IL VULCANO LATINOAMERICANO

  

 
L’AMERICA LATINA CONTINUA AD ESSERE L’EPICENTRO DELL’ALTERMONDISMO!
intervista a Franck Gaudichaud *

Nell’Introduzione a El volcán latinoamericano tu consideri il 1998 come l’inizio della fase storica in cui è immersa l’America Latina. Cosa succede a partire da quell’anno?

Stabilire una data è difficile, tuttavia, se ci riferiamo a un cambiamento di ciclo, il 1998 si potrebbe scegliere come il punto di inflessione verso posizioni di sinistra nell’intero continente. Soprattutto, per l’avvento di Hugo Chávez alla presidenza del Venezuela, anche se sarebbe altrettanto giusto riferirci alla sollevazione Zapatista nel 1994. In ogni caso, durante gli anni Novanta, ci troviamo di fronte alla riformulazione di nuove sinistre a partire da grossi fenomeni ed esperienze di mobilitazione sociale. I settori che nella società non contavano cominciano a incidere in quanto, indipendentemente dal potere dell’oligarchia, voglio essere protagonisti della vita pubblica. Nascono inoltre nuovi protagonisti istituzionali in ciascun paese, ad esempio il Movimiento al socialismo (MAS) di Evo Morales in Bolivia.

Alcuni di questi protagonisti inalberano il cosiddetto “socialismo del XXI secolo”. Si tratta del grande movimento di cambiamento?

Si tratta più che altro di uno slogan simbolico, ma per il momento non implica la rottura con il capitalismo, come è stata la rivoluzione sandinista in Nicaragua, il castrismo a Cuba o potenzialmente il processo di potere popolare durante il governo di Salvador Allende in Cile. In ogni caso, raccoglie dinamiche di impossessamento che hanno in sé un significato antimperialista e riforme democratiche e sociali di grande significato. Lo abbiamo potuto constatare in Bolivia, in Ecuador o in Venezuela. Più che trattarsi di una rottura frontale con la logica capitalista direi che guardino a modelli post-neoliberisti, dal momento che mantengono accordi con le multinazionali per concedere loro quote di potere e accesso alle risorse.

Non è possibile creare un nuovo modello?

La maggior parte dei paesi dell’America Latina partono da una crescita dipendente, basata in larga misura sull’industria estrattiva di risorse naturali, ad esempio del petrolio, e sulla produzione intensiva di cereali e altri prodotti alimentari. La domanda è perciò come superare tali dipendenze nei confronti del capitale multinazionale e dar vita a un modello produttivo adeguato ai bisogni delle comunità e rispettoso dell’ambiente.

L’accordo dell’Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nostra América (ALBA), nato nel 2004 per iniziativa del Venezuela e di Cuba, è un tentativo di ricercare alternative?

Mette in agenda il progetto di integrazione su scala regionale, in grado di spingersi oltre la semplice unificazione economica, come si limitavano a fare il Trattato di Libero Commercio (TLC), il Mercosur e altre proposte di taglio liberista. Ricerca la complementarità riconoscendo le asimmetrie tra i paesi e lo scambio reciproco, includendo le dimenticate isole dell’area caraibica. Per ora, certamente, si tratta di un’iniziativa che reagisce di fronte agli Stati Uniti, molto interessante ma che non affronta le vere sfide che deve affrontare l’America Latina, tra l’altro per mancanza dell’appoggio di grandi paesi come il Brasile.

Manca un cambiamento a livello regionale che includa paesi come il Brasile, che in questo momento ha propri progetti strategici. Quali evidenzieresti?

Realizzare una trasformazione profonda su scala regionale significa riuscire a inserire paesi come il Brasile, che – per il momento – ha suoi piani strategici, o per meglio dire la cui classe dominante ha altri progetti. E significa poi che, all’interno, questi paesi siano in grado di ascoltare e di rispondere ai movimenti sociali che puntano a spingersi oltre le vigenti riforme e vogliono rompere con il modello estrattivista e sviluppista che invece i governi progressisti conservano. La tensione tra governi nazional-popolari riformatori e movimenti sociali si fa sentire, nell’ultimo periodo, soprattutto in Venezuela, Ecuador e Bolivia. Senza dimenticare che alcuni movimenti e mobilitazioni possono essere di tipo meramente corporativo o addirittura ubbidire a interessi conservatori, come è avvenuto in Bolivia con il movimento autonomista della “media luna”, che aspira a separare le regioni ricche da quelle povere.”

Un caso paradigmatico della dipendenza dall’industria estrattiva è anche quella del Perù, dove Ollanta Humala reprime le comunità che si oppongono all’attività mineraria.
Humala si dichiara nazionalista e, fin dall’inizio, aveva una visione nazional-interclassista, rifiutandosi di riconoscersi nelle sinistre o nelle destre, come ha dichiarato in varie occasioni. Continua ad aprirsi alle multinazionali e questo ha provocato una grande frattura con i movimenti che lo avevano sostenuto. Il conflitto di Conga e il progetto nefasto della megaestrazione mineraria di Yanococha sintetizza perfettamente ciò che accade in altre zone dell’America Latina: le popolazioni si battono in difesa dei propri diritti di fronte a governi, a volte verniciati di progressismo, che scelgono di conservare i privilegi degli investitori stranieri. È su questo che si apre la lotta in difesa dell’ambiente e per un sistema produttivo più sostenibile.

