UNIRE LE RESISTENZE, DEMISTICARE RENZI di Checcino Antonini

Unire le resistenze, demistificare Renzi (a cominciare dal fatto che non ha il 40% della vecchia Dc, lo sbandierato 41% corrisponde in realtà al 21% grazie alla poderosa astensione), ecco – in estrema sintesi – come “Riprendere il futuro nelle nostre mani”. Quello tra virgolette è stato il titolo di un convegno promosso da Sinistra Anticapitalista il 21 giugno a Torino, “per ricostruire una prospettiva di emancipazione per la classe lavoratrice”.

A un chilometro da Piazza Statuto, ha preso vita un dibattito su quanto avvenuto negli ultimi mesi nel movimento dei lavoratori, sulle condizioni di lavoro, sulle politiche capitalistiche in Europa e in Italia, sui tentativi di resistenza e sull’azione del sindacalismo di classe. L’appuntamento di Sinistra Anticapitalista (un convegno simile s’era svolto l’anno scorso sempre a Torino) si conferma come spazio di discussione aperto a tutti i militanti sindacali e politici (sono intervenuti, tra gli altri, esponenti della Cgil, della Cub, di Rifondazione comunista e di altri soggetti impegnati nell’esperienza della Lista L’Altro Piemonte) per individuare alcuni assi di lavoro, propaganda e agitazione per costruire resistenze e conflitto e farli conoscere e crescere.

Con 248mila persone in cerca di lavoro (10,6%), 35 mila in mobilità, di cui più della metà ha più di 50 anni, il 40% dei giovani disoccupato, 400 aziende in crisi, il Piemonte conferma il dato che la ripresa (la produzione industriale cresce del 3,5% nel primo trimestre 2014) non restituisce nemmeno un po’ di lavoro.«Il contesto in cui operiamo – ha detto nelle conclusioni Franco Turigliatto – è quello della revanche, della rivincita dei padroni dopo le paure del ’900». Una serie di misure dell’austerità, infatti, inizia a entrare in vigore (dalla riforma Fornero alle imposizioni fiscali, introduzione dell’Aspi, riduzione del personale nella scuola e nel pubblico impiego) e nuove misure antipopolari sono in arrivo, come ha spiegato nell’introduzione Adriano Alessandria, a partire dalla centralità dell’attacco al pubblico impiego e alla scuola (su cui sono intervenuti Aurelio Macciò, Chiara Carratù e Ennio Avanzi), il jobs act, la cosiddetta riforma degli ammortizzatori sociali più volte annunciata. E mentre ogni giornale e ogni politico enfatizzano la gravità della situazione occupazionale e della precarietà, tutte le misure prese da quei politici e sostenute da quei giornali vanno nel senso di liberalizzare ancora di più il mercato del lavoro a vantaggio dei padroni, flessibilizzare il lavoro, e moltiplicare la precarietà ad ogni livello. Chi gestisce il piano narrativo, intanto, costruisce la contrapposizione tra giovani e vecchi, e ogni altro livello di conflitto orizzontale” pur di non mettere in evidenza quello centrale e verticale tra capitale e lavoro. Così, mentre si toglie diritti ai vecchi”, si rende la vita sempre più dura ai giovani grazie alla destrutturazione compiuta della contrattazione nazionale.

E’ di questo che parla anche la situazione alla Maserati dove solo una settimana fa c’è stato il primo sciopero contro l’aumento dei carichi di lavoro, dei ritmi, dello sfruttamento o anche la vertenza diffusa nella logistica su cui il convegno ha ascoltato delle testimonianze dirette.

In tutto ciò risulta clamorosa l’assenza di una risposta di insieme, di una iniziativa generale, da parte di un movimento sindacale complice con la compiuta involuzione ulteriore della CGIL. «L’apparato ha bisogno di affermare la propria esistenza – ha spiegato Alessandria – ma non può chiamare alla lotta perché l’autorganizzazione dei lavoratori rivelerebbe la sua inutilità». La cislizzazione della Cgil sembra procedere spedita se, come ha detto Delia Fratucelli, Rsu alle Poste, le tre confederazioni stanno per lanciare in ogni azienda consultazioni senza prevedere alcun voto dal basso.

