BERGOGLIO E L’AMERICA LATINA di Antonio Moscato

 
 
 

Il primo compito del papa argentino è stato indubbiamente quello di mutare la percezione della Chiesa, affermandosi come protagonista di una svolta necessaria grazie a gesti che hanno colpito l’immaginazione popolare, a partire dal rifiuto di gran parte dei simboli del potere monarchico e dalla scelta un nome mai utilizzato dai predecessori. Il risultato ottenuto gli ha permesso di affrontare subito da posizioni più forti e con mezzi straordinari – compresa l’insolita scelta di un’affascinante e loquace trentenne italo marocchina, Francesca Immacolata Chaouquie, come membro della Commissione referente sui dicasteri economici della Santa Sede – il compito immane del risanamento della curia, e dei poco trasparenti organi finanziari. Ma non c’è dubbio che, in coerenza con la sua indelebile formazione nella Compagnia di Gesù, Jorge Mario Bergoglio si proponga anche la riconquista di settori del mondo in cui la Chiesa cattolica è arretrata, come l’Europa e l’America Latina, e un’offensiva missionaria per la penetrazione in continenti come l’Africa in cui è in gravi difficoltà di fronte all’espansione dei vari Islam, e come l’Asia in cui – se si escludono le Filippine – è assolutamente minoritaria.

C’è chi ha ricordato Matteo Ricci, anche lui gesuita, per ipotizzare che Bergoglio consideri prioritaria un’offensiva diplomatica verso la Cina, anche al prezzo di sacrificare Taipei, e chi invece ha previsto una particolare attenzione al conflitto palestinese, ma non ho dubbi che il suo primo e principale obiettivo sarà la sua Argentina, ed alcuni paesi chiave a cui questa è strettamente legata.
La ragione non è solo affettiva, e non è basata solo sulla già verificata eco della sua elezione in larghi settori della popolazione. È possibile che nei prossimi mesi molti nodi vengano al pettine in America Latina, soprattutto in diversi paesi che hanno avuto conflitti recenti con la Chiesa cattolica, come il Venezuela, o con lui personalmente, come l’Argentina. A spingere per una priorità latinoamericana dei suoi viaggi e anche dei suoi interventi da lontano, è la certezza che molte delle esperienze dei governi “progressisti” emersi nell’ultimo decennio e che sembravano consolidarsi ed estendersi, conoscono ora difficoltà crescenti, e potrebbero essere messe in crisi da alcune prossime scadenze elettorali. Ad esempio il Venezuela di Nicolás Maduro affronta elezioni amministrative il prossimo 8 dicembre, in una situazione in cui lo scarto tra i due blocchi si è ridotto considerevolmente, e che quindi potrebbe vedere un successo dell’opposizione, incoraggiandola nella sua contestazione dei risultati elettorali nelle presidenziali dell’aprile scorso. Non a caso Maduro si è affrettato a fare in giugno un viaggio in Vaticano per far dimenticare le sfuriate di Hugo Chávez nei confronti del cardinale primate e dello stesso nunzio apostolico Pietro Parolin, che per giunta di lì a poco sarebbe diventato Segretario di Stato (e forse anche per prevenire un udienza richiesta dal leader dell’opposizione Henrique Capriles).

Ma è ancor più in bilico, in Argentina, Cristina Fernández de Kirchner: lo scontro con il cardinale Bergoglio negli ultimi anni era stato frequente e aspro, al punto che quando si parlò di una sua possibile elezione a pontefice, da Buenos Aires era partito un dossier per screditarlo. Non a caso, dopo un silenzio di due giorni, Cristina Kirchner si era affrettata a tessere l’elogio del nuovo papa, precipitandosi a Roma per incontrarlo e assistere al suo insediamento. L’incontro era stato formalmente cordiale, e senza risentimenti visibili. Tuttavia la presidente si trovava già in difficoltà, prima di tutto per la mancanza di un credibile continuatore politico. Ma ha poi subìto due duri colpi: un risultato negativo di molti suoi sostenitori nelle complesse primarie dell’11 agosto, e una grave caduta in casa il giorno successivo. Era stata tenuta nascosta a lungo, ma aveva provocato un trauma cranico. successivamente un ematoma, emerso ai primi di ottobre, ha imposto un urgente intervento chirurgico il giorno 7, obbligandola a un riposo assoluto di un mese, proprio durante la fase cruciale della campagna elettorale per le elezioni legislative del 27 ottobre in cui si rinnova metà della Camera e un terzo del Senato, e in cui è probabile il successo di Sergio Massa, il giovane sindaco del municipio di Tigre considerato l’astro nascente della politica argentina, e probabile candidato alle presidenziali del 2015. Tigre è un grosso municipio di quasi 400.000 abitanti, confinante con Buenos Aires. Sergio Massa era stato capo di gabinetto di Cristina, ma si è poi lanciato in proprio, con uno stile che a noi italiani può ricordare quello di Matteo Renzi. Per tutte queste ragioni quindi appare difficile che la Kirchner possa ottenere quei due terzi del parlamento che le servirebbero per ottenere una deroga alla costituzione per potersi ricandidare per la terza volta, e rischia di uscire dalla scena politica.

