A TRENT’ANNI DALLA MORTE DI ENRICO BERLINGUER di Roberto Sarti

 

 

 

 
 
 

L’eredità di Enrico Berlinguer viene rivendicata da buona parte dei partici politici di governo e di opposizione di questo paese. La tragica morte, avvenuta l’11 giugno 1984, pochi giorni dopo un malore accusato mentre parlava a un comizio a Padova, ha contribuito sicuramente ad alimentare il mito di colui che rivestì la carica di segretario del Partito comunista italiano in un decennio decisivo per il movimento operaio italiano.

Per molti militanti di sinistra, giovani e anziani, Berlinguer incarna la forza del Pci, a cui aggrapparsi di fronte alle grandi difficoltà in cui si dibatte la sinistra oggi.
Il criterio con cui chi lotta per cambiare la società oggi si avvicini all’operato di Berlinguer non può essere la nostalgia, ma un’analisi rigorosa della sua vita e delle sue opere.
Enrico Berlinguer nacque a Sassari da una famiglia della buona borghesia sarda. Dirigente del Partito nella città natale dalla sua ricostituzione, sarà il primo segretario del Fronte della Gioventù e poi della nuova Federazione giovanile comunista, rinata nel dopoguerra.
L’apprendistato alla direzione del partito si compì tutto all’ombra di Togliatti, di cui assumerà totalmente l’ideologia e la prospettiva politica. All’XI congresso, quello dello scontro tra la sinistra ingraiana e la destra di Amendola e Alicata, si posizionò al centro del partito. Una posizione che lo caratterizzerà negli anni successivi e che molto probabilmente lo faciliterà per la nomina di vicesegretario del partito, carica creata per affiancare Luigi Longo, subentrato a Togliatti alla guida del Pci, ma con gravi problemi di salute. Berlinguer diventerà segretario al XIII congresso, nel marzo 1972.
Erano gli anni delle grandi lotte operaie. Milioni di lavoratori e di giovani, dopo aver conseguito conquiste decisive sul terreno dei diritti e delle condizioni di lavoro, esigevano un cambiamento politico e si rivolsero al Pci. Come effetto di questa radicalizzazione politica il Pci raggiunse il suo massimo storico a livello elettorale alle politiche del 1976 (34,4% 12 milioni e 600mila voti, tre milioni in più rispetto alle precedenti elezioni politiche del 1972). Gli iscritti ebbero un’impennata simile, arrivando ad oltre 1milione e 800mila in quello stesso anno (300mila in più rispetto al 1970).

Il compromesso storico

Il partito guidato da Berlinguer frustrò queste grandi speranze. Gli anni della crescita elettorale furono anche gli anni del «compromesso storico». Per molti questa strategia, che delineava l’impossibilità di una svolta a sinistra per la politica italiana, fu la conseguenza del colpo di stato di Pinochet in Cile, nel 1973, contro il governo di Unidad Popular di Allende. Dai fatti cileni, Berlinguer trasse la conclusione che non bastasse il 51% per governare l’Italia. “Sta a noi avere una politica che impedisca che la Dc vada sulla via reazionaria o al contrario faccia prevalere la sua parte migliore, quella che si richiama alla lotta per la resistenza, alla difesa dei valori della democrazia.” (Chiara Valentini, Berlinguer, L’eredità difficile, Editori riuniti 1996, pag. 236). L’esempio cileno dimostrava tutt’altro, in verità: Allende aveva cercato di attuare le sue riforme all’interno della legalità dello stato borghese e la Dc cilena aveva appoggiato il golpe militare.
L’intuizione di Berlinguer si innestava pienamente nel solco della politica togliattiana, come più volte il dirigente sardo aveva cercato di dimostrare. Era il solco della “democrazia progressiva” e della “via italiana al socialismo”. Le riforme, che gradualmente avrebbero portato a un cambiamento di struttura, si dovevano effettuare in collaborazione con la borghesia, e quindi con il suo principale partito, la Democrazia cristiana. Già nel 1969, alla conferenza mondiale dei partiti comunisti, a Mosca, Berlinguer aveva avuto modo, intervenendo a nome del Partito italiano, di ribadire i cardini di questa linea:“Dobbiamo ora promuovere ogni possibile intesa, anche parzialmente, con altre forze democratiche, con forze socialiste, socialdemocratiche e cattoliche.” (G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, L’unità-Laterza, Roma 1992 vol. I, pag 189).
“Il partito comunista, in quanto organizzatore della classe operaia, classe generale, è chiamato a porre al centro della sua lotta gli interessi generali del paese” (Giuseppe Fiori, op.cit., pag. 292), spiegava sempre Berlinguer.

