A CHE SERVE L’ESERCITO? di Antonio Moscato

 




Con una riflessione del gen. Fabio Mini sul “colpo di Stato”

Non si parla da un po’ della vicenda dei nostri eroici marò. Forse perché è difficile continuare col vittimismo sulle loro sofferenze, dato che – come prima del tentativo di sottrarli alla giustizia indiana – continuano a “soffrire” nei confortevoli appartamenti dell’Ambasciata d’Italia. Forse perché l’operazione tentata da due ministri, il diplomatico fascistello con ambizioni politiche, e l’ammiraglio arrogante che non nascondeva il suo fastidio per i civili che ostacolavano i suoi progetti, è fallita così miseramente da metterli a tacere per un bel po’.

Ma non è male ritornarci su, anche alla luce della verifica che le grandi velleità di presenza sugli scenari internazionali hanno come contropartita l’incapacità di assicurare servizi essenziali e controlli indispensabili. Ne aveva parlato Gregorio Piccin a proposito degli incendi distruttivi per scarsità di Canadair in Testimonianza su una ordinaria follia. E appena ieri ne parlavo in Andreotti e la cecità della sinistra a proposito delle spese militari ricordando che “sarebbe meglio investire quei soldi per proteggere la nostra flotta mercantile dalla leggerezza di chi la guida (Isola del Giglio), o dalla insufficienza dei sistemi di sicurezza (Genova), ma a quanto pare le spese militari sono una priorità assoluta, con qualsiasi governo”.

Prima di tutto è bene ricordare che non un’opposizione parlamentare, ma la cruda realtà dei danni che l’avventurismo dei due ministri provocava ai cospicui affari italiani in India, ha costretto il governo Monti, che nel frattempo era stato duramente bastonato dagli elettori, a fare precipitosamente marcia indietro. I fatti erano noti almeno ai visitatori del nostro sito, che ne aveva parlato più volte, dapprima d’istinto, e per antica conoscenza delle deviazioni fascistoidi di molti dei nostri militari, tanto più da quando l’esercito è diventato tutto mercenario. Ma rinvio su questo alla testimonianza “dall’interno” del generale Mini. Il mio primo articolo, a caldo, era stato nel febbraio 2012, I nostri bravi ragazzi sparano, ma nel gennaio 2013 avevo ripreso da “Giap” (il sito dei Wu Ming) un efficace articolo di un giornalista italiano che vive da tempo in India, Matteo Miavaldi: I “due marò” : un pò di controinformazione.*

Di Matteo Miavaldi ora è uscito un libro che completa l’informazione su tutti gli aspetti di questa vicenda (I due Marò. Tutto quello che non vi hanno detto, Alegre, Roma, aprile 2013)

Il libro è interessante prima di tutto perché mette a confronto le “fonti” italiane (Libero e il Giornale che si copiano a vicenda, rivelando evidenti legami tra la destra che si autodefinisce “moderata” e quella estrema di Casa Pound) con quelle ufficiali indiane, che l’autore conosce di prima mano.

Miavaldi ricostruisce inizialmente l’itinerario della Enrica Lexie, la nave scortata dai due marò e dai loro colleghi. La scorta poteva servire sul tratto tra Somalia e Yemen, non in India, dove non si sono mai verificati assalti di pirati (anche perché a differenza della Somalia è uno stato poderosamente armato).

Non c’era nessuna base quindi per pensare che il peschereccio che si avvicinava alla grossa nave si preparasse a un arrembaggio e giustificasse una sparatoria preventiva. Non c’è inoltre nessuna spiegazione logica, se non la sensazione di averla fatta grossa, della mancata segnalazione del presunto “attacco di pirati” alle autorità costiere. C’è invece una spiegazione della decisione del capitano delle petroliera di accettare la sollecitazione delle autorità indiane, che avevano saputo dell’incidente dal peschereccio rientrato rapidamente con i due pescatori uccisi. Era difficile rifiutare proprio perché non si erano osservate le regole che avrebbero imposto una tempestiva segnalazione, e perché il capitano sapeva bene che la nave, contrariamente a quanto sostenuto dalla stampa italiana quasi unanime, non era in acque internazionali. Miavaldi scrive ironicamente: era “in acque diversamente internazionali”.

