C’E’ DEL MARCIO NEL REGNO DI SPAGNA di Manuel Garí



C’E’ DEL MARCIO NEL REGNO DI SPAGNA
Dopo la morte di Santiago Carrillo
di Manuel Garí * 

 

Un articolo apparso a caldo in settembre, ma sempre utile, anche perché Santiago Carrillo fu insieme a Georges Marchais e a Enrico Berlinguer (ancora indiscusso per gran parte della sinistra italiana) uno dei protagonisti del cosiddetto eurocomunismo che ha portato i partiti comunisti molto più apertamente a destra. (Antonio Moscato 23/10/12)

In seguito alla morte recente di Santiago Carrillo i media istituzionali e gli strumenti di comunicazione dello Stato presentano condoglianze che mettono in scena le immagini dei consensi della Transizione spagnola.[1] E, questo, proprio nel momento in cui movimenti come quello del 15 maggio mettono in risalto la decrepitezza del regime della riforma; nel momento in cui una giovane generazione in via di politicizzazione propone nuove vie costituzionali, sociali ed economiche e si pone domande sulle alternative all’Unione Europea (UE). Queste manifestazioni[2] intorno alla scomparsa del veterano politico, Santiago Carrillo, sono un chiaro simbolo del regime politico spagnolo.

È concepibile che dopo la morte di Marx o di Durruti o dell’assassinio di Rosa Luxemburg o del Che, i loro avversari politici ne commentassero la statura intellettuale, politica e morale? Evidentemente no. In quelle occasioni, i padroni, i militari, i politicanti e gli oligarchi non hanno versato lacrime sulle loro tombe, ma hanno piuttosto sputato sulle loro tombe e li hanno denigrati: L’antagonismo della lotta di classe non ha mai lasciato posto – né in passato né ora –alla compassione o ai diluvi lirici della borghesia.

Ecco però che in questo Regno di Spagna quasi tutti i settori, tranne quelli apertamente e pubblicamente pro-franchisti, partecipano a un concerto di lodi nei confronti del comunista Santiago Carrillo dopo il suo decesso. Gli elogi che inondano le emissioni radiotelevisive, Internet e i giornali sono state pronunciate da personaggi qualificati come il monarca – che se ne dichiara amico -, il presidenti delle Corti e del governo (entrambi del Partito popolare, che sta per lanciare la più importante offensiva contro la classe operaia spagnola dal 1977). I capifila della sterile opposizione leale a sua maestà (socialisti, sostenitori del partito Unión Progresso y democrácia – UPyD – creata nel 2007 – e del Partito nazionalista basco) non sono stati da meno e la stessa Sinistra repubblicana di Catalogna e gli indipendentisti baschi hanno partecipato al coro.

Sarebbero quindi tutti d’accordo nel valorizzare un discepolo “dichiarato” di Marx e di Lenin? Credo di no. Le lodi non si rivolgono tanto a un perturbatore dell’ordine esistente (che ha del resto smesso di esserlo da moltissimi anni) , né a un combattente per la libertà nel Partito comunista spagnolo (PCE) che ha svolto un ruolo nella lotta antifranchista, quanto piuttosto a colui che ha diretto le manovre volte a disattivare il movimento operaio di fronte ai suoi avversari, all’artefice dei consensi che hanno edificato l’angusto sistema democratico sorto dalla Transizione.

È innegabile che Santiago Carrillo abbia occupato un ruolo e uno spazio importanti nel movimento operaio e nella storia politica spagnoli. Tuttavia, è utile mettere in luce i risultati, valutarne le iniziative che hanno riempito la lunga e intensa vita militante di chi, come Carrillo, ha esercitato grande influenza nella sinistra spagnola e ha avuto per le mani tante possibilità di aiutare ad avanzare il movimento operaio ma che, nella pratica, ha avuto tante responsabilità politiche nella sconfitta di questo dopo la morte del dittatore nel novembre 1975.

Quel che la borghesia e i suoi partiti ammirano dei Santiago Carrillo – definito moderato e sostenitore dell’ordine pubblico, con tutto quel che ciò significa detto da loro – è appunto il fatto che li abbia aiutati nella transizione democratica partendo dal loro attaccamento al vecchio regime. Il falso mito della Transizione pacifica ed esemplare ha anche comportato la mistificazione e la nobilitazione del ruolo di figure come quelle di Carrillo, ma anche, all’epoca, poco dopo la sua morte, di quella del criminale ministro franchista Fraga Iribarne.

Le cose, però, sono state più semplici e meno gloriose. Il dirigente del PCE è stato l’ispiratore, l’artefice e l’esecutore della “amnistia in cambio dell’amnesia”, che si è concretizzata nel perdono e nell’oblio delle trasgressioni dei carnefici franchisti e nell’oblio e nell’abbandono della causa delle vittime. La perdita della memoria è causa dell’attuale perdita di radici, origini e punti di riferimento della vecchia e della nuova sinistra sociale. È questa perdita di memoria a permettere alla destra di rimodellare il discorso storico.