In Argentina, il governo di Cristina Fernández si rifiuta di riconoscere il diritto del popolo mapuche a gestirsi le proprie risorse. Ripropone le stesse carenze?

È una delle materie pendenti con cui ha a che fare l’America Latina, insieme a quella della decolonizzazione interna. La creazione di società veramente plurinazionali e democratiche è ancora molto indietro, per i secoli del potere coloniale e nonostante i passi avanti importanti con processi costituenti avanzati in Bolivia, Ecuador e Venezuela. Per questo il processo di riconoscimento dei diritti indigeni è piuttosto lento in paesi dell’area andina, e lo è ancor meno in America Centrale. Questo risulta crudamente evidente in Cile, dove il popolo mapuche si scontra con le compagnie idroelettriche o forestali che distruggono le loro terre e la biodiversità. Questa lotta mette in contrasto gli Stati oligarchici, centralisti o federali, che abbiamo conosciuto fin dal XIX secolo. Sarebbe anche il caso del Messico, con la lotta zapatista nel Sud del paese.

Rispetto all’ingerenza straniera, ormai non siamo più ai tempi delle dittature, con l’appoggio militare degli Stati Uniti, come in Cile tramite il Piano Condor?

L’intervento continua ad esserci, ma ha subito mutamenti e si è riarticolato. In primo luogo, inglobando parecchi paesi nel commercio internazionale tramite la sottoscrizione del Trattato di Libero Scambio e anche grazie al Plan Colombia, con cui gli Stati Uniti hanno trovato l’alleato per imporre la propria strategia di dominio, un po’ come con Israele in Medio Oriente. Questo schema spiega la presenza della Quarta Flotta in acque della zona, come pure i tentativi di colpi di Stato contro Hugo Chávez in Venezuela nel 2002; poco dopo, il tentativo di destabilizzazione in Bolivia; l’espulsione di Manuel Zelaya dalla presidenza dell’Honduras nel 2009, o adesso in Paraguay, con la destituzione di Fernando Lugo. A questo, poi, va aggiunto il “soft power”, vale a dire i tentativi di influenzare l’opinione pubblica – ad esempio nel corso delle vicende elettorali – tramite i mezzi di comunicazione di massa corporativi. Gli Stati Uniti hanno investito grandi quantità di risorse su questo terreno con l’obiettivo di dar vita a determinati comportamenti tra la popolazione, creando all’uopo organizzazioni non governative (come l’USAID), movimenti sociali conservatori e cosiddetti gruppi di sostegno “alla democrazia”.

Nella battaglia tra quest’offensiva neoliberista e la nuova sinistra che si richiama ai movimenti popolari, sembra che i giovani e le donne stiano avendo un ruolo importante. È così?

Sicuramente. L’America Latina ha rappresentato l’epicentro dell’altermondialismo e lo continuiamo a vedere, con il risorgere di una nuova generazione di studenti, donne e sindacati di lavoratori. In Cile, è apparso un movimento molto importante contro il modello di istruzione ereditato dalla dittatura e ora gestito dal presidente conservatore multimiliardario Sebastián Piñera; in Colombia si è riusciti a sventare un piano militare; e in Messico va rilevata l’irruzione del movimento “Yo soy 132” che, sulla scie di tante altre sorte in tutto il mondo, mettono in discussione i partiti tradizionali, il capitalismo finanziario e il disprezzo delle istituzioni nei riguardi degli strati subalterni.

Quest’esplosione può articolarsi su scala regionale?

Vari assi di mobilitazione trasversale potrebbero realizzarlo: ad esempio, la difesa della sovranità alimentare. Molti popoli e organizzazioni contadine cominciano a rendersi conto degli effetti catastrofici del Trattato di Libero Scambio firmato da alcuni Stati latinoamericani con gli Stati Uniti e l’UE. Persino in Messico, paese all’avanguardia nella produzione di mais, lo debbono importare dagli Stati Uniti, perdendo la propria capacità produttiva. Anche la lotta contro la crisi climatica e le sue conseguenze fornisce interessanti esperienze di rivendicazioni di “buen vivir”, vale a dire di rispetto per la biodiversità e la “Pachamama [Madre Terra, in quechua]”, come quelle che sono comparse in Bolivia o nella zona dello Yasuní, nella selva amazzonica dell’Ecuador, dove si è proclamata un’area libera dallo sfruttamento petrolifero. Certamente, queste lotte non romperanno con la logica sviluppista-estrattivista da un giorno all’altro, perché queste popolazioni hanno bisogno di svilupparsi in fatto di servizi pubblici, infrastrutture, ecc., ma propongono una possibile transizione ecologica che ci porta a un nuovo paradigma rispetto all’energia e all’esistenza.