Il Pci si candidò dunque a guidare l’Italia, non per cambiarla ma bensì per gestire il sistema capitalista.
Nei fatti, il Pci prima fece nascere il governo monocolore Dc e poi, dopo il rapimento di Aldo Moro, partecipò direttamente alla maggioranza. Il partito, nel percorso che riteneva necessario per l’arrivo al governo, si fece garante delle politiche anti-operaie davanti ai lavoratori e di massimo difensore dello stato e dell’ordine borghese.
“L’austerità è un imperativo a cui non si può sfuggire, è una leva per lo sviluppo” (Berlinguer, attualità e futuro, Edizioni L’unità, pag . 26) spiegava il segretario del Pci. Nelle sue intenzioni, l’austerità doveva essere per tutti, ma è chiaro che, finchè la borghesia conserverà le leve del potere economico, i sacrifici saranno sempre a senso unico. A distanza di quasi quarant’anni, ne paghiamo ancora le conseguenze.
Come nel 1947 De Gasperi estromise Togliatti dall’esecutivo quando la collaborazione del Pci non era più necessaria, nel 1979 la Dc scaricò Berlinguer.
L’appoggio al governo monocolore Dc, prima attraverso l’astensione e poi con la diretta partecipazione alla maggioranza in seguito al rapimento di Aldo Moro, avrà effetti devastanti per il Pci. Non fu possibile nessuna discussione sul programma, i comunisti si fecero garanti dell’austerità, che divennero “sacrifici senza contropartite” secondo la linea di Lama e del resto della direzione della Cgil.
Lo scollamento dalla base si fece sempre più grande. Allo stesso tempo un ciclo si chiudeva e la borghesia italiana dopo aver spremuto i comunisti come un limone, li scaricavano tornando a pensare a una coalizione di pentapartito, con i socialisti, e gli altri tre piccoli partiti borghesi (Psdi, Pli, Pri).
Nelle elezioni anticipate del giugno 1979 il distacco delle masse lavoratrici si palesò con milione e mezzo di voti persi e un vero e proprio crollo nelle periferie operaie delle grandi città. Si impose un cambiamento di linea: è il momento de “l’alternativa democratica”.

Il “secondo Berlinguer”

La svolta a sinistra fu difficile da realizzare. La borghesia non aveva più interesse a utilizzare il Pci per i propri fini e il Psi sterzava a destra, sotto la guida di Bettino Craxi. La formula dell’alternativa democratica (e si badi bene, non «alternativa di sinistra») rivolta alla parte “migliore e più onesta del paese, dentro e fuori i partiti” era una formula ambigua e non di rottura reale con la politica precedente.