Il libro dedica una parte importante alla ricostruzione della campagna di intossicazione condotta dai quotidiani di destra, ma accompagnata zelantemente dal Corriere della sera ed altri “autorevoli” giornali indipendenti. Utile anche la ricostruzione, con esperti italiani, della ragione dell’avvio di questa presenza militare in mari lontani, voluta dal bellicoso e velleitario Ignazio La Russa quando era ministro della Difesa e aveva fissato le regole d’ingaggio.

Il libro smantella a una a una tutte le falsità che hanno inondato stampa e telegiornali sulle orride prigioni indiane, che sono effettivamente di norma orride, ma che non sono state viste neppure da lontano dai due eroi, che fin dall’inizio hanno ottenuto di essere trattati con tutti i riguardi, in strutture per gli ospiti del governo, che Miavaldi definisce “prigioni a cinque stelle”. Minuziosa la ricostruzione dell’iter legale della vertenza, che ha visto evidenti sforzi del governo federale di sottrarre il processo allo Stato del Kerala, a cui appartenevano le vittime e nelle cui acque era stato commesso il reato. I tribunali del Kerala potevano essere più sensibili alle proteste dei pescatori e a quelle della comunità cristiana a cui le due vittime appartenevano, mentre a Nuova Delhi era più facile gestire senza troppa attenzione dell’opinione pubblica uno scambio tra i due fucilieri assassini e le documentazioni sulle tangenti per la vendita di elicotteri dell’Agusta al governo indiano.

Ottima la parte che esamina pazientemente tutte le tappe della “narrazione tossica”, che ha portato la maggior parte degli italiani a smarrire il senso della realtà. Il primo paragrafo ricostruisce il ricorso al classico stereotipo degli “italiani brava gente”, perseguitati solo per aver fatto il loro dovere. Poi si passa a esaminare l’invenzione di una nave greca, a cui si attribuisce la responsabilità dello scontro, senza minimamente tener conto che l’episodio che aveva coinvolto laOlimpic Fair, avvenuto a diverse miglia, e soprattutto ben diverso: non era un attacco di pirati, ma un probabile tentativo di furto o di rapina, conclusosi per giunta senza nessuna sparatoria, semplicemente facendo salire in coperta tutto il personale, col risultato della immediata sparizione degli assaltatori. Sui giornali italiani invece per un po’ sarà questo mercantile greco ad aver sparato ai pescatori.

Miavaldi è scupoloso e dettagliatissimo nel seguire le successive panzane della stampa, e anche delle autorità, come una pista nello Sri Lanka. Il principale “esperto” chiamato in causa e ascoltato anche in sede parlamentare è un certo Luigi Di Stefano, un cialtrone che si spaccia per “ingegnere ambientale” senza aver nessun titolo di studio a parte uno di quei diplomi acquistati da quelle “università” che esistono solo con una casella postale, ma che ha un titolo di merito: è un dirigente dell’organizzazione ultrafascista Casa Pound, nonché padre di un altro dei suoi dirigenti principali.

Impietosa poi la ricostruzione delle imprese della diplomazia italiana, da cui si salva in parte (ma sporcato dalla necessità di coprire le malefatte del ministro Terzi e dei suoi uomini di fiducia) il sottosegretario Staffan de Mistura, che ha dedicato praticamente molti mesi dell’ultimo anno a viaggi in India per seguire la questione. Penosa l’utilizzazione di canali religiosi per far ritirare alle famiglie dei pescatori uccisi la costituzione di parte civile. Squallida la discussione parlamentare sul caso, con le dimissioni in diretta di Terzi. Insomma un quadro impressionante del nostro apparato statale. Viene da chiedere (spero che lo facciano formalmente i parlamentari del M5S) quanto è costata questa operazione, tra viaggi continui di De Mistura, aereo speciale per portare i due eroi a trascorrere le vacanze in famiglia, avvocati italiani, indiani e keralesi di primo livello… E quanto costa il mantenere questi corpi speciali addestrati alla violenza e al disprezzo per i diversi, che hanno fatto le loro prove in questo caso, e anche in Somalia?

