VOUS ETES QUOI? di Riccardo Venturi

Lo scorso 7 gennaio, poco meno di dieci mesi fa, andava parecchio di modaêtre Charlie. Talmente di moda, che si sono visti essere Charlie dei personaggi, come dire, beh, non so, lasciamo perdere. Ad esempio, était Charlie Bibi Nethanyahu. E, va da sé, ‘e gli era Ciàrli anche Matteino nostro. Il padrone di casa, François Hollande, era naturalmente Sciarlìssimo; ma è inutile fare la lista della spesa. In quei giorni, pur con tutti i distinguo possibili e immaginabili, s’era tutti quanti Charlie. Ci siamo sentiti investiti da uno tsunami di libertà di espressione, dal potente della Terra fino all’ultimo dei quajàn. Per giorni e giorni, facciamo un tre o quattro; ma poiché la libertà di espressione, sacro valore democratico e occydenthäle, vale soltanto a certe e ben delimitate condizioni, oggi bisognerà ritirarla fuori per un caso assai meno mediatico e di importanza periferica.

Come forse qualcuno sarà venuto a sapere, Erri De Luca, discreto alpinista nato a Napoli e personaggio dalla vita alquanto avventurosa (durante la quale ha persino fatto, e continua a fare, lo scrittore), oggi si è visto e sentito richiedere, per la di lui persona, una pena detentiva di mesi otto per istigazione a delinquere. Avendo pubblicamente sostenuto la necessità di sabotare il TAV e di ricorrere alle cesoie per tagliare certe reti che delimitano una certa porzione del territorio italiano occupata da un cantiere militarizzato, l’alpinista Erri De Luca è incorso nel concetto di Libertà di Espressione che è più proprio dello stato italiano e dei suoi eroici rappresentanti, come è il caso del PM Antonio Rinaudo. Indi per cui, Erri De Luca è stato mandato a processo, ed è questo uno dei motivi per i quali sto particolarmente insistendo sulla sua attività alpinistica. Non è infatti possibile che un paese democratico come l’Italia, culla del diritto alla quale -invero- qualcuno dovrebbe decidersi a cambiare un po’ i pannolini, mandi a processo unoscrittore per delle sue affermazioni. Gli scrittori a processo? Roba da regime totalitario, naturalmente. Da maccartismo, quantomeno. Gli scrittori a processo rimandano a Solgenitsyn o a Nâzim Hikmet, solo per fare due esempi senz’altro notissimi anche a un PM Rinaudo. Ma, per chiarire meglio in che cosa consista il concetto di Libertà di Espressione dell’attuale stato iTAViano, niente può essere meglio che lasciare la parola al PM Rinaudo stesso, il quale lo ha chiarito in maniera non fraintendibile:

“Nelle interviste rilasciate pubblicamente ha commesso incitazione a commettere il sabotaggio. È indiscutibile che si debba concludere arrivando alla penale responsabilità dell’imputato riconoscendo comunque le attenuanti generiche per il comportamento processuale e perché non si è mai tirato indietro rispetto alle domande dell’accusa e del giudice”.

In queste quattro righe è contenuta la summa di tutta la Libertà di Espressione come applicata in un moderno stato democratico. La Libertà deve essere delimitata dalla cosiddetta Legalità; quando si oltrepassa tale delimitazione, paventando e sostenendo atti che le vanno contro, si è automaticamente passibili di repressione. Questo, naturalmente, a condizione che tali atti siano contrari agli interessi economici dello stato stesso, dei potentati finanziari, delle varie istituzioni e delle mafie, come è assolutamente tipico il caso del TAV; in certi altri casi, il concetto non si applica affatto. Ad esempio: se il politicante di turno rilascia dichiarazioni sulla necessità di radere al suolo dei campi nomadi, di sterminare una congrua quantità di immigrati e di bruciare le baracche, tutto questo rientra nella sacra Libertà di Espressione.

Continua il PM Rinaudo: “Se, come ha chiesto la difesa, avessimo trovato qualche riferimento diretto alle sue pubblicazioni per esempio nelle perquisizioni degli arrestati, saremmo qui a celebrare un processo per concorso nei reati commessi”. Vale a dire: Se durante le perquisizioni degli arrestati viene trovato un riferimento diretto alle pubblicazioni di un qualsiasi scrittore, sappia egli che può finire a processo per concorso di reato per una citazione, la ripresa di una sua intervista, qualsiasi cosa egli abbia pubblicato o dichiarato in riferimento a qualcosa che vada contro gli interessi di uno stato, di una consorteria, di un potentato. E’ bene sapere, per chiunque scriva con vari intendimenti, e qualunque sia il suo grado di notorietà, che questa è la Libertà di Espressione garantita da un moderno stato democratico.

