BARBARA BALZERANI: NEL MONDO TRA ERRORI, CADUTE E RISALITE di Luigi Caputo

 


Anche in un paese come il nostro, che con la memoria ha un rapporto strano e controverso, non è facile scindere il presente dal passato. Non è facile, soprattutto quando il passato evoca paura, dolore, violenza, questioni irrisolte che pesano come macigni su un presente illusorio e, per molti aspetti, decadente. Barbara Balzerani è stata tra i massimi esponenti delle Brigate Rosse, tra le menti dell’organizzazione. Ha partecipato alla strage di via Fani e e al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro. Arrestata nel 1985, dopo una condanna all’ergastolo, ha scontato la sua pena e dal 2011 è una persona libera. Oggi è una scrittrice, e ha al suo attivo cinque romanzi. Recentemente ha pubblicato, per l’editore DeriveApprodi, “Lascia che il mare entri”, un romanzo autobiografico nel quale immagina un dialogo a tre con sua madre e la sua bisnonna: “tre donne nello scenario del secolo delle guerre e delle rivoluzioni”, come si legge nelle note del libro. Abbiamo incontrato la signora Balzerani per un’intervista.


Il suo libro racconta una storia familiare. Quanto c’è di autobiografico nel racconto?

Tutto. Io scrivo solo di ciò che ho vissuto o mi è stato raccontato del vissuto altrui. L’unica concessione letteraria in questo testo è qualche attribuzione immaginifica dei personaggi e l’intreccio degli avvenimenti. E anche qualche scambio di situazioni, specie tra me e mia madre.


La storia narrata nel libro è declinata al femminile. Sembra, ma non lo è, una esaltazione del femminismo, e delle conquiste sociali del ‘900. In cosa secondo lei le donne riescono ad essere migliori degli uomini, e viceversa?

Le donne non sono migliori in sé, ma nella diversità del ruolo socioculturale che occupano possono riuscire a dare risposte migliori a un vivere associato soffocato dai poteri, storicamente coniugati al maschile.


Il libro mette a confronto tre generazioni. Quali sono le differenze sostanziali tra la generazione della sua bisnonna, quella di sua madre e la sua?

Enormi. In poche decine di anni si è avuta una trasformazione impensabile. La bisnonna contadina ancora rappresentava la matriarca del tempo circolare e della dipendenza-libertà legate al ciclo vitale universale. Mia madre, la violenta quanto fiduciosa trasformazione alla condizione operaia, passando per lo spaesamento dell’emigrazione. La mia generazione è stata quella della possibilità rivoluzionaria e anche di riscatto di quelle precedenti. Forse il modo più efficace di spiegarlo è se potessi descrivere l’incredulità (e anche l’attrazione-allarme) negli occhi di mia madre di fronte alle “novità” che io, sua ultima figlia, le raffiguravo. Ma oggi, alla luce della triste situazione attuale, le differenze si sono affievolite e raccontano la storia di più generazioni che hanno resistito e lottato contro illibertà e ingiustizie nelle forme che il quadro dello stato delle cose del proprio tempo consentivano. La storia di chi ha portato per intero il peso del modello di progresso imposto e costruito per intero la ricchezza di tutti, senza contare mai nulla nelle scelte che ne decidevano l’esistenza.


Nonostante la donna negli anni abbia giustamente acquisito maggiori diritti rispetto al passato, l’effettiva parità di genere sembra essere tale solo sulla carta. In alcuni contesti, purtroppo persino non distanti, la donna continua ad essere isolata, umiliata, maltrattata e purtroppo anche uccisa per il solo fatto di essere donna. Come mai secondo lei? Come dovrebbe agire una società virtuosa che volesse davvero tutelare la figura femminile?

Isolata, umiliata, maltrattata e purtroppo anche uccisa: sembra stia descrivendo la situazione che leggiamo sui nostri giornali. Le differenze con culture dominate dall’integralismo religioso certo ci sono e sono importanti ma anche nella nostra bella democrazia gli esempi virtuosi non sono così tanti. Come in tutti gli altri ambiti del conflitto sociale, anche in quella delle conquiste di una maggiore libertà femminile si è perso terreno e le relazioni si sono inasprite, per usare un eufemismo. La scelta sembra essere tra cortigianeria e santità, rispettivamente di certa destra e certa sinistra. In mezzo, ahimè minoritaria, l’eco di una liberazione sfumata. Le donne non vanno “tutelate”, ma rispettate. Cominciando, per esempio, a raccontare ai nostri bambini piccoli una versione diversa della favola bella.


Il suo romanzo è un viaggio, non solo anagrafico, ma anche geografico: parte dalla campagna veneta e termina sulla costa calabra, lungo quel mare che la bisnonna non ha mai avuto il privilegio di vedere. Un peregrinare che è anche emblematico e che attraversa un territorio, quello italiano, dilaniato ancora da mille disunità. Come vede l’Italia tra un secolo?