Il problema dei costi non è dovuto solo alla necessità di trovare dove tagliare spese inutili e dannose, per risparmiare invece le riduzioni delle spese sociali indispensabili. Lo spirito di omertà e complicità nelle falsificazioni tra i giornalisti fascistoidi di Berlusconi, il “consulente” di Casa Pound, gli apparati diplomatici e militari, rivela quanto sia pericolosa questa lobby militare, e quanto sia prioritario combatterla (con tutte le sue appendici di cappellani militari).

Oltre a tutto, è un pericolo per quel poco di democrazia che rimane, come ci spiega un testimone diretto, il generale Fabio Mini, che è stato ai vertici delle strutture militari NATO nei Balcani, e che da un pezzo spiega come gli eserciti moderni, non solo in Italia, si sono trasformati in corpi mercenari. Per giunta spesso infedeli…

In un saggio dal titolo stimolante: Perché i militari non fanno un colpo di Stato, sul numero 4, maggio 2013, della rivista Limes, Mini dice parecchie verità scomode tracciando un’inquietante retrospettiva.

Da almeno trent’anni non si sentiva l’accorato appello ai militari: «Ma perché non lo fate voi un bel colpo di Stato, che così azzeriamo tutto e ripartiamo da capo». Trent’anni fa i militari in genere rispondevano: «Noi non facciamo colpi di Stato. Siamo fedeli alla costituzione, siamo sopra le parti, siamo sottomessi al potere politico, siamo Forze armate democratiche». Sapevano di non essere convincenti, ma percepivano il tranello. Chi li invitava al colpo di Stato voleva sentirsi dire che non l’avrebbero mai fatto. Ed era vero, ma non per i motivi che venivano dichiarati.

Trent’anni fa c’erano quasi trecentomila uomini alle armi, i carabinieri erano la prima arma dell’Esercito, e i compiti di polizia militare erano di pari importanza a quelli di polizia territoriale. Gli ufficiali dei carabinieri venivano dalle altre armi e solo pochissimi diventavano generali. Ogni fetta di territorio italiano, tra comandi dell’Esercito e dei carabinieri aveva un comandante militare che rispondeva direttamente al vertice militare e politico. La Marina militare aveva alle proprie dipendenze l’equivalente dei carabinieri nel corpo delle capitanerie di porto, che controllava tutta la costa marittima e lacustre italiana, dalle navi da carico agli ombrelloni da spiaggia. I servizi segreti si alimentavano dalle Forze armate e gli ufficiali «I» dei battaglioni e reggimenti erano altrettante emanazioni sul territorio dell’occhio vigile dello Stato. Le Forze armate stavano appena avendo le prime esperienze all’estero…

Mini ricostruisce con parecchia ironia quelle “prime esperienze”:

Nel 1982 l’Esercito di leva obbligatoria mandò i suoi soldati in Libano, con gli elmetti e i mezzi da combattimento verniciati di bianco tanto per essere sicuri che i cecchini non li mancassero. Fu un successo. Nel 1991 una brigata doveva andare nella guerra del Golfo: era già pronta e addestrata, poi un ministro, cadendo dalle nuvole, disse che non sapeva che i soldati fossero di leva e non se ne fece niente. Andarono soltanto un pugno di forze speciali e dieci aerei Tornado di cui uno non tornò affatto. Nel 1992 dovemmo mandare i nostri contingenti in Somalia. Dovevano essere tutti volontari. Era una pura idiozia che copriva l’ipocrisia di una classe politica incapace di assumersi le proprie responsabilità”.

