“LASCIA CHE IL MARE ENTRI ” Intervista a Barbara Balzerani di Barbara Bonoli Romagnoli


 
 
 
«Mi è rimasto attaccato a pelle il carattere delle mie donne. Molti anni dopo avrei capito quanto la loro battaglia di libertà fosse stata più silente ma non meno radicale di quella dei miei anni ribelli. Nella comunità di famiglie ammucchiate in povere stanze che ancora considerava le figlie femmine un peso da smaltire in fretta, avrei sentito dire da mia madre: “non abbiate fretta a sposarvi, prima trovatevi un lavoro così non dovrete fare le serve a nessuno”. Sapeva quello che diceva».

È una genealogia di donne forti quella raccontata da Barbara Balzerani nel suo ultimo libro, un testo breve e potente, che colpisce per la scrittura puntuale, accurata e mai barocca, urgente e posata al tempo stesso. Un dialogo fra donne che non si sono mai conosciute – l’autrice e la sua bisnonna – e donne (l’autrice e sua madre) che hanno accolto in maniera diversa il tempo nuovo, del boom economico prima e delle possibili rivoluzioni dopo.
E in questo suo primo romanzo, in realtà il quinto libro pubblicato, sono pochissimi gli accenni dell’autrice, e mai diretti, al suo passato di militanza nelle Brigate Rosse, al suo arresto e alla lunga detenzione in carcere. Dirigente della colonna romana delle Br, Barbara Balzerani partecipò al rapimento di Aldo Moro e ad altre azioni. Una storia che l’accompagna sempre, anche nelle recenti polemiche e contestazioni per l’organizzazione di alcune presentazioni con il patrocinio di comuni o enti locali. In realtà, in questo romanzo Barbara Balzerani ha in mente altre storie: «Il mio viaggio»dice «non è ancora terminato. Ho ancora domande di cui a tratti percepisco il senso. E mi succede lì dove si fa sfondo lontano il cicaleccio volgare che ribadisce questo povero presente». Balzerani in queste pagine ripercorre romanzandola un pezzo di storia familiare: «tre generazioni di donne per riallacciare il filo delle mie origini incerte». Un racconto che inizia nella campagna veneta e termina sulla costa calabra, davanti a quel mare che la bisnonna non ha mai visto e che la madre ha intravisto.

«Ecco. Sediamoci qua, finalmente insieme. Adesso possiamo. Dovevamo incontrarci di fronte a questo antico mare che racconta storie, anche se siamo più creature di stabbio che di sale. Non siamo né pescatrici né naviganti, ma ci piace ascoltare gli umori che vengono dal ventre del mondo. Adesso sappiamo».

Soprattutto, adesso, forse sappiamo comprendere – sembra suggerire l’adagio di questa scrittura – quanto sia importante e prezioso che il mare entri ancora nelle nostre case, così come avveniva in passato, quando ancora non si ergevano muri per «chiudere il mondo fuori, per non farlo entrare» perché «il dentro e il fuori tra esseri umani e spazio circostante ha avuto confini incerti» eppure più accoglienti e ospitali.

Che rapporto hai avuto con il femminismo e i movimenti delle donne, da dove nasce l’esigenza di ricostruire la tua genealogia?

«Col femminismo anni ’70 ho avuto un rapporto negativo. Ho vissuto il tema dell’emancipazione come un cedimento funzionale al sistema borghese che poteva permettersi di accoglierne l’esistenza senza danno. Soprattutto intollerabile mi appariva la divisione in generi e non in classi, la sottesa iscrizione delle mie simili a una “fascia debole” da tutelare, l’appartenenza delle militanti a una élite culturale socialmente medio-alta, terreno di caccia per la politica della sinistra istituzionale. Per me era ancora del tutto valido il paradigma novecentesco dei “due tempi” per cui la rivoluzione sociale rappresentava la condizione preliminare per ogni altro cambiamento significativo. Tanto ne ero convinta che ho vissuto la rottura con tutte le mie compagne che abbandonavano il campo “della politica degli uomini” come un lacerante tradimento. Nel mio primo libro ne tratto nel capitolo “Femminismo, no grazie”. Meglio è andato negli anni successivi l’approccio con il “pensiero della differenza” che ho trovato più stimolante intellettualmente e più dirompente sul piano politico, anche se mi ha lasciato parecchie riserve, soprattutto sul terreno della pratica. Per questo non è un caso che la mia genealogia sia più personale che simbolica perché credo che debbo soprattutto a mia madre alcuni princìpi non sindacabili, come il rifiuto di fare mercato del rispetto di me stessa e di valere per quello che posso e so, senza soggezione nei confronti dei potenti e cadere nella trappola delle relazioni competitive. Con gli uomini ma, soprattutto, con le donne».

