UNA RASSEGNA DEI LIBRI SULLA GRANDE GUERRA: 1) CLARK, I SONNAMBULI di Antonio Moscato

 

 
 
 
 

Dei molti libri usciti in vista del centenario della “Grande Guerra” che avevo letto e intenzionalmente non utilizzato per il mio testo, alcuni meritano un’argomentazione più articolata, che inserirò sul sito in più puntate. Questo di Christopher Clark, I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla grande guerra, Laterza, Roma-Bari, 2013, è stato forse il più citato ed imitato. Probabilmente per merito soprattutto del titolo, e della sintetica ma efficace ultima pagina di copertina, che in poche righe esprime bene la tesi sostenuta in oltre 700 pagine:

1914. Re, imperatori, ministri, ambasciatori, generali: chi aveva le leve del potere era come un sonnambulo, apparentemente vigile ma non in grado di vedere, tormentato dagli incubi ma cieco di fronte alla realtà dell’orrore che stava per portare nel mondo

In effetti il libro, con una sovrabbondanza di particolari, che a volte sfiorano il gossip, tende ad avvalorare la tesi che nessuno davvero volesse la guerra. Centinaia di citazioni di esponenti dei due schieramenti contrapposti effettivamente fanno pensare che la guerra sia stata un fatale imprevisto, e che fosse sensato considerare “improbabile” che scoppiasse. Le citazioni sono vere, ma sorvolano quasi sempre sull’inveterata abitudine degli uomini politici e dei diplomatici a mentire, e sul fatto che quella guerra “imprevedibile” era stata invece prevista (e denunciata) da eroiche minoranze. Il libro si ferma all’agosto 1914, ma non è una buona ragione per non nominare una sola volta Lenin, Rosa Luxemburg o Karl Liebkhnecht (una sola volta è nominato Jean Jaurés, ma non per la battaglia contro la guerra, bensì per insignificanti vicende parlamentari che preoccupavano il capo del governo René Viviani).

Certo il libro ammette ad esempio che a facilitare l’esplosione delle guerre balcaniche, tragico preambolo della guerra mondiale, fu la miopia e irresponsabilità di quegli ambasciatori della Russia zarista che a Belgrado promettevano aiuto e spingevano Serbia e Bulgaria a formare una lega balcanica contro l’impero ottomano in crisi dopo l’apparente successo italiano in Libia, mentre a Istanbul cercavano di contrattare un allentamento degli ostacoli alla libera circolazione delle navi russe. Ma una relativa autonomizzazione dei più prestigiosi diplomatici si riscontrava in quasi tutti i paesi.

Certo pesava la mediocrità, al limite del ridicolo, dei più potenti sovrani, come Guglielmo II e Nicola II, che per giunta erano cugini tra loro e con il re d’Inghilterra Edoardo VII (a cui nel 1910 subentrò il figlio Giorgio V). Essendo parenti, spesso si incontravano durante le crociere dei loro Yacht, o in occasione di compleanni, e intrecciavano relazioni diplomatiche parallele rispetto a quelle ufficiali. Tra loro non si sarebbero mai fatti la guerra, ma la assecondarono in varie forme. Soprattutto i primi due, ignoranti e presuntuosi, dovevano essere il più possibile tenuti all’oscuro di molte questioni, su cui non avevano nessuna competenza, ma che pretendevano di decidere di testa loro. L’imperatore Francesco Giuseppe non aveva la stessa superficialità e ignoranza, ma la sua pretesa di essere informato delle più piccole vicende dell’impero lo portava a occupare il suo tempo con questioni marginali e trascurare i problemi di fondo.

Stupisce anche che sir Edward Grey, che fu ministro degli esteri britannico nel decennio tra il 1905 e il 1916, non sapesse una parola di francese e di ogni lingua straniera; analogamente anche diversi dei nove ministri degli esteri che si susseguirono in Francia nello stesso periodo ignoravano l’inglese; lo stesso ambasciatore Paul Cambon, che rappresentò la Francia a Londra per ben 22 anni, non parlava né capiva l’inglese, e pretendeva che gli si traducesse ogni vocabolo, compresi i più semplici come “yes”. Anche di Sergej Sazonov, ministro degli esteri russo a partire dal 1910, si dice che i suoi principali titoli per meritare quell’incarico erano la sua fama di uomo mediocre e ubbidiente, e l’essere cognato del primo ministro Stolypin. Ma se questo era il livello intellettuale dei sovrani e degli stessi ministri o ambasciatori di grandi paesi, evidentemente non erano costoro a esercitare il potere reale, che presumibilmente sfuggiva a ogni controllo perché esercitato dietro le quinte.

Il libro tende a sottovalutare anche il peso dei militari, pur ammettendo che anche in due democrazie come la Gran Bretagna e la Francia le alte gerarchie erano insofferenti nei confronti dei politici e delle loro mediazioni. Sir Henry Wilson, il capo di Stato maggiore britannico, ad esempio aveva scritto sul suo diario che Edward Grey era “un uomo ignorante, vanesio e debole, del tutto inadatto ad essere il ministro degli Esteri di qualsiasi paese più grande del Portogallo”, e che gli altri ministri erano “sporchi e ignoranti bastardi”. Sappiamo bene quale era il giudizio di Cadorna sul governo e sul parlamento. D’altra parte in tutti i paesi le lobby tra militari e industriali per ottenere maggiori armamenti agivano alle spalle delle istituzioni civili, o cercavano di ottenere l’appoggio del sovrano o di qualche ministro più disponibile.

