LA FLESSIBILITA’ DEL LAVORO: MITI E REALTA’ di Riccardo Achilli

 

 

LA FLESSIBILITA’ DEL LAVORO:
MITI E REALTA’
di Riccardo Achilli

L’elemento giustificativo principale che i liberisti adducono per motivare l’introduzione di maggiori dosi di flessibilità sul mercato del lavoro è che la flessibilità riduce la disoccupazione, fino ad azzerarne la componente involontaria. In altri termini, la flessibilità sul mercato del lavoro, secondo l’approccio di Monti e di Confindustria, condurrebbe in automatico, dopo un processo di aggiustamento progressivo, che può durare anche alcuni anni, ad un equilibrio di lungo periodo in cui la disoccupazione è soltanto volontaria, ovvero composta da persone che non intendono lavorare per il salario medio offerto sul mercato del lavoro, oppure esclusivamente momentanea, cioè derivante da momentanei mismatch informativi fra domanda ed offerta di lavoro per il singolo lavoratore e la singola impresa (ovvero è “frizionale”, derivando cioè da temporanee frizioni sul mercato del lavoro).

Tale impostazione deriva fondamentalmente dai modelli neoclassici di equilibrio economico generale, secondo i quali in condizioni di concorrenza perfetta i mercati tendono automaticamente verso l’equilibrio. In pratica, se gli n-1 mercati dei beni sono in equilibrio, nel senso che la domanda uguaglia l’offerta, allora anche l’ennesimo mercato (il mercato del lavoro) sarà in equilibrio, nel senso che si stabilirà un livello salariale tale da eguagliare la domanda di lavoro delle imprese con l’offerta di lavoro dei lavoratori disposti a lavorare a quel salario. Il salario di equilibrio sarà infatti la risultante matematica del sistema dei prezzi di equilibrio sugli n-1 mercati dei beni e dei servizi, cioè sarà il salario che consentirà di massimizzare la domanda, stante l’offerta, sui mercati di consumo. Ciò però richiede:

a) che il salario sia totalmente e liberamente mobile, verso l’alto e verso il basso;

b) che l’offerta e la domanda di lavoro possano riaggiustarsi istantaneamente, e in modo totalmente libero, sia verso l’alto che verso il basso.

Entrambe queste ipotesi richiedono la flessibilità del lavoro. Infatti, questa riduce il potere contrattuale dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali, facendone dei “price-takers”, cioè dei soggetti disposti a lavorare anche se il salario scende (virtualmente fino al livello della sussistenza). Infatti, in presenza di flessibilità del lavoro, l’impresa può in qualunque momento licenziare i lavoratori divenuti troppo cari rispetto alle proprie condizioni finanziarie e competitive, ed ai propri obiettivi. I lavoratori allora accetteranno un abbassamento del salario, cioè un maggiore range di variazione dello stesso, per non perdere il posto. D’altra parte, nel caso in cui, in una fase di ripresa della domanda, l’impresa dovesse aver bisogno di un maggior numero di lavoratori, o di una maggiore produttività, per raggiungere i suoi accresciuti obiettivi di produzione e vendita, dovrebbe aumentare i salari, per incentivare i lavoratori a produrre maggiormente, ed evitare che essi trasmigrino presso i propri concorrenti, disposti a pagare un salario maggiore per potersi avvalere della ripresa della domanda.

