FROMM E L’EREDITA’ MARXISTA

 

FROMM E L’EREDITA’ MARXISTA
da Capi Vidal

Fromm è stato un eccentrico sintetizzatore dell’opera di Freud e di Marx, le cui analisi tendono verso l’esistenzialismo, la psicologia e il sociale. Una delle sue ossessioni era l’autoritarismo; ricordiamo che nella sua opera influente, aveva dimostrato che ci sono diversi meccanismi che portano gli uomini a fuggire dalla libertà. Fromm ritiene che questa fuga, negli esseri umani, è una fuga da se stessi ed è una delle forme che adotta l’ “istinto della morte” freudiano. Nel suo lavoro, in cui ha voluto vedere una sorta di “psicoanalisi umanistica”, mette in evidenza gli aspetti sociali e morali della pratica della psicoanalisi, in gran parte basato sul fatto che la malattia mentale presenta caratteristiche sociali e morali. Dedichiamo questo testo per ricordare la visione di Fromm su Marx e sulla prassi marxista.

Si noti che l’analisi di Fromm è antiautoritaria, anche se non insiste nel porre l’accento sulla grande divisione del socialismo, iniziato ai tempi della Prima Internazionale e in scuole socialiste: emancipare l’uomo dal dominio e dallo sfruttamento da parte di un altro uomo, liberarlo dal predominio della sfera economica e stabilire un nuovo rapporto dell’uomo nella società e con la natura. Considera che Marx ed Engels in un ingenuo ottimismo, sovrastimassero i fattori politici e giuridici e considerava la loro tendenza alla centralizzazione come un’influenza della classe media -pensiero radicato in tale classe dal XVIII° secolo. Altri si sono sbarazzati di tale influenza, come i socialisti utopisti Fourier e Owen, o gli anarchici come Proudhon e Kropotkin. Purtroppo, gli errori del pensiero di Marx, sono diventati rivlevante nella pratica successiva, in quanto è stato accettato acriticamente, oltre a essere ripetuto all’infinito e, anche, potenziato da gran parte del movimento operaio europeo.

Tuttavia, osserviamo gli aspetti interessanti del pensiero di Marx e per questo useremo l’originale filtro di Fromm. Nel Capitale, Marx considerava il socialismo come un’associazione nella quale il libero sviluppo di ogni individuo, è la condizione di base per lo sviluppo di tutti, il principio guida della società è il pieno e libero sviluppo di ciascuno. Questo obiettivo, Marx lo avrebbe chiamato come la realizzazione del naturalismo e dell’umanesimo; senza essere né idealista e né materialista, ha l’autenticità di ciascuna delle due scuole. Il filosofo tedesco riteneva che ci fosse stata una reificazione dell’uomo nel seno del capitalismo, la cui energia fisica, era diventata merce. È per questo che la classe operaia soffre di più l’alienazione insita nella produzione capitalistica; è per questo che tale classe dovrebbe essere protagonista nella definitiva emancipazione. Affinchè l’uomo diventi un partecipante attivo e responsabile nel processo sociale ed economico, come una condizione necessaria vi deve essere la socializzazione dei mezzi di produzione. Se Rousseau pensava che si doveva cambiare la natura dell’uomo, prendendo altre forze per ottenere altre nuove forze di carattere sociale, Marx riteneva che quando l’uomo riconosceva e organizzava la sua forza come forza sociale, egli avrebbe raggiunto la sua emancipazione senza basarsi sul potere politico. Vediamo che si tratta di una visione che avrebbe approvato qualsiasi anarchico, anche se Proudhon e Bakunin polemizzavano verso la sua filosofia e avevano altri modi per raggiungere tale fine emancipatorio. Il tempo darà ragione agli anarchici e la prassi marxista si bloccherà nei sistemi totalitari, senza raggiungere alcuna evoluzione verso nuove forme sociali.

L’obiettivo è che non esistono “dipendenti” o “impiegati” nella società; la società che si vuole raggiungere, trasformerà la natura e il carattere del processo del lavoro dell’individuo. Il lavoro passerà ad essere un compito che esprimerà l’espressione significativa del potenziale umano. Marx, insieme a tutti i socialisti, desiderava che il lavoro si convertiva in qualcosa di attraente per gli uomini, oltre ad adattarsi alle sue esigenze e desideri. Era per questo che aveva suggerito di combattere l’eccessiva specializzazione, in quanto l’uomo potrà essere in grado di gestire diversi compiti in base alle sue capacità e interessi. Anche se Marx, nei suoi scritti, insisteva sulla trasformazione economica della società, per ottenere l’emancipazione degli uomini, Fromm vuole sottolineare che l’attività economica è solo un mezzo e non un fine in sé. L’autore del Capitale denominava come “grezzo comunismo”, l’importanza esclusiva sull’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, in quanto ciò non cambierebbe la qualità del lavoro, ma lo si estendeva a tutti gli esseri umani. Si critica, così, una società comunista che nega la personalità dell’uomo, e si vuole un’estensione dell’emancipazione che vada oltre la mera proprietà materiale. In questo insiste il socialismo anarchico, che si occupa di liberare gli esseri umani dalle strutture autoritarie create. Si possono trovare più ambiguità e contraddizioni negli scritti di Marx e di Engels sullo Stato, ma affermano che lo scopo non era solo una società senza classi, ma anche l’assenza del potere politico. Quello che sembra chiaro è che Marx era a favore del decentramento e della fine dello Stato; solo allora, la classe operaia aveva preso il potere politico per trasformare lo stato. Anche se qualche posizione a favore del decentramento sembrava essere parte delle sue opinioni e teorie, il dogmatismo e l’intolleranza di Marx nella Prima Internazionale contro chi non era d’accordo con la sua teoria centrale, fu quasi certamente il germe delle interpretazioni leniniste e il tragico sviluppo del socialismo in Russia.

