L’INEDITO POTERE PERSONALE di Alberto Burg

 
 

Renzi:  senza opposizione, l’attivismo brutale del premier ha dissolto qualsiasi residuo di sinistra nel Pd

Imma­gino siano in tanti a chie­dersi che cosa spinga Renzi al bul­li­smo, visto che le pro­vo­ca­zioni e gli insulti non col­pi­scono tanto gli avver­sari quanto i suoi stessi com­pa­gni di par­tito. E visto che non può esserci dub­bio sul fatto che il con­tra­sto non è un inci­dente ma uno scopo per­se­guito con cura e previdenza.

Quando si trattò del Senato, Renzi avvertì che i dis­sen­zienti avreb­bero potuto spo­stare qual­che vir­gola, non certo «stra­vol­gere la riforma», inten­dendo per stra­vol­gi­mento qual­siasi modi­fica del testo. Nel con­flitto sul Jobs Act la for­mula si è pre­ci­sata: «incon­tro tutti ma nes­suno si sogni di cam­biare nulla». Pren­dere o lasciare. È pas­sata una set­ti­mana e siamo al match sulla finan­zia­ria, coi tagli alle casse regio­nali e altre por­che­rie come il rin­no­vato blocco dei con­tratti degli sta­tali, la decon­tri­bu­zione e gli sconti sull’Irap che fanno sognare il dot­tor Squinzi. In tutti i casi la rivolta della vec­chia guar­dia Pd era pro­ba­bil­mente auspi­cata, e ciò si spiega con la volontà di «asfal­tare» chi cri­tica ma non regge il con­flitto. Ma ora come inten­dere l’urto col super-renziano pre­si­dente del Pie­monte e della con­fe­renza delle Regioni? Che Chiam­pa­rino avrebbe rea­gito era scon­tato: allora per­ché non pre­ve­nire lo scon­tro e anzi cari­care i toni?

Gli sto­rici sve­le­ranno il mistero. Intanto, a caldo, sem­bra plau­si­bile una sola ipo­tesi. Che – incal­zato dalla tec­no­cra­zia euro­pea e ten­tato dall’opportunità di sfrut­tare il dif­fuso astio verso il ceto poli­tico – Renzi lavori per con­qui­stare un potere per­so­nale ine­dito nella sto­ria repub­bli­cana. Dopo aver vinto (gra­zie a Ber­sani) le pri­ma­rie, annun­ciò di voler essere l’«uomo solo al comando» del paese. È quello che sta cer­cando di fare, sin qui con buon suc­cesso. Nel governo non deve tener conto del parere di nes­suno, visto che lì nes­suno è in grado di con­ce­pire pareri, fatta ecce­zione forse per il rap­pre­sen­tante dell’Ocse, con cui difatti litiga ogni giorno.

Nel par­tito batte i pugni sul tavolo quando qual­cuno storce il naso. E ne trae grandi van­taggi, facendo sì che i cri­tici si mostrino pavidi e tre­me­bondi ed esi­ben­dosi al cospetto del popolo ammi­rante come un eroe senza mac­chia e senza paura. Come l’Uomo della Prov­vi­denza all’altezza dei tempi, che «tira dritto» per ribal­tare il mondo dalle fondamenta.