Sono molti i paesi latinoamericani in cui ci sono analoghe tensioni e instabilità, e sono possibili svolte, e per questo diversi altri presidenti hanno fatto un tempestivo pellegrinaggio in Vaticano. Ma indubbiamente è improbabile un intervento diretto del papa in una delle tante situazioni critiche, dato che il progetto che Bergoglio aveva già abbozzato come arcivescovo è molto più lungimirante di quello che spinse Karol Woitila ad attaccare pesantemente i sacerdoti sandinisti, e a tentare poi di ripetere sia pure in forma più cauta l’esperienza durante la sua visita a Cuba.

Bergoglio ha una visione latinoamericana che sembra non lontana dall’idea di “Patria Grande” cara a Bolivar e a José Martì. È in questa prospettiva che sembra muoversi papa Francesco e nei colloqui che ha avuto finora con diversi capi di Stato latinoamericani, (tra cui oltre a Maduro e alla Kirchner, spiccano Evo Morales, il colombiano Santos, e gli “ex guerriglieri” Carlos Funes del Salvador, e José “Pepe” Mujica dell’Uruguay) ha ribadito che l’idea dell’integrazione non può solo essere economica, ma culturale e religiosa, ed è l’unica strada percorribile per vincere quella conflittualità che ha caratterizzato la storia di quei popoli e spezzato il sogno bolivariano dell’unità de “Nuestra América”.

D’altra parte in una delle sue omelie (raccolte ora in volume dal CdS) aveva scritto: “Bisogna convincersi che le cose non solo si possono cambiare ma che la rivoluzione di cui ci facciamo portatori è una imprescindibile necessità”. Non eravamo abituati a sentir parlare di rivoluzione, e tanto meno da un papa (a meno che non se la prendesse con quella copernicana…). Invece è proprio una frase dell’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio, riproposta ora che è diventato papa. Il contesto in cui l’ha inserita non rende facile capire a cosa allude, ma quella parola potrebbe avere echi imprevedibili in un continente come l’America Latina, che nella sua storia ha conosciuto grandi leader rivoluzionari come Simón Bolívar e Che Guevara.

È probabile comunque che Bergoglio consideri miope puntare oggi su un possibile crollo di Maduro, che rafforzerebbe un’opposizione faziosa e aggressiva, provocando un clima da guerra civile in Venezuela e spazzando via tutta la fragile struttura dell’unità costruita faticosamente da Chávez su base non ideologica, ma di concretizzazione del progetto bolivariano. Per altri aspetti sarebbe altrettanto pericoloso puntare sulla brusca chiusura dell’esperienza dei Kirchner prima di aver costruito una solida alternativa, in un paese che – come lo stesso arcivescovo Bergoglio aveva più volte denunciato – ha visto nuovamente aggravarsi contraddizioni sociali esplosive analoghe a quelle che portarono alla crisi del 2001.

