FASSINA E LA GRECIA di Antonio Moscato

 

 
 
 

Il dibattito su Syriza prosegue e raggiunge perfino la letargica sinistra del PD. Ad esempio Stefano Fassina è intervenuto qualche giorno fa con un articolo abbastanza onesto nel ricostruire la posizione di Syriza. Tuttavia le dava alcuni suggerimenti sul da fare, senza porsi nessun serio interrogativo sulle ragioni per cui Syriza si è trovata così isolata nelle trattative.

La tesi di Fassina è che “nell’eurozona non vi sono le condizioni politiche per la radicale correzione di rotta nella politica economica necessaria alla ripresa e al miglioramento delle condizioni del lavoro e, quindi, alla sopravvivenza della moneta unica. È evidente che la Grecia per salvarsi deve lasciare l’euro e svalutare. Rimanere prigionieri della moneta unica, pilastro del mercantilismo liberista, per Syriza vorrebbe dire consumare rapidamente il capitale politico di fiducia ricevuto il 25 gennaio scorso.” È l’unica volta che nomina il capitale… Ed è assurdo che veda il nemico della Grecia e dei popoli europei nella moneta unica, anziché nel capitalismo.

Si direbbe che Fassina abbia sposato la tesi della fuoruscita dall’euro, rimasta molto minoritaria sia in Syriza che nell’elettorato greco in generale, e prescriva quindi come rimedio quello che la sinistra di Syriza considerava una carta di riserva, un piano B, che prevedesse anche l’ipotesi di un’uscita dall’euro, ma considerandola una decisione dolorosa e non risolutiva, valida solo perché pericolosa per tutto il resto dell’Eurozona e quindi temibile anche dalla controparte. Un ricatto (“se non ci date tempo e riduzione delle imposizioni siamo pronti a tutto”), non certo la soluzione definitiva.

Quello che è più fastidioso è che Fassina descrive come un fenomeno naturale l’assenza di un minimo ruolo alternativo della “famiglia socialdemocratica”, come se fosse solo la conseguenza di una debolezza di idee, di una “subalternità alla cultura conservatrice”.

Invece, e questo vale per lo stesso PD in cui Fassina milita, la socialdemocrazia è da molti decenni organicamente e materialmente legata all’imperialismo del proprio paese (e anche degli alleati del proprio). Nel caso di quella tedesca, più che mai decisiva in questa vicenda, da oltre un secolo.

Discutibile l’ipotesi che il governo Tsipras possa “contribuire, insieme ai partner dell’euro-zona a rianimare le democrazie europee”. Quali sarebbero i possibili partner? Fassina non ha il coraggio di prendere atto che Syriza nelle trattative ha di fronte a sé non “possibili partner”, ma nemici, rappresentanti del grande capitale e delle banche che hanno prestato alla Grecia miliardi a tassi da usurai, e ora pretendono la loro libbra di carne.

Manca nell’articolo un accenno alla mancanza totale di un’opposizione alla politica dell’UE e della BCE a qualunque livello. Un’opposizione magari piccolissima, ma che poteva almeno fornire alle masse ancora legate ai partiti socialisti una spiegazione diversa da quella dominante sui “greci scialacquatori”. È doloroso che solo il 26% dell’elettorato della socialdemocrazia tedesca non segua pedissequamente la propaganda di Wolfgang Schäuble, ma come potrebbe quel 74% che se la prende con i greci avere altre opinioni se su questo non c’è una dissociazione aperta almeno di una piccola minoranza, capace di spiegare che i “prestiti” alla Grecia sono in realtà destinati a pagare gli interessi alle banche tedesche, e che in Grecia non arrivano neppure? Più di cento anni fa Rosa Luxemburg aveva pagato con la vita la sua coraggiosa denuncia dell’imperialismo, e la ricostruzione scientifica del ruolo nefasto dei prestiti internazionali che erano serviti per ridurre in schiavitù l’Egitto indipendente nel lontano 1882.

