LA SUCCESSIONE AL REGNO SAUDITA E LA NUOVA GUERRA MONDIALE di Alfonso Desiderio

 

La morte del re saudita Abdullah e la salita al trono del fratellastro Salman apre una fase cruciale nella famiglia regnante proprio nel momento in cui l’Arabia saudita ha un ruolo determinante nella guerra mondiale in corso. Sì, non è stata dichiarata ufficialmente ma la guerra è in pieno svolgimento. La ‘bomba atomica’ l’ha sganciata proprio l’Arabia saudita non riducendo la produzione di greggio e facendo crollare il prezzo del petrolio da 100 a 50 dollari circa. Obiettivo dell’attacco la Russia di Putin e l’Iran, come vedremo meglio nella seconda puntata di questo post.

L’asse Arabia Saudita-Stati Uniti regge dalla seconda guerra mondiale e ancor più dopo la rivoluzione islamica in Iran, nonostante l’11 settembre (al Qaida nasce e si sviluppa nell’ambito dell’integralismo saudita) e gli ultimi screzi sulla diversità di vedute su ‘primavere’ arabe e Iran. Oggi più che mai il fronte comune contro la Russia di Putin rende delicati i rapporti tra i due paesi. Basta guardare le dimensioni e la qualità della delegazione americana corsa a omaggiare il nuovo re saudita. Colpisce soprattutto dopo l’assenza Usa alla manifestazione parigina contro il terrorismo all’indomani della strage di Charlie Hebdo. Giusto per sottolineare quale sia davvero il centro del mondo nella visione americana.

Re Salman succede ad Abdullah, che ha governato (già quando era successore designato del malato re Fahd) in anni cruciali per la monarchia saudita: dalla paura per la minacciata invasione da parte di Saddam Hussein alla sfida lanciata da Osama bin Laden alla legittimità della famiglia a custodire i luoghi santi islamici. Nato nel 1924 ha dato timidi segnali di apertura: nel 2011 ha concesso il voto alle donne. Il nuovo re Salman è noto per il suo pragmatismo. Il problema è che ha 79 anni e anche lui ha diversi problemi fisici. E’ uno dei sette sudairi, i figli del matrimonio tra il primo re saudita e una delle mogli, Hassa bint Ahmed Al Sudairi, forte gruppo di potere nell’ambito della sterminata famiglia dei saud, che conta centinaia se non migliaia di principi. Per motivi anagrafici con lui scomparirà la generazione che ha retto l’Arabia Saudita negli ultimi decenni.

Gli occhi sono puntati sul nuovo erede designato al trono: il principe Mohammed bin Nayef, vice primo ministro e ministro degli Interni. Nato nel 1959, è un ‘giovane’ secondo gli standard della gerentocrazia saudita. Secondo il New York Times con lui assisteremo a una politica estera più assertiva: i suoi nemici sono la Fratellanza musulmana (che ha fatto di tutto per abbattere in Egitto) e gli odiati iraniani (con gli altri sciiti). E’ probabile che la nuova generazione sia paradossalmente più conservatrice e integralista della precedente.

Il rischio è esarcebare ancora di più la grande contraddizione che mina alla base il potere dei sauditi: l’essere alla stesso tempo i custodi dei luoghi santi islamici e il paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo. I saud sono riusciti a unificare il paese basando la propria legittimità sul wahabismo, settecentesca dottrina fondamentalista dell’Islam fondata da Mohammed Ibn Abdel Wahhab. Paradossalmente l’avanzata saudita nel Novecento ricorda molto la crescita attuale dell’Is. Integralismo e ritorno alle origini dell’Islam guidarono la legittimazione saudita contro i potentati dell’epoca. Sul wahabismo si fonda la legittimità della famiglia regnante e il loro diritto di custodire i luoghi santi della Mecca e di Medina. Allo stesso tempo però l’Arabia Saudita ha sempre affiancato (e secondo alcuni a volte guidato) gli Stati Uniti, in un asse decisivo e determinante per le due potenze ‘fondate’ sul petrolio, a livello internazionale. E per questo minacciata dai nuovi movimenti integralisti, all’esterno ( vedi il califfato dell’Is) e anche all’interno della penisola arabica. Una contraddizione che rischia di far esplodere il paese che grazie alle sue riserve e alla capacità di aumentare o diminuire a piacimento la produzione di greggio, sta decidendo il prezzo del petrolio a livello globale.

C’è una guerra mondiale in pieno svolgimento, come accennavo nel precedente post.

Da una parte Stati Uniti e Arabia Saudita, dall’altra la Russia. (vedi anche il volume di Limes: La Russia in guerra) In mezzo l’Iran, coinvolta per volontà saudita (ma non americana). Una guerra strana. Non è dichiarata, ma questa non è una novità. È che si combatte su piani diversi, nell’era delle guerre asimmetriche, e i soggetti in campo cambiano a seconda del piano del conflitto che si analizza.