Ovviamente, colpire Erri De Luca rappresenta, nell’ottica su esposta, una qualche forma di ammonimento, o di avvertimento preventivo, rivolto ad eventuali rappresentanti del mondo culturale (e alpinistico) ai quali punga vaghezza di incitare a sabotaggi, recisioni di recinzioni e, in generale, opposizioni fattive a colossali progetti di assoggettamento armato del territorio. Sembra di risentire vecchie eco, peraltro niente affatto flebili, deicattivi maestri. Alla sbarra finisce l’ultimo dei valsusini come il militante del centro sociale, finisce (e pure in carcere) il sabotatore di compressori come Erri De Luca. Bene averlo estremamente presente prima di mettersi a scrivere o ad affermare qualsiasi cosa al riguardo, ed eventualmente adoperare ogni sorta di legittima prudenza. Solo che, quando nello scrivere e nel parlare, è necessario adoperare prudenza estrema per evitare di incorrere in guai seri, è bene anche avere estremamente presente di vivere sotto un regime, quali che siano le sue maschere. Sotto i regimi si è costetti a dissimulare. Si è obbligati a ricorrere alle metafore. A non poter più dire chiaramente le cose. E anche, naturalmente, a dover ingoiare il fatto che il regime, non di rado, cianci di Libertà di Espressione e inalberi i suoi cartellini “Je suis Charlie”. Quando qualcuno alza un cartello con scritto “Je suis NO TAV”, e lo alza indicando magari una forma di lotta concreta, Charlie va immediatamente in soffitta.

Magari, ad un PM Rinaudo che concede benevolmente a Erri De Luca leattenuanti generiche per il “comportamento processuale” e perché “non si è mai tirato indietro”, sarà sfuggito che il De Luca medesimo, con la sua assunzione diretta di responsabilità, esattamente questo ha voluto: focalizzare l’attenzione, per quanto gli è stato possibile, sui meccanismi del regime e sull’azione dei suoi rappresentanti istituzionali (in questo caso giudiziari). Si tratta, peraltro, di un procedimento elementare: col proprio comportamento e con la conclamazione della precisa responsabilità diretta, il processo viene rovesciato. Viene messa a giudizio una componente della magistratura totalmente asservita ad interessi nei quali non è più possibile distinguere il pubblico dal privato.

E’ normale che Erri De Luca si sia dichiarato stupito che, nei suoi confronti, non sia stato richiesto il massimo della pena. L’ironia squisita di tale affermazione è mirabile, in quanto mette in luce anche un’altra componente di tutta la vicenda: l’imbarazzo estremo che deve avere pur colto un PM Rinaudo che, da un lato, si ritrova a dover mandare avanti un procedimento tanto iniquo quanto assurdo e, dall’altro, cerca di mitigare le richieste facendo i salti mortali per salvare capra e cavoli. E Erri De Luca, ne sono certo pur non conoscendolo di persona (né mai mi capiterà di farlo), se la ride sotto i baffi. Certo che avrebbe voluto il massimo della pena, ma vanno bene anche otto mesi per far sì che l’Italia abbia il privilegio di aver condannato alla galera un alpinista (e scrittore) di fama internazionale perché ha incitato a sabotare e a tagliare le reti di un cantiere.

In conclusione, però, ci sarebbe da fare una cosa, oltre ad esprimere una naturale solidarietà nei confronti di Erri De Luca. La solidarietà, beninteso, è cosa assai comoda e pure un pochettino vuota se non si è pronti ad assumersi altrettante responsabilità; nel mio minuscolo piccolo, so che cosa voglia dire essere mandati a processo per qualcosa che si è scritto e/o affermato.

Cozzerebbe quindi contro quei princìpi di elementare prudenza dei quali parlavo prima, princìpi che stabiliscono la propria vita sotto una forma di tirannia e la precisa coscienza di essa, dichiararsi solidale con quanto affermato da Erri De Luca e per il quale è stato processato. Cozzerebbe sì, e che cozzi pure. Non potrebbe d’altronde esservi alcuna forma di solidarietà senza dichiararsi del tutto consapevolmente e senza remore solidale con quanto espresso da Erri De Luca; sappia dunque, chi intenda eventualmente riprendere queste parole, due cose. La prima è, naturalmente, che si espone a problemi di non lieve entità; il qui presente ha, a suo tempo, trovato un magistrato che si è sentito in dovere di rinviarlo a giudizio per avere espresso giudizi pesanti su un personaggio pubblico, e non potendo contare su una qualche forma di notorietà consolidata, bensì su un semplice blog qualsiasi. La seconda è che dire “Je suis” significa, o dovrebbe significare, un’adesione nel proprio essere. “Je suis” significa “io sono”, ed il verbo “essere” non è un verbo di poco conto. O si è, o non si è. Vous êtes quoi? Che cosa siete? Charlie? Erri? Paolino Paperino? Qualunque cosa, o chiunque, scegliate di essere, presuppone che non lo siate, e che non lo siamo, per la durata di un momento o di una facile ondata emozionale. Presuppone una scelta di campo e presuppone anche dei fanatici armati o un pubblico ministero torinese. Altrimenti non si è proprio un bel niente.

21 settembre 2015

dal sito http://ekbloggethi.blogspot.it/

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