DOPO GLI STUPIDI PEANA DI VITTORIA di Antonio Moscato

 
 
 
 
 

 
Queste considerazioni post elettorali vanno lette tenendo conto di altri articoli pubblicati sul sito, come
 Verifiche prevedibili e L’analisi di Sinistra Critica sul voto .

A giudicare dalla maggior parte dei primi commenti dei grandi quotidiani, il 26 e 27 maggio in Italia si sarebbe svolto un plebiscito su Grillo, che si sarebbe concluso con un grande successo per i partiti di governo. Il confronto tra di loro appariva quasi marginale, e d’altra parte perché appassionarsi tanto, se stanno nella stessa barca, cioè nello stesso governo? Qualche sindaco in più al centro sinistra (pochissimi, per ora, perché il grosso dipende ancora dall’esito non sempre facilmente prevedibile dei ballottaggi) comunque è bastato al PD per cantar vittoria.

Eppure sarebbe sufficiente leggere i dati analizzati dall’Istituto Cattaneo di Bologna per verificare che il partito “vincitore”, il PD, nei 16 comuni capoluogo presi in esame ha perso il 63% dei voti (243.000) rispetto alle politiche di febbraio, e il 47,6% rispetto alle elezioni regionali del 2010. Analogamente il “rivale” PDL ha perso il 65,8% dei suo voti rispetto alle politiche di tre mesi fa, mentre la Lega Nord ha dimezzato i suoi voti rispetto alle politiche e ne ha persi i due terzi rispetto alle regionali. Cento di queste vittorie! Naturalmente invece tutti sono soddisfatti. Rinvio su questo ai dati di Un’analisi articolata dei dati elettorali .

Continuando così i partiti di governo, che oggi hanno una maggioranza schiacciante in parlamento ma insieme rappresentano a mala pena un misero 42% degli aventi diritto (e per giunta con varie fibrillazioni al loro interno) rischiano di rappresentare complessivamente al massimo un terzo degli italiani, qualora si dovesse votare a breve scadenza. Per questo le polemiche tra loro hanno tanto fair play…

Anche il parziale recupero di SEL a Roma è avvenuto senza aumentare i voti, ed interessa solo perché ha subito fatto tornare Vendola apertamente all’interno del centrosinistra da cui aveva simulato il distacco al momento delle elezioni presidenziali e della formazione del governo Napolitano/Letta/Alfano. Il suo relativo successo non indica affatto una vera inversione di tendenza, e ancor meno possono essere letti in tal senso gli sporadici sussulti del PRC in circostanze locali particolari.

L’unica consolazione per i partiti che sono al governo è il forte calo del M5S, di cui ho già parlato ampiamente nel primo commento a caldo ( Verifiche prevedibili ) e che è innegabile. Ma che va analizzato seriamente, per molte ragioni, tra cui quella che ci interessa molto sapere dove sono finiti i voti che ha momentaneamente perso, che nel complesso esprimevano una protesta e una condanna del sistema politico esistente (non altrettanto di quello economico e sociale, su cui permanevano non poche ambiguità). Uno dgli esponenti del movimento No TAV aveva detto giustamente a Ferrero, commentando le percentuali altissime raggiunte in valle dal M5S nelle politiche: quei voti sarebbero stati del PRC se non si fosse impantanato nel governo Prodi, e non avesse continuato a cercare di rientrare nel centro-sinistra anche durante i due tentativi elettorali falliti. Naturalmente non erano tutti voti provenienti dalla sinistra delusa, ma una parte notevole lo era certamente.

Già nelle regionali del Lazio (svolte nello stesso giorno delle politiche) e in quelle friulane era emerso comunque che il terreno delle amministrative non era il più favorevole per il M5S, per la forte personalizzazione della scelta dei candidati, il clientelismo diffuso, ma anche per la debolezza dei suoi candidati, che spesso erano sconosciuti, e al tempo stesso visibilmente mediocri e poco autonomi. Ha pesato anche la difficoltà di Grillo ad entrare efficacemente nelle tematiche locali, anche dove si è speso molto come a Siena. Anzi si direbbe che uno dei problemi maggiori del movimento sia proprio Grillo, le cui imprevedibili esternazioni rivelano spesso la sua scarsa e superficiale cultura politica, e non sono controbilanciate da un dibattito interno democratico che faccia emergere le capacità esistenti in una parte dei militanti.