Nel 1980 una classe operaia già in ritirata venne sconfitta davanti alla Fiat, in quelli che sono a tutti noti come i 35 giorni. Davanti ai cancelli di Mirafiori Enrico Berlinguer, accolto da una folla enorme, rispose a una domanda su che cosa avrebbero fatto i comunisti se i lavoratori avessero occupato la Fiat. Ecco il resoconto di Lucio Magri: “è falso quello che pubblicò la stampa. Egli non incitò in alcun modo all’occupazione della Fiat. Disse agli operai «Spetta a voi decidere sulla forma della vostra lotta, a voi e ai vostri sindacati giudicare gli accordi accettabili. Ma sappiate comunque che il Partito comunista sarà al vostro fianco, nei momenti buoni e in quelli non buoni»” (L. Magri, Il sarto di Ulm, pag. 250)
Il Pci rispettava dunque l’autonomia del sindacato. I dirigenti della Cgil non erano però degli sconosciuti: erano membri dello stesso partito di Berlinguer e non avevano alcuna intenzione di occupare la fabbrica. Davanti alla marcia dei 40mila organizzata dalla Fiat si piegarono ai diktat degli Agnelli e accettarono 23mila cassaintegrazioni, che si tramutarono quasi tutte in licenziamenti.
Si chiudeva un ciclo. La classe operaia italiana era stata sconfitta, e in questa sconfitta un ruolo decisivo lo aveva avuto la linea sbagliata dei suoi vertici, sia a livello sindacale che politico.
Non possiamo dimenticare che la svolta «a sinistra» di Berlinguer si accompagnò anche a un revisionismo significativo su tutta una serie di questioni di teoria marxista. L’occasione fu l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata rossa e il colpo di stato in Polonia. Berlinguer condannò queste azioni di Mosca, ma lo fece dichiarando «esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre» è il famoso “strappo” da Mosca. Il Pci, non avendo sviluppato un’analisi marxista della degenerazione stalinista della Rivoluzione russa, ed anzi avendo per decenni appoggiato la linea del Pcus, quando ne prese le distanze, inevitabilmente adottò una critica liberale al regime stalinista: la democrazia (borghese) assunse “un valore universale”. Si compiva pienamente la svolta socialdemocratica che aveva già portato Berlinguer a dichiarare, in una famosa intervista del giugno 1976, «di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato».
Anche la scoperta dell’importanza della questione morale, di fronte agli scandali che già negli anni settanta scuotevano il sistema politico italiano, fu fatta con l’intento di salvare il sistema, di governare il capitalismo e non di metterlo in discussione. “Ormai essa (la questione morale, ndr) è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico”. Berlinguer, op. cit. pag 46-47)
Come abbiamo sperimentato negli ultimi decenni, convincere il padronato a non corrompere i politici (e viceversa) è pura utopia in un’economia basata sulla massimizzazione dei profitti.
Non spiegando quale classe avrebbe dovuto risolvere la questione morale ma proponendo anche nel XVI congresso (Milano, 1983) la collaborazione di governo tra classe operaia e le altri classi (“Un’alternativa democratica per rinnovare l’Italia”, era lo slogan di quell’assise), il manico del coltello rimaneva sempre dalla parte della borghesia.
Un partito che aveva mutato totalmente la prospettiva politica del suo gruppo dirigente arriva all’ultima battaglia proposta da Enrico Berlinguer. Il governo Craxi tagliò quattro punti di contingenza (la scala mobile) col famoso decreto di San Valentino, nel febbraio 1984. Cisl, Uil e la componente socialista della Cgil appoggiarono il decreto. I comunisti furono gli unici ad opporsi. La rabbia nelle fabbriche era tanta e sembravano tornare i giorni dell’Autunno caldo. A Roma, sabato 23 marzo 1984 saranno in 700mila in piazza contro il governo, ma i vertici della Cgil rifiuteranno di convocare uno sciopero generale. Preferirono ripiegare sull’appoggio (con scarso impegno e convinzione) al referendum abrogativo del decreto, che nel giugno 1985 vide il 46% di sì, un consenso molto superiore ai consensi dei promotori del referendum, Pci e Democrazia proletaria.
Tuttavia dalla sconfitta referendaria, i gruppi dirigenti di Pci e Cgil, trassero la conclusione che era necessaria una svolta moderata. La Bolognina, intanto, era dietro l’angolo.

È difficile sapere se, davanti al crollo dello stalinismo, un Enrico Berlinguer ancora in vita avrebbe resistito allo scioglimento del Pci.
Di certo, tutte le basi teoriche per la svolta della Bolognina erano state gettate già durante la sua segreteria. La ricerca di una “terza via” tra capitalismo e socialismo, in un epoca di crisi dell’economia di mercato che si era aperta a metà degli anni settanta, non si poteva che concludere con l’accettazione tout court del capitalismo, portata avanti dal Pds e poi dal Pd in questi ultimi anni.
L’impossibilità di una via riformista per la risoluzione dei problemi delle masse lavoratrici è la migliore lezione che possiamo apprendere nell’anniversario della morte di Enrico Berlinguer.

10 Giugno 2014

dal sito FalceMartello

 

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