È ancor più doloroso che perfino i due terzi degli elettori di Die Linke, organizzazione collegata nella Sinistra europea anche con SEL e PRC, e che almeno retoricamente fa riferimento a Rosa Luxemburg, scelgano come riferimento Schäuble e non Tsipras o Varufakis. Proviamo a immaginare cosa risulterebbe da un analogo sondaggio italiano nell’elettorato della sinistra del PD o in quello di SEL, un partito che non riesce a liberarsi del riflesso condizionato dell’unità a ogni costo col PD, al punto che ha finito per unire gratuitamente e insensatamente i suoi voti a una delle due mozioni truffaldine sulla Palestina escogitate dal governo Renzi-Alfano.

L’intervento di Fassina mi sembra una trovata per guadagnarsi a buon prezzo una patente di sinistra su un tema che non è al centro dell’attenzione dell’area che lo interessa, e dimostra solo che il personaggio non è stupido né ignorante: ma questo mi sembra casomai un’aggravante, visto quel che poi fa concretamente (o meglio non fa).

Non credo che Fassina & C. abbiano intenzione di uscire finalmente da un PD in cui non contano niente, ma nel caso lo facessero i risultati sarebbero probabilmente altrettanto miseri di quelli che ottengono rimanendoci e limitandosi a fare punzecchiature di spillo sul metodo o sugli orari: finirebbero per diventare un’altra componente dell’inutile e ambigua SEL, incapace di concepire altro che qualche ritocco o qualche blanda critica marginale alla linea del PD, e di fatto in eterna attesa di un poco credibile deus ex machina come Landini o Cofferati.

D’altra parte anche le liste per un’altra Europa hanno visto Syriza come “il nostro gladiatore nell’arena”, da utilizzare per farsi belli sventolando bandiere sullo sfondo del Partenone. Non c’è stato in queste settimane il pur minimo impegno per una campagna di [contro]informazione per evitare che la drammatica battaglia del governo Tsipras restasse isolata e magari disprezzata da chi si crede di sinistra e si orienta su Repubblica o nel migliore dei casi sul Manifesto, che è tanto speranzoso sul ruolo della sinistra PD, ma sulla Grecia ha dato voce soprattutto ai moderati locali o italiani che insistono sulla inevitabilità del compromesso, come ho segnalato ieri in I molti guai di Syriza.

La sortita di Fassina, tuttavia, in sé può essere positiva se pone di fronte ai rottamati da Renzi, e a quel che resta di SEL, il compito di impegnarsi a fondo per sostenere la resistenza di Syriza, prima di tutto con una puntuale informazione, e poi ricostruendo un tessuto internazionalista almeno a livello europeo che faccia conoscere il ricco dibattito interno a Syriza, e non si accontenti del modesto surrogato burocratico di coordinamento nelle istituzioni rappresentato dall’evanescente Partito della Sinistra Europea, che non è in grado di organizzare neppure una modestissima campagna ma si limita a sfornare un generico appello di poche righe. Vedi http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=17048

2 Marzo 2015

Ed ecco l’articolo di Fassina.

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L’ICEBERG E’ SEMPRE PIU’ VICINO
di Stefano Fassina