Secondo Mannheimer sul Corriere della sera del 29 maggio, circa il 40% dei voti ottenuti dal M5S a febbraio sono passati all’astensione, o vi sono tornati (circa un terzo già provenivano dall’area del non voto). Non è escluso che, continuando a screditarsi il governo di unità nazionale, una parte di essi potrebbe essere recuperata in caso di elezioni politiche anticipate. A patto che l’analisi e la riflessione autocritica del Movimento non si fermi a calcoli autoconsolatori basati sul confronto con le precedenti amministrative, o agli insulti di Beppe Grillo a chi non ha votato, a partire dai lavoratori del pubblico impiego e dai pensionati (fatti salvi solo quelli che hanno una pensione minima…

Non si tratta di italiani che hanno sbagliato per consuetudine o per dabbenaggine, ma di persone pienamente responsabili della loro scelta. Non diamo la colpa ai giornalisti o ai talk show, per favore. Possono aver inciso, ma non più di tanto. Il 50% o poco meno non ha votato. Il rimanente è andato alle coalizioni di Pdl e Pdmenoelle e in parte al M5S. Capisco chi ha votato, convinto, per il condannato in secondo grado per evasione fiscale e chi ha dato la sua preferenza ai responsabili del disastro dell’ILVA, del Monte Paschi che hanno come testimonial il prescritto Penati. Capisco chi ha mantenuto la barra dritta e premiato i partiti che succhiano i finanziamenti pubblici e non chi li ha restituiti allo Stato. Vi capisco. Il vostro voto è stato pesato, meditato. Esistono due Italie, la prima, che chiameremo Italia A, è composta da chi vive di politica, 500.000 persone, da chi ha la sicurezza di uno stipendio pubblico, 4 milioni di persone, dai pensionati, 19 milioni di persone (da cui vanno dedotte le pensioni minime che sono una vergogna). La seconda, Italia B, di lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccole e medie imprese, studenti…

E i lavoratori non autonomi? Beh, per ammissione di diversi dirigenti della FIOM, compreso Giorgio Airaudo, eletto a febbraio nelle liste SEL, molti degli iscritti alla FIOM hanno votato allora per l’M5S. Non contano?

Quanto alle altre categorie incriminate, ho già scritto più volte che Grillo, proprio come Letta, la Fornero, Bersani, Alfano o Squinzi, dimentica sempre che il 98% dei pensionati hanno conquistato il diritto alla pensione con i prelievi sulla busta paga durante tutta la vita, e casomai sono stati già derubati di parte di quel “salario differito” che gli spettava grazie al blocco degli adeguamenti al costo della vita nominale (assai inferiore, per giunta, a quello reale). E dimentica come Brunetta che il grosso del pubblico impiego lavora realmente, sottopagato, e non è parassitario o “mantenuto”…

La discussione è comunque cominciata nel M5S. È scontato che i suoi nemici si buttino come avvoltoi su ogni dichiarazione incauta, o che i candidati sindaci che devono andare al ballottaggio tentino corteggiamenti dell’elettorato grillino per ottenere i suoi voti. Dopo i primi lamenti sulle responsabilità dei giornalisti, la discussione finirà per investire senza reticenze un fatto reale: una parte di quelli che avevano scelto il M5S a febbraio sono stati delusi, e sono passati perciò a un’altra forma di protesta, l’astensione, che non può essere disprezzata o insultata, o diverrà impossibile recuperare in futuro quei voti…

Molti sono stati delusi soprattutto dall’incapacità dei 163 eletti “grillini” di muoversi in quelle aule utilizzandole come tribuna per parlare al paese. Pochi avevano la possibilità di parlare, ma la usavano spesso malissimo. Basta pensare al ridicolo di certe saccenti proclamazioni di una portavoce evidentemente ignorante come Roberta Lombardi, che anche dopo aver fatto i seminari di lettura della costituzione domandava “Ma chi lo ha detto che il presidente della repubblica non può avere meno di 50 anni?”, dimostrando che per lo meno non aveva ascoltato la lettura dell’articolo 84…

