SE IN EUROPA TORNA LO SPETTRO DEL FASCISMO di Luigi Pandolfi

 

 
 
 


In Italia si studiano i casi di Alba Dorata in Grecia e del Front National francese, poco si parla dell’Ungheria del leader Orbàn che sta effettuando nel Paese una rivoluzione populistica, nazionalistica e con tratti xenofobi. Il suo partito, pur essendo incredibilmente nel Ppe, è ben distante dai classici valori conservatori del resto d’Europa. 

Non ci sono solo i nazisti di Alba Dorata ad insozzare il panorama politico dell’Europa unita. In Ungheria il fascismo, nella sua variante cristiano-nazionale, è arrivato direttamente al governo. E dal paese si scappa, come ai tempi del comunismo, dopo i fatti del ‘56.
Dal 2010 alla guida del paese magiaro è ritornato Viktor Orbàn, leader degli “arancioni” della Magyar Polgári Szövetség (Fidesz), formazione che negli anni novanta si affermò sul proscenio politico del paese con un volto liberale e progressista, decisamente anticomunista, ma ben diverso da quello con cui si presenta attualmente.
Membro del Partito Popolare Europeo (Ppe), la Fidesz è una forza politica segnata da forti elementi di contraddittorietà, essendo il suo profilo ufficiale quello di un partito moderato cristiano, ma nei fatti la sua natura si avvicina molto di più ai profili di altre forze populiste, nazionaliste, perfino neofasciste, che ritroviamo sparse un po’ dappertutto nell’area continentale.

Il problema è che in altri paesi europei, ancorché rinvigoriti dalla crisi economica, questi partiti sono generalmente ai margini della vita istituzionale, mentre in Ungheria la Fidesz è al governo del paese, con una coalizione che gode perfino del fiancheggiamento dei neofascisti del partito Jobbik, quello delle squadre paramilitari denominate “Guardia Nazionale Magiara”, dichiaratamente ispirato al Partito delle Croci Frecciate di Ferenc Szálasi, filonazista e antisemita, collaborazionista, che resse le sorti del paese a cavallo tra 1944 al 1945.

Certo, se si vanno a leggere i documenti ufficiali dell’Unione Civica Ungherese, anche le sue finalità per come sono espresse nella carta costitutiva, non si trova alcun indizio della sua attuale vena reazionaria e autoritaria. Sono i fatti, nondimeno, le scelte compiute recentemente da Orbàn e dal suo governo, ad incaricarsi di segnalare una pesante anomalia politica nel cuore dell’Europa.
Al primo punto dello statuto c’è scritto addirittura che la Fidesz vuole “promuovere il rispetto per la dignità umana”, “rafforzare lo Stato di diritto e la libertà” per rendere forte il sistema democratico, “promuovere le pari opportunità e tutelare i diritti sia individuali che collettivi”.
Poi però, dal governo, si varano provvedimenti che vanno in una direzione diametralmente opposta a quella che i principi fondativi del partito in astratto indicherebbero, in nome di un progetto politico che, con un’espressione peraltro non tanto nuova, addirittura famigerata nel secolo appena trascorso, viene celebrato come un esperimento di “rivoluzione nazionale”.
Vediamo allora in che cosa consisterebbe questa “rivoluzione”, su quale visione del paese poggerebbe.

L’11 marzo scorso il parlamento ha approvato, anche con i voti dei neofascisti diJobbik, la modifica di ben 22 articoli della Costituzione vigente, dando un altro colpo durissimo allo stato di diritto ed alla sua laicità. Di fatto è stata scritta un’altra Costituzione.

In verità già la riforma costituzionale del 2011 aveva introdotto dei principi decisamente in contrasto con lo spirito del moderno costituzionalismo democratico. Tra questi il “riconosciamo del ruolo del cristianesimo nella preservazione della nazione”, che, unito all’invocazione della benedizione di Dio nel preludio al testo della costituzione ed all’uso dell’espressione “Nazione magiara” in luogo di “Repubblica ungherese”, già evidenziava una deriva pericolosa per il paese.
Anche perché da queste annotazioni di principio discendevano direttamente alcune norme liberticide in tema di informazione, cittadinanza, magistratura, settore bancario.

