NOTE POST-ELETTORALI di Piero Maestri



Le elezioni politiche del 23/24 febbraio rappresentano un vero e proprio terremoto del quadro politico e istituzionale, come probabilmente non è mai avvenuto, nemmeno dopo «tangentopoli» e la ricollocazione dei tradizionali partiti (democristiani, socialisti, comunisti).
Tre sono i dati incontrovertibili di queste elezioni:


a. la sconfitta dei partiti «di governo» e dell’austerità (definiamo partiti «di governo» quelli che hanno governato nell’ultimo anno e mezzo e si ritengono «indispensabili» per la stabilità in quanto portatori dell’interesse «generale»);
b. il successo oltre le aspettative del Movimento 5 stelle;
c. il fallimento elettorale della cosiddetta sinistra «radicale».

Un primo dato da sottolineare è però quello della partecipazione al voto. Ancora una volta aumenta l’astensione: domenica scorsa non hanno partecipato al voto, o hanno votato scheda bianca o annullato il voto oltre il 28% dell’elettorato, circa 12.900.000 persone (erano 10 milioni e mezzo nel 2008). E’ vero che rispetto ad altri paesi europei o agli Usa è ancora alto il numero dei partecipanti al voto, ma la tendenza all’astensione aumenta, persino in elezioni considerate (cosa poi vorrà dire?) «costituenti» e nelle quali l’offerta era un po’ più ampia del bipolarismo ormai definitivamente uscito di scena – a meno di considerare un nuovo bipolarismo tra partiti “del sistema” politico e partiti contro/fuori dallo stesso «sistema» (almeno percepiti o che si autorappresentano come esterni al sistema).

Guardare i numeri assoluti del voto è sempre il modo migliore per capire quale sia stato il grado di adesione alle liste elettorali e le tendenze nel tempo. E questi dati sono impietosi (prendiamo per questo l’analisi dell’Istituto Cattaneo di Bologna): il dato nazionale indica che Partito democratico (Pd) e Popolo della libertà (Pdl) hanno perso rispettivamente il 30% e circa la metà dell’elettorato che li aveva scelti nel 2008. Il Pd nel 2013 ha perso 3.435.958 voti rispetto alle precedenti elezioni politiche, pari a una contrazione del 28% (-28,4%); il Pdl ha subito una riduzione dei consensi tra il 2008 e il 2013 pari a quasi il 50% (-46%, – 6.296.744 voti); la Lega Nord ha perso oltre la metà dei consensi raccolti nel 2008 (-54%, -1.631.982 voti). Per quanto riguarda la nuova aggregazione di Centro, guidata da Mario Monti, ottiene poco più di 3,5 milioni di voti rispetto ai 2 milioni di cui beneficiava Casini nel 2008 dando per quasi nullo il contributo elettorale del «bluff» rappresentato da Futuro e Libertà di Fini. Un risultato al di sotto delle aspettative sul piano politico ma che fa crescere in dimensioni il “centro” modificandone la natura. La crescita, infatti, è maggiore in Trentino, Lombardia e Liguria mentre non è forte al Sud. Al di là del dato numerico, sono le strategie di questi partiti a essere uscite stravolte e sconfitte da queste elezioni.

a. senza alcun paradosso, è prima di tutto la strategia del PD di Bersani a collezionare la peggiore sconfitta. Dato per sicuro vincitore due mesi fa, ha perso durante la campagna elettorale buona parte delle simpatie inizialmente dichiarate. Ma in realtà la sua sconfitta è iniziata nel momento in cui ha rinunciato alle elezioni dopo la caduta di Berlusconi, grazie alle scelte del presidente Napolitano (uno dei principali artefici del disastro dei partiti «di governo») e nei mesi di applicazione del verbo di Ue e Bce, del quale verbo è stato uno dei principali interpreti (ricordiamo che ancora in campagna elettorale ex-ministri come Damiano escludevano qualsiasi intervento di ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, coerentemente con il loro comportamento parlamentare). Il PD ha pensato di aumentare la sua «credibilità» istituzionale gestendo la transizione attraverso il «tecnico» Monti voluto dall’Europa, per essere poi impallinato dallo stesso Monti e dimenticando che alla fine a mettere la scheda nell’urna non la mettono i banchieri della Bce, ma cittadine e cittadini che subiscono quelle politiche. Dopo l’esperienza del governo dell’austerità presentarsi come alternativi e difensori dei diritti e dei bisogni dei lavoratori non poteva seriamente funzionare (nemmeno con la compagnia di Vendola – che raccoglie uno scarso 3,2% (certamente più basso delle aspettative) , che non servirà in alcun modo a condizionare le scelte del PD, vista la quasi inesistenza al Senato, dove ha ottenuto 3 seggi). Oltretutto Sel crolla proprio nella Puglia dove Vendola è da un bel pezzo «governatore” – perdndo il confronto con la destra e con una forte affermazione regionale del M5S. E non sono credibili nemmeno i cosiddetti “giovani turchi” come Orlando che oggi si schierano assolutamente contro il governassimo e vorrebbero “inchiodare alle sue responsabilità” Grillo e il M5S (continuando a insultarli, tra l’altro), per un programma di alternativa all’austerità.

