NELL’ANNO DELLA TIGRE di Adriana Faranda -prefazione-

Questo è un mio scritto introduttivo alla riedizione del libro “Nell’anno della tigre”. Nella parte finale alcuni accenni, certo non esaustivi, a come io vedo, oggi, la giustizia.


Un grande tranello, la memoria. Il tempo scorre, e la memoria non rimane mai uguale. Lo sguardo si posa sui ricordi, sceglie, lega e collega. E se la vita è movimento incessante, anche il passato segue il movimento. La realtà di ciò che è stato non muta, se non in universi paralleli, e non muta il suo peso. Ciò che muta è il rilievo del dettaglio, l’angolo di visuale, il gioco di luci e ombre, la visione d’insieme. E tutto si ricombina in relazione a ciò che oggi accade.

Ogni giorno io riattraverso la mia vita, volente o nolente, e ciò che sono stata preme come un aculeo doloroso dentro di me. Emergono nuovi frammenti di senso e la memoria riprende anima e corpo, di nuovo viva, in un processo che non conosce fine.

Ogni giorno io guardo il mondo, e mi chiedo come e quanto sia cambiato, come e quanto le nostre vite abbiano contribuito al cambiamento. Se osservo la realtà, ovunque la situazione mi appare peggiorata.

Molte delle trasformazioni che abbiamo davanti, dalla crisi della democrazia alla precarietà, sono fenomeni globali che non hanno avuto origine nella nostra piccola, insignificante Italia. Un paese mai affrancato dalla tutela imposta nel dopoguerra, paese di confine geografico e politico, paese malato, in cui l’arte di arrangiarsi è diventato sempre più arte del malaffare, della corruzione, della clientela, delle infiltrazioni criminali.
Altre sono state conseguenza dei danni provocati dalla nostra scelta di impugnare le armi, e alcuni effetti permangono tuttora. Perdite irrimediabili e vite devastate. Intelligenze sottratte, isolate o emarginate. E poi, fra le tante, un restringimento degli spazi della democrazia, la cultura dell’emergenza, l’attrazione per il giustizialismo e l’assimilazione di conflitto e violenza. Quest’ultima, forse, una delle più nocive ancora oggi. Da una parte si continua a vivere e ad esaltare il mito della forza esercitata con la violenza, dall’altra si strumentalizza il suo fantasma per bloccare e demonizzare il conflitto stesso, un tempo ‘sale della democrazia’.

Ma quale sostrato culturale ci ha accomunato? E quale accomuna ancora oggi chi si ostina a spaccare il mondo in due, giusti ed ingiusti, compatibili e incompatibili, accettabili e inaccettabili?
Spesso qualcuno mi domanda cosa io pensi oggi del mondo, come vorrei che fosse, cosa farei per cambiarlo.
Il più delle volte obietto che non sono forse la persona più adatta a dare opinioni né tantomeno buoni consigli, anche perché quello che salta agli occhi non sempre mi piace. Per lo più vedo una solitudine estrema, la rincorsa perenne a un’identità, un’esibizione di ricchezza in vetrina e una spinta iniqua verso la povertà, l’obbligo a una competizione spietata per un lavoro sempre più inutile, un pianeta in agonia e la pirateria della finanza, l’umanità spaccata in pezzi, i cavalli di troia del controllo. Welfare addio. Do you remember Keynes? Alti salari, mercato sostenuto. Ma anche assistenza, servizi, istruzione. Le mucche fanno più latte se ascoltano Mozart, si diceva un tempo. Ma adesso Mozart non è più di moda, valgono più le note stridule della disperazione.
Buffo, a pensarci. Nel braccio della morte i condannati sono curati e mantenuti in perfetta salute, condicio sine qua non per eseguire la sentenza.
Ma per chi è sospinto ai margini della società la perfetta salute non ha più importanza, si può tranquillamente morire di tristezza, di solitudine, di inedia, di malattia, di incuria, di degrado. Colpevoli solo di non avercela fatta.
E per il precario che si arrangia, a metà del guado, si può tranquillamente morire di lavoro. Non demordere, non infortunarti, e sarai il Philippe Petit del tuo settore. Funamboli non si nasce.