Questa è, in parole molto povere, l’impostazione mentale di Monti, Marchionne, della Confindustria, ed in genere dei liberisti. Quindi, la maggiore flessibilità del lavoro conduce, nel lungo periodo e tendenzialmente, alla piena occupazione, a meno di fenomeni di disoccupazione volontaria e frizionale, per cui eventuali cicli recessivi in cui aumenta la disoccupazione sono soltanto fasi temporanee, che servono per far ritrovare al sistema un nuovo equilibrio, ad un diverso livello dei prezzi e dei salari, compatibile con l’uguaglianza fra domanda ed offerta su tutti i mercati, ivi compreso quello del lavoro. Peccato che la verifica empirica sui dati smentisca l’assioma liberista. Non esiste alcuna correlazione fra flessibilità del lavoro e piena occupazione, nemmeno tendenzialmente. Intanto, sotto un profilo filosofico, sarebbe utile ricordare la celebre frase di Keynes, secondo cui “nel lungo periodo saremo tutti morti”, quindi perché mai, a meno di non aderire a sette filosofiche stoiche, dovremmo pagare un paradisiaco e non meglio precisato futuro di piena occupazione con un presente di disoccupazione, precariato e bassi salari?

Sotto un profilo tecnico, l’inesistenza di un legame fra aumento della flessibilità e crescita occupazionale si desume da due argomenti:

a) dal fatto che esistono almeno due tipologie di flessibilità diverse, ovvero la flessibilità in entrata e quella in uscita;

b) dal fatto che la flessibilità, sia in entrata che in uscita, aumenta l’elasticità fra andamento del ciclo economico ed andamento dell’occupazione, generando, nelle fasi di recessione del ciclo, degli effetti occupazionali molto forti, che non si riassorbono più nemmeno quando arriva la ripresa, per diversi motivi strutturali.

Per cui non è vero che la recessione è una fase di aggiustamento del sistema in direzione della piena occupazione, perché genera disoccupazione permanente, non più riassorbibile.Sotto il primo aspetto, la flessibilità in entrata, ovvero quella relativa alla disponibilità di un pluralità di strumenti contrattuali di assunzione a disposizione del datore di lavoro, da scegliere in funzione dei suoi obiettivi aziendali e della sua pianificazione produttiva, è l’unica componente che in linea puramente teorica può creare nuovi posti di lavoro, sebbene precari. Infatti, in tale tipologia di flessibilità, il datore di lavoro può assumere personale con forme contrattuali adeguate ai suoi piani produttivi, ed al contempo abbassare il costo del lavoro (il costo del lavoro si un co.co.pro., ad esempio, è di circa il 15% più basso di un suo pari grado assunto alle dipendenze, grazie alle agevolazioni contributive). Tale ragionamento costituisce l’alibi giustificativo dei provvedimenti che hanno aumentato la flessibilità in entrata in Italia, come la legge Treu o la legge Biagi.

La flessibilità in uscita, invece, non può in nessun modo, nemmeno teoricamente, creare nuovi posti di lavoro, perché è progettata esplicitamente per rendere più semplice l’espulsione d personale, quindi è legata a situazioni di crisi aziendale, non di programmazione di una crescita produttiva, seppur ciclica/stagionale. La flessibilità in uscita è la flessibilità della crisi, della decrescita produttiva ed occupazionale, a questo serve. Per questo viene richiesta dagli industriali soprattutto nelle fasi di crisi economica, come quella attuale.

Un confronto fra i vari tipi di flessibilità e il tasso di disoccupazione armonizzato dei Paesi Ocse mostra la relazione esistente fra flessibilità ed entità della disoccupazione. In particolare, il coefficiente di correlazione fra la flessibilità in entrata, misurata utilizzando l’indice Ocse di rigidità della protezione dei lavoratori, con riferimento all’occupazione temporanea (grado di flessibilità in entrata) ed il tasso di disoccupazione dei Paesi Ocse, per il 2008/2009, mostra una relazione statisticamente debole (0,19), ovvero un effetto esistente, ma modesto, di una maggiore flessibilità sulla riduzione del tasso di disoccupazione. Di converso, l’indice di correlazione fra l’indice di rigidità della protezione dei lavoratori con riferimento al costo ed alla facilità di effettuare licenziamenti collettivi (flessibilità in uscita) ed il tasso di disoccupazione, sempre per i Paesi Ocse, è pari a zero, mostrando come la flessibilità in uscita non generi alcun effetto di miglioramento sul tasso di disoccupazione, essendo le due variabili incorrelate. Cosa significa ciò? Significa che nessuna delle due tipologie di flessibilità crea strutturalmente nuovi posti di lavoro, per cui la flessibilità nel suo insieme non incide sul tasso di disoccupazione, ma il primo tipo di flessibilità, solamente nel breve periodo, può fornire un modesto contributo alla creazione di nuova occupazione precaria, con effetti di breve periodo che però sono più che controbilanciati nel medio periodo dalle conseguenze depressive che tale flessibilità produce sullo stock occupazionale stesso. In sostanza, gli effetti occupazionali della flessibilità in entrata sono meramente illusori, temporanei, mentre la flessibilità in uscita non genera alcun miglioramento occupazionale, nemmeno illusorio.

