LA “PISTA CIFRATA” DELL’UNIVERSITA’ ITALIANA di Luciano Governali

 



LA “PISTA CIFRATA” DELL’UNIVERSITA’ ITALIANA
di Luciano Governali

La cronaca dell’ultimo autunno ci ha raccontato di un mondo della scuola in subbuglio per i tentativi del governo Monti di scaricare anche sull’istruzione pubblica le tensioni derivanti dai piani di risanamento europei. Ogni singolo provvedimento e dichiarazione dei ministri deve però essere letta alla luce di un disegno complessivo, una visione della società e delle istituzioni della formazione propria di questo governo e probabilmente rimasta invariata, per buona parte del capitalismo italiano, nel corso di decenni.

L’istruzione secondaria e superiore (licei, istituti e università), cui siamo abituati a conferire il carattere “di massa”, nacque nella seconda metà degli anni cinquanta, fra mille resistenze e dibattiti accesi che in pochi anni videro completamente stravolti i posizionamenti politici e le interpretazioni della classe dirigente.
Le prime proposte pubbliche di riforma e intervento sull’istruzione vennero elaborate fra il 1947 (il 12 aprile venne istituita la Commissione Nazionale di Inchiesta dall’Assemblea Costituente) e il 1951 anno in cui venne presentato il primo disegno di legge a firma del Ministro Gonella (1). Senza scendere nell’analisi dettagliata di quelle proposte, è storicamente riconosciuto che l’impianto teorico e politico rimaneva quello che dieci anni prima aveva ispirato la Carta della scuola di Bottai(2): si riproponeva una differenziazione sempre più marcata dei percorsi formativi con un livello d’istruzione secondario diviso in classico e tecnico, oltre all’istituzione di una scuola secondaria normale copia fedele della scuola artigiana prevista da Bottai. Tutto questo non può essere semplicemente ridotto alla continuità nell’operato del Ministero dell’Istruzione, seppur notevole, fra l’immediato dopoguerra e il ventennio, continuità dovuta anche all’ampio corpo di funzionari e dirigenti fascisti di cui si circondò il Ministro Gonella (3).
In realtà l’idea di un’università concepita come ultimo stadio formativo solo per alcuni, di un’istruzione come strumento di cristallizzazione dei ruoli, e quindi delle disuguaglianze sociali, è propria di una certa classe politica di allora senza che ciò abbia subito notevoli mutamenti nel corso dei decenni.
Nell’ottobre del ‘49 il Ministro Gonella esponeva chiaramente la sua idea: «Nella società ci devono essere ufficiali e soldati: non tutti ufficiali e non tutti soldati», il problema stava nel metodo da trovare per selezionare «ufficiali e soldati» senza dichiararlo esplicitamente fra un metodo di selezione democratica e quello delle caste chiuse si prediligeva il secondo (4).
Ma intanto il mondo ribolliva. L’ingresso dell’Italia nel novero delle nazioni industrializzate comportava uno stravolgimento delle relazioni produttive e della funzione sociale di numerose istituzioni, quelle dell’istruzione in primis. L’aumento del reddito pro capite e l’avvento della società dei consumi espandeva il bisogno e la voglia di accedere a sempre più elevati livelli d’istruzione, considerato da allora in poi dalle masse (e non dalla classe dirigente) strumento di ascensione sociale per scardinare una società immobile. Nel frattempo anche la borghesia italiana ravvide l’esigenza di mutare la natura dell’istruzione, in rapporto alle esigenze produttive di un apparato industriale che, in pochi anni, avrebbe portato un paese semiagricolo ad essere la settima potenza industriale del mondo. Studi e pubblicazioni misero in evidenza la necessità di aumentare il numero di laureati (5), mutando i termini di un dibattito politico che in pochi anni avrebbe stravolto le modalità di accesso ad ogni livello d’istruzione: prima l’istituzione della scuola media unificata nel 1962 (6) e la conseguente abolizione dei percorsi formativi professionalizzanti, poi le liberalizzazioni degli accessi all’università realizzata in due tempi e in forma ampiamente bipartisan: la delega delle decisioni alle singole facoltà nel 1961, poi lacompleta liberalizzazione del 1969.
La liberalizzazione rappresentò però un’esigenza mai del tutto accettata da una certa classe dirigente che, già due anni dopo, propose il celebre disegno di legge 2314, noto come legge Gui, il cui impianto si basava su una rigida differenziazione dei percorsi formativi (un primo biennio per il conseguimento del diploma, la laurea e infine il dottorato dopo due anni dalla laurea).
La liberalizzazione e l’annullamento di qualsiasi differenziazione formativa nelle scuole superiori, unita all’enorme espansione dell’utenza universitaria che ne conseguì, determinarono la priorità d’obbiettivi di tutte le politiche riformatrici assunte dai successivi governi: la differenziazione e i molteplici livelli di laurea furono al centro di tutte le proposte di riforma organica dell’univesità dagli anni sessanta ad oggi.
Le esigenze produttive, le spinte della società, la forza delle mobilitazioni del nascente movimento operaio, hanno determinato i profondi mutamenti normativi e strutturali dell’istruzione secondaria e superiore, ma la combinazione anche permanente di questi elementi non è bastata a sradicare dalle menti di un certa classe dirigente l’idea di una società organica, in cui «ogni organo ha una sua differenziazione ed una sua funzione[…]. In una società organica ogni professione ha la sua funzione, e il problema di non confondere organi e funzioni è un problema di vitalità della Società».
Quello che vorrei evidenziare è come una simile concezione della realtà non abbia subito notevoli mutamenti per buona parte dell’elitè economica del paese e ora, dopo il governo tecnico, il parallelismo fra le resistenze di allora ai mutamenti dell’istruzione e la concezione del lavoro e della formazione dei ministri nostrani (che siano tecnici o politici) emerge con maggiore chiarezza.

