DILAGA L’IPOCRISIA DELLE ISTITUZIONI di Antonio Moscato

La reazione spontanea di tanti esseri umani da Budapest a Vienna, da Monaco a Londra, di fronte alle immagini orribili dei poliziotti che marchiavano gli immigrati o li scacciavano dai binari con manganellate e spray urticanti, ha costretto gran parte dei governi europei a indossare una maschera umanitaria e ad accantonare, per il momento, la linea dura. Lo ha fatto perfino – per un giorno – lo xenofobo premier ungherese Victor Orban, togliendo il blocco della stazione Keleti (senza grossi problemi dato che praticamente nessuno dei migranti aspirava ad essere accolto in un paese che ha un governo così poco ospitale); lo ha fatto ovviamente la Germania, inclusa la componente più reazionaria della maggioranza, l’Unione Cristiano-sociale bavarese; lo ha fatto anche Cameron annunciando dapprima 4.000 e poi 15.000 possibili accoglimenti, ma ponendo condizioni tali da rinviare l’operazione alle calende greche: infatti vorrebbe che la Gran Bretagna possa sceglierli direttamente in Siria, in campi gestiti dall’ONU, dopo aver abbattuto “la dittatura di Assad e lo Stato islamico”, cioè quando gli eventuali sopravvissuti a un’altra guerra distruttiva ancor più asimmetrica non avrebbero più nessuna ragione per lasciare il loro paese…

Tutte queste dichiarazioni, fatte a caldo sotto la spinta di quella solidarietà concreta che si è vista nelle stazioni in cui finalmente arrivavano i treni che erano stati stupidamente e criminalmente bloccati per ore quando non per giorni, sono state poi ritoccate e corrette subito dopo. La solidarietà forse non era proprio di massa, ma era consistente e sintomatica, e sufficiente a mettere a tacere per un po’ l’estrema destra. Ma non a cancellare il carattere profondamente e organicamente reazionario di tutto il gruppo dirigente europeo attuale.

La stessa Merkel, paga dell’incredibile (e non del tutto spontanea) ondata di popolarità goduta dopo l’annuncio della disponibilità ad accogliere tutti i richiedenti asilo provenienti dalla Siria, ha subito dopo tranquillizzato Orban e tutte le destre europee ribadendo che gli accordi di Dublino non erano affatto sospesi. I dubbi sulla spontaneità dell’entusiasmo dei siriani per la Merkel derivano dalla semplice osservazione che questi non si erano portati certamente nell’esodo una stampante a colori per fare i cartelli con il suo ritratto, che la rilanciava come immagine materna, e puntava a cancellare non solo il ricordo della sua durezza verso la Grecia, ma soprattutto quello delle lacrime in diretta della bambina palestinese a cui la poco angelica Merkel aveva detto brutalmente che doveva lasciare gli studi e il paese, visto che “non possiamo accogliere chiunque”.

Ma va aggiunta qualche altra precisazione: già l’idea della scelta di accogliere solo i siriani escludendo ad esempio afghani o iracheni, o – appunto – palestinesi, rivelava il carattere non “umanitario” ma volgarmente propagandistico della svolta, mentre si predisponeva per giunta il meccanismo per svuotarla di sostanza e ridurre il numero degli accoglimenti effettivi. Infatti immediatamente è partita sui media la campagna per denunciare il pericolo di infiltrazioni jihadiste tra i profughi: anche se finora di tracce di terroristi sui barconi non se ne sono ovviamente trovate, le solite fonti come al solito “anonime” dei servizi di tutti i paesi europei annunciano cifre inverosimili, come quella di 15.000 “possibili” infiltrati. Se ne conoscessero davvero almeno 150, o 15, sarebbe semplice: li sbatterebbero in galera. Ma questi elenchi (per non parlare di quello di 20.000 “foreign fighters” segnalati dai turchi, e che contiene sicuramente soprattutto militanti curdi e della sinistra tutt’altro che islamica…) servono solo a creare un clima di sospetto e a predisporre una svolta nell’atteggiamento dell’opinione pubblica.

Ma a monte c’è un’altra obiezione. Accogliere solo i siriani vuol dire prima di tutto creare una divisione assurda tra quelli che fuggono dalle conseguenze di guerre combattute sul loro territorio ma volute da altri (statunitensi, o europei o russi, o sovrani feudali del Golfo, ecc.), e poi una ancor più tragica distinzione tra loro e le vittime di carestie e guerre civili ugualmente dovute non a loro scelte. Perché un cittadino fuggito dalla Liberia o dalla Sierra Leone o dalla Nigeria o dalla Somalia e finito in una Libia sprofondata nel caos non dovrebbe avere diritto di asilo in Italia e in Europa? Perché sono tanti, e possono crepare senza che li vediamo?

Il papa a questo proposito oscilla: oggi ha detto ai suoi vescovi di accogliere una famiglia per parrocchia, e ha accennato a chi fugge da guerre o dalla fame, che è già meglio. Ma al di là dell’esiguità dell’impegno materiale proposto, in confronto alla grande potenza economica di cui il Vaticano e l’intera chiesa cattolica dispongono, continua a mancare una denuncia precisa delle cause esterne tanto delle guerre che dello sfacelo della maggior parte delle economie dei paesi ex coloniali. Una denuncia che sarebbe indispensabile, e particolarmente utile da quel pulpito, per prevenire nuovi irrigidimenti di quei governanti che oggi hanno dovuto fare momentaneamente concessioni a una politica di accoglienza, sotto la pressione di un’opinione pubblica scossa dall’orrore delle immagini, e domani dovranno presumibilmente tener conto dell’opposta pressione delle jene xenofobe che per il momento si sono rintanate ma ci sono.

Ho accennato più volte all’enorme forza materiale e morale della Chiesa. Anche se mi ha personalmente lasciato sempre indifferente, dato che come studioso della sua lunga storia conosco bene i crimini di cui essa si è resa per lo meno corresponsabile nel corso di almeno diciassette secoli, so bene che milioni di uomini e donne in Italia e nel mondo ascoltano con rispetto ogni papa (anche quando è meno capace di comunicare e trasmettere simpatia di quest’ultimo). Per questo, pur sapendo che Francesco non è onnipotente (anche perché deve fare i conti con una resistenza tenace di quel clero immischiato a tutti i livelli con il potere, dall’alto in basso), mi scandalizza che per fronteggiare questa tragedia non sappia proporre che l’elemosina dell’ospitalità di due famiglie nelle due parrocchie del Vaticano, e non anche una coraggiosa denuncia delle cause profonde delle guerre, delle guerre civili e dello sfacelo dell’economia di paesi un tempo ricchi di risorse naturali. Cominciando a dire che quelle tragedie sono state provocate dai nostri governanti e dai nostri capitalisti, nel corso di più di un secolo, perfino per il nostro paese, arrivato per ultimo al banchetto coloniale (con la benedizione di Santa Romana Chiesa…). Questa semplice denuncia, basata su una verità storica inoppugnabile ma oggi taciuta da tutti, sarebbe l’antidoto migliore al risorgere della ferocia xenofoba e anche dell’egoismo e della colpevole indifferenza per quanto accade nel mondo, che rischia di riversarsi su di noi in forma meno pacifica e rassegnata di questa piccola avanguardia di una gigantesca migrazione che ci ha turbato in questi giorni.



6 Settembre 2015

dal sito Movimento Operaio



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