un clima di paura e instabilità. Il governo stesso è responsabile di questo. Il ministro delle finanze Evangelos Venizelos ha fatto un disperato appello per il sostegno alla manovra prima del voto di mezzanotte: “Dobbiamo dimostrare che i greci, quando sono chiamati a scegliere fra il male e il peggio, scelgono il male per evitare il peggio”.

Ma nessuna delle cosiddette soluzioni della borghesia possono arrestare il declino. La Grecia non può pagare i suoi debiti. Attualmente sta pagando il 33% di interessi sui prestiti stranieri. Questo significa che è entrata in una spirale verso il basso, un inarrestabile processo nel quale la causa diventa effetto e l’effetto causa: più tagli significheranno una crisi più profonda, più disoccupazione e più basse condizioni di vita.

Questo, a sua volta, significherà meno tasse e un più alto deficit pubblico, che può essere coperto da nuovi piani di salvataggio, che porteranno nuove richieste di tagli, e così via. È come cadere in un buco nero, dal quale non può sfuggire nulla, neanche i raggi di luce.

Crisi politica

Sabato sera, in un discorso televisivo alla nazione il Primo Ministro Papademos ha parlato di quanto sarebbe costato il rifiuto del pacchetto. Ha detto che sarebbe come “portare il paese in un’avventura disastrosa” e “creare le condizioni per un caos economico senza controllo ed esplosioni sociali”. Ha anche aggiunto: “il paese sarebbe coinvolto in un vortice di recessione, instabilità, disoccupazione e miseria protratta e questo avrebbe prima e poi portato il paese ad uscire dall’euro”.
Tutto questo è probabilmente vero, ma non ha per niente convinto il popolo greco a tagliarsi la gola per impedire ad altri di fare la stessa cosa.

C’è una imponente opposizione al piano di austerità. Secondo i sondaggi, il 90% della gente è contraria. Nonostante questo, venerdì il governo ha approvato il pacchetto, ma solo dopo che sei membri avevano rassegnato le dimissioni.

Il LAOS, un piccolo partito di destra nazionalista capeggiato da Giorgios Karatzaferis, ha ritirato l’appoggio e con il sostegno dei due principali partiti alle misure draconiane il Primo Ministro Lucas Papademos ha anticipato l’approvazione in parlamento. In questo caso, tutti i partiti nella coalizione hanno subito scissioni e crisi. 22 parlamentari sono stati espulsi dal Pasok per aver votato contro il piano, e altri 9 astenuti sono stati puniti. 21 parlamentari sono stati espulsi dal partito conservatore Nuova Democrazia. Attualmente il secondo gruppo più grande in parlamento è quello “indipendente” dei 64 membri espulsi. Cosa dimostra tutto questo? Soltanto che questo parlamento screditato non rappresenta il popolo. I sondaggi mostrano un forte calo di consensi sia per il PASOK che per Nuova Democrazia. I consensi al PASOK, anche prima del voto di Domenica, erano soltanto l’8-9%. Ora saranno calati ulteriormente. Non è stato risolto niente con questo voto. Il governo deve ancora soddisfare le dure condizioni legate al prestito e deve rispettare la scadenza di questo venerdì per arrivare a un accordo con gli obbligazionisti e ripagare 14,4 miliardi di euro di bond entro il 20 Marzo.

Ogni serio commentatore ora ritiene che alla fine la Grecia sarà costretta ad uscire dall’eurozona, e probabilmente anche dall’Unione Europea. I piani di emergenza per un ritorno alla dracma sono già stati stilati ad Atene, Berlino e Bruxelles. È solo una questione di tempo. I dati rivisti per il 2011 mostrano una contrazione dell’economia del 6,8%, più di quanto originariamente immaginato, e del 7% nell’ultimo trimestre del 2011. Anche se le ultime disposizioni del piano venissero attuate non sarebbero sufficienti a rientrare dal deficit. Le stime iniziali erano che queste misure sarebbe servite a ridurre il deficit dal 160% del PIL (il livello attuale) al 120% (una quota ancora molto alta). Ma le ultime stime indicano che anche se il piano venisse portato a termine (cosa improbabile) il deficit sarebbe ancora al 136% nel 2020.