Gli accordi del 31 maggio e del 10 gennaio hanno cucito una camicia di forza che impedisce ai lavoratori di reagire alle politiche di austerità in cambio di una rendita di posizione per gli apparati sindacali che impone loro un ruolo di cane da guardia nelle fabbriche. «Siamo di fronte a un quadro operativo per fare sindacato completamente diverso e molto più difficile, una situazione in cui i padroni a un certo punto potrebbero anche pensare di poter fare a meno degli stessi sindacati complici. Quanto sta facendo Renzi nel pubblico impiego va nel senso di ridurre ulteriormente gli spazi delle stesse burocrazie sindacali. L’accordo del 10 gennaio, in particolare, pone grandi problemi tattici per il sindacalismo di classe, di cui bisogna discutere senza ultimatismi e con delle verifiche empiriche (a partire dal dilemma se presentarsi alle elezioni di Rsu dimezzate oppure lasciare il campo libero alle liste della burocrazia, ndr)».

Sinistra anticapitalista rivendica, in questa fase, l’importanza della costruzione di una opposizione nella CGIL, alla luce anche delle contraddizioni e delle difficoltà della posizione emendataria, a partire da “Il sindacato è un’altra cosa”, la mozione alternativa di cui l’organizzazione e molti dei quadri presenti al convegno sono stati sostenitori nel congresso appena ultimato. Ora però la parola d’ordine dev’essere quella dell’azione unitaria intersindacale, tra tutte le componenti di classe, senza forzature, senza primogeniture, come base per aiutare veramente i lavoratori e le loro resistenze. Di qui l’interlocuzione con un sindacato di categoria come la FIOM e con i settori che hanno sostenuto la posizione emendataria, quella di Landini. Uscire dalla Cgil servirebbe a disperdere ulteriormente le forze a solo vantaggio della burocrazia, senza costruire migliori possibilità all’esterno.

I problemi dell’azione politica e delle eventuali ricomposizioni ci sono, ma sarebbe un grave errore trascurare il livello sindacale oggi per un saltare direttamente e solo su quello politico. La ricomposizione dovrà essere sociale, sindacale e politica, non dovrà essere una proclamazione astratta (ad esempio quella dell’unità dei comunisti) ma deve partire dalla condivisione delle lotte.

L’attacco al pubblico impiego

Non c’è ancora un testo preciso del governo sulla pubblica amministrazione, il cui contratto è bloccato da cinque anni, ma – come ha comunicato al convegno Aurelio Macciò, di Genova – si profila, per gli statali, la mobilità obbligatoria (nel raggio di 50 km) con decurtazioni salariali, il demansionamento volontario per chi finisce nelle liste di “disponibilità”, il dimezzamento dei distacchi sindacali e dei permessi anche se già ora le Rsu del pubblico impiego possono usufruire di permessi per 24 minuti a lavoratore contro l’ora prevista nello Statuto dei lavoratori (in Fincantieri ogni delegato ha otto ore a dipendente a disposizione). Tutto questo avviene con una decretazione di urgenza, dall’alto, mentre infuria un’offensiva ideologica che vede la ministra Madia compiacersi per il “grande successo” della consultazione elettronica. In realtà, a cliccare sulla pagina della consultazione è stato solo l’un per cento dei dipendenti metà dei quali l’ha fatto solo per partecipare a una petizione organizzata (spedendo, ad esempio, la risposta standard “Renzi rinnova il mio contratto”). La consultazione, saltando i corpi intermedi, col principe che si rivolge direttamente ai sudditi, è sulla scia dello sbeffeggio di Renzi ai sindacati e, più in generale, alla tendenza in atto del padronato di liberarsi perfino della compagnia delle sigle più accomodanti e concertative.

Anche le “razionalizzazioni”, oggetto di un imminente disegno di legge, saranno lo spunto per una raffica di licenziamenti in un comparto dove sono andati persi 200mila posti di lavoro negli ultimi 5 anni e altri 250mila sono già precari senza contare la giungla delle esternalizzazioni verso il “privato sociale” e verso le privatizzazioni previste. Il mancato rinnovo costa 3000 euro l’anno a ciascun lavoratore con ricadute su pensioni e Tfr. Non c’è solo da smontare il mito del travet fannullone ma anche quello dei troppi impiegati pubblici: se in Italia (dati Eurispes) ce ne sono 55 ogni mille abitanti, in Francia sono 94, nella culla del laissez-faire, Gran Bretagna, sono 92 fino ad arrivare ai 135 della “rossa” Svezia. Anche qui, come per il jobs act, dalla Cgil arrivano solo critiche senza mobilitazione. Bene ha fatto l’Usb a scioperare giusto 48 ore prima del convegno ma senza incidere granché nel comparto.

Anche lo smantellamento del diritto allo studio, come ha spiegato a Torino Chiara Carratù, è un pezzo specifico dell’attacco complessivo al pubblico impiego dentro una mutazione genetica del sistema della formazione che usa le parole d’ordine della valutazione e della meritocrazia per scardinare diritti, lavoro e salario.