In queste settimane si definisce il senso della vittoria di Syriza alle elezioni politiche del 25 gennaio scorso in Grecia: o il governo Tsipras può contribuire, insieme ai partner dell’euro-zona, a rianimare le democrazie europee attraverso un compromesso di svolta, oppure in Grecia si conferma l’impraticabilità della democrazia sostanziale e l’impossibilità della sinistra nel giogo mercantilista della moneta unica.
La scelta politica sul tavolo dell’Eurogruppo, nell’agenda del Consiglio dei capi di stato e di governo a Bruxelles e nei parlamenti delle capitali di alcuni paesi (tra cui la Germania) deve poggiare su dati di realtà. I governi europei, i parlamenti, i partiti, il dibattito sui media e le opinioni pubbliche devono aprirsi a un’operazione di verità. Avrebbero dovuto farlo subito dopo il risultato delle elezioni europee. In particolare, un’operazione verità l’avrebbe dovuta promuovere il governo italiano all’avvio della presidenza di turno a luglio scorso. Invece, si è cercato di minimizzare e tornare al business as usual. Un piano di investimenti largamente virtuale (“smoke and mirrors”, secondo l’europeista ortodosso Daniel Gros del CERP). Un’interpretazione flessibile delle regole di bilancio pubblico per disinnescare il fiscal compact, comunque inapplicabile ma raccontata come una grande conquista o una grande concessione.
Le verità da affrontare sono due. Innanzitutto, una amara verità specifica: i programmi della Troika hanno avuto come obiettivo prioritario il salvataggio dei creditori della Grecia, non l’aggiustamento dell’economia greca o, come ripete la propaganda dei primi della classe o dei penultimi, il finanziamento delle baby pensioni o degli stipendi dei fannulloni impiegati pubblici: il 90% del bailout è stato assorbito dalle banche, in larga misura tedesche e francesi, disinvolte prestatrici di finanziamenti destinati all’export dei campioni dell’eurozona. Poi, un’agra verità generale: i programmi della Troika, forma articolata e estrema della linea di politica economica raccomandata dalla Commissione europea e approvata dal Consiglio europeo, sono viziati da un’esiziale contraddizione: la via alla crescita dell’economia e dell’occupazione attraverso la svalutazione interna, ossia mediante austerità e taglio dei redditi da lavoro, è impossibile in quanto generalizzata. È una via che può portare al pareggio o finanche al surplus della bilancia commerciale, ma soltanto al costo di drammatiche contrazioni del prodotto interno e dell’impennata, fino al default, del debito pubblico.
In sintesi, la Grecia dimostra in forma drammaticamente acuta l’insostenibilità della rotta mercantilista dell’eurozona. Senza dubbio, i problemi strutturali della Grecia pre-esistevano agli interventi della Troika. Ma la cura, ingoiata in sospensione di democrazia, ha aggravato la malattia. Ecco il punto. Dev’essere la cura l’oggetto della discussione. I problemi posti dalla Grecia sono sistemici. Sono, come quelli pur meno intensi di altri cosiddetti “Paesi periferici”, l’altra faccia delle ripetute violazioni da parte della “virtuosa” Germania del limite ai surplus commerciali eccessivi fissato nel “six pack” (6% del Pil). E sono anche l’altra faccia del largamente e lungamente mancato raggiungimento da parte dell’”impeccabile” Bce dell’obiettivo statutario di inflazione (sotto, ma vicino al 2%).
Proprio perché la questione fondamentale posta dalla Grecia è il segno generale della cura, le principali soluzioni prospettate dal governo Tsipras per portare la Grecia fuori dal tunnel dell’involuzione democratica e economica hanno valore sistemico: una conferenza europea per ristrutturare debiti pubblici e privati, in un quadro di responsabilità condivisa tra debitori e creditori; un “New deal europeo” strutturato intorno a una strategia di investimenti per lo sviluppo sostenibile e per la rivitalizzazione della domanda aggregata; l’inversione a U lungo la strada di svalutazione del lavoro per far recuperare a uomini e donne forza negoziale, redditi e potere d’acquisto, oltre che status di cittadinanza democratica.
Invece, da chi ha il coltello dalla parte del manico, la trattativa per la riscrittura e l’estensione del Memorandum è stata avviata come se la Grecia fosse un malato riottoso a seguire scrupolosamente la cura giusta. Il popolo greco sbaglia. Sceglie un governo estremista, anti-establishment. Atene va ricondotta sulla retta via attraverso la chiusura dei rubinetti dei finanziamenti per far fronte alle scadenze con i creditori inflessibili. Insomma, il messaggio è chiaro: il voto democratico è stato una inevitabile perdita di tempo. Siamo nell’universo di TINA: there is no alternative. Nulla da decidere. Le elezioni sono un rito stanco. La politica è soltanto intrattenimento per gli elettori rabbiosi o rassegnati. Serve a dare una verniciata di legittimità alle scelte fatte da altri, gli Stati forti e le elites transnazionali del grande business, senza mandato e senza responsabilità democratica.