Discutendo della sconfitta, una parte degli eletti e degli iscritti hanno ovviamente subìto l’attrazione del PD, temendo un arroccamento del M5S in un isolazionismo preconcetto e incomprensibile agli elettori. È l’effetto della forte pressione dell’apparato del PD (che è ridimensionato, ma c’è ancora perché radicato in cooperative, sindacati, enti vari) che ha fatto campagna ripetendo la ricostruzione fantasiosa di Bersani, che giura di aver offerto al M5S la possibilità di una proficua alleanza. Non è vero, e tanto meno che lo abbia fatto proponendo la convergenza su Prodi (che non ha convinto d’altra parte neppure tutti i suoi…); l’unica possibilità sarebbe stata provare insieme al M5S a votare Stefano Rodotà, ma il gruppo dirigente del PD non l’ha mai presa in considerazione. Una parte degli interventi di grillini, eletti o no, ha comunque abboccato a questo amo.

Invece su questo, al di là della forma sgradevole con cui lo dice, Grillo ha avuto ed ha ancora tutte le ragioni per rifiutare di far da stampella a un partito che è un pilastro del sistema corrotto e ingiusto che governa l’Italia da decenni, con un’apparente alternanza che nascondeva mille complicità anche quando le polemiche col berlusconismo sembravano violente.

Ma se è giusto non regalare niente al PD, e non compromettersi al suo fianco, certo si poteva fare ben altro per incidere sulle sue contraddizioni di fondo. Non quelle a cui alludono le sceneggiate dei conflitti tra renziani e bersaniani, “giovani turchi e vecchi marpioni”, paladini del matterellum contro il porcellinum, ecc. ma quelle tra il gruppo dirigente e quanto rimane della sua base sociale originaria, non ancora completamente dispersa, indignata per l’approdo a un governo con l’odiato Berlusconi, e che invece è stata spesso risospinta nei ranghi dagli insulti di Grillo e da critiche concentrate prevalentemente sulle vicende giudiziarie di questo o quel Penati.

Nel discorso di Grillo in particolare, e in genere del suo movimento, manca una denuncia dell’involuzione di quello che in tempi lontani era stato il più importante partito dei lavoratori. Se non si tiene conto di cos’era stato il PCI non solo durante il fascismo e la lotta antifascista, ma anche nella resistenza operaia durante gli anni duri del “miracolo economico” (basato su paghe di fame, licenziamenti massicci e reparti confino), e si assimila semplicemente il PD al PDL per la loro natura intrinseca di “partiti”, non si capisce come agire sulle contraddizioni di quest’ultimo. È vero che anche negli anni in cui era all’opposizione il PCI sprecava il grande potenziale di lotte a volte eroiche subordinandole a una strategia interclassista, è vero che aveva inizialmente subìto e non promosso la grande ondata di lotte del ’68-’69, ma non era mai arrivato a gestire direttamente gli attacchi alle conquiste dei lavoratori come durante i governi di centrosinistra, con la complicità attiva della CGIL. E ora per giunta il PD governa insieme ai fascisti e ai berlusconiani contro cui chiedeva voti, e non tutti i militanti, più o meno giovani, lo sopportano facilmente. Tuttavia, cresciuti come sono con i miti delle lontane origini eroiche, si arroccano facilmente quando si sentono attaccati grossolanamente.

Inoltre la protesta contro i privilegi del ceto politico, la corruzione diffusa, il distacco degli eletti dagli elettori, non è efficace se non identifica le cause, e presenta il quadro attuale come un frutto inevitabile e fatale della natura eterna di qualsiasi partito.

Per giunta anche il M5S è costretto di fatto, e non perché glielo impone la Finocchiaro, a trasformarsi in qualcosa di simile a un partito per operare a livello nazionale e nelle istituzioni, anche se può rifiutare il nome di partito. Sarebbe meglio che studiasse (anziché gli inutili “brevi corsi” di comunicazione o di diritto amministrativo per principianti) le esperienze recenti e brucianti di partiti o gruppi che erano entrati nelle istituzioni animati dalle migliori intenzioni, e sono stati rapidamente fagocitati dal sistema.

Penso ad esempio al Partito radicale, che aveva predicato la rotazione degli eletti, il rifiuto dei contributi statali ed era partito con una critica severa delle istituzioni, a cui si era invece presto adattato. Lo stesso era accaduto a Democrazia Proletaria, che subì una crisi pesante appena tentò di far applicare la norma che vietava la seconda rielezione.