b. il Pdl riesce, grazie alla sovraesposizione televisiva e mediatica di un redivivo Berlusconi, a recuperare i disastrosi sondaggi di due mesi fa, riuscendo a far dimenticare (o perlomeno a farsi perdonare) le sue corresponsabilità nel governo Monti e nelle sue politiche. Questo suo successo personale non riesce comunque a tamponare la perdita di oltre 6 milioni di voti, a cui deve aggiungersi la crisi della Lega che prosegue (anche se Maroni riesce a essere eletto come presidente della regione in Lombardia, frenando l’erosione di voti nelle provincie, mentre continua soprattutto nelle aree urbane) e la scomparsa dei vecchi alleati di An, che fanno una pessima figura con la lista di Fratelli d’Italia che raccoglie meno del 2% e elegge un paio di deputati. Berlusconi riesce nel suo intento di bloccare e rendere ingovernabile il Senato, negando una maggioranza non solo al Pd, ma anche ad una possibile alleanza Pd- Monti, riuscendo in questo modo a rientrare nei giochi politici per la formazione del governo possibile.

c. il «centro» di Monti non raggiunge i risultati sperati, anche se la sua coalizione va oltre il 10%, contribuendo ad affossare qualsiasi ipotesi bipolarista e riuscendo comunque a costringere il Pd a tener conto della sua forza parlamentare – malgrado aver ridotto ai minimi termini l’Udc di Casini e la scomparsa delle velleità politiche di Gianfranco Fini (che non sarà più nemmeno parlamentare).
Non sarà ovviamente possibile un secondo governo con a capo Mario Monti, ma questa coalizione avrà certamente un ruolo di governo – anche grazie al sostegno di Bce e Ue.

Nell’insieme questi partiti raccolgono una sconfitta epocale e si trovano in mano la patata bollente di un quadro istituzionale questa volta davvero ingovernabile.
Non ha senso fare previsioni sua quale possa essere il prossimo governo e con quale maggioranza parlamentare, ma ci pare improbabile che questi partiti si consegnino in pochi mesi a nuove elezioni che potrebbero riservare loro una sorte ancora peggiore di quella attuale.

Malgrado le smentite e le dichiarazioni di questi giorni, che ci paiono dettate più da tattica e attendismo, sembra probabile una qualche forma di governo di larghe intese, che «salvi l’Italia dall’abisso della Grecia» e che tuteli i vincoli imposti da Fmi e Bce, proseguendo in questo modo le politiche di austerità di questi anni (con buona pace di Sel, che potrà anche non aderire a questa prospettiva senza conseguenze per la stessa).

Una scelta quasi obbligata, non essendo credibile una maggioranza stabile con il Movimento 5 stelle, che dovrebbe essere indisponibile a una partecipazione organica alla maggioranza (e non essendo probabili maggioranze «tecniche» o voti di fiducia tecnici, che si dissolverebbero alla prima legge finanziaria…).

Ma anche un possibile governo di larghe intese avrà vita difficile e comporterà nuovi prezzi per i partiti che vi parteciperanno.