Sarebbe ora di un compromesso di svolta democratica e economica nell’eurozona. Il caso Grecia potrebbe essere un’opportunità per correggere la rotta del Titanic Europa ed evitare il naufragio della moneta unica. I forti dovrebbero imparare alla svelta la differenza tra comando e egemonia. La posta in gioco è davvero alta. Tuttavia, tutti i segnali indicano continuità. Qualche concessione lessicale. Qualche, pur utile, cambio nell’agenda delle riforme strutturali. Ma il negazionismo domina la scena. Il compromesso è al ribasso e lascia la grave malattia alla cura di avvelenamento.
Una parte della variegata famiglia socialista e democratica, da trent’anni subalterna alla cultura conservatrice, resiste all’ottusa rigidità teutonica: come nella direttiva della Commissione europea sulle regole di bilancio, considera una grande vittoria il riconoscimento nero su bianco della flessibilità prevista nelle pieghe del Memorandum. Si dimostra ancora una volta inadeguata a costruire un’offensiva per riaprire la partita sullo sviluppo sostenibile e il lavoro e salvare il progetto europeo. A Madrid, il 21 Febbraio, i leader socialisti e democratici si incontrano e si confortano nella denuncia dell’austerità, precondizione per qualche decimo di punto di spazio fiscale in più da contrattare coi conservatori guidati dalla signora Merkel. Sono davvero sconfortanti, intrappolati a rimorchio dell’impianto del mercantilismo liberista. Bloccati dalle muraglie degli interessi nazionali e delle opinioni pubbliche interne.
È evidente che anche l’accoglimento della lista normalizzata di riforme strutturali presentata dal governo Tsipras lascerebbe la Grecia nel tunnel. Nel migliore dei casi, I greci comprerebbero tempo. È evidente dalla parabola greca che nell’eurozona non vi sono le condizioni politiche per la radicale correzione di rotta nella politica economica necessaria alla ripresa e al miglioramento delle condizioni del lavoro e, quindi, alla sopravvivenza della moneta unica. È evidente che la Grecia per salvarsi deve lasciare l’euro e svalutare. Rimanere prigionieri della moneta unica, pilastro del mercantilismo liberista, per Syriza vorrebbe dire consumare rapidamente il capitale politico di fiducia ricevuto il 25 gennaio scorso. Vorrebbe dire accompagnare comunque la Grecia al naufragio e lasciare campi di macerie alle scorribande dei neonazisti di Alba Dorata.
È anche evidente che la parabola greca e delle sinistre greche prospetta un destino comune alle democrazie e alle sinistre dell’eurozona. La democrazia, la politica e la sinistra non hanno fiato nella camicia di forza liberista dell’euro. Nell’eurozona non c’è alternativa alla svalutazione del lavoro, al rattrappimento delle classi medie, al collasso della partecipazione democratica. Quindi, non c’è spazio per la sinistra. È possibile che nessun governo esprima “eroi della ritirata”, come Hans Magnus Enzesberger definisce Gorbaciov e gli altri boss del socialismo reale che guidarono la fine dell’impero sovietico senza spargimenti di sangue. È probabile che le condizioni politiche, oltre a impedire le correzioni di rotta necessarie alla sua sopravvivenza, impediscano anche il superamento cooperativo della moneta unica. Purtroppo, le opinioni pubbliche sono diventate, a causa delle imposte sofferenze e delle nutrite paure, reciprocamente ostili, È possibile quindi che prevalga l’arroccamento delle classi dirigenti dei paesi in difficoltà intorno alla linea dei più forti. È possibile che governi miopi e media al seguito degli interessi più forti continuino a raccontare che, grazie all’ulteriore colpo alle condizioni del lavoro, la luce in fondo al tunnel incomincia a intravedersi. È possibile che uno scenario di rassegnata stagnazione sopravviva per un po’. Ma l’iceberg è sempre più vicino per l’euro, per la democrazia e per la sinistra.
La sinistra può evitare la deriva di svalutazione del lavoro e di svuotamento delle democrazie delle classi medie e, così, si può salvare e ritrovare senso storico soltanto se riesce a spezzare la gabbia dell’euro. Se si ricostruisce nazionale e popolare. Altrimenti è finta o fa testimonianza.

24 febbraio 2015

http://ideecontroluce.it/atene-chiama-roma-monografia-numero-3/


dal sito Movimento operaio

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