L’ANNUNCIAZIONE DI MATTEO di Franco Turigliatto

Matteo Renzi aveva annunciato da tempo che il 12 marzo sarebbe stato il giorno della grande svolta, il giorno in cui per la prima volta in Italia un governo sarebbe passato subito dalle parole ai fatti.

In realtà il 12 è stato solo il giorno di una nuova grande “annunciazione” dello stesso Renzi operata con grande sfoggio oratorio da teleimbonitore patentato, in gara, come i giornali hanno sottolineato, con la performance del suo maestro Berlusconi realizzata nel 2001 quando firmò il “contratto con gli italiani” su RAI1.
Una prestazione che tutti i pubblicitari hanno applaudito per l’efficacia mediatica e che i commentatori minimamente seri hanno segnalato come operazione elettorale volta a garantire il successo del PD nelle prossime lezioni europee. E’ questo uno scoglio non secondario per il successo dell’operazione Renzi e per gli spazi politici di cui potrà godere nel futuro prossimo.
Renzi si è presentato solo con molte promesse e parole; non disponeva infatti di alcun provvedimento concreto, nessun decreto legge già firmato dal Presidente della Repubblica, nessun disegno di legge sulle questioni primarie da inviare al parlamento perché ne iniziasse la discussione, nessuna proposta di legge delega su materie particolarmente complesse da far pervenir nella giornata stessa a una delle due Camere (per ora esistono ancora entrambe).

Veniamo alla questione su cui più si sono accesi gli entusiasmi dei media, quella dello sconto sulle buste paga, che il premier avrebbe voluto già operativo da aprile, mentre è stato rinviato a maggio l’aumento in busta paga di 80 euro mensili per i dipendenti e per gli assimilati. Renzi non ha compiuto l’errore di altri Presidenti, sapendo che la questione salariale è al centro delle preoccupazioni dei lavoratori martoriati da anni di politiche di austerità; per conquistarsi un consenso doveva inventarsi qualcosa in proposito, che al di là della sua consistenza desse la sensazione del cambiamento.
Nello stesso tempo ha proposto una riduzione del 10% dell’Irap per le imprese che dovrebbe essere finanziato con l’aumento della tassazione delle rendite finanziarie al 26,5%, il livello medio europeo, la riduzione del costo dell’energia per le PMI e gli interventi sull’edilizia scolastica.

Il presidente della Confindustria Squinzi vorrebbe una maggiore riduzione Irap, ma ha interesse a non rompere le uova nel paniere a Renzi; gli serve un Renzi credibile per la gestione della governabilità borghese, ben sapendo che nella predisposizione concreta dei provvedimenti ha mille possibilità di condizionare il governo e che da subito gli sono stati offerti alcuni regali come si vedrà più avanti.

Il Sole 24 ore fornisce una pagella sulla realizzabilità ed efficacia di questi 4 progetti, indicando per i primi due una possibilità media di successo e per gli altri due una bassa possibilità.

In realtà Renzi non ha sciolto il nodo di come finanziare questi nuovi oneri, rimandandone la definizione (altro annuncio) al Documento di Economia e Finanza che dovrebbe essere approvato dal governo tra 15 giorni.
I riferimenti finora sono stati tre, tutti molto incerti. Il primo è la riduzione della spesa pubblica, la famosa spending review, finora indicata in 3 miliardi per quest’anno, improvvisamente salita a 8 miliardi e, nella prospettiva dei prossimi anni, addirittura a 32.

Naturalmente si usa la locuzione di spesa pubblica improduttiva (in cui non sono però compresi gli F35) per nascondere il fatto che i soldi che eventualmente verranno restituiti in parte ai lavoratori verranno contemporaneamente sottratti agli stessi con i tagli dei servizi pubblici e delle mille altre cose su cui lo Stato dovrebbe invece intervenire.

Alcuni altri miliardi dovrebbero uscire programmando un aumento del deficit pubblico fin quasi alla fatidica soglia massima del 3% (la previsione iniziale era di fermarsi al 2,6%). Difficile che la Commissione Europea sia entusiasta di questa proposta, quando invece la richiesta fatta recentemente all’Italia era di diminuire il deficit aumentando il saldo primario, cioè la differenza tra entrate e spese correnti al netto degli interessi del debito. Non meno aleatoria è la prospettiva di diminuzione del cosiddetto spread, che libererebbe altre risorse ma che è legata a molti fattori. Né esiste la certezza che queste misure rinvigoriranno l’economia.