Ma vedo anche riaffacciarsi timidamente un’economia del dono, nuove reti di solidarietà, l’attenzione ai beni comuni, il desiderio di cooperare.
Altre volte alle stesse domande rispondo, soprattutto ai giovani, che siamo in paese senza memoria e che non si può affrontare il presente senza comprendere in passato. Un passato complesso, variegato, che non sopporta gli stereotipi, le semplificazioni, le impossibili reductio ad unum, che chiede spazio di cittadinanza all’irriducibile singolarità delle storie, delle esperienze, delle motivazioni e degli universi emozionali. E rispondo che la cosa più importante è non smettere mai di porsi domande, anche se non si è in grado di darsi delle risposte. Mi racconto, e mentre narro mi chiedo.
In apparenza, nulla sembra mutare. I disastri sembrano giovare al PIL, l’occhio è all’andamento dei mercati, quello che conta è il business. Poco importa se qualche numero si perde nella somma, se un agricoltore vede distrutto il suo raccolto, se una carretta del mare si inabissa. Anche a questo ci siamo assuefatti, penso con amarezza.

La morte è ovunque, nella sua spettacolarizzazione orrifica e mediatica, nella sua algida archiviazione sugli scaffali anonimi della statistica, nell’impotenza che ci paralizza, nella paura che ci chiude all’altro. Ed è questo che mi ferisce di più, questo che marca la distanza più intollerabile. Ma subito dopo averlo pensato, mi domando se al tempo della mia gioventù tutto fosse davvero così diverso.
Davvero noi vivevamo solo l’entusiasmo, la gioia di lottare insieme, la presunzione esaltante di cambiare tutto? E la minaccia nucleare, la baia dei Porci, la tensione insostenibile della guerra fredda? Eve of destruction… chi ricorda ancora questa canzone del ’65? Io la cantavo sempre a squarciagola. Dentro c’erano l’emozione ancora viva per l’uccisione di Kennedy, il Vietnam, gli scontri sul Giordano, la minaccia atomica, Marthin Luther King e tutto lo sgomento di noi giovani per un futuro che sembrava proporre solo guerra, segregazione, ingiustizia, odio. Era un grido di dolore e di allarme, una esortazione a guardare ciò che ci accadeva intorno e a vederne l’orrore. Ci diceva, in sostanza, che la nostra generazione non poteva rimanere inerte, ma doveva assumersi il compito di opporsi e contrastare quel futuro di morte. Anni dopo lo stesso pezzo venne riproposto in italiano, adulterato e stravolto, e già nel titolo che non era più La vigilia della distruzione bensì L’ora del fucile raccontava il passaggio a un’epoca diversa. Una canzone contro la guerra si trasformava in un inno alla ribellione armata.
Io, insieme a molti altri, ho attraversato quel passaggio.

La mia comunità di destino non mi aveva accolta tra i boschi dei Nebrodi o nelle insenature del mare, piuttosto mi aveva travolta nel fermento di una metropoli ancora sconosciuta, per metà tumultuosa e per metà indolente, ritardataria così come impaziente, in una città radiosa e al tempo stesso desolata, che mi sembrò avere in sé talmente tante personalità da non averne più in definitiva nessuna. Fu lì che cominciai a cercarmi.
Quando ricordo il ‘68 penso ad un movimento planetario, come se il desiderio di rivoluzionare tutto pervadesse anche i luoghi più remoti, spandendosi a macchia d’olio senza alcun bisogno di internet né di sublimazioni virtuali, mentre io guardavo il mondo dall’altezza vertiginosa dei miei diciotto anni appena compiuti. Di quel movimento mi affascinava e mi impauriva quel vitalismo sfrenato, ne vivevo l’ansia di libertà, la repulsione per un destino precotto e preordinato, l’insofferenza alle regole, il ribellismo. Tutto quello che avevo conosciuto si rivelava improvvisamente vecchio, ostile, sostenuto caparbiamente da pochi cerberi autoritari senza autorevolezza. Mentre io volevo un mondo di desideranti e la fantasia al potere. Sentivo un gran desiderio di conoscenza ma volevo conoscere a modo mio, rifiutavo i lustrini del consumismo e indossavo solo giacconi marinari e scarpe “da scavalco”, mi ponevo innumerevoli domande sulla funzione della scienza e della ricerca, sulle scelte di produzione, sulla logica del profitto. Sognavo un mondo diverso. I have a dream. Ciascuno di noi ne aveva uno e andava in cerca di chi ne avesse un altro il più possibile uguale. Fu una rivoluzione.

