CONSIDERAZIONI SUL BERLUSCONISMO E LA SUA DURATA di Antonio Moscato

 

La decadenza dalla carica di senatore di Silvio Berlusconi ha occupato le pagine dei quotidiani per giorni, provocando una certa nausea. Ma sarebbe sbagliato ignorare del tutto questa vicenda, tanto più che potrà provocare mutamenti nella tattica dell’ex premier tutt’altro che insignificanti, ma non la sua sparizione. Ovvio che per alcuni aspetti non cambierà molto: prima di tutto perché Berlusconi non aveva partecipato quasi mai a sedute e soprattutto a votazioni del Senato, con buone ragioni: sapeva bene che le aule parlamentari sono solo un palcoscenico, e che è possibile usare altri strumenti e scegliere altri luoghi per dirigere un partito e il paese. Berlusconi potrà quindi continuare a farlo ancora tranquillamente, con in più solo qualche supplemento del suo solito vittimismo.

Ma naturalmente ci sono molti altri aspetti da sottolineare, alcuni dei quali sono stati colti in un buon articolo di Tonino Perna apparso ieri sulmanifesto, che ha il merito di inquadrare l’azione del cavaliere in un contesto internazionale caratterizzato dal reaganismo e dal thatcherismo, di cui Berlusconi aveva beneficiato prima di entrare direttamente in politica.

Perna ha ragione formalmente a dire che “il Cavaliere non ha abbassato le imposte come aveva fatto Reagan per il ceto medio alto, non ha smantellato bruscamente lo Stato sociale, come avevano fatto la coppia Thatcher-Reagan” ed è giusta anche la precisazione che se “è riuscito a ridurre progressivamente lo Stato sociale ed i diritti”, lo ha potuto fare senza troppe resistenze “all’interno di un quadro di illegalità diffusa e capillare”. Ma va spiegato che ha potuto farlo perché è arrivato tardi (spinto anche da sue particolari necessità di salvaguardia da processi incombenti) sulla scena politica, quando gran parte del lavoro sporco era stato fatto dal centrosinistra. Basti pensare alle privatizzazioni, occasione di turpi affari oltre che responsabili di catastrofi sociali, avviate da Romano Prodi ben dodici anni prima della discesa in campo di Berlusconi.

Il quale inoltre non era l’unico esponente politico ad avere solidi rapporti con le organizzazioni criminali (si pensi ad Andreotti e a tutta la sua corrente). I suoi legami con la mafia non erano d’altra parte così diversi da quelli della borghesia statunitense “ignorante ed ingorda” di cui parla Perna, che nei primi decenni del Novecento si erano liberati del sindacalismo combattivo usando alternativamente la corruzione e il piombo dei gangster.

Insomma Berlusconi non è stato del tutto atipico ed eccezionale, e non rappresentava un fenomeno esclusivamente italiano: va capovolta quindi l’impostazione classica del PD che lo ha sempre analizzato partendo dalle sue ambizioni e dalle sue caratteristiche, e non dalle esigenze di una borghesia in crisi di cui un settore importante aveva puntato su di lui, come ora punta su Renzi, per ottenere consenso a una politica decisa a monte e fuori delle aule parlamentari.

E va ricordato senza reticenze che il suo successo è stato facilitato dalla trasformazione del PCI (e poi dei partiti che ne hanno raccolto l’eredità, PDS, DS, PD), che ha finito per fare propri comportamenti che gli impedivano di rappresentare anche volendo un’alternativa: dall’accettazione esplicita del liberismo e dalla cancellazione di ogni concezione classista, fino alla disinvolta imitazione della classe capitalista in tutti i suoi aspetti più deteriori, come l’ostentata caccia alle tangenti di un Filippo Penati, non l’ultimo galoppino di provincia ma il principale leader milanese nonché capo della segreteria di Bersani. Per non parlare del famigerato “anche noi abbiamo una banca”… Non era un reato dirlo, ma era la proclamazione esplicita di un approdo a lidi ben lontani da quelli di partenza.

D’altra parte, contro ogni visione italocentrica, bisogna ricordare come nelle grandi linee le politiche economiche nei diversi paesi europei sono molto simili, indipendentemente dal premier del momento (come si è potuto verificare quando c’è stata un’alternanza tra Zapatero e Rajoy, o tra Sarkozy e Hollande, per non parlare degli elementi di forte continuità nel cosiddetto “ventennio berlusconiano” indipendentemente dal nome del premier…). E se l’abbassamento delle aliquote delle imposte per i redditi più alti non è stato fatto da Berlusconi, è solo perché in tutta l’Europa, oltre che negli Stati Uniti e in Giappone, era stato fatto nei primissimi anni Ottanta.

Non si vuol negare la specificità delle diverse proposte politiche, ma semplicemente ricordare che, già a proposito degli anni tra le due guerre, uno storico statunitense, Charles S. Maier, aveva osservato la profonda analogia sostanziale tra le politiche economiche dell’Italia già fascista, della Francia e della Germania di Weimar. E allora non c’era nessuna Unione Europea e nessuna BCE a sovraintendere alle politiche nazionali. (Charles S. Maier, La rifondazione dell’Europa borghese, De Donato, Bari, 1979).

Di Berlusconi oggi poteva dar fastidio in Europa la cialtronesca esibizione della sua mancanza di inibizioni, o la grossolanità di certi suoi interventi in incontri internazionali, non certo la sostanza della sua politica. Per questo l’eredità di Berlusconi, decaduto o meno come senatore, continuerà a pesare nella vita politica italiana, e non solo per il ruolo che almeno Napolitano e Letta vogliono attribuire anche in futuro ai suoi delfini rimasti a condizionare dall’interno il governo delle piccole intese…


30 novembre 2013

dal sito Movimento operaio

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