LA BANDIERA DEI MASCALZONI di Antonio Moscato


 

 

 Dicevano i vecchi socialisti prefascisti che il tricolore era usato soprattutto per coprire gli scopi dei mascalzoni. Tanto è vero che prima della grande guerra sui municipi conquistati anche da liste con sindaci riformisti e moderatissimi sventolava la bandiera rossa. Oggi il tricolore, perfino in occasione del 25 aprile, serve a giustificare l’apologia dei nostri “santi martiri”: i marò che, secondo Angelo Panebianco, che si erge a giudice monocratico, sono sicuramente innocenti e «vittime delle beghe interne indiane». L’editorialista del “Corriere della Sera” prosegue spiegando che «la loro colpa – che spiega il doppio sequestro di persona da più di due anni – è di essere italiani». I pescatori assassinati non esistono.

Non ci sorprende. Il 24 avevo dato per certo che nelle celebrazioni ipocrite del giorno successivo sarebbero stati tirati fuori anche i due marò da “autorità militari e religiose non al di sopra di ogni sospetto”, allo scopo di giustificare le spese militari finalizzate alle “missioni imperialiste in diversi continenti” (La festa dell’ipocrisia). Ero facile profeta: il giorno dopo il presidente Napolitano, massima autorità dello Stato (e “non al di sopra di ogni sospetto”) si è pronunciato nettamente in questo senso, sostenendo che i due marò assassini «rendono onore alla patria e sono stati ingiustamente trattenuti». Ma come avevo previsto è passato subito a un argomento che gli sta così a cuore da spingerlo a frequenti intrusioni in decisioni che non gli spetterebbero, le spese militari: «Dobbiamo procedere in un serio impegno di rinnovamento e di riforma (…) senza indulgere a decisioni sommarie che possono riflettere incomprensioni di fondo e perfino anacronistiche diffidenze verso lo strumento militare, vecchie e nuove pulsioni antimilitariste».

Scodinzolando freneticamente Angelo Panebianco ha ripreso ed esplicitato subito la dichiarazione di Napolitano che stabiliva il nesso tra la celebrazione del 25 aprile (a modo loro) e le “pulsioni antimilitariste” da respingere. Ha precisato che queste sono “diffuse anche nei gruppi parlamentari del PD”, e che possono avere conseguenze tragiche: c’è il rischio di non poter disporre “nei prossimi anni di un efficiente sistema di copertura aerea che contribuisca a tutelare noi e il fianco sud dell’Europa”. Panebianco non nomina qui gli F35 (lo fa solo alla fine, chiarendo così qual è il suo obiettivo), ma afferma categoricamente che “non possiamo mai dimenticare che abbiamo un «estero vicino», Medio Oriente e Africa del Nord (e speriamo di non dover aggiungere alla lista anche la Russia) in ebollizione, e da cui potrà arrivare ogni genere di minaccia, anche quelle oggi meno prevedibili”. Nella lista già che ci siamo potremmo metterci anche l’India…

Panebianco si preoccupa poi che la Mogherini sia troppo tendente all’andreottismo, e sottovaluti quindi che “nelle crisi diplomatiche devi sempre mettere un grosso bastone sul tavolo se il tuo avversario ci ha già messo il suo”, altrimenti “l’esito è già deciso in partenza”.

La predica alla povera neo andreottiana prosegue con gli esempi storici: naturalmente non quello di come “imprevedibilmente” scoppiò la Prima Guerra Mondiale, a forza di mettere bastoni sul tavolo da una parte e dall’altra. Panebianco stronca invece la politica estera di Barack Obama, invertendo però il rapporto di causa ed effetto. Infatti si indigna per quello che gli sembra il riaffiorare dell’isolazionismo degli Stati Uniti, a cui attribuisce “i fallimenti in Iraq”, che avrebbero azzerato il “vantaggio politico che aveva procurato il successo militare del generale Petraeus”… Idem per Afghanistan, Siria, Egitto. Questo apprendista stregone non è nemmeno sfiorato dal dubbio che la decisione statunitense di ritirarsi o di non intervenire sia nata dalla consapevolezza di aver provocato disastri con guerre insensate. Altro che successi militari!