Infine è stata ventilata una ulteriore possibilità, rimasta piuttosto inespressa: le pensioni dovrebbero servire per fare ulteriormente cassa….; i pensionati, già esclusi dall’aumento dei mitici 80 euro, dovrebbero mettere loro stessi mano al portafoglio… Perfino la Camusso ha osato dire che non va bene.

Le misure che abbiamo illustrato e che il Sole 24 ore definisce “progetti solo annunciati” non sappiamo dunque se arriveranno. Quelle invece che sono già vicinissime al traguardo perché inserite in prossimi decreti legge sono in realtà dei bei regali per le imprese attraverso ulteriori forme di liberalizzazione del lavoro. Il lavoro a tempo determinato, già fissato con il limite di 12 mesi ed estendibile dal padrone solo con l’indicazione scritta e precisa della motivazione del prolungamento, passa ora a 36 mesi. Il padrone potrà utilizzare il tempo determinato per tre anni, senza interruzione, con la possibilità di prorogare o interrompere il contratto a suo piacimento, e fino al 20% dell’organico della sua azienda.

Per quanto riguarda le/gli apprendisti, le norme della Fornero, considerate troppo rigide(?) vengono “alleggerite” eliminando l’obbligo per l’azienda di confermare almeno il 30% degli apprendisti dipendenti se vuole assumerne altri, semplificando a vantaggio dei padroni l’obbligo della formazione e retribuendo quest’ultima solo al 35 % del livello contrattuale di inquadramento. Inoltre l’imprenditore non è più tenuto a integrare la formazione dell’impresa con quella pubblica. Come dire: più aleatorietà e stipendi più bassi per gli apprendisti.

Per quanto riguarda il cosiddetto Job act, il progetto è ancora molto indefinito e dovrebbe essere realizzato attraverso una legge delega: il Parlamento approva un provvedimento che stabilisce i principi e i criteri direttivi nella materia e poi il governo entro sei mesi vara il decreto legislativo che ne dà applicazione. Questa procedura legislativa si usa per materie molto complesse, lasciando però ampi margini di definizione delle norme concrete al governo.

Al di là delle formule imprecise, gli obbiettivi dichiarati sono la “riforma degli ammortizzatori sociali”, la liberalizzazione ulteriore del mercato del lavoro, l’estensione dell’Aspi riducendo la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione, abolendo quella in deroga, riordinando le forme contrattuali, individuandone di nuove rivolte espressamente a favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, da cui si capisce soltanto che dovrebbero servire a una ulteriore riduzione dei salari e a definire contratti che inizialmente hanno poche tutele.

Una conclusione si impone al termine della rassegna delle invenzioni di Renzi.

Esse sono solo delle varianti rispetto a quanto i governi hanno fatto in questi anni, con i risultati che ben conosciamo. La riduzione delle tasse, le incentivazioni ai privati, un lavoro sempre meno tutelato, il taglio infinito della spesa pubblica, che dovrebbero rilanciare l’economia e l’occupazione, sono quanto hanno fatto in successione Berlusconi, Monti e Letta e che Renzi oggi rilancia con un po’ di zucchero per far trangugiare le medicine.
L’intervento e l’investimento pubblico per risolvere problemi sociali ed occupazionali, per garantire servizi fondamentali, per risanare il territorio sono del tutto esclusi; anzi, i governi sono riusciti a ridurre di 300.000 i dipendenti pubblici e con la spending review chissà quanti altri “esuberi” salteranno fuori.

Inoltre gli 80 euro, se ci saranno, sono solo un goccia nel mare della terribile contrazione dei salari, del saccheggio operato dal fiscal drag, da contratti di lavoro che hanno diminuito i salari anziché aumentarli, dal blocco degli stipendi a partire da quelli del settore pubblico bloccati da 4 anni e che dovrebbero rimanere fermi per altri 3. Si vergogni Renzi a propagandare come una grande elargizione i 1000 euro all’anno, quando sono molte le migliaia di euro rubati ai lavoratori privati e pubblici, e che continuano ad esserlo attraverso vari meccanismi e ricatti: una gigantesca ingiustizia sociale,

Questo governo è in piena continuità con quelli del passato, e Renzi è solo l’ultimo dei reggicoda della classe padronale, che ha saputo sviluppare particolari doti di piazzista che gli hanno permesso di arrivare così in alto.

E’ indispensabile combatterlo senza incertezze.

13 marzo 2014


dal sito Movimento Operaio

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