IL GIOCO DELLE TRE CARTE di Antonio Moscato

 

 

IL GIOCO DELLE TRE CARTE
di Antonio Moscato

Ancora ieri era stato annunciato un modestissimo emendamento al decreto sulle semplificazioni che avrebbe permesso di assumere 10.000 tra docenti e personale tecnico-amministrativo. Era stato proposto dal PD e accettato inizialmente dal governo, e anche se era poco più di un cerotto sul corpo martoriato della scuola pubblica, bastava per far cantare vittoria a chi lo aveva proposto. Poi, subito dopo, nella notte, l’annuncio del governo che non se ne faceva più niente. Sarebbe stato necessario alzare le imposte su alcolici, superalcolici, birre, suscitando le proteste dei produttori e col rischio che una contrazione dei consumi riducesse le entrate previste. Insomma la conclusione è che non ci sono i fondi: evidentemente si trovano solo per scassare la val di Susa e per mantenervi sopra un vero corpo di occupazione militare permanente. Successivamente le assunzioni sono state spostate in un ipotetico futuro in cui si troveranno i soldi. Anzi, si è detto tra tre anni, tenendo conto delle variazioni demografiche, e delle disponibilità di fondi del ministero competente… Mai, cioè, se non si abbatte questo governo, che intende favorire la scuola confessionale non meno di quelli precedenti.

Stavo per prendermela di nuovo con l’ipocrisia gesuitica di questo governo e dei partiti che lo sostengono, come avevo fatto in Monti ha studiato bene, ma questa volta mi sono trattenuto: più che alla Compagnia di Gesù in generale (riscattata, ammetto, negli ultimi decenni in America Latina da tanti generosi teologi della liberazione) bisognerebbe far riferimento a quei “nipotini di padre Bresciani” sferzati da Gramsci, e che sono stati probabilmente gli ispiratori dei maestri di Mario Monti nel liceo Leone XIII. Ma sarebbe stato un riferimento poco comprensibile ai più. Meglio pensare più semplicemente all’antico gioco delle tre carte, in cui gli sprovveduti vengono spolpati grazie al ruolo di un complice. In questo caso il PD, ovviamente.

Insomma, ho pensato che fosse meglio non scherzare ancora con i santi, e i loro rappresentanti in terra, e non nominarli nemmeno, visto che per un articolino su Don Bosco e la Fornero ho ricevuto una mail di semischerzosa protesta da un’assidua visitatrice del sito, che mi ha scritto pregandomi di non confondere la Fornero con don Bosco, un “sindacalista” che, “per tutelare i giovani dai soprusi, si fece promotore del primo contratto di apprendista, che era firmato dal datore di lavoro, dal giovane, dal genitore, ed in sua assenza da don Bosco“.

In realtà il bersaglio di quel breve articolo di Walter Peruzzi era l’incredibile dichiarazione di Elsa Fornero più che don Bosco. Devo dire che con la sua figura mi ero anche imbattuto occupandomi (nella mia prima ricerca storica) del movimento religioso di Davide Lazzaretti, il “messia dell’Amiata”, che negli stessi anni delle tasse (e fucilate) sui poveri aveva imboccato una strada decisamente diversa da don Bosco, ma lo stimava molto.
Tuttavia vorrei fare una piccola precisazione per spiegare meglio agli altri possibili ammiratori di don Bosco perché piace tanto alla Fornero. La sua impostazione paternalistica, in senso proprio (don Bosco firmava “in assenza del genitore”…), non aveva molto a che fare con un sindacato, ma casomai con un patronato. Peraltro la Fornero faceva riferimento anche alle dame di san Vincenzo De Paoli, un santo che ebbe il merito – si legge sul sito della Società che da lui prende nome – di “aver capovolto l’atteggiamento allora prevalente nei confronti dei poveri, che era di allontanamento ed emarginazione, per andarne in cerca e soccorrerli attraverso l’aiuto e la collaborazione di quanti più fosse possibile, ispirandosi alla carità evangelica, che vede nel povero la persona di Cristo”. Meravigliosa innovazione! Dopo quindici secoli di cristianesimo, di cui dodici in cui è stato associato al potere, e lo ha benedetto e assolto, agli inizi del 1600 diventa una conquista non bastonare o “allontanare ed emarginare” i poveri, come si faceva abitualmente, ma “soccorrerli”… Capisco che alla Fornero piaccia molto questo santo, vero anticipatore degli “ammortizzatori sociali”.