Circa gli effetti illusori della flessibilità in entrata sugli indici del mercato del lavoro, si può osservare il caso italiano: dopo l’introduzione della legge Treu nel 1997, il tasso di occupazione, che era sostanzialmente stagnante, crebbe di 4,5 punti fra 1997 e 2003, come effetto del gonfiamento dell’area del precariato. Con l’introduzione della legge Biagi nel 2003, che rafforzò la flessibilità in entrata, tale indice continuò a crescere di 1,2 punti, fino a raggiungere il massimo storico nel 2008 (58,7%) per poi discendere rapidamente, riportandosi, al terzo trimestre 2011, sui valori del 2001, cioè di dieci anni prima.

Il motivo per il quale anche la flessibilità in entrata non produce effetti strutturali (ovvero di medio-lungo periodo) sull’occupazione è che incide negativamente sulla domanda aggregata, sottraendo quote importanti di popolazione da livelli di consumo accettabili, influendo negativamente sulla redditività delle imprese. Vi è infatti una relazione statisticamente significativa fra flessibilità in entrata e percentuale di popolazione con una retribuzione inferiore ai due terzi del valore mediano, con un coefficiente di correlazione del Pearson pari a -0,51 fra le serie storiche dell’indice di protezione dei lavoratori con occupazione temporanea e la quota di lavoratori con retribuzione inferiore ai due terzi del valore mediano, per i Paesi Ocse, nel 2009. Il segno di tale correlazione è negativo, e significa che tanto più alto è il livello di protezione dei lavoratori contro la flessibilità in entrata, tanto più bassa è la percentuale di lavoratori con retribuzioni modeste. Naturalmente, l’impoverimento dei consumi generato con la creazione di coorti di “dog workers” precari e sottopagati non fa che amplificare gli effetti recessivi sulla domanda di una crisi economica globale, come quella che stiamo vivendo dal 2007 ad oggi. Ciò spiega il già analizzato rapidissimo degrado del tasso di occupazione italiano dal 2008 in poi, dopo la sua crescita nel decennio precedente, largamente alimentata da lavoro precario: la crisi ha spazzato via il guadagno di occupazione ottenuto con contratti a termine, quindi instabili.

Peraltro, la flessibilità nel suo insieme non influisce minimamente sulla produttività del lavoro, come ci vogliono far credere i suoi sostenitori. Sempre a livello dell’area Ocse nel suo insieme, il coefficiente di correlazione fra indice di protezione dei lavoratori nel suo insieme e crescita della produttività del lavoro nel periodo 2005-2010 è pari a zero. Le due variabili sono completamente incorrelate fra loro. Di conseguenza, l’introduzione di maggiori dosi di flessibilità comporta una perdita di mercato dal lato della domanda, e non produce alcun miglioramento competitivo dal lato dell’offerta, cioè della produttività.