Risulta interessante, e centrale per la teoria politica moderna, la lettura che realizza Fromm seguendo queste contraddizioni di Marx. Da un lato, Marx, in linea con il resto dei socialisti, è convinto che l’emancipazione umana non sia solo politica, ma anche economica e sociale. Non bisogna cercare la libertà in un semplice cambiamento dello stato, ma nella trasformazione economica e sociale della società. Inoltre, nonostante le sue teorie, Marx ed Engels non erano più vincolati dalla visione tradizionale della prevalenza della politica sulla sfera socio-economica -in modo che non potessero sbarazzarsi di quella vecchia idea che dà importanza allo Stato e al potere politico. Questo semplice cambiamento politico fondamentale, era una caratteristica della classe media e che spinse le grandi rivoluzioni dei secoli XVII° e XVIII°. Ecco perché Fromm fa notare che Marx ed Engels avevano una visione molto più economica che umana -rispetto a Proudhon, Bakunin e Kropotkin- e che risulta paradossale che lo sviluppo del socialismo leninista, si traduce in una regressione dei concetti capitalistici di Stato e del potere politico. Allo stesso modo, Fromm crede che l’idea di rivoluzione politica non sia specificamente marxista o socialista, ma è anche l’idea tradizionale della borghesia nel raggiungere la libertà di rovesciare la monarchia. Pertanto, la sopravvalutazione del potere politico e della forza, erano un retaggio del passato, e Marx non era riuscito a sbarazzarsi di loro nel suo nuovo concetto di socialismo.

Il materialismo storico è, probabilmente il più grande contributo di Marx alla storia delle idee. La premessa fondamentale è che l’uomo, prima di potersi dedicare a qualsiasi attività culturale, deve prima assicurarsi i mezzi per la sopravvivenza fisica. Le condizioni materiali dell’uomo, determinano il suo modo di produzione e di consumo, e questo, a sua volta, determina l’organizzazione socio-politica, il suo modo di vivere, di pensare e di sentire. L’importanza che Marx dà alla questione economica, non ha alcun fondamento soggettivo o psicologico (il desiderio del profitto, che è proprio del capitalismo), ma è un concetto sociologico, in cui lo sviluppo economico è la condizione oggettiva per lo sviluppo culturale. La principale critica del capitalismo è che l’uomo è stato mutilato dagli interessi economici e che la nuova società avrebbe liberato ciò per un’organizzazione economica più razionale e produttiva. Fromm ritiene che il materialismo storico sarebbe stata una teoria ancora più proficua, se gli eredi di Marx non si fossero bloccati con il loro dogmatismo. Il primo punto sarebbe quello di riconoscere che Marx ed Engels avevano imposto solo il punto di partenza per scoprire la correlazione tra lo sviluppo dell’economia e della cultura. Fromm considera che essi avevano sottovalutato la complessità delle passioni umane, come la natura dell’uomo che ha le sue esigenze e leggi proprie, in costante interazione con le condizioni economiche che determinano lo sviluppo storico. Se l’uomo è influenzato dall’organizzazione sociale ed economica, a sua volta influenza su di essa. Si tratta di un margine per la soggettività e l’azione trasformativa, con la quale simpatizzano completamente i libertari. Fromm rifiuta una visione troppo ingenua sulla natura dell’essere umano, riconoscendo che esso ha sviluppato una gamma di bisogni e soddisfazioni irrazionali, sviluppati durante tutto questo tempo. Insieme alla semplice liberazione dalle catene, l’essere umano deve anche liberarsi di queste forze irrazionali, ovvero di questa brama di potere e distruttività, di questa “paura della libertà”, di cui abbiamo accennato all’inizio di questo testo.

La sottovalutazione di Marx per le passioni umane, possono essere riassunte in tre aspetti errati: 

-Il primo: l’abbandono del fattore morale nell’uomo, la rivoluzione che non può essere puramente economica, ma richiede che richiede un nuovo orientamento morale; 

-Il secondo: l’eccessivo ottimismo circa la venuta del socialismo, nella sua immediatezza, dimenticando gli avvertimenti di Proudhon e di Bakunin sul pericolo di guerre mostruose e nuove forme di autoritarismo;

-Il terzo: secondo Fromm, è errato affermare che con la sola socializzazione dei mezzi di produzione, si possa trasformare la società, in quanto troppo semplicistica e ottimista.

Freud, dopo la prima guerra mondiale, si rese conto di queste forze distruttive e irrazionali, tanto forti quanto contrarie, che Marx non poteva capire. Un’altra critica importante verso Marx, è quello di non aver capito che il cambiamento rivoluzionario da lui auspicato, non portasse a un cambiamento delle condizioni di lavoro, in quanto l’essere umano sarà di proprietà dello Stato (con tutto che si presenta col sotterfugio di socializzazione), di una burocrazia governativa o di una burocrazia privata. La Russia sovietica ha da tempo dimostrato che un’economia “socialista” può essere efficace, ma in nessun modo ha creato uno spirito di uguaglianza e cooperazione. Oltre al fatto che la presunta proprietà dei mezzi di produzione “per il popolo”, era un mascheramento della burocrazia industriale, militare e politica. 

(tradotto da NexusCo)  

dal sito http://ienaridensnexus.blogspot.it/

Ringrazio Alfredo Mazzuchelli per la segnalazione di questo interessante articolo

 

 

 

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