Adesso mi chiedo dove sbagliammo allora? Dove si convertì o si perse quell’energia dirompente? Cosa ne fu di quell’ansia di libertà e di relazioni umane? Dove sono finiti adesso la contestazione al consumismo, il rifiuto di darsi in pasto al mercato? Perché lasciammo il passo alla risposta della globalizzazione capitalistica, noi che avevamo sognato la globalizzazione di un cambiamento radicale? E quanto contribuimmo con la nostra insofferenza, con quell’ansia di libertà, a scalzare lo stato “padre”, il suo controllo socialdemocratico e le sue illusioni di pianificazione, senza essere capaci di sostituirgli nient’altro e cedendo il posto a un liberismo selvaggio? Quanto la spinta iniziale dell’anticonformismo, il desiderio di vedere rivalutate le diversità e le peculiarità di ciascuno prepararono il terreno alla disgregazione, alla perdita di una dimensione comunitaria e alla reazione degli anni ottanta con il suo conformismo pavido e l’individualismo griffato?

Eravamo cresciuti in un periodo di grandi speranze. L’economia marciava, colma di promesse. Gli elettrodomestici avevano rivoluzionato la vita quotidiana e le donne iniziavano a lavorare fuori casa, la televisione cambiava la cultura. Nelle università cominciavano ad affluire i fuorisede, pieni di progetti, fiduciosi nella mobilità sociale. La musica risuonava nei bar e negli stabilimenti balneari, l’arte aveva abbandonato i musei e adesso era riproduzione seriale. Lo stato sociale funzionava. I mutamenti erano rapidissimi, la scienza e la tecnologia sconvolgevano il presente lasciando intravedere un futuro di benessere e di ricchezza per tutti. Ma lo sradicamento e l’emigrazione dalle terre del sud verso le fabbriche del nord dentro i quartieri dormitorio avevano già messo in discussione uno sviluppo ordinato e senza scosse. E quella generazione di studenti speranzosi divenne presto la “generazione eccedente”, senza una prospettiva di collocazione adeguata. Il sistema cominciava a diventare stretto e il periodo che seguì fu un periodo di grandi lotte studentesche e operaie dove spontaneismo e ideologia convivevano problematicamente. Anche il sindacato divenne un vincolo a cui sfuggire e la sinistra non fu in grado di comprendere fino in fondo la portata della ribellione e di assumerne i contenuti. Sembrava che ognuno andasse per la sua strada senza curarsi d’altro.

L’arcipelago extraparlamentare, variegato e contraddittorio, si rafforzava giorno dopo giorno nel non ascolto istituzionale e si radicalizzava rifiutando ogni compromesso. L’idea di una rivoluzione si faceva strada avvolta dalla mitologia, intrisa di romanticismo col volto limpido del Che, con i suoi eroismi quotidiani, le notti bianche e le albe radiose. Una rivoluzione da innescare proprio negli avamposti del capitalismo, nell’occidente industrializzato, per evitare il fallimento dell’esperienza sovietica e la dittatura spietata dei paesi dell’est, che noi chiamavamo i “paesi a capitalismo di stato”. Il nuovo viveva accanto al vecchio e le dottrine si scontravano quotidianamente, anarchici, operaisti, maoisti trapiantati e stalinisti ortodossi si impegnavano in estenuanti discussioni, mentre un frigido leninismo attraversava come una lama seghettata la gran parte di noi. La scelta delle armi era già in nuce.
I tempi erano mutati e quella solidarietà empatica che ci legava e ci faceva manganellare nelle piazze per un Vietnam di cui sentivamo il respiro insanguinato senza avvertire più alcuna distanza, si trasformava giorno dopo giorno in solidarietà guerreggiante.

