LA FRANCIA E LE SCELTE DELL’ANTICAPITALISMO

LA FRANCIA E LE SCELTE DELL’ANTICAPITALISMO

Mentre la Francia si prepara al secondo turno con François Hollande nella veste del candidato “presidenziale”, Sarkozy in quella dell’inseguitore e con sullo sfondo il grande successo di Marine Le Pen, a sinistra si discute del futuro. La chiave del dibattito sta nel Front de Gauche che con il suo 11 per cento ha conquistato un ruolo centrale. Ma la formazione di Mélenchon deve fare i conti con la delusione che quel risultato ha prodotto e con la necessità di mettere a punto una strategia chiara in relazione al Partito socialista. Una discussione importante riguarda anche l’Npa, forte del 4% per cento nelle elezioni del 2007 e che esce indebolito da queste presidenziali. Il partito di Alain Krivine e Olivier Besancenot ha subito già delle perdite e una forte sua componente, la Gauche Anticapitaliste, annuncia di essere pronta ad andarsene nel Front de Gauche. La discussione riguarda ora quale strategia impostare per il futuro in relazione al nuovo quadro della sinistra. Qui di seguito, la dichiarazione, fatta a caldo, da Philippe Poutou, la sera dello scrutinio e un intervento critico verso la direzione del partito.

Dichiarazione post-elettorale di Philippe Poutou, candidato Npa

Grazie a quelle e quelli che mi hanno votato perché insieme abbiamo fatto un buon risultato in questa campagna, al di là della nostra percentuale, fare esistere delle risposte anticapitaliste: divieto dei licenziamenti, aumento dei salari di 300 euro, annullamento del debito, un’altra ripartizione delle ricchezze e la fuoriuscita dal nucleare in dieci anni.
In questa campagna, abbiamo cercato di mostrare l’assoluta necessità che i/le salariati/e e la popolazione contino sulle loro proprie forze per combattere i danni del capitalismo.

Nicolas Sarkozy ha portato avanti per cinque anni una politica per i suoi amici più ricchi, una politica antisociale, xenofoba e razzista. Il fatto che sia respinto al primo turno dalla grande maggioranza della popolazione è certamente un formidabile incoraggiamento. Il fatto, però, che l’estrema destra con Marine Le Pen, faccia un risultato così elevato è una cattiva notizia. Il suo partito, e lei stessa, non rappresentano in nulla gli interessi delle classi popolari. Si tratta di un pericolo mortale contro il quale occorrerà continuare a lottare.

Di fronte a questa destra dura, il Partito socialista e il suo candidato non costituiscono una risposta. Il progetto del Ps si inscrive nelle grandi linee delle scelte dell’Unione europea e dei socialisti europei. E annuncia già politiche di rigore tramite una “austerità di sinistra”.

Da cinque anni l’Npa combatte la politica di Sarkozy e del suo governo nelle piazze così come nelle urne. E’ in questo senso che l’Npa invita a manifestare il 1 maggio in tutte le città di Francia per sostenere le misure di emergenza sociale che abbiamo difeso in questa campagna, contro la politica di Sarkozy e il pericolo rappresentato dall’estrema destra di Marine Le Pen.
Il 6 maggio, sulla scia della campagna che abbiamo condotto sin qui, saremo a fianco di quelle e quelli che vogliono impedire a Nicolas Sarkozy di fare un secondo mandato. Lo diciamo chiaramente, bisogna cacciare Sarkozy e la sua banda votando contro di lui. Ma questo non significa concedere il minimo sostegno alla politica di François Hollande.
Ci appelliamo a coloro che si sono riconosciuti nella nostra campagna a prendere contatto con noi, a riunirsi per far vivere insieme una forza anticapitalista indipendente. Nella lotta contro l’austerità di destra come di sinistra, ci rivolgiamo al Front de Gauche, a Lutte ouvrière, ai/alle militanti sindacali e ancora oltre a coloro che si sono ritrovati in queste campagne, per prepararsi da subito alla controffensiva di cui ha bisogno il mondo del lavoro.

Philippe Poutou

Il risultato di Poutou e l’avvenire dell’anticapitalismo
di Samy Johsua

Lo shock del risultato di Le Pen non deve impedire di concentrarsi sugli altri dati delle elezioni. Per esempio sul risultato del Npa. Alla fine, Philippe Poutou ha realizzato un risultato mediatico e guadagnato una larga simpatia, grazie anche al miglioramento delle sue prestazioni. I meeting si son riempiti. Tanto meglio! Questo permette fortunatamente di tirare un bilancio che metta da parte il giudizio sulla persona per discutere più seriamente della linea sostenuta. E del suo risultato.