Rimane da affrontare l’argomento più spinoso, ovvero l’inesistenza di un equilibrio di lungo periodo di piena occupazione, con disoccupazione meramente volontaria e frizionale, garantito da una maggiore flessibilità del lavoro, come sostiene il modello neoclassico. In questo caso, occorre andare al di là di quanto sinora analizzato, e cioè andare oltre le oscillazioni cicliche dell’economia e dell’occupazione, per dimostrare che tali oscillazioni non si dipanano attorno ad un trend strutturale di lungo periodo, verso il quale il mercato del lavoro tende a convergere, se si liberalizzano e flessibilizzano le sue regole di funzionamento. Tale dimostrazione si fonda sul concetto di disoccupazione non riassorbibile. Durante le fasi recessive, infatti, una quota di disoccupazione che si genera a causa della crisi diventa strutturale, e non può più essere riassorbita nella successiva fase di ripresa. Ogni recessione, quindi, genera fisiologicamente una sacca di disoccupazione non recuperabile, che non è né volontaria né frizionale. Quindi di fatto la ripresa post-recessione non contribuisce a riportare il trend strutturale del mercato del lavoro verso un ipotetico equilibrio di piena occupazione.
Infatti, durante una fase recessiva si genera disoccupazione di lavoratori a basso livello di qualificazione o di età avanzata, non competitivi sul mercato del lavoro, che una volta perso il loro posto non riescono più a rientrare, neanche quando inizia la ripresa. Ciò si verifica perché all’inizio della ripresa, le imprese, avvalendosi di una maggiore facoltà di scelta dei lavoratori da assumere, grazie all’ampliamento del bacino di disoccupati da cui pescare, indotto dalla precedente fase recessiva, puntano sull’assunzione di lavoratori più qualificati e più giovani. Il maggiore bacino di disoccupazione, peraltro, garantisce di poter assumere lavoratori più giovani, produttivi e qualificati a costi salariali non crescenti. Ciò genera il ben noto fenomeno del tasso di disoccupazione di lavoratori a bassa qualifica, che è in Italia è in costante crescita, dal 10% del 2004 all’11,1% dei primi nove mesi del 2011, e di lavoratori anziani, ed il tasso di disoccupazione di lungo periodo, cioè la percentuale di disoccupati da più di un anno, che hanno oramai perso, stante la lunga durata del loro stato di disoccupazione, gli skills lavorativi e professionali indispensabili per essere competitivi sul mercato del lavoro. Tale tasso passa dal 3,6% del 1993 al 4,1% dei primi tre trimestri del 2011.

I disoccupati a bassa qualificazione, che non hanno cioè la preparazione di base per essere competitivi sul mercato del lavoro, e i disoccupati di lungo periodo, che tale preparazione l’hanno persa durante il lungo periodo di disoccupazione, vanno quindi a costituire un bacino di disoccupazione persistente, non riassorbibile nemmeno nelle fasi di ripresa, e che quindi smentisce l’assunto di base dei neoclassici e dei liberisti, secondo cui l’economia, con le sue oscillazioni cicliche di recessione e ripresa, tende verso un equilibrio di piena occupazione. Non solo: ma l’introduzione di maggiori dosi di flessibilità, lungi dall’aiutare il mercato del lavoro a convergere verso un equilibrio di piena occupazione, provoca l’effetto esattamente contrario: contribuisce cioè ad aumentare, nelle fasi recessive del ciclo, la quota di disoccupati non riassorbibili, quindi contribuisce ad allontanare l’economia dal punto di equilibrio di piena occupazione. Il motivo è semplice: l’aumento della flessibilità incrementa l’elasticità dell’occupazione al ciclo economico (misurabile come docc/dpil, ovvero come il rapporto fra la variazione dello stock degli occupati e la variazione del PIL). E’ ovvio: di fronte a mercati oligopolistici, in cui l’offerta di lavoro non ha un potere contrattuale analogo alla domanda, la crescita del bacino di precari, e la maggiore facilità di assumere e licenziare, fanno sì che le imprese possano rapidamente riaggiustare il loro stock di occupati in funzione di ogni cambiamento del ciclo economico generale, diminuendo l’occupazione quando la domanda latita, e riaccrescendola quando si prevede una espansione del ciclo. Infatti, prima dell’introduzione della legge-Treu, la flessibilità dell’occupazione italiana al ciclo era molto bassa: l’assenza sostanziale di figure lavorative precarie faceva sì che lo stock occupazionale rimanesse relativamente costante sia in fase di recessione che di ripresa: fra 1993 e 1997, infatti, il valore medio tale elasticità è pari a 0,2 . Dopo l’introduzione della legge Treu e della legge Biagi, tale indice subisce un balzo, passando a 0,7 nella media del periodo 2004-2010. E’ ovvio che i lavoratori meno competitivi, meno qualificati più anziani, cioè esattamente quei lavoratori che avranno le maggiori difficoltà a rientrare sul mercato del lavoro quando arriverà la ripresa, sono i primi a subire gli effetti dell’accresciuta sensibilità dello stock occupazionale al ciclo, perdendo per primi il loro posto di lavoro.