Mini non nasconde che “trent’anni fa i soldati erano classificati in affidabili e non affidabili in relazione all’orientamento politico. Ma poi la notte, quando suonava l’allarme e bisognava prepararsi in mezz’ora e uscire dalla caserma in assetto di guerra, c’erano tutti. Si facevano tre tipi di esercitazioni d’allarme: di difesa, d’intervento per pubbliche calamità e per emergenza interna. […] La differenza era nello scopo e nel piano d’attuazione che in genere era noto nei dettagli soltanto a pochi ufficiali e comandanti. Trent’anni fa l’emergenza interna per disordini o sovvertimenti istituzionali prevedeva lo schieramento delle unità operative in zone predisposte mentre un centinaio di nuclei di collegamento formati da ufficiali armati si presentavano ai prefetti e, a seconda della situazione, o si mettevano a disposizione o comunicavano l’assunzione dei poteri civili da parte dell’autorità militare. Legalmente era l’intervento a salvaguardia dello Stato, tecnicamente era simile a un colpo di Stato. Per i soldati e gli ufficiali era uno dei tanti esercizi di prontezza operativa. Nessuno spiegava ai soldati la situazione da affrontare e come si fosse arrivati a tale misura. Nessuno discuteva, nessuno sapeva se la decisione fosse stata presa dal governo o dall’amica del generale o del presidente, se la Cia fosse stata avvertita, se l’ambasciata americana fosse d’accordo e quali condizioni avesse dettato Kissinger. Nessuno sapeva se gli altri capi di Stato maggiore fossero parte del piano e se qualcuno fosse già andato in Spagna a trovare Skorzeny per consigli sul da farsi, o se Gladio fosse della partita”.

Sembra uno scherzo, ma Mini precisa in nota: “Tutte cose veramente avvenute durante il golpe Borghese”.

Intere unità si spostavano da una parte all’altra del paese, si presidiavano i punti nevralgici della rete elettrica, della produzione e delle comunicazioni. Ad ogni emergenza si prendevano armi e bagagli e si partiva. Si sapeva soltanto che durante la notte un messaggio cifrato in codice Manfredi aveva buttato giù dal letto l’ufficiale I del reggimento. Il messaggio decifrato era altrettanto sibillino: attuare piano X, stato Y, misura Z. Poi i comandanti aprivano le casseforti, rompevano i sigilli ad altrettante buste ed eseguivano gli ordini contenuti. Era una sorta di rito religioso. Bisognava fare attenzione a prendere le buste giuste. Una manomissione della busta sbagliata comportava guai infiniti”.

Il generale Mini inquadra quegli anni nella guerra fredda, che ancora nel 1983 portò al pericoloso incidente dell’abbattimento da parte dei sovietici del Jumbo coreano […], scambiato per l’analogo aereo spia americano che da giorni violava lo spazio aereo sulla Kamcatka e Sakhalin.

Negli anni di paranoia missilistica e nucleare, da noi c’era anche la paranoia non del tutto peregrina dell’attacco terroristico, del colpo di Stato e della sovversione interna. Poteva anche succedere che uno zelante tenente colonnello della sala operativa dello Stato maggiore dell’Esercito aprisse la cassaforte sbagliata e diramasse gli ordini contenuti nelle buste sbagliate. Le unità operative si sarebbero schierate nelle zone di diradamento e centinaia di ufficiali armati si sarebbero presentati dai prefetti. Erano esercitazioni, ma ogni volta il ministro della Difesa si compiaceva mentre quello dell’Interno se la faceva sotto.Perché c’era la possibilità che qualche testa calda o qualche reparto speciale, nel turbinio delle attività, provasse davvero un colpo di Stato. Perché c’erano migliaia di menti eversive anche nei ranghi delle Forze armate e impensierivano anche se erano dei frustrati, trombati, ambiziosi smodati e narcisisti […] E c’era una parte consistente ancor più arrogante che si spacciava per conservatrice e depositaria dei valori supremi della patria, del dovere e della disciplina. In realtà era senilmente nostalgica nei riguardi del sistema fascista che aveva preso il potere proprio con una serie di colpi di Stato”.