Non è solo una battuta: tutto l’arco dei “nostri santi sociali”, e la stessa dottrina sociale della chiesa in quanto tale, sono paragonabili agli ammortizzatori sociali, che hanno la funzione di un robusto anestetico: non curano il male, ma impediscono di sentirlo, o lo rendono sopportabile. Come il famoso “oppio dei popoli” di cui si parlava un tempo…
A parte la necessità di fronteggiare il nascente movimento socialista, la dottrina sociale cattolica aveva come funzione essenziale appunto quella di attenuare i conflitti. Ai suoi margini, in alcuni momenti cruciali si sono prodotte a volte radicalizzazioni che sono confluite con il movimento comunista (il sindacalismo contadino di Miglioli, nel primo dopoguerra), o nel nuovo sindacalismo di classe (la FIM nel 1968-1969), e per un certo periodo, all’inizio degli anni Settanta, le stesse ACLI di Livio Labor, che diedero vita a un effimero Movimento Politico dei Lavoratori. Ma il grosso del sindacalismo cattolico ha avuto costantemente una funzione filo padronale, ed è ben rappresentato dalla CISL, dalla scissione del 1948 all’appoggio a Berlusconi e dalla guerra contro la FIOM insieme a Marchionne.

Va detto che attualmente la differenza tra CGIL e CISL non è più facilmente percepibile, e non perché la CISL si sia spostata su posizioni classiste. In realtà anche la CGIL chiede sostanzialmente solo “ammortizzatori sociali”. Naturalmente chi rischia di essere buttato fuori dalla fabbrica senza più un centesimo dopo la cassa integrazione ordinaria, può anche tirare un sospiro di sollievo se avrà ancora la CI straordinaria o altre forme di indennità, ma con questa linea sarà impossibile una qualsiasi controffensiva. La Camusso ha chiesto (e sembra a prima vista una proposta radicale) una qualche forma di imposta patrimoniale, come quella che era stata ventilata dalla stessa Marcegaglia, allo stesso fine: “finanziare la Cassa Integrazione e più in generale gli ammortizzatori sociali”.

Giustamente sul Manifesto Galapagos obietta che si tratta di “una proposta conservativa che mira unicamente a dare un reddito – peraltro infimo – a chi rischia di perdere il lavoro. Il problema è un altro: serve creare altro lavoro”. Ma quando si tratta di precisare come crearlo anche Galapagos resta nel vago: continua a lamentare che “i privati in questa fase – come dopo la crisi esplosa nel 1929 – il lavoro non sono in grado di crearlo: non hanno capitali (sicuro?), hanno poche idee e ancora meno innovazione”. Quindi “deve essere la mano pubblica a sostituirsi a loro”.
Bene, ma come? Si spiega cosa dovrebbe fare questa “mano pubblica” (“con l’innovazione, ma anche con un modello di sviluppo diverso fatto di meno merci e più servizi”), ma non come ricostruirla, e con quali capitali. Tanto meno si accenna alla ripubblicizzazione delle floride imprese privatizzate a prezzi di svendita nei decenni scorsi. Insomma, ci si riduce come al solito di dar consigli ai capitalisti (come puntare sull’edilizia di recupero invece di sottrarre territori per costruire nuove case che nessuno può comprare…). Al massimo il capo economista del Manifesto aggiunge una trovata già sentita: “sarebbe utile mobilitare parte dell’inutile reliquia, cioè le riserve di oro”…

Tutto meno che la proposta di una lotta generale con pochi obiettivi concretissimi, come ridistribuire il lavoro tra tutti attraverso una fortissima riduzione d’orario, e confiscare tutte le aziende che sono state privatizzate (ad esempio l’Alfa Romeo e Alfa Sud, regalate alla FIAT), che dovrebbero essere recuperate dallo Stato ma affidate ai lavoratori.

Una lotta difficilissima, che può sembrare impossibile, e lo sarà se non si comincia a metterla all’ordine del giorno. La terribile lezione della Grecia è che i lavoratori sono riusciti meglio di noi a organizzare molti momenti di lotta durissima, ma senza definire un programma con obiettivi concreti, che trasformi le proteste in un vero sciopero generale a oltranza che paralizzi il paese, e ponga all’ordine del giorno la cacciata dei responsabili del debito e del saccheggio del paese.

Se non ci si riuscirà, resterà solo la mensa della San Vincenzo…

PS. Galapagos polemizzando con la Camusso scrive: “Il problema è un altro: serve creare nuovo lavoro. Ieri Landini nella conferenza stampa di presentazione della manifestazione nazionale di venerdì a Roma lo ha detto chiaramente. Ma la sua voce rimane inascoltata”.
Forse è inascoltata perché la battaglia della FIOM nella CGIL si è attenuata negli ultimi mesi, indebolendo la polemica verso i continui adattamenti della maggioranza alle pressioni del PD. Subito dopo la giornata del 9, che può essere anche occasione di nuove alleanze in molte realtà, per l’adesione di una parte notevole del sindacalismo di base, deve ripartire una lotta decisa nella Confederazione per costruire un’alternativa alla linea fallimentare della Camusso, sempre più stritolata dall’abbraccio tra il PD (che è “l’azionista di maggioranza” dell’apparato CGIL) e il governo Monti-Passera-Fornero, che non nasconde minimamente di avere in programma la cancellazione di ogni residuo di sindacalismo di classe.

7 marzo 2012

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/index.php

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