* Indubbiamente l’unica forza che può legittimamente gridare vittoria è il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, il non partito che ha portato nelle piazze centinaia di migliaia di persone ai comizi del suo leader. Centinaia di pagine sono state scritte in questi giorni, e tutti sono ormai esperti della sociologia del movimento. Noi per il momento non ce la sentiamo di dare un giudizio definitivo, se non per ribadire le critiche già espresse prima delle elezioni e che ci hanno convinto dell’impossibilità di un sostegno politico al M5S – e non solo perché non siamo abituati a salire sul carro del vincitore. Certamente non ci convincono quelle analisi che dipingono il movimento di Grillo come l’anticamera di un nuovo fascismo, al di là di molte dichiarazioni davvero ignobili del loro leader. Il M5S è un movimento complesso, che raccoglie una protesta diffusa e altrettanto complessa – in fondo è lì che si è espressa quella radicalizzazione che in altri paesi dell’Europa ha invece portato nelle piazze centinaia di migliaia di “indignate/i”.

In questo senso alcuni dati ci sembrano interessanti.
In primo luogo una gran parte dell’elettorato di Grillo si considera decisamente di sinistra, sia come provenienza e persino nell’immediato: sono infatti molti gli elettori del M5S alla Camera che alle regionali nel Lazio e in Lombardia votano per i candidati del centrosinistra. Anche i dati sui flussi di provenienza di Swg, Istituto Cattaneo e Mannheimer arrivano alle stesse conclusioni.
E oggi la discussione sul blog di Grillo riguardo un possibile appoggio alla formazione del governo rivela la loro distanza soprattutto da un ritorno di Berlusconi.
In secondo luogo tra gli elettori della sola Camera, cioè i giovani tra i 18 e 25 anni, il M5S raccoglie quasi il 40% dei consensi, contro il 7% del PD, il 6,1% di Ingroia e il 5% di Sel (non è un calcolo scientifico, naturalmente, ma basato sulla differenza di voti tra Camera e senato, che non possono essere considerati dai effettivi, ma una tendenza reale).
Ancora, il M5S ha risultati notevoli in alcuni luoghi chiave del conflitto sociale e ambientale, o comunque in zone significative: lo mostrano ad esempio i dati della Val di Susa, dove il M5S raccoglie oltre il 60% dei voti, ma anche a Mirafiori e altri quartieri operai torinesi, con un risultato pari a quello del Pd; e ancora Taranto, il Sulcis e così via.
Non si può quindi guardare al M5S con sufficienza e con un giudizio sprezzante nei confronti dei suo attivisti (i parlamentai saranno forse sprovveduti, ma non saranno certo peggiori dei soliti noti che avevano un posto garantito per censo o legami di casta…) e nemmeno sottovalutarne la presa in settori sociali differenti, tra i quali anche lavoratori, non solo precari e giovani.
Certamente hanno ragione i Wu Ming (http://www.facebook.com/notes/collettivo-redshift/il-movimento-5-stelle-ha-difeso-il-sistema-di-wu-ming/495666663830657 ), quando sostengono che Grillo ha raccolto e «risucchiato» quello che in altri paesi si è espresso nelle piazze. E d’altra parte anche chi ha partecipato a diversi movimenti alla fine ha scelto di votare Grillo, in mancanza di alternative per lui credibili (interessante in questo senso anche l’articolo di «connessioniprecarie»
( http://www.connessioniprecarie.org/2013/02/24/matrix-e-il-grillo-della-rappresentanza/ ).

Ma per noi naturalmente il problema non è tanto analizzare il M5S per questo, quanto capire perché non siamo stati in grado noi e la sinistra anticapitalista e/o radicale di intercettare questa protesta e perché la stessa non ha sfondato i limiti del sistema, come hanno almeno provato a fare a Tunisi, Madrid, New York…

Grillo formula un discorso, una «narrazione» (come piacerebbe a Vendola), su differenti livelli, nei quali elementi propri della sinistra si mescolano a un linguaggio populista sapendo che questo non è per forza di destra: ha infatti richiami al comunitarismo politico, all’ecologismo radicale riferibile alle teorie della decrescita, e mescola cose diverse.

Nel suo elettorato, tra i suoi attivisti e, ora, tra i suoi parlamentari ci sono forze che hanno una provenienza di sinistra e che possono essere sensibili a certi richiami. Non è detto che la cosa continuerà dipende da chi si organizzerà a sinistra e come.

