PSIUP: UN PARTITO CHE AVREBBE POTUTO ESSERE STABILE DI FRANCO ASTENGO

 

 

 

                                                   

 

 
“Psiup: un partito provvisorio” , il volume scritto da Aldo Agosti ed uscito recentemente per Laterza ha suscitato, un po’ inaspettatamente, un dibattito abbastanza vivace, forse riservato ad antichi “cultori della materia”, ma non privo di interesse sia per riferimenti “storici” sia al riguardo di comparazioni, non banali, relativi all’attualità riferita alla vera e propria “evaporazione” del sistema dei partiti.
 
In questo senso, però, dobbiamo davvero considerarci i reduci di un altro mondo, ma cercando anche di ritrovare la capacità di produrre indispensabili punti di riflessione.
Non ripercorro qui la parabola dei “socialproletari” (ho ancora nelle orecchie la voce tonante di un vecchio compagno meridionale : “Noi socialproletari”..) illustrata ampiamente nel libro (il terzo mi pare che esca su questa vicenda politica: dopo quello antico di Silvano Miniati esiste anche un testo di Baiardo che compara l’esperienza ligure con quella nazionale).
Mi permetto soltanto due annotazioni, riassunte proprio in veste di chiosa:
1)      La prima riguarda proprio la scissione. La scissione del PSIUP, verificatasi sul nodo del governo (vero e proprio punto di “dannazione” della sinistra italiana, rivelatasi sempre e comunque incapace di approcciare a questo tema con una propria autonomia reale, dal punto di vista della concezione teorica e della qualità programmatica) sta a dimostrare, proprio adesso, quale fosse la “qualità” del sistema politico di allora, in relazione al complessivo radicamento sociale del quadro dei partiti.  Con la formazione del PSIUP, infatti, uscirono dal gruppo parlamentare del PSI 23 deputati e, con le elezioni del 1968, ne rientrarono 24: come dire che la scissione era provvista di un proprio, vero, autonomo rapporto con settori consistenti della base del partito. Non si trattò, insomma, di una scissione di notabili “sulla carta” come accaduto, ad esempio , per riferirci a tempi recenti e quindi rendere agevole una vera e propria comparazione in questo  senso, al FLI fuoriuscito dal PDL. Certamente quell’esito fu favorito dalla natura stessa sulla base della quale (per successive aggregazioni) si era riformato il Partito Socialista nel periodo 1943-45, tra il gruppo socialdemocratico di Simonini, il nucleo centrale del vecchio PSI suddiviso a sua volta tra massimalisti e riformisti, e l’ala sinistra del MUP, al cui interno si ravvisavano venature trotzkiste e luxemburghiane, raccolto attorno a Lelio Basso. Nel  giro di dieci anni quei tre gruppi sarebbero diventati tre partiti: a significare, certo, una sorta di “maledizione della diaspora” ma anche di una vitalità del sistema che aveva trovato, comunque, una propria ragion d’essere non soltanto nella teoria, ma nella realtà concreta di una parta non secondaria della sinistra italiana
 
2)   La seconda si riferisce alla considerazione svolta nel titolo del libro di Agosti “un partito provvisorio”. 
      Il PSIUP avrebbe potuto essere un partito stabile, eccome. Molti hanno già fatto risalire l’avvio della crisi alla mancata (voluta) comprensione dei fatti di Praga dell’agosto’68 (senza pensare all’improvviso e fatale arresto dell’elaborazione di Panzieri e dei“Quaderni Rossi”). Praga rappresentò indubbiamente un punto fondamentale di svolta, per l’intera sinistra italiana (su quel punto si consumò anche la gran parte del rapporto residuo tra il gruppo del “Manifesto” ed il PCI). Dei “se” e dei “ma” sono piene le fosse, recita un antico e non smentibile detto popolare. Il rapporto con l’URSS (al di là della questione, a mio giudizio, secondaria dei finanziamenti) rimane ancora, anche nell’analisi storica, il punto dirimente attorno al quale si svilupparono quelle vicende. Si può dire, per certo, che andarono disperse energie preziose, perdute spinte sollecitatrici formidabili provenienti da forti movimenti giovanili. Non ci fu soltanto l’espressione di una burocrazia, elefantiaca e passiva, espressione dei “carristi”, ma anche l’incapacità di porre sul tappeto il tema di una nuova, diversa soggettività politica. Forse i tempi non erano maturi: certo è che vi fu una vera e propria “scissione silenziosa” al punto che, quattro anni dopo, consumata la “débâcle” elettorale fu soltanto una componente massimalista, pur molto importante sul piano culturale, a tentare la via di un’autonoma costruzione di soggetto politico arrivando a un incontro proprio con quel gruppo del “Manifesto” che, nell’essenza dell’analisi politica che era in grado di esprimere in quel momento tutto poteva essere considerato ma non certo massimalista (qualche caduta di troppo nell’estremismo, ma non massimalismo di sicuro). Il tentativo fallì e alla fine vi fu riflusso e, per quella parte del gruppo del Manifesto che aveva partecipato all’impresa, la presa d’atto dell’insuperabilità e dell’ineluttabilità dell’ appartenenza a quell’area comunista di cui il PCI rappresentava, sicuramente, l’espressione quasi compiutamente egemone. E l’approdo, alla fine, tra confluenza del PdUP e ingresso nei gruppi della Sinistra Indipendente, a dieci anni circa dallo scioglimento del grosso dello PSIUP e del suo ingresso nello stesso PCI apparve inevitabile.
 
 

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