GLI ERRORI CHE FANNO LA STORIA di Marco Guidi

 

C’è un’arma assoluta, garanzia certa non di vittoria, ma di sconfitta. Un’arma umana: il cretino. Un’arma efficacissima se il cretino ha un posto di comando. Ma in una guerra di qualsiasi tipo e di qualsiasi epoca non ci si dovrebbe preoccupare solo di questo particolare tipo di comandante, ma anche di altre varie specie di generali, ad esempio quello che è un ottimo tattico, ma non riesce proprio a rendersi conto che esiste la strategia, l’altro che non ha la minima idea del fatto che una guerra è anche un’operazione politica.
Poi c’è quello accecato dall’ideologia o dalla religione, l’altro che è capace di preparare piani perfetti sulla carta, che risultano poi inattuabili sul terreno. A tutti questi tipi di fabbricanti di sconfitte è dedicato l’interessante libro di Charles Fair ”Storia degli errori militari. Dall’antica Roma al Vietnam” (Odoya, 411 pagine, 20 euro). È una cavalcata vertiginosa che parte dalla sconfitta del romano Crasso contro la cavalleria dei Parti e si conclude con le imprese del generale Westmoreland e del suo presidente, Lyndon B. Johnson in Vietnam. Duemila anni di tragedie militari, in molti casi evitabilissime se solo i vari comandanti avessero dimostrato un minimo di buon senso.

L’esempio di Marco Licinio Crasso è il primo esaminato dall’autore. Crasso, che negli affari si era dimostrato imbattibile, voleva assolutamente una cosa che gli era sempre mancata, la gloria militare. Egli soffriva di una sorta di complesso di inferiorità nei riguardi dei suoi due alleati politici, Pompeo e Cesare, due fulmini di guerra. Per eguagliarli ebbe l’idea di affrontare i Parti in Oriente. Lo fece con le consuete unità di fanteria legionaria trascurando il fatto che i Parti, erano abilissimi combattenti a cavallo. Crasso marciò con le sue legioni in bocca al nemico, liquidando con un gelido sguardo il consiglio di un alleato di spostarsi attraverso le montagne e le colline rendendo così impossibile le manovre della cavalleria nemica e andò a sistemarsi nella vasta pianura di Carre (oggi Turchia) dove lui e le sue truppe furono fatti a pezzi senza praticamente poter combattere.

IN SCACCO

Il caso di Crasso è solo l’inizio di una galleria di idioti militari, dai cavalieri feudali francesi che per ben due volte a Crecy e ad Azincourt (1346 e 1413) caricarono, per di più in un terreno paludoso, gli arcieri inglesi, che li trasformarono in puntaspilli, ai generali spagnoli di Filippo II che portarono al disastro dell’Invincibile Armada.
Ma le pagine più interessanti sono dedicate alla Guerra di Secessione americana, alla Prima guerra mondiale e al Vietnam. Durante la guerra civile americana le forze del Nord, immensamente superiori, meglio armate ed equipaggiate furono a lungo tenute in scacco dai sudisti, non solo per l’abilità dei loro generali ma per l’incapacità dei loro comandanti, come McClellan o Burnside o dello stesso Ulysses Grant, che almeno la guerra alla fine la vinse. Seguono i ritratti di veri e propri macellai, come i comandanti inglesi e francesi della Prima guerra mondiale Haig e Gamelin, che come tanti altri non avevano capito che le mitragliatrici, i cannoni a tiro rapido, i fucili a ripetizione avevano cambiato la guerra e che cercarono per quattro lunghissimi anni di vincere con assalti frontali di massa.

IL TOP

Il massimo dell’incapacità, però, è rappresentato dalla guerra in Vietnam, dove il comandante americano, il generale Westmoreland non riuscì nemmeno capire bene che tipo di guerra dovesse combattere. Innamorato della tecnica usò ogni tipo di arma per distruggere soprattutto i civili. Spiegando però che si trattava di geniali operazioni contro il nemico, come quella dell’assalto alla collina 875 che, una volta conquistata, si rivelò vuota di nemici vivi, feriti o morti, ma che fu venduta ai media come una luminosa vittoria. Alla fine, come noto, gli americani se ne andarono dal Vietnam. Ma evidentemente non impararono molto, considerato quello che è accaduto in Iraq. E forse sta qui la morale del libro: ci sono generali buoni e cattivi, ce ne sono alcuni (pochi) eccezionali. Ma dovrebbe essere la guerra a essere bandita come soluzione dei conflitti. Una cosa che, evidentemente, è al di sopra delle capacità della specie umana.




27 aprile 2013 da “Il Messaggero”


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