Nonostante questo, i finanziatori dell’Unione Europea, capitanati da Angela Merkel, rimangono implacabili. Neanche i tagli approvati dal governo di Atene li soddisfano.
Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano Welt am Sonntag: “Le promesse che arrivano dalla Grecia non ci bastano più”. Ha aggiunto: “La Grecia deve fare il proprio dovere per diventare competitiva, che questo avvenga attraverso un nuovo piano di salvataggio o per un’altra strada che in realtà non si vuole prendere”.
I leader della Germania non accettano le ultime misure come un’opera di carità. Vogliono un accordo firmato dai partiti di governo che queste misure saranno attuate indipendentemente dai risultati delle elezioni in aprile. Vogliono anche mettere i soldi prestati in un fondo speciale fuori dal controllo della Grecia, cosi che prima i creditori siano rimborsati e solo se rimangono soldi possono essere utilizzati dallo stato. Chiedono anche che i greci accettino ulteriori 325 milioni di tagli. Berlino chiede inoltre chiarimenti su come la Grecia intenda tagliare il costo del lavoro del 15%. In altre parole, vogliono tirare fuori il sangue dalle rape.

Questi amichevoli interventi tedeschi non hanno minimamente aiutato il signor Papademos, il cui governo è ora come una nave naufragata sugli scogli in alto mare. La famigerata Troika voleva che il suo governo durasse fino alla fine dell’anno. Invece, è già a pezzi. Come tutti i piani dei leader Europei, anche la coalizione di “unità nazionale” è in rapido disfacimento. La borghesia non ha più il controllo della situazione. Piuttosto, è la situazione che la sta controllando. Ci saranno nuove elezioni in aprile: non sappiamo chi vincerà, però possiamo dire chi perderà. C’è un rabbia verso tutti i partiti presenti nella coalizione di governo, che sono tutti in crisi. Le elezioni produrranno al massimo un’altra debole coalizione di governo pro-austerità, probabilmente capeggiata da Nuova Democrazia. Questo non risolverà niente e porterà ad ulteriori sconvolgimenti. Coalizioni instabili cadranno una dopo l’altra.

Una fase prerivoluzionaria

Lenin sottolineò tempo fa che ci sono 4 condizioni per una situazione rivoluzionaria:

1) una spaccatura nella classe dominante
2) la piccola borghesia che oscilla fra borghesia e classe operaia
3) le masse devono essere preparate a combattere e a fare grandi sacrifici per prendere il potere
4) un partito e una direzione rivoluzionaria pronti a guidare la classe operaia alla conquista del potere

In Grecia al momento sono presenti tutti questi fattori a parte uno. La borghesia è in crisi. Non ha soluzioni per l’impasse attuale. Le sue figure di spicco sono un ritratto di impotenza e incertezza. Sono stretti fra due giganteschi macigni: da un lato la pressione spietata del capitale internazionale, dall’altro, la resistenza feroce delle masse.
La crisi della classe dominante si riflette nelle crisi e scissioni in ognuno del partiti al governo. 40 parlamentari sono già stati espulsi per non aver votato il piano di austerità, ma le misure disciplinari non risolveranno niente. È come rattoppare le crepe di un muro causate da un massiccio movimento sismico delle placche tettoniche. L’attuale governo manca completamente di legittimità agli occhi delle masse. È il governo dei banchieri che non è mai stato eletto da nessuno. L’odio verso le banche e i ricchi in generale è universale. Il sentimento generale di rivolta si è diffuso anche alla classe media che ha visto crollare il proprio tenore di vita: i piccoli imprenditori che sono stati costretti alla bancarotta; i funzionari pubblici che hanno perso il lavoro, i tassisti che affrontano la rovina. Non è vero che la classe media sta oscillando fra la borghesia e il proletariato. In Grecia la classe media è stata costretta dalla crudele necessità a prendere la strada della rivoluzione. Riguardo invece alla classe operaia? Negli ultimi due anni, il proletariato greco ha mostrato un’enorme attivismo e determinazione. Ci sono stati 17 scioperi generali, e numerose manifestazioni di massa e proteste di ogni tipo. Uno dovrebbe chiedersi: cos’altro vogliamo chiedere alla classe operaia? Cos’altro pretendiamo ancora?

È vero che lo sciopero generale di 48 ore organizzato dai sindacati la scorsa settimana non è stato un gran successo. Questo indica che lo spirito combattivo della classe operaia sta venendo meno? Questo significa che le masse si sono messe l’animo in pace, e the la borghesia è riuscita a ristabilire l’equilibrio necessario? Al contrario, il vecchio equilibrio politico e sociale è stato completamente distrutto in Grecia. Non verrà ristabilito facilmente o velocemente. Come si spiega la ridotta partecipazione allo sciopero generale di 48 ore? La risposta è molto semplice: I lavoratori hanno capito che gli scioperi di 1 o 2 giorni non risolvono nulla. Ci sono alcuni casi in cui gli scioperi e le manifestazioni possono costringere un governo a cambiare le proprie politiche. Ma questo non è uno di quei casi.