È del tutto evidente che una mancanza di «analisi di classe» (come scriveva Marco Rovelli in un interessante post su FB) è alla base dei maggiori limiti del M5S, ma questo non oscura il fatto che molti attivisti del M5S sono presenti in diverse lotte sociali e ambientali e che il M5S ha avuto la fiducia di molti attivisti di movimenti sociali (si legga a proposito “Grillo e i movimenti: continuità rimosse e preoccupanti contiguità” – http://ilcorsaro.info/in-piazza/grillo-e-i-movimenti-continuita-rimosse-e-preoccupanti-contiguita.html ).
Da questo punto di vista è pesante il nostro giudizio riguardo le uscite contro i sindacati (che non sembravano solo una critica all’esistente e alla loro burocratizzazione, ma un preciso fastidio per le soggettività organizzate dei lavoratori), i dipendenti pubblici, i pensionati e contro i giovani, gli immigrati. Sono quindi per noi assolutamente da combattere le proposte di un “reddito minimo” finanziato con tagli alle pensioni e ai dipendenti pubblici, come fossero questi i responsabili della crisi e non banchieri, capitalisti e dirigenti politici a loro asserviti.
Altrettanto fuorviante e pericolosa la sua idea che i lavoratori debbano diventare azionisti delle loro imprese e che per questa via si annullerebbe secondo lui la funzione dei sindacati, perché non ci sarebbe più conflitto di classe. In questo modo annulla la centralità del conflitto di classe, e l’impossibilità di eliminare le differenze tra sfruttati e sfruttatori senza porsi il problema della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Grillo, dal nostro punto di vista, è “moderato”, non solamente perché non ha un’analisi di classe e anticapitalista, ma soprattutto non propone uno strumento di autorganizzazione delle lotte e di partecipazione democratica. I suoi parlamentari “vanno” alla manifestazione No Tav ma “non sono” il movimento No Tav. “Andranno” alle mobilitazioni studentesche ma “non sono” il movimento degli studenti.
Noi invece vogliamo di “essere” dentro quei movimenti, e altri ancora e lavorare per la loro crescita soggettiva.
Sarà comunque necessario capire meglio la natura del M5S e mettere in campo una proposta che provi a raccogliere in una forma e in uno spazi differente quella proposta, almeno sul piano sociale, prima che politico.

Cosa farà ora il M5S? La sua «tentazione» siciliana – che pare sostenuta da Pizzarotti e altri nel movimento – è forte ma poco praticabile. Si faranno ingabbiare in un governo tecnico? in maggioranze variabili? In questo modo rischierebbero di buttare via la loro «alterità» e quindi di essere percepiti – magari non nel brevissimo periodo – come un partito come gli altri.
Anche per loro è arrivato uindi il momento di decidere cosa fare sul piano istituzionale, e il rischi di perdere dei pezzi non è assente. Il dibattito che si è aperto sul blog beppegrillo.it in merito alle dichiarazioni di Grillo di totale chiusura a qualsiasi accordo con Bersani è rivelatore di quella complessità di cui dicevamo e di una presenza nel movimento di critiche e articolazioni riguardo il pensiero del loro leader per dare un’idea degli oltre 15.000 commenti all’articolo di Grillo, c’è chi sostiene “riflettiamo bene prima di dire no, siamo arrivati fino al parlamento, ora dobbiamo fare in modo che i nostri voti possano davvero contare qualcosa” e chi invece insiste “niente INCIUCCI o accettano il nostro programma altrimenti a CASA Punto”.

Anche la sinistra già radicale esce definitivamente sconfitta da queste elezioni (e non solo quella che si è presentata, che trascina in qualche modo con sé tutta l’area d alternativa al centrosinistra). I dati assoluti sono peggiori di quanto dipinga l’Istituto Cattaneo, che ritiene che «per quanto riguarda l’area politica di Sinistra radicale (nel 2008 Sinistra Arcobaleno, Pcl, Sinistra critica, Alternativa Comunista, nel 2013 Rivoluzione civile, Sel e Pcl), è possibile rilevare una crescita, sebbene contenuta… di 400.000 votanti, pari a circa il 30% in più».
In realtà non è vero che la somma dei voti di Sel e Rivoluzione Civile sia superiore a quella presa nel 2008 da SC+Pcl+Arcobaleno, per due ordini di motivi: prima di tutto in Rc è presente anche Di Pietro, che nel 2008 prese circa 1,5milioni di voti, il che porterebbe ad un saldo negativo di oltre un milione di voti; in secondo luogo non si possono sommare oggi i voti di Sel e Rc, in quanto la prima ha scelto una collocazione non di sinistra radicale ma di centrosinistra, così come non sono sommabili i voti nel 2008 di Arcobaleno e Sc/Pcl, essendo i secondi direttamente alternativi ai primi per la spaccatura nel giudizio sul governo Prodi….

