USCIRE DALL’EURO? USCIRE DAL CAPITALISMO! di Jean-Philippe Divès

 

 
 
 

Mentre le minacce di esplosione della zona euro sono importanti, il Fronte nazionale francese fa precipitare nel dibattito pubblico il tema dell’ «uscita dall’euro». Nel corso del suo primo meeting elettorale dell’11 dicembre a Metz, Marine Le Pen (presidente e leader di quel partito di estrema destra e figlia del suo fondatore Jean-Marie, ndt) l’ha fatto il maniera particolarmente aggressiva e demagogica, stigmatizzando i dirigenti di sinistra che «come volgari affaristi di destra, si sono sottomessi ai mercati finanziari, all’Europa ultraliberale, alla concorrenza selvaggia, hanno difeso le banche e la moneta delle banche, l’euro». Il ritorno al franco, che secondo lei permetterebbe di impedire le delocalizzazioni e la chiusura delle fabbriche, diventa così appannaggio dei «nazionali» opposti ai «francofobi ed europeisti» del Partito socialista e dell’UMP (il partito di centrodestra di Nicolas Sarkozy, ndt).

Due giorni dopo, il quotidiano Les Échos (l’equivalente francese del nostro Sole 24 ore, ndt) puubblicava un dossier speciale sull’uscita dall’euro, incaricato di dimostrare che una misura di questo tipo, necessariamente combinata con una svalutazione, comporterebbe una catastrofe economica molto peggiore di quella odierna, con la perdita di un milione di posti di lavoro in dieci anni e una caduta brutale dei salari. Ppoco importa che il «modello» utilizzato dall’Istituto Montaigne, celebre think-tank neoliberale, per operare queste previsioni sia stato messo a punto per misurare l’impatto economico di piccole fluttuazioni monetarie. L’importante era rispondere subito e di colpire forte. Questa reazione dà la misura della paura dei “mercati” di fronte alla prospettiva di una successione di default sul pagamento dei debiti pubblici. Secondo Les Échos, lo «scenario catastrofico» di un’uscita dall’euro provocherebbe su questo piano «un effetto domino quasi istantaneo: il conto da pagare diventerebbe allora molto salato per tutti, compresi gli investitori non residenti» e le perdite finanziarie sarebbero «concentrate sulle banche e sugli investitori istituzionali della zona euro»…

Abbiamo più volte sottolineato a più riprese la contraddizione fondamentale dell’euro e dell’Unione europea: una moneta unica senza stato, uno spazio di “concorrenza libera e non falsata” senza politica economica comune, cioè delle costruzioni largamente artificiali che servono solo a far vivere la legge del più forte, pur dando spazio a squilibri che a medio termine minacciano la stabilità di tutto l’insieme. Ora, per cercare di uscire da questa trappola, i capitalisti e i governi della zona euro e dell’UE propongono solo ulteriori fughe in avanti che ne aggravano le caratteristiche antisociali e antidemocratiche. Le diverse soluzioni in campo, come quella del “federalismo” con il relativo “abbandono della sovranità” non farebbero che sottrarre ancora di più ai popoli la possibilità di padroneggiare il proprio destino, mentre la «regola d’oro dei bilanci» che l’ultimo vertice europeo pretende di imporre comporterebbe ovunque ulteriore austerità e miseria.

Con un massimo di demagogia, il Fronte nazionale cerca di galleggiare su questa situazione con risposte «semplici» come quelle del ritorno alle frontiere nazionali, alla moneta e al capitalismo nazionale, combinate con le sue abituali tematiche xenofobe e razziste. Spetta a noi dimostrare che queste presunte soluzioni significherebbero sostituire una forma di guerra economica con un’altra, non meno pericolosa perché i lavoratori di ciascun paese si ritroverebbero, come durante gran parte del 20° secolo, arruolati dietro la propria borghesia nazionale.

E’ comunque un fatto che le devastazioni dovute alla «costruzione europea» operate dai capitalisti e dagli uomini della finanza minacciano oggi perfino l’idea europea.

Solo gli anti­capitalisti possono proporre l’alternativa di un’altra Europa, in rottura con i trattati e le attuali istituzioni, fondata sulla democrazia, la collaborazione e la solidarietà tra i popoli, l’armonizzazione sociale verso l’alto, lo sviluppo dei servizi pubblici comuni. Un’Europa il cui scopo non sia quello di far pagare i debiti pubblici per arricchire ancora di più i ricchi ma di ripudiare quei debiti per difendere le condizioni di vita dei lavoratori e dei poveri; un’Europa che non si proponga di salvare le banche così come sono oggi ma di requisirle e di socializzarle, al fine di mettere l’economia al servizio della maggioranza della popolazione. In breve un’Europa che cominci a rompere con il capitalismo.

dal sito Sinistra Anticapitalista

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