Clark dedica soprattutto scarsa attenzione all’atteggiamento dei grandi industriali interessati alle forniture militari (che non sono solo cannoni o automezzi, ma anche divise e scorte di cibo e tante altre cose indispensabili all’equipaggiamento di milioni di persone, sempre acquistate dagli Stati a prezzi di gran lunga superiori a quelli di mercato e quasi sempre di qualità infima). Potevano essere personalmente contrari alla guerra (anche se ne dubito) ma premevano per l’aumento dei bilanci militari, la cui crescita illimitata era una premessa logica della guerra.

In realtà molti erano contrari a questa o quella iniziativa, e comunque ostili a nominare la guerra ma, come il Cancelliere dello Scacchiere David Lloyd George, pensavano che “se la Gran Bretagna fosse stata costretta a scegliere fra la pace da una parte e la rinuncia al suo predominio internazionale dall’altra”, non ci sarebbe stata nessuna esitazione: “la pace a quel prezzo sarebbe un’umiliazione intollerabile da sopportare per una grande nazione come la nostra”. Tanto più che a suo parere in passato più volte il potere britannico aveva “salvato le nazioni continentali da un tremendo disastro e perfino dall’estinzione nazionale”.

D’altra parte la grande finanza francese che aveva fatto enormi investimenti per potenziare le ferrovie russe verso il confine con la Germania e l’Austria-Ungheria non era indifferente al rischio che quegli investimenti fossero vanificati in seguito a un’ulteriore ascesa vertiginosa dell’economia tedesca, che modificasse radicalmente i rapporti di forza in Europa. Negli ultimi due decenni la produzione industriale tedesca era cresciuta del 150% e si era avvicinata molto a quella della Gran Bretagna. La produzione di metalli era cresciuta del 300%, quella di carbone del 200%, e il consumo di energia elettrica superava del 20% quella di Gran Bretagna, Francia e Italia messe insieme. La Germania per giunta aveva sfidato la Gran Bretagna aumentando vertiginosamente le costruzioni di grandi navi da guerra, pur senza raggiungerla. La corsa al riarmo navale risulterà inutile, dato che le due flotte da guerra saranno marginalissime nel conflitto, ma aveva allarmato gli altri paesi perché aveva un segno inequivocabile. E in quel momento dava a ciascuno il pretesto per accelerare la propria corsa al riarmo, per non trovarsi di fronte a un pericolo maggiore. Tutti, senza eccezione, si dicevano allarmati per il potenziamento militare del paese vicino, e si dicevano costretti a inseguirlo nella folle corsa al riarmo. Liebknecht aveva scoperto che a questo scopo un’industria militare tedesca aveva commissionato tramite un giornalista prezzolato una serie di articoli sulla stampa francese che magnificavano la modernizzazione del parco mitragliatrici in quel paese. Ritradotti in Germania servivano per imporre nuove commesse “per non rimanere indietro”.

D’altra parte, anche senza spargimenti di sangue, diverse tensioni tra i principali paesi imperialisti si erano manifestate dall’inizio del secolo ai margini della guerra anglo-boera, nel nuovo assetto dell’Asia dopo la guerra russo-giapponese, intorno alla Persia e all’Afghanistan, e in vari punti caldi dell’Africa, anche senza tener conto del famoso incidente di Fashoda che aveva avvelenato per un po’ i rapporti tra Francia e Gran Bretagna. E la crisi bosniaca, che fornirà materiale incendiario a Gavrilo Princip, aveva visto schieramenti variabili, prima di quella di Agadir. Di pericoli di guerra se ne vedevano all’orizzonte tanti, ma tutti pensavano di circoscrivere il conflitto a questa o quella situazione, mentre la concatenazione degli interessi in campo rendeva poco verosimile che una guerra potesse rimanere locale. Nel caso specifico, diventare la “Terza guerra balcanica”, e nulla più…

Presentare il conflitto mondiale come imprevedibile è assurdo, e parte dal rifiuto di prendere in considerazione le minoranze che avevano previsto perfettamente dove si andava a parare, e fecero quel che dovevano e potevano. Delle battaglie interne alla Seconda Internazionale, Clark non si interessa. Era scontato che le dichiarazioni contro la guerra gli apparissero solo inganno e mistificazione. Lo erano effettivamente per quasi tutti i dirigenti, ma non per i tanti uomini e donne che avevano solide idee internazionaliste, e che furono presto imbavagliati con la complicità dei leader socialisti.

Il libro si ferma al momento dell’inizio della guerra vera e propria, di cui Clark non può negare, sia pure in brevi accenni, il tragico bilancio di morte e di distruzione. Ma è solo il suo strascico di conferenze di pace, di accordi tra i vincitori per determinare un nuovo assetto del mondo, iniquo e foriero di nuove guerre, che spiega le ragioni vere della sua deflagrazione. Tanto più nel caso dell’Italia, entrata in ritardo e contrattando in segreto un bottino sproporzionato al suo peso reale, ai danni di altri popoli.

 

 

4 dicembre 2014

dal sito Movimento Operaio

 

 

 

 

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