La crisi è troppo profonda per permettere alla borghesia un margine di manovra. Non abbandoneranno la strada intrapresa, che, in ogni caso, viene dettata a loro da Berlino e Bruxelles.
I dirigenti sindacali in Grecia – come in ogni altra parte del mondo – non capiscono la gravità della situazione. Anche se si considerano dei grandi realisti, sono in realtà più ciechi dei ciechi. Vivono in un passato che si è già ritirato nelle nebbie della storia. I dirigenti sindacali si immaginavano che con una piccola opposizione, avrebbero potuto convincere la borghesia a fargli alcune concessioni. “dopo tutto siamo moderati, non rivoluzionari”. Ma al posto di concessioni hanno ricevuto un calcio nei denti. La verità è che i dirigenti sindacali hanno usato gli scioperi generali di un giorno come una valvola di sfogo per le masse. Uno sciopero generale è in realtà solo una dimostrazione. Può esser utile nel mobilitare la classe, compresi gli strati più arretrati e inerti. Nelle strade i lavoratori sentono il proprio potere e cresce la propria fiducia. Questo è il lato positivo dello sciopero generale, ma se questa azione viene ripetuta all’infinito, senza che siano mostrati risultati concreti, i lavoratori ne vengono stancati. Possono vedere che tutti questi scioperi hanno fatto perdere loro un sacco di soldi, ma non hanno raggiunto il loro obiettivo. Arrivano alla conclusione che siano necessaria azioni più forti. Ma che tipo di azioni?

Ecco che la questione della direzione assume un’importanza cruciale. I metodi puramente sindacali non possono risolvere il problema, perché la natura del problema non è sindacale ma politica. È una questione di una classe contro l’altra, di lavoratori contro i padroni, ricchi contro poveri: in ultima analisi è la questione del potere statale.
La tattica di organizzare scioperi generale di 1 o 2 giorni si è completamente esaurita. L’unica possibilità ora è di uno sciopero generale a oltranza per rovesciare il governo. Ma uno sciopero generale a oltranza non è più una dimostrazione. Pone di punto in bianco la domanda: chi è il padrone di casa? Chi governa: voi o noi? In altre parole, si pone la questione del potere. Questa è una questione che nessuno degli attuali dirigenti della sinistra è preparato a porsi.

Hanno paura a spiegare alla gente quello che hanno bisogno di sapere: Non sarà possibile risolvere i problemi della Grecia fino a quando il potere sarà nelle mani di un pugno di ricchi parassiti: banchieri, padroni, palazzinari e armatori. È impossibile curare il cancro con un’aspirina. Quello che è necessario è un autentico governo di sinistra – un governo dei lavoratori preparato ad espropriare le banche e i grandi gruppi industriali – sia nazionali che stranieri – e introdurre un’economia pianificata, sotto il controllo democratico della classe operaia. Per liberare l’economia greca dalla stretta alla gola del capitale straniero, tutti i debiti devono essere considerati nulli e ci dovrebbe essere il monopolio del commercio estero. Dovrebbero essere prese drastiche misure rivoluzionarie contro gli speculatori e la gente che porta i propri capitali all’estero. Queste sono condizioni primarie, senza le quali nessuna soluzione è possibile. Tuttavia, perfino queste misure non sarebbero sufficienti. Nelle condizioni attuali, nessuna nazione può salvare se stessa su basi nazionali. Il socialismo in un solo paese è un’utopia reazionaria, come dimostra chiaramente l’esperienza dell’Unione Sovietica e della Cina. Una Grecia socialista dovrebbe fare un appello ai lavoratori europei perché seguano il suo esempio: liberarsi dal giogo del capitale e unirsi in una Federazione Socialista Europea, costruita sulle solide basi dell’uguaglianza e solidarietà.

L’unica cosa che separa la classe operaia dalla presa del potere è la mancanza di una direzione. I sondaggi indicano che i partiti di sinistra (Synaspismos, KKE e Sinistra Democratica) hanno oltre il 40%. Questo dimostra che la classe operaia sta guardando ai partiti di sinistra per risolvere i propri problemi. Ma le posizioni settarie impediscono loro di unirsi nell’azione. Il KKE rifiuta di collaborare con gli altri partiti di sinistra. Domenica hanno perfino organizzato manifestazioni separate. Questo è un errore fatale. La classe operaia chiede unità di azione contro i padroni e una vera politica socialista! Ciò che si richiede a gran voce è l’applicazione della politica leninista del fronte unico. Una politica e un programma del genere sarebbero sufficienti a gettare i partiti della borghesia nella pattumiera della storia a cui appartengono.
La nostra bandiera è quella del socialismo e dell’internazionalismo proletario, l’unica strada percorribile per i lavoratori in Grecia, in Europa e nel mondo intero.

Londra, 14 febbraio 2012

dal sito http://www.marxismo.net/

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