Riassumendo: la flessibilità non genera alcun effetto di miglioramento della disoccupazione: la componente di flessibilità in entrata può indurre effetti di miglioramento degli indici occupazionali del tutto temporanei, che però nel medio periodo sono controbilanciati dalla riduzione strutturale della domanda per consumi, provocata dall’impoverimento di ampie fasce di lavoratori precari, senza peraltro garantire alcuna crescita della produttività degli stessi, quindi nessun guadagno di competitività per l’impresa. La flessibilità in uscita, dal canto suo, è totalmente ininfluente sul miglioramento degli indici occupazionali, anche nel breve periodo, poiché è una tipologia di flessibilità meramente distruttiva, utile alle imprese in crisi per ridurre il costo del lavoro. Inoltre, contrariamente a quanto affermato dal modello neoclassico, la flessibilità nel suo insieme non contribuisce in nessun modo a raggiungere un ipotetico equilibrio di piena occupazione di lungo periodo, nel quale cioè il salario sia fissato ad un livello tale che la disoccupazione possa essere soltanto volontaria o frizionale. Ciò perché, aumentando l’elasticità dell’andamento dell’occupazione al ciclo, la flessibilità contribuisce ad aumentare, nelle fasi recessive, il bacino di disoccupati che non saranno sufficientemente competitivi per essere riassorbiti in fase di ripresa. Quindi di fatto le oscillazioni del ciclo non avranno alcun andamento di lungo periodo convergente verso un equilibrio di steady state di piena occupazione, come invece sostengono i liberisti.

E’ quindi chiaro che la lotta contro la flessibilità, in tutte le sue manifestazioni (sia in entrata che in uscita) è un elemento centrale per la sinistra. Perché tutto ciò che tale articolo dice, uno come Monti lo sa benissimo. Per cui il suo progetto di riforma del mercato del lavoro non è certo mirato a far convergere il mercato del lavoro italiano verso la piena occupazione, quanto piuttosto a modificare profondamente il modello competitivo della nostra economia, che sarà basato su uno schema coreano, ovvero sul contenimento del costo del lavoro (invero l’unico effetto strutturale generato dalla flessibilità, poiché essa riduce il potere contrattuale dei lavoratori e dei sindacati). Il tutto a beneficio di una borghesia industriale, perfettamente rappresentata da Marchionne, che non immagina nient’ altro che una via d’uscita dalla crisi tramite una “strada bassa” alla competitività, fatta cioè di contenimento del salario e di crescenti pressioni al ribasso sul mondo del lavoro (ovvero un modello neofordista aggiornato ad oggi) anziché provare una strada alta, fatta di qualità, innovazione, creatività, rispetto alla quale evidentemente non dispone dei necessari strumenti culturali, né del necessario coraggio.

12 febbraio 2012

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

 

1 Commento

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