CARO GRILLO, PIU’ CHE L’EURO ATTACCA I TRATTATI di Marco Bertorello

 

 
 

Porre al centro l’uscita dall’euro rischia di far scivolare le politiche economiche verso un ripiegamento localistico, mentre i nostri principali guai hanno proprio origine sovranazionale. Il referendum sull’euro proposto da Beppe Grillo ha il merito di portare al centro del dibattito le scelte che avvengono a livello continentale che sono indubbiamente parte dei mali nostrani. Ma contrastare parimenti entrambe non significa automaticamente colpire nel segno.

L’euro è una moneta pensata per rinsaldare il Vecchio continente stretto economicamente tra gli Usa e le potenze emergenti. È stato pensato per stabilizzare gli scambi monetari, per posizionarsi nello scacchiere globale, ridurre il costo dei debiti sovrani. L’euro, però, si è rivelato una moneta che regge la crescita, ma non la crisi. La crescita dell’epoca fordista a partire dagli anni Settanta si è ingolfata, da allora il baricentro dell’economia si è spostato sul lato finanziario e sul versante dell’economia reale si è imposto un modello iper-competitivo basato sul ribasso del costo del lavoro, dei diritti e delle tutele sociali.
Coinvolgere i cittadini attraverso un referendum sulla scelta dell’euro appare un passaggio di democrazia, ma va valutata anche la prospettiva. Additare l’euro a problema centrale rischia di mettere in ombra le contraddizioni più profonde. L’Italia ha indubbiamente problemi particolari di corruzione, evasione, nanismo industriale, bassa produttività, ma al contempo è schiacciata dai medesimi problemi che stritolano gli altri paesi occidentali. Debiti privati e pubblici insostenibili, delocalizzazioni industriali, polarizzazione dei redditi, impoverimento della società, precarizzazione del lavoro, destrutturazione del welfare.
Siamo sicuri che sia praticabile il recupero della sovranità monetaria e dello Stato se non cambiano i meccanismi di fondo dell’economia? Il sistema finanziario sanguisuga imperante e la rincorsa al costo del lavoro più basso non sono prerogative dell’euro ma dell’economia globale. Porre al centro l’uscita dall’euro rischia di far scivolare le politiche economiche verso un ripiegamento localistico, mentre i nostri principali guai hanno proprio origine sovranazionale.
Meglio ragionare su nuove alleanze internazionali tra paesi periferici e tra segmenti di società per sottrarsi alle regole dell’Unione europea. Più che “No euro”, meglio “no ai trattati della Ue”.



13 Novembre 2014

Autore del libro “Non c’è euro che tenga” dal 22 ottobre in libreria


Dal sito Movimento per il socialismo

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