LA CONVENIENZA A LICENZIARE di Alfredo Morganti

 
 

C’è uno studio UIL (avete letto bene, UIL, non CGIL) che chiarisce in modo davvero irritante l’esatto contenuto possibile del Jobs Act. Ce lo racconta Valentina Conte su “Repubblica” di oggi:
“Gli incentivi [verso gli imprenditori che assumono] sono assai cospicui, mentre l’esborso dovuto in caso di licenziamento illegittimo [l’indennizzo verso i lavoratori] è davvero risibile”.
Quanto cospicuo e quanto risibile? Lo dice una tabella UIL. Facciamo l’esempio di un lavoratore assunto a reddito annuo di 12.000 euro: dopo un anno l’indennizzo è 1.385 euro (un mese e mezzo di stipendio), mentre i contributi (sotto forma di sgravi e tagli Irap) sono di 2.865 euro. Uno a tre, insomma. Agli imprenditori andrebbe più del doppio di quanto non vada al lavoratore, con ciò rafforzando la tendenza che vede i più disagiati rimetterci sempre, con l’effetto di accrescere il baratro tra i (già) ricchi e i (sempre più) poveri. E badate che un mese e mezzo di stipendio è l’indennizzo di cui si sta discutendo, mentre sappiamo che gli imprenditori vorrebbero versare ancor meno. Calcolando che la delega assegna al Governo il compito di fissare i contenuti della norma, state certi che la discussione su questi solidissimi punti saranno fatte nel chiuso di qualche trattativa della quale,i verso l’esterno, traspirerà ben poco. Calcolate pure che il governo, in materia di riforme, aveva persino chiesto il voto ‘bloccato’ sui propri disegni di legge (tentativo però rintuzzato), e il quadro è completo .

Lo studio della UIL, insomma, dimostra come i più disagiati (che io chiamerei “lavoratori”) sono sempre la parte debole di ogni trattativa (alla quale non sono nemmeno invitati). Dimostra pure che il fiume di denaro pubblico, alla fine, scorre sempre verso il mare dei più ‘agiati’, rafforzando se possibile la tendenza all’allontanamento tra due sponde sociali sempre più distanti, peraltro, in barba a ogni esigenza di potenziarne invece la coesione. Che cos’è la flessibilità, allora? No di certo il modo per rispondere alla crisi rompendo rigidità che alla lunga potrebbero risultare dannose (Mao diceva che dinanzi alla tempesta la canna si flette ma non si spezza, per ritornare infine al punto di partenza, non così per il tronco, che si schianta e basta). Ma, invece, uno strumento ideologico per rafforzare le posizioni dei più forti a scapito dei più deboli, un modo per disporre della forza lavoro in totale libertà, persino di guadagnandoci in termini di agevolazioni pubbliche. Perché, se i conti della UIL sono veri, conviene di più assumere e licenziare a stretto giro che assumere nell’intento di accresce effettivamente la produttività aziendale. Meglio intascare contributi e sgravi che pensare a un piano industriale. Assistenzialismo, insomma, dove il contratto a tutele crescenti de noantri potrebbe rivelarsi solo uno strumento iniquo, magari per i furbi.

Qual è il punto, invece? Giorni or sono su “Repubblica” Bersani era stato chiarissimo sulla questione:
“Con il Jobs Act – aveva detto – non si va al cuore del problema che è la produttività del lavoro. Ci sarà un recupero su quel terreno? Non credo. Ci avvitiamo sull’articolo 18, che aveva bisogno al limite di qualche ritocco, ma non era certo il cuore di una questione drammatica”.
Difatti. Le tabelle UIL sugli indennizzi e il loro raffronto con i contributi e gli sgravi spiegano come possa convenire licenziare anziché assumere per produrre di più e meglio. Ecco perché il tema è la produttività, come dice Bersani. E ‘produttività’ vuol dire formazione, piano industriali, organizzazione del lavoro, innovazione, tecnologie, tutele. Ecco perché il dibattito sull’articolo 18 ha sviato i termini della questione, facendo ritenere che l’abbassamento delle tutele stesse (e a questo punto anche l’ubriacatura di sgravi) potesse porre un freno alla crisi. E in quale modo, se lo Stato versa denaro pubblico che finisce in ambito aziendale, ma compie una circolazione tutt’altro che produttiva? I conti della UIL dicono, ad esempio, che per un reddito annuale di 25.000 euro, si ottengono sgravi di 7.875 euro (ossia il 30% circa di quel reddito), che poi, nel caso di licenziamento dopo solo un anno, si distribuirebbero per un quarto circa al lavoratore e per gli altri ¾ (6.628 euro) all’impresa. Converrebbe più licenziare, quindi, che investire denaro sullo sviluppo delle professionalità e della produttività personale e aziendale. Meglio “abbandonare” il lavoratore al suo destino che puntare su di lui. Sperando, inoltre, che questa convenienza, nel momento in cui sarà presentato il decreto legge del Governo, non sia ancora maggiore di questa sua prima formulazione. Ciò, peraltro, senza calcolare l’enorme controllo sulla forza lavoro che tutto questo carosello legislativo su Jobs Act e articolo 18 inaugura. Ma l’idea di licenziare guadagnandoci pure è un vero abominio. Una specie di cinica, immorale convenienza.

 9 dicembre 2014

dal sito Nuova Atlantide

La vignetta è del Maestro Mauro Biani

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