Ormai non era più soltanto la paura, ma il desiderio di un altrove possibile a dominare i miei pensieri. E io imboccai, con la mia comunità di destino, la via dell’antagonismo e dell’opposizione totale. Si accettava l’idea che l’unica strada da percorrere fosse quella stessa guerra che ci aveva fatto così tanto orrore.
Avevamo abbandonato ogni morale? No, ne avevamo adottata una diversa, nitida, implacabile, più simile di quanto sembri a quella che avevamo davanti. Mutavano i destinatari e i punti di riferimento.
Il famoso dilemma del carrello, per cui l’unico modo di salvare la vita a cinque persone è di sacrificare una sesta premendo semplicemente un pulsante, era risolto. Almeno in teoria, all’apparenza.
Oggi lo stesso dilemma del carrello sembra aver trovato soluzione in quelle che molti simulatori definiscono guerre umanitarie. Bombe a grappolo, al fosforo bianco o all’uranio impoverito si sganciano dal cielo, è sufficiente premere un pulsante ed ecco che gli effetti collaterali sono soltanto fotogrammi a due dimensioni, senza più voce né carne. È l’indicibile orrore che nasce dalla distanza che protegge, ed assolve.
Sulla bandiera della Virginia, simboleggiata da una donna, la virtù campeggia sul corpo di un sovrano ucciso, insieme alla scritta “sic semper tyrannis”. Nel nome della libertà, e della sua matrice morale, anche togliere la vita può diventare un atto virtuoso.

Per me tiranno era un sistema, che sacrificava gli umani al grande moloch del dio denaro, per me tiranni erano tutti coloro che ne garantivano il funzionamento. E la vita non si identificava nella mera sopravvivenza, nella fisicità del respiro o nel battito ritmico del cuore, ma nel pieno dispiegarsi di tutte le sue potenzialità, era creatività, invenzione, relazioni. E tiranno era colui che la bloccava.
«Una nuova epoca attende l’umanità, liberata dal ricatto e dalla sofferenza del lavoro, che ruba e degrada il tempo della vita, dalla schiavitù del denaro, sempre più nelle mani di pochi, mentre esistono possibilità reali per un benessere diffuso e generale. Questo ha significato e potrà significare ancora oggi e domani l’antico grido Vogliamo tutto!»

Questo e molto altro furono gli anni settanta. Tutto e subito. Adesso. Era il primato di un oggi che aveva in sé il futuro. Un oggi che parlava di produzione sociale, di liberazione dal lavoro, di comunicazione orizzontale, di decisioni collettive, di esautoramento del potere, di qualità della vita, di bellezza e di gratuità delle relazioni. Eravamo antagonisti. Fuori e contro. Ma un futuro lo volevamo, eccome. Lo sognavamo tutti i giorni e ognuno lo immaginava a modo suo. Il futuro più giusto. Il futuro che va costruito insieme, il futuro che non si lascia disegnare, il futuro dei desideri, dei bisogni, della giustizia sociale. Il futuro. Un futuro che si condensava e voleva realizzarsi nel presente. Si accorciavano le distanze, si viveva il rifiuto dei “due tempi”. Il futuro era lì, possibile, e sarebbe cresciuto come una pianta spontanea e rigogliosa, non come il disegno esanime tracciato sul lucido di un architetto.
Noi lo volevamo, il nostro maledetto futuro, anche se non volevamo aspettare. Oggi invece, il tempo dell’attesa sembra finito non per l’urgenza del futuro, ma per la sua scomparsa. Sembra che non si riesca più a costruire un progetto, a dare una prospettiva, a trovare finalità condivise. Colpa della crisi. Colpa della precarietà. Ma io credo pure che sia incapacità di immaginare.

E ripenso agli anni settanta, agli avvenimenti del ’73 che cambiarono il corso della storia, il golpe cileno, la prima crisi energetica, l’austerità.
Il golpe in Cile e la morte di Allende scossero i fragili equilibri dalla guerra fredda e il PCI cambiò la sua politica. Si imboccava la strada del filo-atlantismo e di quello che poi prenderà la forma del compromesso storico. Noi non comprendemmo e non condividemmo, e come avremmo potuto? Noi che invocavamo l’uscita dell’Italia dalla Nato, che denunciavamo i trent’anni di malgoverno democristiano. Le dichiarazioni di Berlinguer ci apparvero come un tradimento e l’abisso che ci separava diventò sempre più profondo.
Un mese dopo, per la crisi energetica, lo sviluppo economico improvvisamente si bloccò e l’inflazione cominciò a galoppare. Il sistema mondiale sembrava entrato in un ciclo depressivo e in una fase di instabilità che sarebbe diventata cronica. Lo shock fu tremendo e lo stallo si prolungò fino al ‘75. Il petrolio non arrivava più ma nei porti le navi cisterna erano piene. Lo sapevamo noi, lo sapevano altri. Una crisi pilotata, pensammo, gonfiata ad arte dalle multinazionali petrolifere, le famigerate sette sorelle. Ma oggi mi domando quale demone ci portò a scegliere le armi invece di stare al fianco dei pretori d’assalto che denunciavano la truffa e furono lasciati soli. Le esistenze di tutti sarebbero cambiate in meglio, da ambo le parti, e molti destini avrebbero visto cambiare il loro corso.