Procediamo con calma. Primo fronte, quello caldo dove si combatte con le armi, è l’Ucraina. Putin ha reagito alla defenestrazione degli ucraini filorussi dal governo e alla svolta ‘a destra’ di Kiev riprendendosi la Crimea (russa dal Settecento e ‘regalata’ a Kiev da Kruscev) e aiutando i ribelli filorussi in Ucraina orientale. Dopo anni in cui ha cercato di ‘imporre’ l’influenza russa (la Rus’ di Kiev è la culla della Russia per i nazionalisti) attraverso i leader locali filorussi – sempre di volta in volta caduti – si è probabilmente stufato degli intermediari e ha voluto agire direttamente. In Crimea tutto facile, era già una repubblica autonoma, gli ucraini pochi e le truppe di Mosca già presenti (è sede della flotta russa del Mar Nero fin dai tempi sovietici). Più complicata la situazione in Ucraina orientale, dove le province a maggioranza russa si sono sollevate (con il sostegno di Mosca) ma Kiev ha reagito militarmente.

Da anni Putin lavorava al ritorno della Russia nell’ex spazio sovietico e il ruolo crescente della Russia come fornitore di energia (gas e petrolio) dei paesi europei (in particolare la Germania, ma non solo) gli dava una forte arma negoziale nei confronti dell’Europa. Poi forse contava sull’incertezza mostrata da Obama in politica estera, ora con un Congresso pienamente controllato dai repubblicani. Probabilmente sperava che finisse come con la guerra in Georgia

Ha sbagliato i conti. Gli Stati Uniti non gliela stanno facendo passare liscia. Per la Casa Bianca ha superato il limite. Per Washington è anche l’occasione per cercare di rompere l’asse energetico e politico di Eurussia.

Il secondo fronte: le sanzioni. La Nato è mobilitata nell’impedire ulteriori trasgressioni russe e a tranquillizzare Polonia e Baltici che temono l’espansionismo russo. L’arma usata da Washington non è militare ma economica. In primo luogo le sanzioni economiche a cui si sono dovuti allineare anche i riottosi europei che sarebbero pronti a sacrificare l’Ucraina per l’energia russa ma non possono entrare così apertamente in conflitto con gli Stati Uniti e gli europei orientali. Cruciale è il ruolo della Merkel che in queste ore è in Russia con Hollande per cercare una mediazione con Putin.

Il terzo fronte: il petrolio. Ma la vera arma economica non sono le sanzioni. E’ il prezzo del petrolio. Qui interviene l’Arabia Saudita, che tenendo alta la produzione di greggio ha provocato il crollo del prezzo da 100 a 50 dollari. Per Putin è un colpo mortale. La crescita politica ed economica della Russia sotto la sua leadership è stata possibile grazie all’alto prezzo del petrolio di questi anni. La vendita di gas e petrolio è l’asset principale dell’economia russa. Quanto reggerà la Russia in queste condizioni? Già molti degli oligarchi diventati ricchi grazie a Putin lo stanno abbandonando, anche se non apertamente: hanno spostato i capitali in Svizzera e altri paradisi fiscali contribuendo alla crisi del rublo.

Con questa mossa Ryad ha preso tre piccioni con una fava. Ha colpito la Russia Putin (che è un concorrente energetico ma anche nell’asia centrale islamica) ha danneggiato l’arcinemico iraniano che si è permesso di “aizzare’ le minoranze sciite nel golfo persico, e ha reso meno conveniente usare le nuove tecniche di estrazione del greggio degli Usa che stanno per rendere autosufficiente la potenza americana in campo petrolifero. Qui il campo si complica. Gli Stati Uniti stanno cercando il riavvicinamento con l’Iran e la mossa dell’alleato saudita non aiuta in questo campo. Allo stesso tempo danneggia la produzione di energia interna. Fino a quando Obama, presidente in uscita, resisterà alle pressioni? Fino a quando gli interessi antirussi americani prevarranno?

La guerra è davvero mondiale. Da non dimenticare infatti il ruolo della Cina, che ne sta approfittando per ottenere dalla Russia maggiori forniture energetiche. Della Turchia, che ha sostituito l’Europa come sbocco del gasdotto ex southstream. Infine c’è la novità della Grecia di Tsipras che messa alle strette dalla trojka europea minaccia di mettere in discussione la settantennale scelta atlantica e di aiutare la Russia rompendo il fronte delle sanzioni europee. Insomma avremo modo di riparlarne…



Twitter: @aldesiderio

PS articolo modificato dopo la sua pubblicazione

da Limes e Repubblica


 

 

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