Con l’ultima “riforma” è stato però chiuso definitivamente il cerchio. Essa prevede, tra le altre cose, che la Corte costituzionale non potrà più fare riferimento, nel giudizio, alla giurisprudenza anteriore all’entrata in vigore della Costituzione vigente, la cui promulgazione risale a gennaio del 2012, e non potrà più esprimersi su questioni di merito ma solo su aspetti formali.
È evidente, in questa operazione, il tentativo di precostituire una situazione nella quale altre possibili “riforme” liberticide ed autoritarie della Legge fondamentale e l’introduzione nell’ordinamento di nuove norme che agiscono sui diritti e le libertà, non incontrino più la censura del massimo organo di garanzia costituzionale. D’ora in poi Orbàn potrà stravolgere a piacimento l’assetto democratico del paese, o quello che ne rimane, senza preoccuparsi di incorrere nella censura della Suprema Corte.

Se quello dell’esautoramento della Corte Costituzionale è l’aspetto più rilevante della “riforma”, non meno gravi sono altre modifiche che riguardano l’informazione, la società, il welfare, l’università. Si è intervenuti pesantemente sul sistema dell’informazione, istituendo una Commissione Governativa di Controllo Televisivo, ammettendo un solo telegiornale, ovviamente sulla rete pubblica, vietando alle televisioni private di trasmettere tribune elettorali.

Per gli studenti universitari che hanno beneficiato di sovvenzioni pubbliche è stato istituito il divieto di lasciare l’Ungheria per trovare lavoro all’estero. I giovani laureati dovranno perciò restare in patria per un lasso di tempo pari alla durata del corso di laurea frequentato.

E’ stato stabilito che le coppie non sposate, sia eterosessuali che omosessuali, e quelle senza prole non beneficeranno più degli stessi diritti delle famiglie sposate e con figli.
In mezzo a questi provvedimenti, anche la perseguibilità, sul piano penale, delle persone senza fissa dimora, trovate a dormire nelle strade, nei giardini pubblici e nelle pubbliche piazze.

Infine la ciliegina sulla torta: il vecchio partito Comunista è stato definito “organizzazione criminale”ed i crimini del comunismo sono stati dichiarati non prescrivibili. In base a ciò, chiunque ne abbia fatto parte potrebbe essere oggi condotto sotto processo. Se si tiene conto che per decenni, fino al 1989, il Partito comunista è stato il partito-Stato di questo paese, ancora oggi migliaia di ungheresi potrebbero rischiare un’imputazione, perdendo i loro diritti. Un’arma di ricatto formidabile contro un numero enorme di cittadini, verrebbe da aggiungere.

Che dire? Come qualificare tale situazione se non come fascismo di ritorno?
Il partito di Orbàn vinse le elezioni nel 2010 approfittando della grave crisi economica che attraversava allora l’economia nazionale: l’Ungheria è stato uno dei primi stati europei ad essere contagiato dalla crisi finanziaria scoppiata oltreoceano.
Eravamo nel 2008 quando il paese, allora guidato dai socialisti, dovette fare i conti con l’incubo dell’insolvenza del proprio debito. Per evitare la bancarotta il governo di allora si rivolse al Fondo monetario internazionale ed all’Unione europea, con i quali concordò, in cambio di misure di rigore, un piano di aiuti da 20 miliardi di dollari.
Furono portate avanti politiche di austerità che, aggiunte ai sacrifici compiuti dalla popolazione negli anni precedenti per centrare l’obiettivo dell’ingresso nell’Unione, finirono per aggravare pesantemente lo stato di salute dell’economia e la condizioni di vita delle famiglie. Meno produzione e consumi, più disoccupazione e disagio sociale. Uno schema che si ripeterà presto anche in altri paesi europei, a cominciare dalla Grecia per finire all’Italia.