Ripenso alla strategia della tensione, a piazza Fontana, a Brescia. Stragi che cambiarono la mia vita e la mia visione del mondo. Davanti a un nemico così oscuro, così potente e disumano la via democratica mi apparve impraticabile, la rivoluzione si trasformò per me da speranza gioiosa in dura necessità. E alla fine, scelsi la guerra. Ma non una guerra come quelle che oggi infestano il mondo. Era per me “la” guerra. L’ultima, quella che avrebbe liberato.
Che ingenuità. Come potrebbe una guerra che è quantità di morte, volume di fuoco, partorire qualità di vita? Eppure, c’è chi ancora lo pensa. Quantità e qualità. La prima è materia, oggettiva, tangibile, computabile e conteggiata nel PIL, la seconda sembra essere ormai relegata nel regno dei desideri impossibili, è soggettiva, volatile, è puro spirito.
Un tempo la qualità della vita era valutata in relazione a un mondo ideale, concepito a misura d’uomo, a diritti conquistati e relazioni umane gratificanti, salute, cultura, istruzione, socialità, verde pubblico, asili, servizi, urbanistica, luoghi di aggregazione. Poi la sua misura è stata data dal benessere materiale, da un consumismo sfrenato, dagli status symbols, dai centri commerciali.

Oggi non sono più in grado di dire quanto pesarono nella mia scelta la ricerca di un’identità e la lealtà al gruppo e quanto la passione giovanile con la sua carica di empatia. Anche io avevo cercato rifugio in un’identità forte, che mi facesse sentire meno fragile, capace insieme ad altri di cambiare il mondo. Adesso che la passione si è attenuata, anche se non l’empatia, guardo le cose con maggiore disincanto e fuggo le identità rassicuranti. Identità forti, collettive, che oggi partoriscono aberrazioni come il razzismo, alimentano l’intolleranza e giustificano il terrorismo, curando solo chi appartiene al gruppo e tagliando fuori dai propri orizzonti tutto il resto degli esseri umani. Un po’ come avevamo fatto anche noi, solo che vedevamo il rapporto rovesciato e il nostro gruppo di riferimento come la stragrande maggioranza dell’umanità. Ma la sostanza non cambia, e le aberrazioni prodotte rimangono le stesse. Mi ritorna alla mente un episodio, non paragonabile alle morti ma significativo, io credo. Quando confermai il nome di Maccari, arrestato dalla Digos, come componente delle br e quarto uomo nella prigione di Moro, un compagno mi disse: ti sei sostituita a Dio. Non rammento più neppure cosa replicai a quell’accusa che mi lasciò di stucco. La mia testimonianza de relato non avrebbe provocato neppure la condanna di Maccari, bensì un’assoluzione per insufficienza di prove. Ma quello che mi agghiacciò fu altro. Nessun compagno si era mai posto lo stesso problema quando avevamo pensato di arrogarci il diritto di togliere la vita ad un altro essere umano. E adesso invece si tirava fuori dal cappello un dio che non era di tutti, ma che era solo un piccolo dio gruppettaro, che si occupava di sbrogliare le faccende interne tagliando fuori tutto il resto del mondo. Nessun pensiero ai familiari, alla loro sete di verità e al loro disperato bisogno di trovarsi davanti non un’astrazione, ma un corpo, un volto, una voce, una persona, per essere riconosciuti anche loro come tali nella concretezza della loro solitudine e del loro dolore.

Il mondo diviso. E lo è ancora oggi.
Avevamo idealizzato il nomadismo. Il desiderio di esplorare, di immergerci in altre realtà, in altre culture, era desiderio di conoscenza, una ricerca di noi stessi in relazione con il mondo, fino a trovare il nostro luogo. Nel profondo delle nostre anime, eravamo dei viaggiatori. E molti di noi lo sono stati.