Il 1° ottobre del 2012, il Ministro del lavoro Elsa Fornero sosteneva l’idea che «laurearsi tanto per laurearsi serve a poco in un mercato aperto come quello europeoSe ci si laurea male si hanno competenze modeste che portano poco lontano. Meglio non inseguire un titolo per essere dottori per forza, ed avere, invece, una formazione tecnica spendibile» e ancora «abbiamo un percorso da fare, perché abbiamo svilito la formazione tecnica e professionale e indotto tutti a pensare che se uno non frequenta l’università e fa una scuola professionale vale meno di un dottore. Non è così. Abbiamo bisogno di ridare piena dignità al lavoro operaio e tecnico». Va quindi creato per il Ministro «un percorso di studio che valorizza il merito, capisce le attitudini personali e le valorizza senza appiattire tutti in una realtà di scarse soddisfazioni e scarso reddito». Prendendo alla lettera la retorica del Ministro Fornero, il lavoro operaio deve godere della stessa dignità di un lavoro non manuale e su questa dichiarazione in astratto non si può che concordare. Il punto è che essa è parte di una visione più complessiva della società in cui il ritorno al lavoro manuale è visto quasi come una condanna ed è staccato dal gravoso problema delle mancate garanzie al diritto allo studio finalizzata a rendere socialmente sempre più accettabile la condizione effettiva dei giovani, diplomati e laureati: una condizione fatta di lavori precari più che dequalificanti rispetto alla propria formazione. La riaffermazione della dignità del lavoro appare così uno strumento retorico per giustificare una politica di governo finalizzata all’espulsione di una fetta rilevante delle giovani generazioni dal mondo del sapere, una retorica colorata dal cattivo gusto degli inviti a non essere troppo schizzinosi nella scelta del primo impiego, come ribadito in un’intervista il 21 ottobre successivo.

Tralasciando l’ipocrisia di un Ministro che parla di dignità del lavoro operaio dopo aver smantellato diritti e tutele dei lavoratori, l’elemento significativo sta proprio nella filosofia di fondo di simili affermazioni, filosofia che già nel 1955 il deputato democristiano Mario Pedini esprimeva in aula: «anziché trovare stimolo al lavoro materiale, anziché comprendere la necessità di una specializzazione agraria, si creano addirittura una mentalità di fuga dal lavoro, nella illusione anzi, pervasa in taluni ceti, di potere in tal modo trovare un riscatto sociale, nel credere che l’impiego sia la via di accesso a una supposta classe sociale superiore».