Panebianco si riallaccia a una lunga tradizione di editorialisti e corrispondenti guerrafondai del “Corriere della Sera”, di cui il più famoso fu Ugo Ojetti, che non a caso durante la Grande Guerra era il preferito di Cadorna. Ma ne voglio ricordare un altro, rivale e concorrente di Ojetti, Arnaldo Fraccaroli, di cui ho riletto di recente la corrispondenza con il suo direttore, Luigi Albertini, pubblicata in volume fuori commercio nel 2007 per la “Fondazione Corriere della Sera” (Arnaldo Fraccaroli, Corrispondenze da Caporetto, a cura di Alceo Riosa). Come anche Luigi Barzini per lo stesso quotidiano, o Giuseppe Bevione per “La Stampa”, Fraccaroli concordava con la direzione cosa si poteva scrivere e cosa doveva essere nascosto, ma cercava anche di informare direttamente Albertini eludendo le due censure, quella militare al fronte e quella politica a Roma. È proprio la parte su Caporetto la più preziosa, perché mentre per molti giorni “c’è l’ordine di non scrivere”, Fraccaroli informa il direttore sulla realtà, che è ben diversa dai comunicati ufficiali: “Pressione nemica, quasi nulla. Lanciate pattuglie cavalleria e ciclisti, non incontrano nemici. Soltanto scaramucce molto lontane: luoghi imprecisabili”, scrive ad esempio il 30 ottobre, e il giorno successivo conferma il perdurare del caos, commentando che per fortuna “le fucilazioni ristabiliscono qualche disciplina”. Ma anche che, se le strade sono sempre ingombre, “abbiamo questo inverosimile vantaggio: non siamo premuti da verun attacco! L’aviatore Moizo che ha volato lontano ieri verso le nostre vecchie linee non ha scoperto che pattuglie e piccoli raggruppamenti nemici”.

Altre volte se la prende con la stupidità della censura, che impedisce di parlare del bombardamento austriaco su Venezia (col risultato che la notizia circola ingigantita), mentre a proposito di un contemporaneo bombardamento italiano su Bolzano permette solo di dire “senza alcun particolare, che furono bombardati soltanto obiettivi militari”. Fraccaroli è indignato, perché “invece – sia lodato Iddio – i nostri tre gruppi di Caproni hanno gettato settantadue bombe sulle case in strade illuminatissime cercando di colpire più gente che fosse possibile”. Avrebbe voluto che si dicesse almeno “che facciamo rappresaglie”.

Analogamente si comportava Luigi Barzini, la cui produzione destinata alla pubblicazione era meno ampia di quella che invece doveva rimanere segreta (in gran parte tuttora inedita), inviata alla direzione del giornale. I suoi rapporti riservati furono inviati sistematicamente al quotidiano intorno a diversi argomenti e nelle più diverse occasioni, ma specialmente al tempo della guerra libica e della guerra mondiale. La direzione del Corriere della Sera lo aveva incaricato di vere e proprie missioni segrete, come quella che, tra il 1911 e il 1914, Barzini fece sugli armamenti austriaci, con una lunga ed accurata indagine mai pubblicata. Evidentemente il “Corriere” immaginava già allora che l’impresa di Libia avrebbe avuto ripercussioni nei Balcani e avrebbe portato l’Italia a rompere l’alleanza con Germania e Austria-Ungheria.

Ho ricordato questi episodi perché l’abitudine non è mai cessata: i giornalisti embedded (per non parlare di quelli che sono vere e proprie spie) non sono infatti una novità degli ultimi tempi. E quando scrivono su un quotidiano del peso del “Corriere”, non scrivono a titolo personale, ma come minimo hanno avuto un consenso se non un incarico dall’alto. È lecito preoccuparsi se in un paese con scuola e sanità allo sfascio, con una situazione occupazionale sempre più tragica, con ferrovie e compagnia aerea in svendita, si vuole potenziare una spesa militare già enorme, per dotarsi di “un grosso bastone” per intervenire in paesi lontani?

Per giunta in nome della resistenza, e ancora una volta alla faccia dell’articolo 11 della calpestatissima Costituzione…

 

27 Aprile 2014

 

dal sito Movimento Operaio

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