Tra l’altro Mini ricostruisce anche la presenza di ufficiali nella P2 (12 generali dei carabinieri, 5 generali della Guardia di finanza, 22 generali dell’Esercito, 4 dell’Aeronautica militare, 8 ammiragli, ecc.) e nel tentativo di Golpe di Edgardo Sogno, in cui c’erano un ex capo dell’Esercito, il capo della Marina con un paio di ammiragli, una decina di generali, il comandante della Guardia di finanza, due generali dei carabinieri, il comandante della Scuola di guerra e un paio di ufficiali dei paracadutisti. Molti di questi erano anche membri della P2, ma nessuno dei nomi fatti da Sogno era comparso nell’inchiesta giudiziaria del 1974…

La ricostruzione è lunga e interessante. Ma ancora più inquietanti le considerazioni sul presente e il possibile futuro prossimo:

Le occasioni e le capacità tecniche per una dimostrazione di forza non mancherebbero. Con le operazioni di difesa dei punti sensibili come quella denominata Testuggine ogni reparto militare ha una conoscenza diretta dei punti vulnerabili del proprio territorio. Ogni giorno il cambio della guardia al Quirinale e la turnazione dei servizi di guardia alle ambasciate affidati all’Esercito mobilitano per Roma centinaia di mezzi militari. La parata del 2 giugno mobilita migliaia di soldati e mezzi di ogni tipo. La festa dell’Arma dei carabinieri raccoglie tutte le più importanti cariche dello Stato che volontariamente si ficcano nel recinto di piazza di Siena. I soldati sono addestrati più ai posti di blocco e al cordon and search che all’assalto contro una posizione nemica. Un reparto ben addestrato potrebbe facilmente isolare e perquisire un intero quartiere. Ma non è detto che i punti sensibili conosciuti coincidano con quelli d’importanza strategica ai fini di un colpo di Stato

Unica ragione di ottimismo è la convinzione di Mini che oggi “non è detto neppure che ci siano comandanti disposti ad assumere la responsabilità di tali operazioni. Non perché siano tutti convinti guardiani della costituzione, ma perché molti sarebbero incerti dell’esito e diffidenti gli uni degli altri. Perché, per quanto autorevoli, non ci sono capi credibili per un’azione di forza, né leader carismatici in grado di coagulare un nucleo sia pur ristretto di gente capace. Perché nessun militare oggi saprebbe cosa fare appena assunto il potere militare anche in una forma semilegale di emergenza. Nessuno possiede le conoscenze per esercitare i poteri civili e nessun civile di buon senso si affiderebbe a un militare. […] Ci sarebbero però tre casi possibili per un intervento delle Forze armate: la risposta a un tentativo di golpe, un contro-golpe e un auto-golpe. In tutti questi casi le Forze armate dovrebbero essere chiamate da un’autorità legittima a intervenire e assumere l’onere dell’ordine pubblico e di alcuni servizi essenziali come i tribunali speciali, i campi di confino o le epurazioni.

Ma ognuno di questi casi comporta il forte rischio di guerra civile e deve avere una preparazione di base che nessuno ha finora ricevuto. Ad ogni modo, per un colpo di Stato militare di qualsiasi tipo nell’attuale situazione italiana è forse troppo tardi. Forse altri ci hanno già pensato senza scomodare i fucili. Sono in troppi a sentirne la puzza e il colpo di Stato è come la scorreggia: quando senti la puzza è già fatta e chi la sente per primo è chi l’ha fatta”.

Insomma, concludo io senza le battutacce di Mini, mi sembra che ci siano parecchie ottime ragioni non solo per respingere le spese militari, ma anche per tornare al buon vecchio antimilitarismo dell’inizio del Novecento…



9 Maggio 2013


dal sito Movimento Operaio

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