Mentre Besancenot otteneva, nel 2007, 1,5 milioni di voti e il 45 per cento di quelli a sinistra del Ps (in un contesto in cui il ricordo del 2002 era ancora molto vivo), Poutou ottiene appena più di un quarto di quei voti e il 9 per cento del totale. E questo nonostante la spinta del voto utile, in relazione al 2002, sia nettamente tornata indietro e il totale dei voti della sinistra sia aumentato rispetto al 2007. Non c’era nulla di inevitabile in una caduta di tale ampiezza, che è il risultato di una serie di scelte politiche sfortunate prima, durante e dopo la sua designazione.

C’è stato un grave errore di analisi sulla posta in gioco di queste elezioni.
Il messaggio al centro della campagna Npa, “il candidato operaio“, colui che “è come noi“, può fare guadagnare della simpatia, ma questo profilo è incapace di fondare una politica. Soprattutto quando tutti potevano percepire attorno l’avanzata catastrofica del FN. Lo stesso candidato spiegava di non capire bene cosa ci facesse in questa elezione. Mentre sarebbe stato necessario fare appello a un governo di lotta, il mio compagno Poutou spingeva la gente nell’impotenza annunciando che, in caso di elezione, “si sarebbe auto-dissolto”.

La sinistra rivoluzionaria esce profondamente indebolita dall’elezione, l’Npa in particolare. Sul piano elettorale, si torna indietro al 1981 (2,3 per cento di Arlette Laguiller – più volte candidata presidenziale di Lutte ouvrière, ndt), mentre la crisi del capitalismo esplode. La campagna del Npa è stata volontariamente spostata. Ma totalmente in controtempo rispetto alle esigenze della situazione. Attirando interesse ma con un’influenza politica inevitabilmente ridotta. Mentre il timore della crisi paralizza le coscienze, gli odii esplodono trasformando la collera e ovunque si è alla ricerca di un’uscita credibile e coerente, l’idea che la preoccupazione principale sia il rigetto dei “politici di professione” non tocca l’essenziale, anche se ha una legittimità. La questione non è più chi parla (se lo è stata mai fino a questo punto) ma ciò che dice. Alla fine, l’anticapitalismo ridotto a “casting” (chi parla?) non aveva più ragione di essere, e ha logicamente perduto il sostegno dei quadri del movimento sociale, i soli a poter rispondere ai compiti che non mancheranno nel prossimo periodo.

Mélenchon fa meglio di quanto gli era pronosticato in autunno. Ma, evidentemente, meno bene di ciò che sperava il Front de Gauche. In fondo, la somma delle percentuali della sinistra radicale non supera il suo livello del 2002, ripartite differentemente, va da sé. Una delusione e una nuova prova che non è così facile superare sul solo piano elettorale le sconfitte del movimento sociale. Resta che Mélenchon ha aperto delle brecce con un antiliberismo radicale, ha tentato di dare una risposta alla volontà di unità contro il social-liberismo e ha condotto una campagna con una dinamica di massa importante.

Questo non deve però offuscare i disaccordi che possono contare nel futuro, in una prospettiva anticapitalista. L’onnipresente riferimento a “La Republique” nella storia del paese è ambiguo, e non a caso è rivendicato sia da Sarkozy che da altri. In Mélenchon c’è un riferimento al 1793 e alla Comune di Parigi. Ma anche un ossequio “alla presenza della Francia” in tutti i continenti (cioè le ultime colonie), alla politica degli Stati modello gollista, a un’alleanza diretta con quelle belle democrazie che sono la Cina e la Russia, la vendita senza scrupoli di armi “francesi”, il mantenimento della dissuasione nucleare, le ripetute tentazioni del protezionismo.

Questo non toglie nulla all’ampia sintonia esistente tra gli assi dell’anticapitalismo e il programma del FG. E’ stato infatti attaccato a palle incatenate dai liberisti arroganti, seduti sulle proprie certezze. Resta comunque insufficiente, su certi punti, per contrastare nemici la cui potenza non può essere sottostimata. Ad esempio, si porrà la questione di una moratoria immediata del rimborso del debito, se non si vuole rimaner asfissiati come il popolo greco, e quindi la questione della completa appropriazione sociale degli strumenti finanziari.
In particolare, la grande assente della campagna del FG – interamente basata su “la rivoluzione con le urne” – è stata la forza autonoma del movimento sociale (e dei movimenti sociali nella loro diversità). Del resto, è difficile fare risultati elettorali senza il motore della mobilitazione puramente sociale. Mélenchon annuncia, giustamente, la necessità della resistenza ai mercati che non mancheranno di attaccare anche le fragili velleità di Hollande, se sarà eletto. Ma come fare, una volta passate le elezioni, se non è innanzitutto nella mobilitazione di piazza e nel conflitto sociale portato fino alle sue conseguenze logiche, al di là delle solite tergiversazioni del vertice? La questione sarà al centro dei prossimi dibattiti e, necessariamente, andrà oltre il campo degli anticapitalisti.