Sarebbe utile anche vedere cosa è successo al PRC (che all’inizio si chiamava “movimento”, come piace a Grillo, e non “partito”), il cui gruppo parlamentare ha rapidissimamente anticipato ogni tipo di involuzione del partito. Il PRC ha perso un grande numero di deputati fin dalla prima legislatura in cui è stato presente, e ha conosciuto poi a più riprese massicce emorragie di eletti, assolutamente senza proporzione con le fughe di iscritti e di organizzazioni locali.

L’involuzione e assimilazione al sistema di strutture nate per la lotta, è stata resa possibile dall’accettazione di regole del gioco finalizzate solo a questo, e non da una “predestinazione” in quanto partiti.

Non mi associo certo alle troppe prediche interessate al M5S (che ha tutto il diritto di rifiutare le prediche dei “maestrini dalla penna rossa”) ma segnalo da tempo i pericoli intrinsechi non al nome di partito, ma al carattere corruttore delle istituzioni borghesi, che puntano all’assimilazione e all’addomesticamento di chi è partito da una critica anche radicale, una volta che ha accettato le regole del gioco. In genere manca una critica alle istituzioni borghesi: si direbbe che Grillo abbia assimilato quel feticismo delle istituzioni che caratterizza da decenni il PCI-PDS-DS-PD…

Analogamente, invece di liquidare i sindacati perché “vecchi”, sarebbe utile riflettere sul meccanismo di trasformazione e progressiva espropriazione burocratica di un sindacato nuovo e partito bene, dal basso, con successi importanti, come è stata la FLM, nata nelle lotte del 1969 e basata su una struttura di delegati spesso indipendenti da confederazioni e partiti, che dovrebbe evitare di usare categorie generiche e logore come il “nuovo”, che servono a poco, e che non a caso sono state usate abbondantemente dalla burocrazia, da Togliatti e Berlinguer, a Letta ecc. E oggi distinguere tra la FIOM in corso di adeguamento alla linea della Camusso e le sue minoranze che la rifiutano.

Un’altra osservazione riguarda il linguaggio: lo sberleffo, la caricatura, anche le esagerazioni polemiche sono accettabili in un comico brillante, meno se rappresentano la presa di posizione di un movimento politico, che dovrebbe puntare a conquistare gli indecisi con una proposta politica anziché puntare alla rissa. A volte colgono efficacemente le caratteristiche di un avversario, descrivendo la saccente prosopopea di un Veltroni o di un D’Alema, grandi organizzatori di sconfitte, a volte appaiono inspiegabili. Quando a distanza di settimane si passa da elogi sperticati e in parte immotivati a una Gabanelli o a un Rodotà (non è un giudizio a posteriori, avevo sottolineato a suo tempo che non erano così “alternativi” al PD come Grillo immaginava), a una sommaria liquidazione con insulti sprezzanti perché hanno fatto domande indiscrete o blande osservazioni critiche, il risultato è controproducente. La stroncatura successiva invece di distruggere l’ex idolo diventato avversario, scredita chi la fa e lo rende assai meno credibile.

Ho ormai rapporti con diversi militanti del M5S e ho verificato inquietudini e perplessità per non poche decisioni prese dall’alto, ma anche perché non esistono meccanismi per far pesare le opinioni critiche.

La mancanza di democrazia interna è percepita da molti come un problema quotidiano, non solo nel momento delle scomuniche di questo o quel dissidente. Ed è indispensabile per trasformare i criteri di selezione dei candidati, e per discutere sul programma che è in genere un elenco senza priorità di obiettivi diversi, alcuni giusti, altri generici e non caratterizzanti perché a parole condivisi da tutti, altri decisamente ambigui come le “misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa sul modello francese”. In questo caso è ambigua la definizione di piccola e media (per il vecchio PCI arrivava ai 1.000 dipendenti), e discutibile il “modello francese”: in genere i riferimenti all’Europa sono mitologici, e manca del tutto la comprensione che l’attacco ai lavoratori e alle loro conquiste è presente senza eccezioni in tutta l’Europa e non solo…

PS Ripeto, concludendo queste poche note, che queste considerazioni post elettorali vanno lette tenendo conto di altri articoli pubblicati recentemente sul sito, come  Verifiche prevedibili  L’analisi di Sinistra Critica sul voto  che mi hanno risparmiato molto lavoro.

31 maggio 2013

dal sito Movimento operaio

 
 

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