Se le idee e le pratiche di critica al modello attuale di progresso non fermeranno la corsa al consumo affaristico di risorse e territori e al perfezionarsi dell’autoritarismo senza conflitto, non riesco a vedere un gran futuro per questo nostro paese e dintorni. Per fortuna, anche se a macchia di leopardo, esistono comunità resistenti sparse in tutto il paese. Rappresentano un’alternativa di sistema, prefigurando un diverso modo di vivere, di lavorare, di sapere, di esercizio di democrazia “dal basso”. Le forze politiche, i media, gli intellettuali, per lo più stanno dall’altra parte, quella dello sviluppo insostenibile e lo scontro è durissimo, sul piano della repressione manu militare e delle rappresentazioni simboliche.


“Lascia che il mare entri”, il titolo del suo libro, fa pensare alla cultura dell’accoglienza, all’aprirsi verso l’altro. La Calabria, così come la Sicilia, sono terre di accoglienza, ma il Mediterraneo è ancora oggi territorio di morte, per tutte le povere anime che si affidano ai viaggi della speranza e non riescono a giungere a destinazione. Cosa c’è da fare secondo lei per combattere il fenomeno e arginare il velato razzismo che anima alcuni commenti e alcune prese di posizione ufficiali in politica?

Noi siamo stati un paese di migranti, stiamo anche ricominciando a esserlo, eppure sembra che non ne abbiamo né memoria né coscienza. A parte alcune eccellenze, lampedusani in testa, ci siamo fatti intossicare da una cultura politica che ha promosso la paura, la legalità e la “sicurezza” un valore in sé per giocarsela come carta vincente nelle campagne elettorali. Se si considerassero le nostre responsabilità sulle attuali condizioni di miseria dei popoli costretti a cercare altrove una possibilità di vita, la questione si porrebbe in modo opposto. Ossia, come un dovere di risarcimento per i saccheggi di risorse, le ingerenze su disastrose scelte economiche e politiche, la liquidazione fisica delle leadership locali, fino al grande affare dei conflitti armati. Il razzismo serve a questo, a rovesciare i dati di realtà per i lucrosi interessi dei pochi che hanno fondato la loro ricchezza sulla miseria dei più. Per questo non si tratta di mostrare solidarietà, ma riconoscere un debito di riparazione.


Cosa pensa di Papa Francesco?

Penso sia un grande politico che ha l’ambizione di risollevare le sorti sbiadite dell’influenza della chiesa di Roma. Con alcuni suoi atti spettacolari, in particolare il “pensionamento” del suo predecessore e la doppietta di santificazioni, mi ha dato l’idea di un suo voler ristabilire la centralità e l’eternità del “trono di Pietro”, in un momento come questo in cui la concorrenza di altri monoteismi condiziona tanto gli assetti internazionali. Non deve essere cosa facile neanche per lui.


In questi giorni è tornata di stretta attualità la questione mediorientale. E’ così difficile risolvere una volta per tutte il conflitto arabo-isrealiano?

Sì, è molto difficile. Questo a cui assistiamo è il prodotto di uno scempio causato dalle democrazie occidentali dopo l’ultima guerra. Se a quel tempo gli ebrei e gli arabi se la fossero vista da soli magari avrebbero trovato un modo. Ma non succede mai così, non lo permettono gli interessi di potenza e di bottega. Arrivati a questo punto, non credo che la soluzione sia a portata di mano, anche per il quadro scassato dei paesi arabi dell’area, le divisioni in campo palestinese, la persistente alleanza di Israele con le potenze occidentali e la colpevole insignificanza delle istituzioni internazionali. Ecco, una cosa importante potrebbe fare papa Francesco: andare a Gaza, almeno temporalmente interromperebbe la mattanza. Ma capisco che troppi sono i luoghi nel mondo dove quotidianamente e nell’indifferenza dei più “restare umani” è la cosa meno praticabile. Temo che la storia di questo conflitto sia ancora molto lunga, ma non è detto che nel suo tragico percorso non possa scadere anche il tempo del sionismo, inteso non come diritto di esistenza di una terra dove vivere per gli ebrei, ma come negazione di quello dei palestinesi. Non è detto, e se avverrà credo che sarà soprattutto per opposizione interna a Israele stessa. Al momento i rapporti di forza sono talmente sbilanciati da non far prevedere modificazioni sostanziali del quadro se non peggiorativi per la parte palestinese, ma questo non vuol dire che la forma presa dal potere dallo stato israeliano sia immodificabile. E’ solo l’ultima di un lungo tragitto che ha conosciuto nella sua storia anche altre strade. L’ultima e, secondo me, la peggiore.