Per quanto riguarda il Brasile, ci sono possibilità che si aggiunga a questo contropotere antimperialista?

Come ha detto Ignacio Lula da Silva, il Brasile non è più un paese emergente, ma “emerso”. Un paese con influenza mondiale, chiave nel G-20, che nel quadro della crisi attuale porta il proprio contributo milionario al Fondo Monetario Internazionale per aiutare gli amici europei. Non sembra che voglia far parte di un contropotere di sinistre radicali, anche se in qualche modo, sul piano diplomatico, ha funto da sostegno in varie occasioni a governi quali quello di Chávez o di Evo nella regione.

Pencola verso posizioni social-liberiste?

Sì, esattamente. Sceglie il percorso economico tradizionale dei “vantaggi comparativi” e sfrutta la propria posizione di “gigante” con immense risorse e terre per offrire milioni di ettari a Monsanto e ad altri. Ma non è solo questo: ha creato proprie “multilatinas” con cui fa pressione sui soci. In certo qual modo, il Brasile è diventato un “sub impero”, con un’evidente egemonia sul resto dei paesi sudamericani. E, questo, essendo stato punto di riferimento in processi di democrazia partecipativa, di altermondialismo o grazie alla lotta del Movimiento Sem Tierra (MST), movimento che continua a mobilitarsi.

 
A che cosa attribuisci questa posizione?

Il Brasile ha una delle più forti borghesie del continente, con cui il Partito dei Lavoratori (PT) si è comportato in modo assai benevolo, consentendole un’accumulazione di capitale che ha accentuato le differenze tra i più ricchi e i più poveri. È certo che l’estrema povertà è diminuita notevolmente in termini generali, tuttavia, per ora, non partecipa della logica post-neoliberista cui aspirano popoli e movimenti in altri paesi dell’America Centrale e del Sud.

 
Anche così, sei ottimista quanto all’avanzata di un nuovo modello economico e politico nel continente

Lo vedremo presto. C’è una disputa chiara tra i governi che puntavano quasi “naturalmente” al neosviluppismo e al neoliberismo e parte dei movimenti popolari. Il Venezuela bolivariano legato ai consigli comunali, l’Argentina delle fabbriche occupate, o la Bolivia collegata alle autonomie indigene hanno dato un impulso essenziale in questa dinamica continentale, pur esistendo enormi differenze tra paesi e regioni. Ora stiamo osservando come alcuni dei governi più radicali si siano allontanati dai processi di emancipazione venuti dalla base, e quindi dovremo vedere se questa tensione si approfondisce o, viceversa, si corregge e, di nuovo, si pongono alternative al centro stesso dell’agenda, “democratizzando la democrazia” e dando vita a esperienze di potere popolare. Occorre avere fiducia nel fatto che il femminismo, gli studenti, le donne, i lavoratori, il movimento per la sovranità alimentare e la riforma agraria, i popoli indigeni lo rendano possibile e, lungi dall’istituzionalizzarsi, possano diventare i motori del cambiamento e della costruzione di alternative.

Che cosa potrebbe imparare l’Europa da questo vulcano latinoamericano che comincia ad affiorare?

L’America Latina costituisce un buono specchio per i paesi europei messi di fronte alla crisi perché, negli anni Ottanta, ha già sperimentato i piani di “ristrutturazione” che tentano di applicare il FMI e la trojka in Europa. L’America Latina ha dimostrato che si poteva lottare attraverso la mobilitazione e la formulazione di vie d’uscita politiche più giuste. L’Ecuador, ad esempio, ha posto in risalto che si può annullare parte del debito con il supporto di un governo più offensivo e grazie ai movimenti sociali. E l’Argentina ha fatto lo stesso allorché ha parzialmente annullato il debito. Se questi paesi del Sud sono stati capaci di imporsi – anche se solo in parte – al mondo finanziario internazionale, anche i popoli europei lo possono fare, dal centro del capitalismo-mondo. Del pari, le esperienze popolari possono servire da specchio nella prospettiva di costruire cooperative, mezzi collettivi, fabbriche occupate e altri progetti alternativi ed egualitari. L’America Latina ci mostra inoltre che è possibile tendere ponti dall’ambito sociale verso il mondo politico proponendo alternative su scala nazionale e continentale.

 
* Franck Gaudichaud, coordinatore del lavoro collettivo El volcán latinoamericano, in cui venti autori dei due lati dell’Atlantico forniscono una visione di sinistra dell’eterogenea mappa latinoamericana, risponde in questa intervista (pubblicata dal settimanale Directa in Catalogna) ad alcuni degli interrogativi posti dal volume, come: “Quali tensioni esistono tra i nuovi poteri e i movimenti sociali di emancipazione in America Latina?”, “ Che ruolo hanno gli Stati Uniti o l’Unione Europea nell’area?”, tra gli altri.

F. Gaudichaud è docente di scienze politiche presso l’università di Grenoble 3, politologo e curatore del sito collettivo Rebelión.

14 Luglio 2012

Traduzione di Titti Pierini.

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/

 
 

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