Dichiarazione dopo dichiarazione emerge l’orizzonte culturale in cui una parte della classe dirigente italiana si forma ed elabora la sua idea di società. Orizzonte rimasto probabilmente invariato a distanza di decenni. Questo governo trova la sua legittimazione proprio in questo, nell’essere considerato la quintessenza del capitalismo italiano, quella che gode del credito internazionale, quella pulita prima e dopo Tangentopoli, la giusta risposta all’incompetenza berlusconiana.
Ed è già di per sé incredibile che avvenga un’operazione mediatica del genere, considerando il livello d’arroganza contenuto in dichiarazioni così sprezzanti, dichiarazioni che rendono palese il totale scollamento fra la realtà sociale e quella vissuta, interpretata e gestita da tecnici e politici.
Se per Berlusconi nel novembre 2011 in Italia la crisi e si suoi effetti erano trovate giornalistiche visto che «i ristoranti sono pieni, si fatica a prenotare un posto sugli aerei», allo stesso modo secondo il Ministro Fornero la precarietà giovanile è tutto un problema di scelte, di lavori da scartare o meno in un mondo del lavoro in cui è necessario ridare dignità a tecnica e manualità, ignorate per decenni da giovani troppo “schizzinosi” e quindi unicamente concentrati nella rincorsa al pezzo di carta.

Un punto di vista alternativo può essere quello che prova a leggerla per davvero la realtà, cercando di cogliere il significato profondo di tendenze e mutamenti che stanno dietro alle cifre. Le cifre ci dicono che la corsa alla laurea sta rallentando, e parecchio, già da anni, e questo è uno dei pochi risultati concreti del decennio di furia riformista in cui è stata immersa l’università italiana. Dal 2004 si è invertita una tendenza decennale che vedeva il tasso di passaggio da scuole e a università sempre positivo, nell’anno accademico 2008/2009 la diminuzione è stata addirittura del 4% rispetto alle immatricolazioni dell’anno precedente e il trend rimane ormai saldamente negativo.
La diminuzione dell’utilità sociale dell’università che si sta diffondendo fra i giovani non è un effetto collaterale ma un preciso obbiettivo perseguito da chi ha iniziato il processo riformatore più di dieci anni fa e oggi lo porta avanti nelle forme più diverse.
Nel già citato lavoro della Commissione Nazionale d’Inchiesta per la Riforma della Scuola del 1949 il problema principale posto dal Ministero agli stessi atenei era trovare una soluzione all’”affollamento delle università”. Il risultato furono le proposte di legge di due deputati democristiani miranti ad innalzare le tasse universitarie, mentre Gonella proponeva la differenziazione fra “diploma dottorale” e “laurea scientifica” di perfezionamento.
Tasse più alte e differenziazione dei percorsi.