Ma l’austerità non chiama solo recessione ed altra austerità. Com’è ormai chiaro, a rimetterci è anche la democrazia. E si, perché in tutta Europa la crescita di formazioni politiche populiste, neofasciste, reazionarie, perfino razziste ed antisemite, va messa anch’essa sul conto delle politiche di rigore, che si sono imposte come filosofia dominante in Europa, per garantire la sopravvivenza di una moneta unica sempre meno solida, sia dal lato della sostenibilità, sia nella percezione dei popoli europei.

L’Ungheria, da questo punto di vista, ha anticipato i tempi. Crisi economica e austerità qui hanno costituito il brodo di coltura dei fenomeni reazionari, neofascisti, di cui ci stiamo occupando in questo articolo.
Dopo la vittoria elettorale, il governo guidato da Viktor Orbàn ha comunque tentato di dare una sua risposta alla crisi ed agli impegni sottoscritti dal paese con le istituzioni finanziarie internazionali e la Ue, varando un pacchetto anticrisi basato su tagli alla spesa pubblica, tasse ai profitti delle banche, riduzione del prelievo fiscale sul lavoro, nazionalizzazione dei fondi pensionistici, aumento della tassazione indiretta.

È stato introdotto anche un nuovo “codice del lavoro”, fortemente limitativo delle libertà sindacali e dei diritti dei lavoratori, un regalo che il governo ha voluto fare alle grandi imprese nazionali ed alle multinazionali estere che operano in Ungheria.
Queste misure hanno consentito al paese di prendere una boccata d’ossigeno, scongiurando, per adesso, la richiesta di nuovi aiuti al FMI, ma non hanno risollevato l’economia, né contrastato efficacemente il dilagante disagio sociale. Se è vero, com’è vero, che gli ultimi dati sull’andamento dell’economia fotografano una situazione dove la disoccupazione è ormai al 12%, la produzione agricola è calata del 25%, l’edilizia è scesa del 6%, mentre la produzione industriale ha subito una contrazione netta del 4%. Tutto ciò mentre il debito pubblico continua ad attestarsi intorno all’80% del Pil ed il deficit al di sopra del 3%.

Sarà anche per questo che Orbàn ha pensato di investire molto sulla politica identitaria da un lato e sulla riduzione degli spazi di libertà dall’altro. Un tentativo di uscire per via populistica dal pantano in cui si trova immerso il paese, impastando liberismo economico, nazionalismo, anticomunismo e politiche repressive.
In questo contesto va inquadrata anche la guerra etnica scatenata dall’estrema destra contro i Rom, che in Ungheria sono quasi il 10% della popolazione (la stessa madre del premier Orbàn è di origine Rom).

Tutto questo sta accadendo oggi nel cuore dell’Europa, in uno degli stati membri della Ue. Ma la reazione delle autorità europee è tanto flebile quanto forte è la sua attenzione per la stabilità monetaria ed i vincoli imposti ai bilanci pubblici. La Commissione europea, incalzata dall’opposizione ungherese, ha dichiarato qualche giorno fa che sta ancora ”esaminando la situazione”, e verificando se ci sono le condizioni per aprire una procedura di infrazione contro Budapest. Troppo poco, oggettivamente, per una situazione che ha già travalicato i confini dell’ordinario. Forse la cautela delle autorità di Bruxelles si spiega col timore che il governo ungherese possa reagire a misure più drastiche con l’indizione di un referendum sulla partecipazione del paese all’Unione, che potrebbe avere un effetto a cascata nella situazione di crisi attuale.

Si può dire che nel disastro ungherese c’è un pezzo del fallimento di questo primo tentativo di integrazione europea, dopo quelli imperiali di alcuni secoli fa? Certo è che se benessere e democrazia erano i due termini del nuovo sogno europeista, entrambi oggi sono messi a dura prova dall’incalzare della crisi economica e politica che attraversa tutto il continente.



10 aprile 2103


dal sito  MicroMega

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