RENZI, TSIPRAS E IL FUTURO DELLA SINISTRA di Paolo Ciofi



 

 

 

 

Con la vittoria sonante di Renzi cambiano radicalmente non solo i rapporti di forza tra i partiti ma anche i modi di intendere e di praticare la politica, in particolare nella distinzione dei ruoli tra destra e sinistra. È sconvolto il sistema politico che ha attraversato il ventennio berlusconiano, e il cambiamento in atto deve essere attentamente valutato. Non si tratta solo della crisi evidente dell’assetto bipolare, bensì di un processo più ampio e profondo, sebbene non consolidato, che attiene alle forme e ai contenuti della democrazia, alla funzione dei partiti e dei corpi intermedi, e quindi alla concreta possibilità di esercitare i diritti individuali e sociali costituzionalmente garantiti. A cominciare dal diritto al lavoro, che in Italia e in Europa ha segnato un passaggio storico.

 

Nel voto che ha portato al comando l’homo novus di Firenze si combinano fattori diversi, motivazioni e sentimenti contrastanti. Sicuramente il bisogno di cambiamento contro una politica nazionale vecchia e immobile, logora e corrotta, drammaticamente lontana dalla vita reale delle persone. E contro un’Europa vista come causa di tutti i mali, che alimenta rancorose chiusure nazionaliste e fascistiche sotto la spinta di una politica economica depressiva imposta a vantaggio della Germania. Dunque, una voglia diffusa quanto indistinta di cambiamento. E insieme la paura del salto nel buio, moltiplicata dalla avventurosa e distruttiva campagna di Grillo, amplificata e diffusa dal sistema dei media. Infine l’appello a votare un «avventuriero» come il segretario fiorentino (anche turandosi il naso) perché «non c’è alternativa», il cui promotore instancabile è stato Scalfari.

 

Il “fenomeno” Renzi diventa vincente perché si situa nel punto saliente di una doppia crisi, che aveva già generato l’insorgenza dei 5 Stelle a loro volta oggi in difficoltà. Quella di Forza Italia come partito coalizzante del centro-destra, dopo il depotenziamento di Berlusconi e il vuoto politico prodotto da Monti. Quella del Pd come partito dell’alternanza, dopo il fallimento di Bersani, mesto approdo della “discontinuità” della Bolognina: non per caso Occhetto, nella massima confusione delle lingue, ha dichiarato che il suo erede è Renzi. È in queste condizioni che si è formato un blocco elettorale diverso dal passato diffuso su tutto il territorio nazionale, in cui, sotto i colpi di maglio di una crisi economica e sociale drammatica, convivono motivazioni opposte di destra e di sinistra, insieme ai più disparati interessi, ceti e classi.

 

Ciò non vuol dire che si è costituto un nuovo blocco sociale, e tanto meno un blocco storico in senso gramsciano, in grado di produrre egemonia secondo una visione strategica nazionale ed europea. Ma è la dimostrazione che il partito di cui oggi Renzi è il dominus ha compiuto l’ultimo stadio della sua evoluzione genetica. Giacché, come ha scritto il Corriere della sera, «è votabile da chi non solo non è di sinistra ma è anche contro la sinistra (o il sindacato)». Se nei quindici mesi che ci separano dalle elezioni politiche del 2013 Grillo ha perso 2.882.096 voti, Berlusconi 2.718.608, e Renzi ne ha guadagnati 2.558.708, tanti da portarsi al di sopra del 40 per cento dei votanti, ciò significa che l’intero sistema politico è caratterizzato da una forte mobilità, e che i partiti esistenti sono ormai entità fluide, instabili e di incerta identità.

 

In questa situazione, in cui risulta vincente il voto occasionale che si accompagna a una accentuazione del distacco tra politica e società e tra istituzioni e popolo sovrano (di fronte agli 11.172.861 voti raccolti del partito renziano si erge la muraglia dei 20.348.165 di italiani non partecipanti al voto), ci si deve interrogare sul tipo di democrazia e di società che è in gestazione, e dunque sulle tendenze e sugli orientamenti che l’uomo solo al comando esprime. La tesi di Repubblica, secondo cui con Renzi vince finalmente una «sinistra riformista» «moderna perché già post-ideologica», è proprio una dimostrazione evidente dell’oscuramento ideologico della realtà, poiché non è difficile constatare come dal renzismo emanino a vista d’occhio tutti gli umori del liberismo. Qualcuno nel Pd si è pentito per aver confuso il liberismo con il riformismo, sebbene si sia accorto troppo tardi che la cosiddetta post-ideologia non è altro che l’ideologia dominante del mercato e delle sue “leggi naturali”. Anche se assumere come ideologo Oscar Farinetti al posto di Enrico Berlinguer non sembra una grande conquista.

 

D’altra parte non si può neanche sostenere con fondatezza che il renzismo si identifichi con il centrismo democristiano. Troppo grande è la diversità nella conformazione dei sistemi politici, per non parlare dell’enorme differenza che passa tra l’Italia di allora (in ascesa) e l’Italia di oggi (in declino). Resta il fatto che il segretario fiorentino va ben al di là dello spartiacque dell’interclassismo democristiano e della dottrina sociale della Chiesa: non è un paradosso sostenere, come ha fatto Marco Politi, che Renzi non è un cattolico ma un liberista che va a messa. In altre parole, non media tra capitale e lavoro, decide secondo le convenienze del momento ispirandosi alla sua cultura di riferimento.

