TRAGEDIA SIRIANA: LA PAROLA AD ANTONELLO BADESSI

 


La conversazione con Antonello Badessi (esponente romano di Sel) che qui proponiamo, è la prima di un breve ciclo dedicato alle odierne, drammatiche vicende siriane. Il nostro intento è quello di far confrontare più punti di vista sul tema, nella consapevolezza che nessuno di essi potrà da solo sciogliere tutti i nodi della più intricata tra le grandi partite della politica internazionale. Naturalmente, queste premesse non rinviamo ad un relativismo assoluto. Intanto perché una volta sentite le diverse voci, ci prenderemo cura di mettere nero su bianco accordi e disaccordi con i nostri interlocutori. In secondo luogo, perché -a monte- abbiamo scelto di non prendere in considerazione quelle posizioni che risolvono la più che sacrosanta opposizione alle manovre degli imperialisti occidentali in un ritorno alla logica “campista”. A quei discorsi, cioè, per cui bisogna vincolarsi agli input e alle linee di politica estera di blocchi geopolitici considerati alternativi a quello dominante. Di questo impianto, per fortuna non si trova traccia nelle risposte di Badessi che sembrano piuttosto rinviare alla ricerca di una “terza via” rispetto alle posizioni che hanno sin qui dominato il dibattito a sinistra sulla Siria.


Intanto ci potresti dire che idea ti sei fatto, in termini generali, dell’attuale situazione siriana?

A mio avviso, siamo di fronte ad una realtà politica quadripartita. Da un lato abbiamo il regime, erede di quello del Baath di Hafiz Al-Assad e transitato per diverse fasi: dalla Rivoluzione Nazionale alla Repubblica Araba Unita con l’Egitto, presto fallita, sino all’unione con l’Iraq, che non ha avuto miglior sorte. Per non dire del fatto che nel 1991 la Siria partecipò alla coalizione internazionale contro l’Iraq stesso. Parliamo di un regime, certo non democratico secondo i nostri canoni, ma modernizzatore poiché supportato dalla minoranza Alawita, colta, legata ad attività commerciali, laica. Poi abbiamo un paese reale che è andato avanti, e non solo sui binari segnati dalla minoranza Alawita, cercando quindi di darsi soggetti politici indipendenti, alternativi e non prigionieri dell a sola logica nazionalista. Un fermento iniziato soprattutto in contrasto con le manovre privatizzatrici e liberalizzatrici avviate negli anni scorsi dal regime sotto dettatura del FMI. Questo magma, non indifferente quanto a peso sociale e politico, nel 2011 ha espresso un tentativo di collegamento della prima ribellione siriana alle coeve primavere arabe laiche, ed ora viene rappresentato dal Coordinamento per il Cambiamento Democratico in Siria (CCDS), composto da socialisti, democratici e musulmani. Tale realtà, che rifiuta la lotta armata, oggi sta pagando un prezzo duro ma nel silenzio della comunità internazionale, perché oltre alle carcerazioni, torture e sparizioni subite dal regime, diversi colpi gli vengono inferti dagli altri settori dell’opposizione contro Assad. Il terzo soggetto è quello più noto, non a caso, in tutto il mondo. E’ i l Consiglio Nazionale Siriano (CNS), supportato dal Qatar e dalle monarchie arabe reazionarie. Non rappresenta una lotta per la democrazia ed è popolato dalle élites sunnite e dai militari sunniti che hanno disertato dalle forze armate del regime, dando vita all’Esercito Siriano Libero. Infine abbiamo il fronte Al-Nusra, espressione di Al Qaeda, al quale oggettivamente quelli del CNS e dell’Esercito Siriano Libero hanno aperto la strada. La presenza cospicua di questo settore terrorista – si pensi alle stragi dei giorni scorsi con decine e decine di morti – mette in imbarazzo anche la Casa Bianca e costituisce uno dei motivi per i quali Obama ha accettato la proposta della Russia, protettrice della Siria da almeno 50 anni, desistendo dall’annunciata azione armata. La quale, certo, era stata presentata come circoscritta, ma i suoi contorni rimanevano poco chiari e si sarebbe trattato comunque, se si vogliono chiamare le cose col loro nome, di un attacco imperialista dalle conseguenze imprevedibili.



Nel descrivere questa realtà complessa, ci sembra di capire che tu escludi l’idea che la sollevazione contro Assad sia stata determinata dall’esterno sin dalle sue fasi iniziali

Sin dal principio, come dicevo prima, non credo. Ma dalla fase in cui è entrata in azione la dinastia regnante in Qatar invece sì. Diciamo che l’idea di allineare la Siria al sunnismo reazionario è precedente alla crisi, generata da fattori interni, e che i suoi sostenitori hanno solo atteso le condizioni migliori per agire.



Prima hai accennato alla preoccupazione rispetto al jihadismo radicale. Potresti tornare sul tema e magari specificare anche quali sono stati gli altri fattori che hanno impedito un intervento militare potenzialmente catastrofico?