La Chiesa cattolica in America Latina è d’altra parte oggi assai meno forte di quanto non si pensi, per l’erosione continua della sua base da parte di varie “sette” pentecostali o affini, e per la riduzione netta della pratica religiosa nelle grandi concentrazioni urbane, a partire da Buenos Aires. Lo svuotamento del messaggio conciliare e la guerra contro la Teologia della Liberazione ha ridotto notevolmente la sua forza di attrazione, anche se molti sacerdoti e vescovi si sono impegnati ugualmente sia a fianco dei “Sem terra” sia nelle mobilitazioni contro “Grandi Opere” (dighe, deviazioni di fiumi, ecc.) che hanno devastato l’ambiente amazzonico e di altre parti del continente, e sono entrati in sintonia con i settori indigeni e ambientalisti che contestano l’ambiguità della politica “estrattivista” di Dilma Rousseff, Rafael Correa o Evo Morales.

Non si vede però ancora all’orizzonte la proiezione politica su scala continentale del progetto di Bergoglio. Perfino a Cuba – dove pure la debolezza attuale del gruppo dirigente ha offerto spazi insperati a una Chiesa non certo maggioritaria, ma che si è mossa intelligentemente dialogando con i settori riformisti della sinistra – non c’è ancora una forza capace di assumersi una diretta responsabilità di governo, e l’alternativa più probabile a media scadenza sarebbe un’intesa tra le due diverse burocrazie, non molto affascinante dato che nessuna delle due è esattamente un modello di democrazia.

Il progetto di Bergoglio dunque ha bisogno di tempo, più che di gesti clamorosi, e questo spiega probabilmente la scelta come Segretario di Stato di un abile e prudente diplomatico come Parolin, sperimentato nel tempestoso Venezuela chavista.

 
APPENDICE


Altre ripercussioni dell’elezione del papa in America Latina

Rafael Correa, il presidente dell’Ecuador, non è andato come altri in pellegrinaggio in Vaticano, ma ha fatto un gesto che è stato apprezzato moltissimo dalla Chiesa ecuadoriana, che per bocca del presidente dei vescovi Antonio Arregui lo ha elogiato “per il coraggio e la nobiltà d’animo con cui ha parlato”. Infatti Correa, di fronte a una legge che depenalizzava l’aborto presentata da un gran numero di deputati del suo partito, Alianza País, non solo ha preannunciato il suo veto, ma ha minacciato di dimettersi nel caso la legge non fosse ritirata. Un atteggiamento che ricorda un po’ quello di Grillo di fronte alla eliminazione del reato di clandestinità, ma che intanto ha avuto successo, ed ha avuto molti imitatori nel continente. O meglio, ha incoraggiato e rafforzato chi aveva assunto lo stesso atteggiamento già precedentemente.

Ad esempio Ramón Tabaré Vazquez, ex presidente dell’Uruguay,che nel 2008 aveva posto il suo veto a una legge analoga e anche per questo non era stato riproposto come presidente, si prepara a ripresentarsi nelle elezioni dell’ottobre 2014 e sta facendo una campagna martellante sul tema, sostenendo che “nessun scienziato mediamente sensato può negare che il zigote, frutto della fusione di due cellule, è un individuo distinto dal padre e dalla madre”, e che “la filiazione non è determinata dall’annidamento ma dalla fecondazione e questa non è una questione religiosa ma una certezza biologica”.

In Argentina la presidente Cristina Kirchnermantiene la sua posizione antiabortista sul piano personale nonostante la maggioranza del kirchnerismo sia a favore, ma un altro socialista, per di più candidato presidente, Hermes Binner, alla pari di Tabaré Vazquez afferma “come medico” di “difendere la vita e essere contro l’aborto”, pur non condividendo la sua penalizzazione. Simile in questo al presidente della Bolivia Evo Morales quando sostiene che “l’aborto è un delitto”, anche se nel dibattito in corso sulla depenalizzazione sembra per il momento inclinare a favore di quest’ultima.

Un commentatore cattolico argentino, Alver Metalli, ha osservato sul suo sito http://www.terredamerica.com/   che “la sinistra più rivoluzionaria, quella ex guerrigliera, è anche la più intransigente contro l’aborto”, e ritiene che ciò si debba probabilmente “alla sua storica attenzione al «sentire» delle popolazioni rurali, prevalentemente cattoliche, che si proponeva di sollevare in armi”. In realtà è assai dubbio che la sinistra ex guerrigliera sia “la più rivoluzionaria”, perché spesso ha fatto autocritiche decisamente eccessive su tutti i terreni, anche economici e sociali, collocandosi alla destra dello schieramento riformista. È il caso soprattutto di Mujica, ma anche del presidente salvadoregno Mauricio Funes, proposto dal FMNL, di cui era stato fiancheggiatore, ma che si è opposto in più occasioni, durante il suo mandato iniziato nel giugno 2009, alla depenalizzazione dell’aborto, e anche di recente ha ripetuto che non promuoverà nessuna riforma della Costituzione in questa direzione.