Natu­ral­mente quest’opera di autoe­sal­ta­zione implica la più sini­stra virtù del poli­tico: la capa­cità di men­tire. Che Renzi pos­siede in sommo grado ed eser­cita cini­ca­mente, com­plice la gran­cassa media­tica, pur di sedurre la pla­tea degli spet­ta­tori che prima o poi dovrà con­vo­care alle urne. Que­sta mega-riduzione di tasse a bene­fi­cio dei padroni è un esem­pio da manuale, visto che per milioni di ita­liani (com­presi tanti che l’hanno votato fidu­ciosi) si tra­durrà nel con­tra­rio o in nuove rovi­nose per­dite di ser­vizi essen­ziali, dalla sanità alla scuola, ai tra­sporti. Pro­prio come nell’Inghilterra del prov­vi­den­ziale Blair. Ma la que­stione della verità e della men­zo­gna non si pone. Poli­tica e morale hanno divor­ziato da tempo, ammesso che abbiano mai con­vo­lato. Quel che conta è il gra­di­mento dell’Europa e della grande finanza. Il potere, quindi il con­senso comun­que estorto, non certo la con­di­zione reale della gente, sem­pre più povera, insi­cura e depressa. L’importante è con­durre rapi­da­mente in porto la tra­sfor­ma­zione del paese in una libera società di mer­cato, dove tutto (e cia­scuno) è merce e il capi­tale regna senza l’intralcio dei diritti.
In que­sto qua­dro «rivo­lu­zio­na­rio» Renzi si muove come un pesce in acqua. E, con la sua aggres­si­vità e spre­giu­di­ca­tezza, è l’uomo giu­sto al posto giu­sto per quanti sognano una società paci­fi­cata nel segno della radi­cale subor­di­na­zione del lavoro. Ma se è così, prov­vi­den­ziale Renzi lo è anche per un’altra ragione, oppo­sta a que­sta. Pro­prio per la sua vio­lenza padro­nale è anche il messo di una Prov­vi­denza bene­vola, decisa a can­cel­lare final­mente l’anomalia ita­liana: l’assenza di una sini­stra mini­ma­mente in grado di con­tra­stare lo sfon­da­mento neo­li­be­ri­sta e di pro­teg­gere la con­tro­parte sociale del capi­tale pri­vato. Un’assenza – sia chiaro – che chiama in causa anche gravi respon­sa­bi­lità dei gruppi diri­genti sus­se­gui­tisi in que­sti decenni alla guida della sini­stra di alternativa.

L’estremismo ren­ziano ha una qual­che valenza sto­rica, è una discon­ti­nuità che aiuta a perio­diz­zare la poco esal­tante espe­rienza della «sini­stra mode­rata» ita­liana. Se fino al 2007 la nor­ma­liz­za­zione della sini­stra post-comunista aveva con­vis­suto con un sem­pre più tenue e con­trad­dit­to­rio sistema di rela­zioni con le lotte del lavoro, la nascita del Pd ha san­cito la sus­sun­zione della «sini­stra mode­rata» all’egemonia cen­tri­sta e la sua fun­zio­na­liz­za­zione al pro­getto oli­gar­chico matu­rato nel qua­dro della crisi. Nel 2011 il pro­ta­go­ni­smo di Napo­li­tano, regi­sta extra­par­la­men­tare delle lar­ghe intese, ha inau­gu­rato una nuova fase, nel segno di un sem­pre più risolto sgan­cia­mento dal campo delle classi subal­terne. Ora il bru­tale atti­vi­smo ren­ziano porta a ter­mine il pro­cesso, met­tendo all’ordine del giorno la dis­so­lu­zione di qual­siasi resi­duo di sini­stra nel Pd: la guerra con­tro il lavoro, l’urto fron­tale con il sin­da­cato, lo sman­tel­la­mento del sistema dei diritti sociali, lo svuo­ta­mento della Costi­tu­zione d’intesa col vec­chio padre-padrone della destra.

Non è pos­si­bile negare la cifra rea­zio­na­ria di tale pro­gramma, che lo stile popu­li­sta del prov­vi­den­ziale demiurgo raf­forza. Ma pro­prio que­sto evi­dente con­no­tato con­sente e impone di rico­no­scere senza indugi che la rina­scita della sini­stra ita­liana implica la sot­tra­zione di tutte le sue com­po­nenti all’egemonia dell’attuale gruppo diri­gente demo­cra­tico, l’esercizio di quella pra­tica dell’autonomia poli­tica che Gram­sci chiamò «spi­rito di scis­sione». Dopo­di­ché si trat­terà di con­tri­buire tutti a un’impresa ormai inde­ro­ga­bile – la costi­tu­zione di un nuovo sog­getto poli­tico della sini­stra ita­liana – met­tendo da parte patriot­ti­smi e set­ta­ri­smi e pra­ti­cando senza reti­cenza l’obiettivo prio­ri­ta­rio dell’unità.

18 ottobre 2014


da “Il Manifesto”


La vignetta è dell’Istituto Lupe

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