La logica del processo di pensiero politico che ha sostituito la lotta di classe con la riconciliazione nazionale ha trasformato la rottura democratica in rottura negoziata, la lotta come generatrice di nuovi rapporti di forza con il consenso a ogni costo, con la negoziazione come unico scenario nella transizione tra la dittatura e la democrazia. Il risultato finale, cui Carrillo non è stato estraneo (di qui i segnali di riconoscenza) è una Costituzione limitata e restrittiva, che oggi si rivela ormai chiaramente impopolare. Non serva a nulla argomentare invocando la paura delle sciabole degli anni Settanta, e ancor meno confondere la conquista delle libertà con la sua espressione costituzionale contrattata. Questo dibattito è già stato risolto da quanti non sono aggrappati alla sacralità dei patti politici e sociali post-franchisti e che non lo sono mai stati.

Un esempio di questo scivolamento dalla “rottura negoziata” alla concessione senza contropartita (e imposta al movimento operaio che hanno dovuto disciplinare) è l’accettazione della bandiera franchista (monarchica).[3] Un avallo che non si è limitato alla rinuncia alla bandiera tricolore; ha comportato il fatto di accettare di limitare la rivendicazione repubblicana a qualche giorno festivo dell’anno e abbracciare la causa della normalizzazione di Juan Carlos. È con queste concessioni che Carrillo si è guadagnato la rispettabilità di fronte ai poteri effettivi, ma l’ha persa agli occhi dei migliori militanti.

Il bilancio degli anni della Transizione si è chiuso con l’arretramento del livello di coscienza della classe operaia, con il suo disorientamento politico, l’ascesa elettorale socialdemocratica, con il “disincanto” massiccio e la divisione e l’emarginazione del forte Partito comunista. Questa politica del consenso a ogni costo, tuttavia, non ha costituito un fatto isolato. È stata, viceversa, il concretizzarsi dell’avventura eurocomunista nel caso spagnolo. La triade di Santiago Carrillo (PCE), Georges Marchais (PCF) ed Enrico Berlinguer (PCI) è riuscita, nei rispettivi paesi e partiti, a ridurre il numero dei propri militanti e ad avvicinarli alle posizioni socialdemocratiche, rendendo sempre più difficile distinguere le proprie alternative da quelle dell’“altro” partito, quello socialdemocratico, o confondendosi a volte con queste. [4]

È la ragione per cui le opinioni suscitate dal problema dell’eurocomunismo e dallo stesso personaggio di Carrillo fra i suoi compagni del PCE o nella direzione della Sinistra unita (l’attuale Izquierda Unida, formazione di cui fa parte il PCE) vanno dalla sua difesa acritica all’amarezza, senza però alcuna capacità di prospettiva. L’attuale mondo del PCE (come quello dei successori di Carrillo) è ostaggio della sua visione della storia della fine del franchismo. I militanti comunisti ne sono stati i protagonisti attivi e hanno finito per credere, in maggioranza, che il “consenso” costituisse una necessità storica, quasi fosse la realtà e l’unica strada percorribile. Succube di una metodologia da Caino propria delle sue origini staliniane, il mondo del PCE continua ad oscillare tra aspirazioni di trasformazione sociale, da un lato, e la socialdemocratizzazione e l’istituzionalizzazione dei suoi orizzonti e criteri, dall’altro. Questo fa parte dell’eredità di Carrillo, come pure la smobilitazione del suo partito.

Santiago Carrillo è stato stalinista, come tanti dei compagni degli anni Trenta e Quaranta. Là stanno le radici della sua logica. Ma non è questo il problema che vorrei affrontare. Vorrei piuttosto segnalare che, anche se dopo il XX Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica nel febbraio 1956, Carrillo come tanti altri, ha preso le distanze dalla figura di Stalin e dal periodo staliniano, non per questo ha rivisto le sue concezioni sulla lotta sociale e politica (sia sotto la dittatura, sia in democrazia). Non ha rimesso in discussione le sua concezione su problemi così significativi come l’assassinio di Trotsky o di Nin (per ricordare solo i casi più significativi fra i tanti altri, tra cui quelli di tanti combattenti e militanti del PCUS e del PCE). Non ha neppure modificato le sue concezioni sulla democrazia interna nei partiti operai, né sulla necessità della democrazia socialista come strumento essenziale per la costruzione del socialismo. Senza soluzione di continuità, gli stalinisti di José Diaz[5] si trasformano in ferventi democratici, senza approfondire il loro presunto marxismo. Non una parola di autocritica politica e, cosa ancor più grave, nessuna riconsiderazione morale.