Le analogie fra questi provvedimenti e la ricetta proposta per l’università dagli ultimi governi è evidente: il doppio livello di laurea (3+2) per differenziare i percorsi e diminuire il numero degli studenti che rimangono per l’intero ciclo di studi, tutto ciò unito a una liberalizzazione delle tasse sui fuoricorso, provvedimento più rilevante della permanenza di Profumo al Ministero dell’istruzione.
L’attacco mediatico ai fuoricorso condotto dall’attuale ministro dell’istruzione rientra infatti in un preciso disegno di definanziamento totale dell’istruzione pubblica, cui far corrispondere lo spostamento degli oneri economici a carico di quella che rappresenta ormai la metà della popolazione studentesca e la cui permanenza all’università significa per questo ministro (come per tutti quello che lo hanno preceduto) un costo sociale da eliminare.
Sforzarsi di analizzare le dinamiche che portano la metà degli studenti italiani a non poter rispettare i tempi previsti per la laurea pare non essere compito di governi e rettori che continuano ad investire in fondi per il merito e poli d’eccellenza piuttosto che sostenere economicamente quel 72,9% degli studenti che, secondo Almalaurea, durante gli studi è costretto ad accumulare esperienze lavorative, nella maggior parte dei casi occasionali e stagionali. E’ un fatto che solo il 26,6% di chi si laurea non ha mai lavorato e, ovviamente, risulta ridicolo immaginare un arricchimento delle conoscenze degli studenti/lavoratori considerato che meno del 20% degli intervistati riscontra una qualche connessione fra esperienza di studio e di lavoro.
La storia dell’università italiana negli ultimi quindici anni assomiglia sempre più al gioco della settimana enigmistica (la pista cifrata appunto) in cui per trovare la figura finale è necessario unire tutti i puntini.
Sono convinto che i primi puntini siano vecchi di decine di anni e che gli ultimi, purtroppo, li stiamo scoprendo legislatura dopo legislatura.
Nel frattempo i contorni della figura emergono… e sono contorni inquietanti.
L’università ridotta a luogo di trasmissione di conoscenze tecniche e nozionistiche, specifiche ma non specializzanti, con tempi e modalità di studio da scuola media superiore, con costi economici sempre più alti e con un offerta formativa sempre più all’osso e senza strumenti adeguati (mese dopo mese da tutti gli atenei arrivano notizie di corsi chiusi, biblioteche a mezzo servizio, laboratori sospesi e aule inadeguate). Un’università in questo stato è la migliore risposta al decennale problema dell’”affollamento dell’università” da cui infatti sono attratti sempre meno diplomati.
Alcuni piccoli atenei e i poli d’eccellenza continueranno, insieme con le università private sostenute con inquietante continuità dai finanziamenti statali dal 1986, a svolgere quella necessaria funzione di riprodurre la ristretta classe dirigente, qualificata nel periodo di studio come “studenti meritevoli”, mentre al resto degli atenei la funzione di sfornare quella massa di precari necessaria per l’ennesima ristrutturazione neoliberista imposta dalla crisi: sempre secondo Almalaurea nel 2011 erano precari il 55% dei laureati del 2010 e il 42% dei laureati del 2008, mentre secondo l’Istat la disoccupazione giovanile (calcolata sulle liste di collocamento e quindi da considerare come cifra ampiamente ribassata) era superiore al 35%.
La piccola fuga dall’università fabbrica di precarietà è soltanto cominciata.

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NOTE:

1. Per le conclusioni dell’indagine si veda Commissione Nazionale d’Inchiesta per la Riforma della Scuola, Le conclusioni dell’inchiesta nazionale per la riforma della scuola in La riforma della scuola, fascicolo conclusivo, Roma 1949.

2. Marzio Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia, Il Mulino, Bologna 1974, pp. 401-402; Massimo Miozzi, Lo sviluppo Storico dell’Università italiana, Firenze, Le Monnier, 1993, pp. 143-144.

3. Elemento di continuità fortemente contestato in quegli anni dal PCI. Si veda Lucio Lombardo Radice, Due scandali nella scuola, in «l’Unità», 3 gennaio 1950 e Idem, Citazioni dai testi del signor Padellaro, in «l’Unità», 7 gennaio 1950.

4. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, I legislatura, Discussioni, 24 ottobre 1949.

5. SVIMEZ, Mutamenti della struttura professionale e ruolo della scuola. Previsioni per il prossimo quindicennio, Giuffrè, Roma 1961; SVIMEZ,Trasformazioni sociali e culturali in Italia e loro riflessi sulla scuola, Giuffrè, Roma 1962.

6. Sull’istituzione della scuola media unica cfr. Guido Crainz, Storia del miracolo italiano – Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta, Donzelli, Roma 2003; Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. L’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, Marsilio, Padova 1996; Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini, Storia dell’Italia Unita, Garzanti, Milano 2010.

7. A riprova del fatto che la liberalizzazione rappresentasse una scelta obbligata, piuttosto che una precisa strategia politica di democratizzazione radicale dell’istruzione superiore, sta il fatto che le prime facoltà interessate furono quelle del Magistero, al fine di diminuire la disoccupazione dei diplomati delle scuole magistrali per i quali non esistevano adeguate possibilità d’impiego immediato, ai quali fu così offerta la possibilità di proseguire gli studi.

8. Guido Gonella, in «L’ingegnere», Atti del convegno sul tema: Ammissione indiscriminata dei Geometri e dei Periti alle facoltà di Ingegneria e di Architettura, Roma 1960, pp. 866-867.