Oggi guardo le carrette del mare, i volti esangui prosciugati dalla salsedine, dal freddo, dalla paura, la ricerca di un’altra terra che spesso è ormai solo una speranza di vita. Migranti. E penso alla lunga fuga dei cervelli, alle brevi fughe da turisti, a chi si muove per affari.
Sono pochi ormai, i viaggiatori.
Non lo sono le migliaia di profughi che sbarcano o annegano a pochi metri dalle nostre coste, scontrandosi contro il timore irragionevole della contaminazione, della perdita di identità, della sottrazione di diritti già perduti da tempo. Sento invocare la difesa di una sovranità politica già spazzata via dalla globalizzazione, quando i luoghi del potere reale sono ormai inaccessibili, fuori dai confini nazionali. Avverto la spinta a chiuderci in fortezze improbabili. Occorre affrontare il problema fuori dalle ideologie, si ripete. Beh, nulla è meno ideologico della carne viva, della sofferenza, di una richiesta di aiuto, dei disastri causati da una guerra. E se fossero dei viaggiatori direi lo stesso. Nulla è meno ideologico del desiderio di vivere e di conoscere.
Ci sentivamo combattenti della libertà, ma raramente ho affrontato discussioni sulla sua essenza. Cos’è la libertà? Cosa ne avremmo fatto, dopo? Come l’avremmo intesa? L’avremmo dimensionata all’interno di una visione olistica del mondo o derivata meccanicamente dal principio del danno? Ognuno aveva una sua idea. Chi la voleva compressa nella dittatura del proletariato e chi definita in corso d’opera nel comunismo realizzato, che per me era il regno della libertà per antonomasia, il regno dell’utopia, dove la libera espressione individuale non aveva più motivo di confliggere con le esigenze e l’armonia della comunità. Oggi ho l’impressione che viviamo un eccesso di libertà fasulle, che non producono nessun effetto al di fuori di una gratificazione effimera e illusoria. L’unica libertà che sento ancora viva è quella del pensiero, degli affetti e dell’arte.

Da piccola mi definivano selvatica, perché amavo la compagnia dei folletti e mi intimorivano gli umani. Appresi ad amarli, ma per dirla con Vecchioni per amare il mondo dovetti odiare troppo, odiare un po’ di più. Ora c’è chi mi presenta come una selvaggia, perché sono ritornata nei boschi. Ma nei boschi ritrovo la mia dimensione, il silenzio e la pace interiore, la voglia leggere, di scrivere, di dipingere. C’è uno scrittore a me molto caro che scrive nei bar, più il caos aumenta, più numerosi sono gli stimoli. Io non ne sarei mai capace. Dopo un’immersione di socialità ho bisogno di recuperare la mia solitudine, per permettere agli altri di fermarsi e abitare dentro di me. E per immaginare.

E da come la vedo oggi, la mia scelta delle armi di allora fu soprattutto conseguente a un blocco dell’immaginazione. Fra tutte le possibilità che avevamo davanti non fui capace di inventare niente, di vedere altre strade se non quella già battuta da sempre. Non fui capace, appunto, di immaginare. Il dilemma del carrello tornò ad essere un dilemma senza soluzione e le vittime non furono fotogrammi a due dimensioni. Noi non sfrecciavamo a bordo di un aereo, ma non credo che fu soltanto per questo che io non riuscii a frapporre alcun distacco. Credo che l’intuizione morale prevalse alla fine su tutte le costruzioni razionali e l’universo in cui ero vissuta si sgretolò con le mie convinzioni. Troppo tardi, continuo a pensare. Sarebbe stato meglio che mi fossi lasciata travolgere dai dubbi molto prima.

A rileggere la storia della propria vita a distanza di anni può sembrare che tratti di qualcun altro. Gli occhi degli altri. Il bene e il male. La sua banalità. La lotta eterna e le radici. “E se qualcuno di voi, in nome della giustizia, volesse punire con la scure l’albero guasto, ne esamini le radici. E scoprirà radici del bene e del male, feconde e sterili, tutte insieme intrecciate nel cuore silenzioso della terra.”
Questo mondo continua a non piacermi, ma non ho più la presunzione di cambiarlo. O meglio, di imporre un cambiamento. Quello in cui credo oggi è l’espressione artistica, e a questa mi dedico, senza alcuna ambizione ma con tenacia. Riprendendo gli amori della mia adolescenza, i colori, e riflettendo sul tema dell’identità. Un tema che mi affascina da sempre. Ne osservo le trasformazioni nella cultura di oggi, l’impermanenza e l’instabilità che la contraddistinguono, le insidie che presenta. Se fino a pochi anni fa la sua struttura poggiava ancora su una fisicità che si evolveva seguendo leggi naturali e su relazioni sociali concrete e riconoscibili, oggi si frantuma sull’onda d’urto della velocità e della mutevolezza del presente, si frammenta e si ricompone in un collage sempre nuovo di relazioni e di ruoli, si modella sugli stereotipi del corpo con un occhio all’ingegneria genetica, sperimenta il gioco delle identità multiple e dei nikname, diventa smontabile e rimontabile come un profilo di fb, impiantabile come una protesi o un organo mutante… e di fronte al disorientamento che ne nasce molto spesso il ritorno è ad una identità forte, collettiva, un’identità etnica, di gruppo o di clan. E, mutatis mutandis, si ricomincia da capo, penso. Ma l’arte in fondo è ricerca del bello, anche quando appare inquietante, scomoda, irritante. E tanto basta.