In ogni caso fallisce la strategia elettorale di Rc/Ingroia e dei 4 partiti che erano saliti su quel taxi (come lo definisce Guido Viale).

Sulla lista di Ingroia abbiamo già detto molto al momento della sua formazione, che non ci aveva convinto per diversi motivi, motivi in base ai quali avevamo deciso di non sostenerla elettoralmente e politicamente.

La campagna elettorale ha dimostrato questi limiti e anche di peggio. Da una parte le liste erano state formate in maniera burocratica e senza alcun rispetto nemmeno per le scelte di base degli stessi soggetti che partecipavano al progetto, per favorire segretari di partito e una «società civile» triste e con pochi legami con movimenti e lotte sociali (a parte alcune lodevoli eccezioni).

Dall’altra parte la campagna elettorale è stata tutta subalterna al Pd e allo stesso tempo schizofrenica: si criticava il Pd e le sue scelte e si chiedeva allo stesso Pd di aprire ad una collaborazione (anche di governo) con Rc. In questo modo Rc non è stata percepita come forza davvero alternativa al Pd e quindi al sistema politico dato – come è stato invece per il M5S.

Intendiamoci: niente può dimostrare che una maggiore sottolineatura del carattere alternativo al Pd e al centrosinistra avrebbe immediatamente pagato elettoralmente, ma avrebbe certamente reso più chiari i contorni politici e programmatici del progetto, e avrebbe almeno tentato una strada più innovativa anche nelle forme dell’aggregazione.
Allo stesso modo non si può sostenere che il progetto iniziale di Cambiare si può avrebbe avuto un maggiore successo sul piano elettorale – anche perché è difficile far passare un simbolo e una lista preparati in pochi mesi. Ma Csp avrebbe potuto essere più di un progetto semplicemente elettorale e avrebbe potuto costituire un percorso di costruzione dal basso di una proposta alternativa nei programmi e nelle modalità di lavoro al Pd e alle vecchie pratiche delle sinistre radicali e dei partiti che vorrebbero rappresentarle.

Rc non avrà, e speriamo davvero che sia così, alcuna prospettiva oltre le elezioni – sperando che non si presenti qualche altro «salvatore della patria» a voler risolvere i problemi della sinistra.

E allora? E ora?

Ci sembra evidente che il terreno elettorale non rappresenti quello dove possa avvenire una ri-costruzione della sinistra radicale, e che lo stesso terreno possa essere utile solamente se si sceglie un altro progetto, utilizzando le elezioni stesse come strumento per incontrare altre esperienze, costruire collettivi intorno a quel progetto, tessere le fila di una rete che non ha come obiettivo principale il risultato elettorale, quanto una prospettiva «oltre le elezioni». Sapendo che anche in questo caso la dinamica elettorale potrebbe condizionare il progetto stesso e un risultato negativo renderlo meno dinamico e aggregante.

Naturalmente è per noi evidente che Rc non è stata in alcun modo all’altezza della necessità di questo progetto, sia perché alcuni dei protagonisti di quella lista non sono una soluzione ai problemi della sinistra, quanto una parte (non secondaria) del problema, sia perché la campagna elettorale è stata condotta tutta in una logica di visibilità mediatica (necessaria se si ritiene l’elezione come un fine) e tutta giocata nel «teatrino della politica», quel teatrino che oltre la metà dell’elettorato giudica negativo e da rigettare.

Noi rimaniamo convinti che un nuovo sistema lo possono costruire solo direttamente i movimenti, che le istituzioni possono essere uno strumento, ma la rottura (una rivoluzione) deve essere sociale, puntare sull’autorganizzazione dei soggetti e la loro capacità di costruire una nuova società.