9. Intervento del Ministro Fornero al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino in occasione della sedicesima edizione del Premio Optime, Torino 1° ottobre 2012.

10. Il 21 ottobre 2012 intervenendo dal palco di Assolombarda a Milano, il ministro Fornero ha esortato i giovani italiani a non essere troppo schizzinosi nella scelta del lavoro, facendo così riemergere la propria visione della condizione lavorativa dei neolaureati, visione ampiamente distinta dalla realtà, in cui ben poche sono le possibilità di scelta occupazionale: «Non devono essere troppo choosy (in inglese: esigenti, difficili) nella scelta del posto di lavoro. Lo dico sempre ai miei studenti: è meglio prendere la prima offerta di lavoro che capita e poi, da dentro, guardarsi intorno, non si può più aspettare il posto di lavoro ideale, bisogna mettersi in gioco».

11. Atti parlamentari, Camera dei Deputati, II legislatura, Discussioni, Intervento del democristiano Pedini, seduta del 24 settembre 1955.

12. Intervento del Primo Ministro Silvio Berlusconi, in occasione della conferenza stampa al termine del G20, Cannes 4 novembre 2011.

13. Nel 1949 venne presentata la proposta di legge della deputata democristiana Maria Pia dal Canton, Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, I Legislatura, Disegni di legge e relazioni, 27 luglio 1949. L’anno successivo il deputato democristiano Ermini insieme al deputato comunista Marchesi presentarono la proposta di aumenti delle tasse universitarie poi diventata legge n. 1551, del 18 dicembre 1951. M. Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia, p. 399.

14. Queste le dichiarazioni del Ministro Profumo del 14 luglio in occasione dell’inaugurazione del Cesimed al Policlinico di Palermo: «Non penso ci vogliano leggi per avviare verso la normalizzazione il Paese, all’Italia manca il rispetto delle regole e dei tempi. Credo che la scuola sul rispetto delle regole debba dare un segnale forte. I fuoricorso hanno un costo anche in termini sociali. E per gli studenti lavoratori. Facciano un part-time. Così facendo si creerebbero cittadini migliori in grado di gestire il proprio tempo al meglio».

15. Il Fondo per il merito è stato istituito con l’Art. 4, legge n. 240 30 dicembre 2010 (legge Gelmini) cui è seguita la creazione nel 2011 della Fondazione per il merito attraverso il Decreto Legge Semestre europeo – Prime disposizioni urgenti per l’economia (l’Art. 9, decreto-legge n. 70 13 maggio 2011) con il compito di gestire il Fondo, e dotata di 1 milione di euro per il suo funzionamento. Nel Decreto Ministeriale n. 71 16 aprile 2012 dei 15.500.000 mln di euro destinati a interventi in favore degli studenti, 9 mln, ai sensi di quanto previsto dallo stesso Decreto Legge all’articolo 9, comma 9, a sostegno del Fondo per il merito di cui all’articolo 4 della legge n. 240 30 dicembre 2010 finalizzato ad interventi di erogazione di premi di studio, buoni studio e prestiti d’onore gestiti dalla Fondazione per il merito di cui al Decreto Legge n. 703 13 maggio 2011 convertito nella legge n. 106 12 luglio 2011.

16. Consorzio Almalaurea, Condizione Occupazionale neolaureati, XIII indagine 2011, Il Mulino, Bologna 2011.

17. Il primo finanziamento pubblico agli atenei privati è del 1986. Articolo 1 decreto legge n. 834 9 dicembre 1986, recante contributi dovuti alle università non statali per l’anno accademico 1985/1986 in cui viene dichiarato “straordinariamente urgente” lo stanziamento di 30 miliardi agli atenei non statali, di cui 12.860 milioni all’Università Cattolica di Milano, 10.230 milioni alla Luiss e oltre due miliardi e mezzo alla Bocconi di Milano, solo per citarne alcuni. Va sottolineato che simili stanziamenti trovarono, nelle aule parlamentari, il sostegno di tutti i gruppi parlamentari, escluso quello di Democrazia Proletaria.


6 febbraio 2013

dal sito  ATENE IN RIVOLTA

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