Il punto è che non puoi andare in Afghanistan con l’obiettivo ufficiale di combattere Al Qaeda e poi fare un intervento in Siria che la legittima. Poi, come sottolineate nella domanda, c’è stata una riflessione sulla imprevedibilità delle conseguenze dell’azione militare. Inoltre, va valutato anche questo: il tentativo, poco fruttuoso economicamente e politicamente, di governare il mondo, accantonati i sogni, o incubi, unipolaristi dell’immediato post-1989, si basa su organi come il G8 e il G20. Ebbene, questo tentativo sarebbe clamorosamente naufragato mettendo l’Occidente immediatamente contro la Russia e la Cina. Un conflitto, tra l’altro, segnato dall’incognita relativa a quanto sarebbe stato esteso il suo campo di sviluppo e condotto tra paesi che si vogliono parte dei direttorii internazionali chiamati a governare la globalizzazione. Certo la propensione alla guerra, che non tutti negli USA hanno accantonato, ha a suo sostegno la certezza che, restando nelle attuali regole del capitalismo, per uscire dalla crisi economica non esiste altra soluzione. Ma Obama, gliene va dato atto, in questo caso ha assunto un comportamento responsabile. Ha in qualche modo seguito le orme del suo predecessore John Kennedy quando bloccò ogni proposito di guerra durante la crisi dei missili a Cuba, aiutato da Krusciov e da Papa Giovanni XXIII. Ecco, diciamo che Obama è stato aiutato da Putin, che ha fatto pressione su Assad. Speriamo che non segua Kennedy anche nel modo di morire.


Le vicende siriane sono strettamente connesse a quelle dell’alleato iraniano. Quanto potrà incidere l’attuale nuovo corso di Tehran sulle tensioni che contrassegnano il Medio Oriente?

A mio avviso molto. Rohani sta togliendo argomenti ai bellicisti ogni giorno. Certo non vuole rinunciare alle centrali nucleari. E, per quanto noi siamo antinucleari, non dovremmo avallare un divieto unilaterale. Il problema è l’arma nucleare? Ebbene per affrontarlo c’è solo il dialogo. E del restol’unica via d’uscita sarebbe la denuclearizzazione della regione, a partire da chi l’arma atomica la possiede e cioè Israele. Rohani è stato in grado di parlare senza intermediari agli ebrei e al popolo israeliano. Cosa che nessun suo predecessore, nemmeno il suo compagno “riformista” Khatami aveva mai fatto. E’ chiaro che si è esposto consapevolmente, anche all’interno dell’Iran ed un fallimento gli costerebbe caro. Ha gettato il cuore oltre l’ostacolo ma con l’obiettivo, a mio avviso realistico, di disarmare Israele, e gli USA, di argomenti. Purtroppo non di disarmarli militarmente, ma togliere argomenti all’avversario non è poca cosa, come dimostra la rinuncia di Obama alla guerra contro la Siria.


A tuo avviso, come si può relazionare a questi eventi la sinistra italiana? Anche se il ventaglio di posizioni è ampio, finora la scena è stata presa soprattutto dalla contrapposizione tra i tifosi di Assad e quelli della opposizione armata …

Ecco la vera questione. I tifosi di Assad, a mio avviso, non sono un grosso problema e li vedo poco più che come un fenomeno folkloristico. Quanto a quelli dell’opposizione armata, debbo riconoscere che so poco della loro estensione. E soprattutto a me sembra che manifestino ambiguità, pur affermando di essere contro l’intervento armato. Percepisco ad esempio una loro contrarietà alla svolta sulla distruzione delle armi chimiche. C’è qualche cosa che mi sfugge. Devo dire che trovo corretta la posizione manifestata da SEL, e non perché è il partito cui sono iscritto, ma perché ha sempre espresso la convinzione che dalla tragedia siriana si esce per via negoziale.


Quali sono, secondo te, i soggetti sociali e politici siriani con i quali la sinistra italiana dovrebbe prioritariamente interloquire?

Mi manca una mappatura. Ma certo ci sono settori popolari vittime delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni in economia. A naso credo che l’interlocutore politico debba essere il CCDS che è l’unico soggetto dell’opposizione che ritiene utile la conferenza di pace Ginevra 2, diversamente dal CNS che pone l’assurda precondizione della caduta del regime. Certamente siamo in molti ad augurarci la caduta del modello del partito unico e l’avvento di un sistema realmente democratico in Siria. Con le prossime elezioni c’è una possibilità in questo senso, preferibilmente con un candidato socialista che sia in grado di sconfiggere Assad che ha annunciato la sua scontata ricandidatura. Al contempo bisognerebbe scongiurare una soluzione di tipo libico. Il Baath diventi un partito che compete con altri partiti reali e soprattutto siriani al 100%.

A cura di Stefano Macera e Stefano Santarelli

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