ISLAM-TERRORISMO: L’INGIUSTA EQUAZIONE di  Alessandro Dal Lago

 

 
 
 
Dopo Charlie Hebdo. Non sarà l’unanime grido di guerra che sale dalle redazioni dei quotidiani, dai talk show e dai commenti televisivi una manifestazione di impotenza?
«Siamo in guerra!». Nello slo­gan che ormai mette d’accordo edi­to­ria­li­sti di destra e di sini­stra, l’aspetto vera­mente stra­va­gante non è tanto la rie­su­ma­zione dello scon­tro di civiltà di Hun­ting­ton e delle gros­so­la­nità di Oriana Fal­laci sull’Islam. È l’assoluta man­canza di con­se­quen­zia­lità stra­te­gica. Viene voglia di rispon­dere: e allora che volete fare? Espel­lere tutti i musul­mani? Chiu­dere le moschee? Esi­gere un giu­ra­mento di fedeltà allo stato, alla lai­cità o al diritto di satira? Aumen­tare i con­si­glieri mili­tari in Iraq? Bom­bar­dare Derna? Inva­dere lo Yemen? Ovvia­mente, nulla di tutto ciò.

E allora non sarà l’unanime grido di guerra che sale dalle reda­zioni dei quo­ti­diani, dai talk show e dai com­menti tele­vi­sivi una mani­fe­sta­zione di impo­tenza o magari di un desi­de­rio inconsapevole?

L’errore sta esat­ta­mente nella catena di equa­zioni che sot­tin­ten­dono il grido di guerra: «ter­ro­ri­smo» uguale Jihad uguale «fana­ti­smo isla­mico» uguale «Islam radi­cale» uguale «Islam» tout court. Ne con­se­gue che die­tro ogni velo o barba indos­sata da qual­cuno che si pro­fessa isla­mico c’è un ter­ro­ri­sta reale o poten­ziale. Da qui la grot­te­sca richie­sta di dis­so­cia­zione rivolta in ogni sede o spa­zio dell’opinione pub­blica agli isla­mici. Come se, per dire, a madame San­tan­ché o al gio­vane Sal­vini si fosse richie­sto a suo tempo di dis­so­ciarsi da Brei­vik, il quale, tra l’altro, uccise 77 per­sone. Una richie­sta ridi­cola, ovvia­mente. Ma allora non è il caso di riflet­tere sull’equazione «guerra all’Islam uguale guerra al terrorismo»?

Io non sono cre­dente e ritengo che un serio dibat­tito sul rap­porto tra alcune forme di Islam, soprat­tutto poli­tico, demo­cra­zia e seco­la­riz­za­zione vada affron­tato, in par­ti­co­lare a sini­stra, in cui si è un po’ esa­ge­rato con l’apologia del dif­fe­ren­zia­li­smo. Ma credo anche che il primo com­pito delle per­sone respon­sa­bili, soprat­tutto se eser­ci­tano una fun­zione pub­blica, sia distin­guere e non uni­fi­care feno­meni del tutto diversi sotto la stessa eti­chetta, oggi ine­briante e ras­si­cu­rante, ma domani foriera di ulte­riori disastri.

L’Isis non è al Qaida, i tale­bani pachi­stani non sono quelli afghani, L’Arabia sau­dita non com­batte l’Isis in nome della libertà di parola, Sad­dam e Ghed­dafi erano dei dit­ta­tori feroci, ma abbat­terli è stato uno degli errori più gravi che i paesi occi­den­tali abbiano potuto com­met­tere, il tra­di­zio­na­li­smo reli­gioso non si tra­duce neces­sa­ria­mente in estre­mi­smo e que­sto in ter­ro­ri­smo e così via. Un gro­vi­glio di que­stioni che chia­mano in causa non solo la natura delle società di là – quelle che ven­gono giu­di­cate inca­paci di darsi isti­tu­zioni solide, ma che sono state rapi­da­mente pri­vate, dai jet occi­den­tali, di quelle che avevano.

Così, è vero che l’ostilità per l’occidente di alcune frange di musul­mani non può essere spie­gata solo con l’incancrenirsi della situa­zione pale­sti­nese o con slo­gan anti-colonialisti. Ma è anche vero che lea­der occi­den­tali acce­cati come Bush, Blair, Sar­kozy e Came­ron (in Libia, con il recal­ci­trante assenso di Obama) hanno distrutto regimi senza alcuna idea di quello che sarebbe venuto dopo, creando disa­stri umani immensi e quindi un risen­ti­mento del tutto comprensibile.

Che il risen­ti­mento e l’odio per i sim­boli occi­den­tali, insieme cer­ta­mente alla volontà di potenza, alla nega­zione vio­lenta della libertà fem­mi­nile e così via, assuma oggi le forme del fasci­smo reli­gioso dell’Isis, non signi­fica che nei con­flitti in corso gli aspetti poli­tici non siano domi­nanti. La crisi attuale è figlia del risen­ti­mento di là e dell’arroganza di qua. Ci pia­ce­rebbe che tutti quelli che oggi bla­te­rano di guerra tra l’occidente e l’Islam pen­sas­sero anche alle guerre volute dai nostri bril­lanti sta­ti­sti in Africa in Asia, nell’indifferenza dell’opinione pub­blica e nella sup­po­nenza dei suoi opinionisti.

15 gennaio 2015

dal sito http://ilmanifesto.info/

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