 

Centralità del lavoro? No, centralità del mercato e dell’impresa, in cui il lavoro (la persona che lavora, la classe dei lavoratori dipendenti) è un fattore subalterno che ha valore in quanto avvalora il capitale. Questa impostazione si vede benissimo nel cosiddetto Jobs Act, che non è un piano per l’occupazione, e nel decreto Poletti, in cui la precarietà del lavoro è un’offerta gratuita all’impresa senza neanche la contropartita dell’investimento. Dove è evidente che un classismo primitivo ha preso il posto di un pur blando interclassismo. Gli stessi 80 euro, che indubbiamente sono un beneficio per chi ha il problema di arrivare alla fine del mese, non stanno dentro una strategia di riforma complessiva del sistema fiscale e di lotta all’evasione, tanto meno di redistribuzione della ricchezza dalla rendita e dal profitto verso i redditi da lavoro. Concessi alla vigilia del voto con il piglio con cui ai sudditi si rivolge il sovrano, sono finalizzati non all’obiettivo di sollevare i lavoratori dallo stato di subalternità in cui sono ripiegati, di renderli protagonisti di una svolta politica e di farli assurgere a classe dirigente come la Costituzione prevede, bensì allo scopo di rendere più stabile il potere della classe dominante della finanza e del denaro.

 

Viva Renzi! È il coro dei Marchionne, degli Elkann e degli Agnelli, dei Tronchetti Provera, dei Barilla, Benetton, Pesenti… E chi più ne più ne metta. Non c’è da stupirsi. Finalmente la grande borghesia, la finanza internazionale e i mercati hanno trovato il partito che cercavano dopo aver liquidato il Cavaliere ormai inaffidabile. Finalmente va in porto l’opera che un altro ex sindaco aveva iniziato, e che il quotidiano della Confindustria, come già a suo tempo ho avuto modo di rilevare, descriveva lucidamente sotto il titolo «Veltroni e le virtù dei ricchi». La rivalutazione della ricchezza con la quale «si completa la svolta borghese» di un partito che non fa più riferimento alla classe operaia e al mondo del lavoro «è stata un’operazione di metabolismo politico di ingredienti che finora erano stati parte del sogno berlusconiano. È come se Veltroni avesse intercettato all’origine le spore di questo mito e le avesse sistemate in un ordine diverso».

 

Oggi, come allora, l’intento è di estendere la basi di massa e di consenso del capitalismo nostrano, di modernizzarlo adeguando a questo fine l’assetto istituzionale e costituzionale del Paese, e di ringiovanirlo cancellando vecchie consorterie che ormai vivono solo di rendita. È un disegno non da poco. Ma dopo anni e anni di una crisi globale che con le nostre aggravanti nazionali ci sta mettendo in ginocchio, il verso nuovista di Renzi ci propina in realtà una improbabile vecchia mistura: lo schema del liberismo à la Blair, che azzerando ogni differenza tra destra e sinistra, e assumendo con un linguaggio di sinistra i principi della destra, è stato una delle cause del diffondersi e dell’acuirsi della crisi. Qui sta la contraddizione e la debolezza del renzismo: un homo totus novus che con idee vecchie corre veloce verso esperienze già consumate, di cui paghiamo le conseguenze.

 

In Europa non basta denunciare l’insostenibilità della politiche cosiddette di austerità, costruite e portate avanti congiuntamente dalla destra e dalla sinistra neoliberiste. Occorre prendere atto che siamo di fronte a una crisi della socialdemocrazia di portata storica, come dimostra anche l’adesione del partito di Renzi al Partito socialista europeo. Ormai, dopo le esperienze neo centriste di Blair e di Schröder fino ai recenti risultati elettorali nel continente, pochi dubbi possono sussistere sul fatto che è arrivato a conclusione un ciclo plurisecolare del movimento operaio e della socialdemocrazia europea. Perciò è urgente ripensare e innalzare su altre basi i fondamenti di un nuovo socialismo. Un’opera da affrontare con il coraggio di aprire vie inesplorate e di disegnare mappe non scritte nella storia, secondo i principi di uguaglianza e di libertà, di solidarietà e di partecipazione democratica.

 

Per invertire la rotta e incominciare a uscire davvero dalla crisi il primo passo da compiere è aprire una fase di lotta per mettere sotto controllo i mercati e la grande finanza, costruendo un’effettiva sovranità popolare e ponendo al centro di un’altra Europa il lavoro: come piena occupazione, come forza produttiva del benessere reale e di liberazione dal bisogno, come fattore costitutivo della personalità, come diritto inalienabile di una civiltà più avanzata. In questa direzione è orientato il programma della lista capeggiata da Tsipras, la vera novità di queste elezioni, che ha ottenuto un significativo successo in quasi tutti i Paesi in cui si è votato, battendosi contro le forze neofasciste e neonaziste per aprire la strada a un’Europa democratica, solidale, di giustizia sociale e di pace.

 

E’ incoraggiante che in Italia, pur con grandi difficoltà, si sia superata la soglia del 4 per cento. In una condizione nella quale la direzione del cambiamento di Renzi al momento è ben visibile, ma il blocco elettorale che gli ha dato la vittoria è liquido e non consolidato in un blocco sociale, è stato raggiunto un traguardo importante da cui muovere per costruire la sinistra. Dopo anni di settarismi, di divisioni e di personalismi oggi è possibile aprire un nuovo corso. In un momento per molti versi cruciale come questo ogni ricaduta in vecchie abitudini spartitorie, correntizie e leaderistiche deve essere apertamente denunciata e fermamente contrastata con la forza delle idee e con la pratica della democrazia. Dalla rotta dell’unità non si può deviare. E la spinta che viene dal basso va raccolta e moltiplicata fino a farla diventare una valanga.

 

 

 

dal sito Dalla parte del lavoro

 

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