Gli anni di lotta clandestina o l’atteggiamento di dignità di Carrillo di fronte a Tejero al momento del colpo di Stato del 23 febbraio 1981[6] non si possono eludere, ma questo non può occultare i guasti causati dalla politica “carrillista” al movimento operaio. Riandando al passato più lontano, vediamo come il suo appoggio alle posizioni staliniste controrivoluzionarie non siano servite a difendere né la Repubblica né la Rivoluzione proletaria; quarant’anni or sono era lo stesso con la sua politica di soluzione negoziata con i franchisti. E, negli ultimi anni, la continuità si afferma nella sua accanita difesa di un regime che comincia a fare acqua. Quel che suona falso nel rituale funebre è che lo si elogi per il suo ruolo in favore della classe operaia pur definendolo al contempo “uomo di Stato”, Si tratta di una contraddizione in termini, perché sotto il capitalismo gli uomini di Stato sono gli uomini dello Stato degli sfruttatori, mentre i combattenti della classe operaia sono i difensori degli sfruttati e degli oppressi, di chi sta in basso. Non c’è spazio condivisibile da entrambi.

In conclusione, tutte quelle lodi rivolte a Carrillo dai suoi presunti nemici di classe e avversari politici mi ricordano il dialogo shakespeariano di Marcello nell’Amleto, che è ben lungi dall’esprimere il significato popolare ed erroneo che funge da titolo al mio articolo (nell’originale è “Algo huele a podrido en Hispamarca”, cioè “Qualcosa puzza di marcio in Hispamarca”),perché nel caso della Spagna non si tratta solo di odore, ma c’è sicuramente qualcosa di marcio nel regno.

Detto questo, in fin dei conti e contrariamente a quanti hanno ammucchiato tanti elogi nelle ultime 24 ore o a quelli che settariamente si rallegrano per la sua scomparsa, io sono realmente dispiaciuto per la sua morte, nonostante l’età avanzata, e condivido il dolore che stanno provando coloro che gli erano vicini (amici o parenti). La morte, per naturale che sia, la sento come la sconfitta della natura.

 

NOTE

* Sindacalista e ex dirigente della sezione spagnola della IV Internazionale, è membro della redazione di Viento Sur, che ne ha pubblicato l’ articolo nel suo sito (http://vientosur.info/) il 19 settembre 2012, poi ripreso in versione francese nel sito di A l’Encontre (http://alencontre.org/).

[1] La transizione dal franchismo alla monarchia costituzionale viene attualmente magnificata in Spagna. Si elogia oggi, ad esempio, Adolfo Suárez, che festeggia i suoi ottant’anni, per aver dato vita a un’organizzazione (Unione democratica di Centro – UCD), e raggruppato personaggi emersi dal regime franchista e democratici cristiani, con il sostegno di socialdemocratici, per organizzare le elezioni del 15 giugno 1977. La concertazione non è avvenuta solo sul piano politico ma anche su quello sociale con i patti della Moncloa e la realizzazione di una nuova Costituzione adottata il 6 dicembre 1978. In un articolo pubblicato da El País il 25 settembre 2012, si sostiene che Adolfo Suárez avrebbe “avuto scarso successo se Felipe Gonzalez o Santiago Carrillo, all’epoca dirigenti della sinistra illegale, nonché il presidente in esilio della Generalitat della Catalogna, Josep Tarradellas, non fossero entrati intelligentemente nel gioco proposto”.

[2] La sfilata di personalità politiche e del re Juan Carlos di fronte alla bara di Santiago Carrillo è durata due giorni.

[3] Santiago Carrillo, come ha ricordato un suo ex braccio destro, ha risposto alla domanda “Dobbiamo accettare la bandiera della monarchia al posto di quella della repubblica?” con l’ipocrita formula tipicamente stalinista: “Sì, se è per la democrazia, comunque il nostro colore è il rosso”.

[4] Fondamentalmente e da un punto di vista strategico, i partiti socialdemocratici e staliniani, originariamente diversi, rientrano in una prospettiva “controrivoluzionaria”. Non vanno confusi gli orientamenti degli apparati di questi partiti, per un lungo periodo, e il significato che davano i loro militanti alla propria adesione a queste formazioni.

[5] Segretario del PCE dal 1932 al 1942. Ufficialmente suicidatosi durante il suo esilio nella Georgia di Stalin.

[6] Il 23 febbraio 1981, Antonio Tejero. Luogotenente-colonnello della Guardia Civil, entra in parlamento, spara alcuni colpi di pistola e tutti i deputati si nascondono sotto i banchi. Carrillo è uno dei pochi che restano seduti. Quel tentativo di colpo di Stato rientra in una fase di tensioni della sunnominata transizione democratica, in cui si combinano crisi economica, difficoltà dell’Unione del centro democratico e resistenze nell’esercito rispetto agli sviluppi in corso.

(traduzione di Titti Pierini)

dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/

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