Delegati spacciati nel pianeta Fiat

Se c’è una fabbrica dove è possibile da tempo visualizzare gli effetti degli accordi, questa è la Fiat dove è già sparita l’agibilità sindacale. Per i delegati è impossibile perfino pranzare lontano dal posto assegnato alla propria squadra. Alla Maserati di Grugliasco lo sciopero del 16 giugno è stato indetto innanzitutto per riuscire a parlare ai lavoratori perché la Fiom non ha diritto a indire assemblee. Il risultato è stato il dato dell’11% ammesso dall’azienda contro il 3% dell’ultimo sciopero della stessa fabbrica. Così ha riferito al convegno Stefano Giribuola, Rsu Fiom della Lear, multinazionale Usa dell’automotive, teatro di uno sciopero clamoroso nella sua fabbrica di Grugliasco nello scorso novembre: il 90% di adesioni a poco più di tre mesi dal rientro in azienda dei delegati. Come alla Maserati anche qui l’introduzione del Wcm (word class manufacturing, l’organizzazione del lavoro, di stampo giapponese, adottata da Fiat) ha creato sconquassi tra i lavoratori, molti dei quali – per il dolore ai tendini – non riuscivano nemmeno a dormire. In alcune postazioni c’è chi è costretto a lavorare in ginocchio grazie alla razionalizzazione della produzione e la condizione comune è quella di un aumento esponenziale del rischio psicologico. Ripartire dalla pelle dei lavoratori è meno che mai uno slogan astratto.

I facchini non comprimibili

Delle potenzialità di un coordinamento intersindacale ha voluto discutere Sauro Di Giovanbattista riportando l’esperienza di Brescia, di alcune lotte nella logistica in aziende come Tnt e Sda. Nel comparto il Si.Cobas ha creduto di individuare dei luoghi dove la classe non è comprimibile e non è delocalizzabile e un settore di lavoratori, quasi tutti migranti, che non hanno interiorizzato la sconfitta. Da qui i primi scioperi a oltranza costruiti, grazie anche alla solidarietà intersindacale degli esterni nella costruzione dei picchetti, per bloccare l’azienda. Alla Tnt sono servite dieci ore e alla Sda solo sei perché le rispettive dirigenze capitolassero concedendo quindici euro di aumento al giorno.

Ripartire dalla solidarietà e dall’unità d’azione

Dunque, è la condizione materiale dello sfruttamento sul luogo di lavoro che determina e permette la ribellione e la lotta quando la misura è colma: carichi di lavoro, orari, ferie, salario, repressione e discriminazione. Se non ci sono soluzioni miracolose e parole d’ordine immediate che possano modificare i rapporti di forza di colpo, è possibile un insieme di azioni coerenti tra loro per costruire lotte reali e favorire convergenze e processi unitari. Sinistra anticapitalista ritiene cruciale far conoscere nei luoghi di lavoro le lotte e le resistenze che si manifestano. L’organizzazione deve saper intervenire nel sostegno e nella solidarietà. «Il movimento operaio ha sempre cominciato così», è stato ricordato nelle conclusioni. Anche il taglio dei servizi e le privatizzazioni provocheranno tensioni molto forti, (a partire anche dalla scuola), dove è possibile costruire forme di unità e di mobilitazione tra i lavoratori e i cittadini.

Il controsemestre popolare, il pacchetto di iniziative in programma durante la presidenza italiana dell’Ue, sarà il primo banco di prova per l’elaborazione di un programma unitario e democratico del movimento operaio e dei movimenti sociali.

La soluzione del reddito di cittadinanza, proposta da alcune forze, non convince Sinistra Anticapitalista che esce dal convegno di Torino con l’idea che questa società capitalista possa dare un reddito certo per chiunque non regge e, quando le proposte vengono concretizzate ci troviamo di fronte a una elemosina che viene finanziata con ulteriori tagli alla spesa pubblica o direttamente da coloro che sono occupati.
Se è giusta l’idea che ciascuno deve poter avere un reddito con cui vivere, questa deve marciare con la battaglia perché tutti abbiano un lavoro. La proposta del salario sociale ha questa finalità e si inserisce in una dinamica di rivendicazione e lotta per il lavoro. Per questo restano centrali le battaglie per la riduzione generalizzata del lavoro a parità di salario, la nazionalizzazione delle imprese che licenziano, delle grandi imprese, come la Fiat, «il cui capitale è frutto del lavoro di cinque generazioni di lavoratori» (ha ricordato Turigliatto) e resta centrale la battaglia perché il pubblico, invece di licenziare e precarizzare debba essere un soggetto che crea lavoro ed occupazione, garantendo così i servizi per tutti e la sicurezza del territorio.

24 giugno 2014 

dal sito Sinistra Anticapitalista

 

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