Il limite di Grillo è che ne fa la rappresentanza in modo delegato, allude alla democrazia diretta ma salta completamente l’autorganizzazione. Infatti è democrazia diretta solo via internet…dove autorganizzarsi è un po’ difficile…

Le elezioni ci convincono, senza alcuna superbia, della giustezza di aver avviato una riflessione che partiva dalla consapevolezza della fine del movimento operaio come lo abbiamo conosciuto nel novecento e – soprattutto – della quasi totale inservibilità dei riti e degli strumenti politici che quella storia ci consegna (partiti e, in gran parte, organizzazioni sindacali burocratiche), che i simboli e le tradizioni non aiutano più a parlare e ricomporre socialmente e politicamente una classe frammentata ma non per questo meno colpita dallo sfruttamento e dall’alienazione, anzi, e che non basta più pensare ad una generica «unità delle opposizioni» per risalire la china.

Allo stesso tempo va compreso che queste elezioni hanno espresso un rifiuto e dissenso di massa delle politiche degli ultimi vent’anni e nei confronti del sistema di una portata senza precedenti (oltre la metà dell’elettorato non vota oppure vota per il M5S percepito come esterno al «sistema»).

Questo dato potrebbe aprire spazi enormi per i movimenti, che dovrebbero cercare di «appropriarsi» della rottura che si è creata provando a portarla sul terreno sociale, giocando sull’instabilità del sistema politico e delle forze politiche che lo hanno sostenuto, e sfidando Grillo sul terreno dell’autorganizzazione. Ridefinendo per questa via le “giuste fratture”: quelle di classe. Ma per farlo devono cambiate le modalità e le forme che movimenti e soggettività politiche radicali hanno avuto fin qui.

Da questo punto di vista ci interessa davvero poco «lavorare sulle contraddizioni» di ciò che rimane delle soggettività politiche della sinistra già «radicale»: per essere chiari, è giusto dire che «siamo in una situazione greca con Grillo al posto di Syriza» ma questo non significa che sarebbe stato possibile o utile avere una Siryza italiana, magari intorno al Prc, e tantomeno che sia auspicabile un simile progetto, che in Italia dovrebbe appoggiarsi su soggetti che non hanno nulla da offrire nella prospettiva di un’alternativa politica.

Quello che ci interessa è invece incontrare, fomentare, sviluppare, dare spazio alle forme di politicizzazione che sviluppino conflitto in questa fase di ingovernabilità istituzionale e politica.

Oggi non è più sufficiente pensare di ri-costruire una sinistra alternativa, ma bisogna pensare alla costruzione di una sinistra nuova, anticapitalista.

In questo senso due sono per noi i terreni di lavoro:

a. lo sviluppo di una forte opposizione politica e sociale alle politiche di austerità e alla trappola del debito. Opposizione che non è possibile declinare come «fronte dei soggetti di opposizione», quanto di una rete fatta di tanti soggetti sociali e politici su diversi piani, a partire da un programma comune e da «forum» che nascono sulla base di campagne comuni. In questo senso è necessario partire in primo luogo dalla generalizzazione e diffusione delle lotte sociali, ambientali, di difesa del territorio, femministe e dal loro incontro su basi diverse da quelle sperimentate finora e che richiamavano sempre la necessità di un «partito complessivo» come soggetto principale e centrale della trasformazione; dall’altra parte dalla costruzione di campagne «tematiche» con una valenza generale (sul modello di quella per la difesa dell’acqua pubblica o della campagna «per una nuova finanza pubblica», che potrebbe diventare un terreno importante per sperimentare nuove forme di unità dell’opposizione politica e sociale.

b. la costruzione dal basso e con forze fresche (una nuova generazione politica) di una nuova sinistra anticapitalista, una soggettività politica tutta da inventare attraverso sperimentazioni e progetti, dando solidità a strumenti per l’autorganizzazione e allargando ancora, se possibile, le relazioni per costruire quelle che abbiamo chiamato “reti di movimento”. Alcuni luoghi aggregati in grado di stare in campo, alleanze utili socialmente e capaci di cogliere l’evolvere dei tempi. E’ chiaro che questi luoghi non possono essere residui di partito o di ceti politici fallimentari e che ci vorrà il tempo giusto per avere risultati – la «lenta impazienza» di cui parlava Bensaid. Ma è altrettanto chiaro che gli strumenti che finora abbiamo utilizzato e costruito non servono più, la loro funzione è stata superata dai fatti.


5 marzo 2013

dal sito SINISTRA CRITICA

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