Daniel Ortega, formalmente sandinista, ma ormai ripudiato da gran parte dei compagni di lotta del primo sandinismo (che parlano oggi di “orteguismo”), ha respinto gli emendamenti che depenalizzavano l‘aborto terapeutico, ma non è una sorpresa: per essere ancora una volta rieletto nel 2006 aveva fatto un accordo senza principi con esponenti somozisti, e con il cardinale ultrareazionario Miguel Obando y Bravo (di cui la rivista Newsweek aveva scoperto che era al soldo della CIA quando appoggiava attivamente la “contra”). Tra l’altro il Nicaragua è stato scosso qualche mese fa dal caso di una bambina vittima di uno stupro rimasta incinta a nove anni. Miguel Obando y Bravo ha chiesto e ottenuto di inserire nella commissione medici dichiaratamente antiabortisti per valutare se davvero esistono pericoli per la vita della madre. Che siano «dottori responsabili», ha detto il cardinale Obando, «che non provochino un aborto, che salvino la vita della madre e della bambina che deve nascere». E i toni sono diventati da crociata. Il ministro per la famiglia, Natalia Barillas, ha ordinato alla “Red de mujeres” che assisteva la bimba di consegnarla perché la legge stabilisce che sia sotto la sua tutela finché non si arriverà ad una decisione. Poi è intervenuto il Comitato in difesa della vita secondo il quale siccome «la Costituzione stabilisce che il diritto alla vita è inviolabile», anche l’ aborto terapeutico è anticostituzionale. Dal giorno alla notte il Nicaragua è ripiombato nell’ antico clima da guerra civile. La cinica posizione antiabortista dell’indistruttibile presidente nicaraguense è condivisa anche dalla moglie Rosario Murillo che dovrebbe succedergli alla presidenza nelle prossime elezioni.

La sinistra che vuole l’aborto, pur con gradi diversi di “libera autodeterminazione della donna”, ha i suoi paladini quasi soltanto nell’ex presidente brasiliano Lula Da Silva, contrario all’aborto come cittadino, ma favorevole come Capo di Stato, e nella socialista Michelle Bachelet, la cui elezione, data quasi per certa, riproporrebbe la depenalizzazione nel codice penale cileno. In Messico è a favore dell’aborto solo il Partito democratico rivoluzionario, che almeno nel distretto federale di Città del Messico, governato da un suo candidato, ha già approvato la depenalizzazione dell’aborto offrendo il servizio pubblico negli ospedali per l’interruzione della gravidanza. Nel resto del paese, l’aborto è solo clandestino.

Singolare poi lo scambio di posizioni tra il presidente del Venezuela Nicolás Maduro che legalizzerebbe l’aborto solo nei casi di violenza e incesto, e l’oppositore Henrique Capriles che è di più larghe vedute, dichiarandosi “d’accordo con l’aborto terapeutico e la pillola del giorno dopo” e disposto a introdurre le unioni civili omosessuali (col risultato di rafforzare la penosa campagna contro di lui basata su insinuazioni omofobe). Ancora una volta, che tristezza questa sinistra!

Come un sasso nello stagno il “cattolico” e “rivoluzionario” presidente ecuadoriano ha smosso le acque in tutto il continente, dove la sinistra, nelle sue differenti gradazioni governa oramai da un decennio. E un Papa come Francesco, che si presenta come vagamente innovatore in materia sociale, ma non lo è certo sulla morale sessuale, anche se usa toni più comprensivi nei confronti dei “peccatori”, quando propone un “nuovo equilibrio all’edificio morale della Chiesa”, rimescola le carte anche in una sinistra latinoamericana che ha accantonato da tempo le sue idee laiche che l’avevano caratterizzata fino a Salvador Allende.



21 ottobre 2013


dal sito Movimento Operaio

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