E ora?

Occorre ancora sbarazzarsi di Sarkozy battendolo il più largamente possibile con un voto per Hollande. Poniamoci con risolutezza nella prospettiva ottimista, quella della sconfitta indispensabile del presidente uscente.

Un punto fondamentale è che al di là del risultato, forse deludente nel finale per il FG, la campagna di Mélenchon ha dato forza alla volontà che una “vera sinistra” si ricomponga. E la massa di persone che hanno affollato i meeting si aspetta che questa speranza abbia un seguito. Anche se vediamo bene le difficoltà che si presentano.
Da 15 anni gli anticapitalisti ribadiscono la propria disponibilità per una tale unità a condizione che non sia svenduta a una nuova alleanza dominata dal Partito socialista. Punto nuovo, e molto positivo, sia il Parti de Gauche (il partito di Mélenchon che, con il Pcf e altri minori, forma il FG, ndt.) che, soprattutto, il Pcf, dicono di aver preso coscienza del pericolo corso ad accodarsi a una nuova “gauche plurielle” e che il programma di Hollande e quello degli antiliberisti non sono compatibili.
Ovviamente, occorre prudenza, talmente siamo stati abituati a scoprire che la verità di oggi non è quella di domani!
Le sirene di una nuova unione della sinistra non hanno perduto la loro forza di seduzione, soprattutto nella prospettiva delle legislative che saranno ben più difficili. Se tutto ciò si traduce in un’alleanza con il Ps, sono ovviamente le stesse promesse antiliberiste a essere duramente condannate. Ma se la scelta della separazione viene confermata (e se non è modificata in seguito, ad esempio con un voto di fiducia all’Assemblea anche se il Ps avrà una maggioranza assoluta) allora è chiaro che la ragione principale che impedisce un avvicinamento più duraturo sarà eliminata.

La scelta degli anticapitalisti deve essere quella di mettersi nelle condizioni di partecipare ai blocchi sociali e politici con forze e settori che rigetteranno la politica di Hollande se vincerà le elezioni. Se si elimina la precondizione delle relazioni di governo con il Ps, lo spazio di una simile ricomposizione sarà quello di un dibattito fondamentalmente con il FG.
Questo non deve restare un cartello di vertice, strettamente controllato dall’alto, com’è il caso attuale. Deve invece prevedere una strutturazione più stabile alla base che va di pari passo con la possibilità di adesioni dirette da parte di strutture di base in istanze locali e nazionali.
E’ interesse di tutti che si affermi un’alternativa ecosocialista e anticapitalista.
E se è giusto combinare la battaglia dentro le istituzioni esistenti con la sperimentazione sociale di trasformazione e le mobilitazioni extra-parlamentari, queste ultime rimangono un quadro prioritario per dare la possibilità che “l’emancipazione dei lavoratori sia opera dei lavoratori stessi”, in uno scontro inevitabile con un nemico che concentra il potere economico, politico, ideologico, repressivo.

L’Npa è davanti a una scelta vitale affinché l’influenza della sinistra rivoluzionaria (che non si limita fortunatamente al solo risultato di Poutou o Artaud) non sia ancora più debole e definitivamente sterilizzato. In occasione della sua prossima conferenza nazionale (convocata il 7 e 8 luglio) occorre prendere un’altra strada. Mentre la minaccia di Le Pen diviene ancora più pressante, la condizione posta dallo stesso Npa per un “rassemblement” può probabilmente realizzarsi. Senza certezze, è vero. Ma se si conferma, l’Npa deve assolutamente uscire dall’isolamento in cui si è confinato mentre avanza l’estrema destra. Proseguendo il suo progetto fondatore, bisognerà lavorare allo stesso tempo per costruire una nuova formazione con tutti gli anticapitalisti, purtroppo di nuovo dispersi. Una maledizione di cui bisognerà sbarazzarsi. Una nuova formazione, dunque, all’interno di un largo blocco unitario, politico e sociale, contro l’austerità della destra come della sinistra. All’indomani dello scrutinio si impone questo doppio “rassemblement” per una resistenza alla crisi capitalista e alla politica molto probabile di Hollande se verrà eletto. Può segnare un’inversione in Europa, mostrare una nuova strada e aprire infine altre possibilità diverse dalla litania delle sconfitte e dei ripiegamenti.

Samy Johsua, militante del NPA

dal sito  http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/

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