Nel commentare alcune opere come “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana e soprattutto “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio, a proposito della lettura che gli sceneggiatori hanno dato ai personaggi che hanno esperienze terroristiche, alcuni critici hanno parlato di “tentazione del perdono”, ovvero della presunta volontà di dare un colpo di spugna a quegli anni e trovare una pax che assolva chi si è reso protagonista di quegli episodi perché legati a un certo periodo storico. Si è mai sentita “perdonata” in questo senso?

Veramente a me sembrano operazioni di snaturamento dei militanti della lotta armata, persino in forma macchiettistica. Bellocchio ne ha dato una stravagante versione psicanalitica, Giordana ha fatto un rassicurante racconto pseudo storico teso a distinguere i buoni dai cattivi. Non credo che sia un problema di “perdonismo” quanto di riattraversare quegli anni per capire le responsabilità non solo nostre in cui quel conflitto si è dato. Per capire in quale contesto storico non solo nostrano, sia potuto accadere che, in un paese della catena capitalistica occidentale, ci sia stato un conflitto sociale tanto duro, massificato e prolungato nel tempo. La lotta armata comunista è nata, vissuta e morta in questo contesto. Che c’entra il perdono? Il fatto che quella radicalità rivoluzionaria abbia perso non vuol dire che debba essere “perdonata”, ma storicizzata. Ma questo è impossibile sia per un’attitudine diffusa a salire sul carro dei vincitori, sia per l’uso terroristico che se ne fa come deterrente dissuasivo nei conflitti attuali. Il perdono è una questione privata o da sacrestia. Il superamento di una condizione di guerra finita ma continuamente evocata può avvenire solo sulla base di una obiettività storica dopo che, con i verdetti giudiziari e politici, la parte vincente si è data da sé la ragione, l’innocenza e l’amnistia.


Cosa direbbe a una ragazza di vent’anni oggi se le chiedesse del suo passato?

Mi capita ed è difficile descrivere la situazione di quegli anni. E’ come raccontare le guerre invisibili del colonnello Buendia. Anche per questo, io ho scelto un’altra strada per raccontare: sono partita da me, per dirla con le parole di un mio attento recensore: “Ci sono scrittori che si guardano intorno e creano universi. Ce ne sono altri che guardano al loro interno, lavorano sulla propria esperienza per sgrossarla e raffinarla sino a rintracciarne la valenza universale: la genealogia privata di un sentire comune”. Su questa strada riesco a trovare comunicazione anche con lettori molto giovani.


Ha mai sognato una vita normale negli anni di militanza terroristica?

Tanto per dire io ritengo di essere stata una militante comunista. Il terrorismo delle bombe, come quello contro i civili delle guerre moderne, è stato uno dei motivi della mia formazione e della necessità delle mie scelte. E’ stata dura, durissima, ma nel mio mondo ideale la “normalità” non è mai stata un valore. Diciamo che sono una persona “normale” che ha vissuto esperienze eccezionali. Certo mi sono mancate tante cose: la militanza di strada, gli affetti lasciati, uno spettacolo teatrale, una bevuta tra amici. Ma ne ho anche ricevuto in cambio altre che si possono vivere solo nelle situazioni di scelte tanto radicali. Non ho rimpianti, né recriminazioni, nessuno mi ha costretta, se non le mie convinzioni. Ho avuto una vita intensa in cui la militanza nelle BR non è stata una parentesi ma una parte importante che ha una “prima” e un “dopo” e che ho vissuto per come sono, per il mio modo di vedere il mondo. Io non sono una “ex”, ma una persona a cui, grazie alle tante esperienze, errori, cadute e risalite, oggi capita di stabilire relazioni profonde con chi ha percorso altre strade o ancora non c’era.

Quando ha capito che non si poteva più tornare indietro?

Subito. Da mia madre, oltre al resto, ho ereditato un grande senso di responsabilità sulle mie scelte. E quando mi sono trovata a decidere di assumermene una tanto decisiva, ne ho percepito immediatamente il senso, prima ancora che la realtà delle cose me lo confermasse.

C’è qualcosa che non le hanno mai chiesto e che invece vorrebbe che le chiedessero? E come risponderebbe alla domanda?

Domanda: cosa mangeresti più spesso? Risposta: le linguine alla premitura di alici a Napoli, gli involtini di melanzane a Palermo e gli antipasti del Falco Grillaio a Matera.

Com’è la sua vita oggi?

Di una donna in abbondante età di pensione senza intascarla, che a volte si sente addosso duemila anni e altre che stenta a capirne tutta la stanchezza. Con ancora l’amore per le vicende del mondo e i momenti di scoperta di tutta la sua bellezza. Diciamo che vivere è spesso ancora da giocare.

Come sarà il suo prossimo libro?

Non so, dopo la terra e il mare forse l’aria.

Come le piacerebbe essere ricordata?

Con leggerezza.

dal sito Note Verticali

 

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