Hai mai pensato in passato che saresti diventata una scrittrice e avresti scritto un romanzo?

«Io ho difficoltà a considerarmi una scrittrice. Anche per l’avversione che mi riserva l’ambiente dei professionisti del mercato editoriale e dell’intellighenzia che fa opinione. Preferisco pensarmi come una che racconta storie attraverso parole scritte. In passato mi sono “limitata” ad amare la lettura e a trarre piacere dalla sospensione dell’ordinario che consente. E adesso scrivere per me significa la felice possibilità di restituirne un po’ a chi mi legge. Di recente ho conosciuto una donna straordinaria che mi ha detto: ”Ti ringrazio perché mi hai ricordato quella che sono”. Conservo le sue parole come il più prezioso premio letterario a cui poter aspirare».

“Lascia che il mare entri” è anche una sorta di saggio su quanto l’umanità ha dilapidato le ricchezze della terra, sulla necessità di rallentare la corsa di macchine & tecnologie: secondo te in che modo la letteratura può influire sulla presa di una maggiore coscienza ecologica di cui avremmo tanto bisogno?

«La letteratura può essere un buon viatico per ripercorrere le nostre esperienze attraverso la potenza dello scambio emotivo e il lascito affettivo della memoria di chi ci ha preceduto. Può parlarci singolarmente e non confonderci nelle categorie. Può aiutarci a prendere il tempo per rielaborare, a non rimanere in superficie, a far andare la mente nell’inesplorato e persino nell’indicibile e scoprire l’inganno del consumo irresponsabile di ogni aspetto della esistenza. C’è bisogno, in una situazione drammatica come questa, di avvertire un’urgenza, di sostenere le ragioni dei fondamenti della vita, di radicalizzare lo sguardo critico verso troppe soluzioni date per scontate e immodificabili».

Hai toccato la tua vicenda di militanza nelle Brigate Rosse in altri testi. Questo è un romanzo, ma c’è anche la tua storia: si resta sorpresi – forse è la mia impressione anche rispetto alla distanza generazionale – che non c’è parola, o non è esplicitata fino in fondo, di cosa è avvenuto fra te e tua madre quando ha saputo che eri nelle Br. Ti va di raccontare qual è stata la sua reazione e se è cambiato il rapporto con te? Come ha influito sulla genealogia che racconti?

«Mia madre ha saputo quando la “notizia” è diventata di pubblico dominio, quindi non è successo nulla tra noi. Io non ho avuto sue notizie per tutti gli anni che è durata la mia clandestinità. La strada su cui mi ero avviata non consentiva incontri, neanche contatti da lontano. Credo però sia significativo che come mio primo “nome di battaglia” io abbia preso il suo, per tenermela vicina e per sentirmi addosso la sua autorizzazione. L’ho rivista, anni dopo, in una sala colloqui di un carcere. Non mi ha né rimproverato, né buttato addosso dolore e recriminazioni. Ha voluto sapere se ero pentita. Si è rassicurata che mi sarei presa il carico di responsabilità che mi ero tirata addosso e poi mi ha consigliata di non prendere freddo. Poco tempo dopo è morta, dopo avermi tanto aspettata ed essersi consumata nel terrore di non rivedermi viva. Il legame con lei rappresenta la ricucitura di una relazione di genere con generazioni di donne che hanno subìto e combattuto, sul terreno della liberazione, una condizione di fatica e inganno di prospettiva. C’è un sapere in questo che forse può indirizzarci meglio nel presente e per il futuro. Nel caso ci sia».

30 giugno 2014


Barbara Balzerani, «Lascia che il mare entri», Derive Approdi, 102 pagine, 12 euro


Pubblicato su Letterate Magazine 101 


dal sito http://www.barbararomagnoli.info/

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