Non so se la bellezza salverà il mondo o se dovrà essere il mondo a salvare la bellezza. Ma penso, con Stendhal, che la bellezza sia una promessa di felicità. E la ricerca della felicità è sempre stata in grado di muovere il mondo. In fondo, penso, la bellezza è un dono e se le relazioni umane si ispirassero alla bellezza potrebbero riscoprire l’importanza della gratuità.
Anche e forse soprattutto in tempi di crisi, quando tutto sembra evolvere verso il peggio, quando tutto si polarizza e si radicalizza, la rabbia cresce assieme alla paura, quando le intenzioni dei potenti sfuggono alla nostra comprensione e sembra d’essere alla vigilia della distruzione.
Uno dei più grandi guru del neo liberismo, teorico della shock economy e consigliere del golpista cileno Pinochet, scrisse in un saggio:

“Soltanto una crisi, reale o percepita, produce vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo, è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa il politicamente inevitabile”.

Allora questo è il vero problema. Far circolare idee, sviluppare alternative. E questo vale per tutti, soprattutto per chi vorrebbe una società diversa.
Come tutti i sistemi complessi, anche questo è destinato prima o poi ad un cambio di paradigma. Il modo in cui si riorganizzerà è imprevedibile, ma sarà conseguente anche ai comportamenti che poniamo in essere oggi. È una responsabilità, ma certo più piacevole di quella terribile che ci assumemmo allora. Possiamo tornare felicemente ad immaginare. La fantasia per bilanciare l’eccesso di raziocinio. Emisfero destro ed emisfero sinistro.

Credo che una delle piaghe che ci affliggono sia l’eccesso di astrazione. Noi agivamo sempre alla luce del sole, senza coprirci il volto, ma al tempo stesso eravamo senza volto. La nostra identità era quella dell’organizzazione e le responsabilità dei nostri atti erano sempre intese collettive. Così come ai nostri occhi il nemico perdeva la concretezza della sua persona nell’astrattezza della sua funzione, anche noi perdevamo la natura di singoli individui per diventare membri di un organismo a cui appartenevamo e del quale eravamo solo una funzione.

Singolare pensare come da una stagione libertaria, che poneva al centro la persona, possa essersi affermata una forma così radicale di preminenza sul singolo del collettivo. E difficile, credo, è entrare in quella logica per comprenderla appieno. Ma se ci si riesce, allora non sono più reticenti quei brigatisti così misteriosi o irritanti che hanno taciuto nei processi sulle responsabilità individuali. È che, molto semplicemente, la responsabilità individuale non era contemplata. Tacevano su qualcosa che per loro non esisteva.
Questo ha sicuramente complicato la ricerca di una verità processuale, e ha lasciato spazio a qualunque tipo di strumentalizzazione e di dietrologie. Tanto è vero che ancora oggi si susseguono rivelazioni, notizie inedite, scoop. Alcune sembrano create ad arte, destinate a sgonfiarsi come bolle d’aria, invenzioni volgari, indimostrabili eccessi. Così che la sensazione che rimane, dissoltisi i fumi, è che non ci sia proprio nient’altro da scoprire. Chissà se è vero. Da parte istituzionale sono giunte a noi inadempienze, incuria, depistaggi, congetture spacciate per certezze. Incartamenti richiesti dai tribunali ritrovati ad anni di distanza in depositi marcescenti e mai giunti a destinazione. Disservizi non intenzionali? E mi torna in mente Mario Moretti quando ripeteva sempre che non esistono errori tecnici. Dietro un errore tecnico c’è sempre un errore politico, diceva. O una volontà politica, aggiungo io. Quando ci trovammo davanti all’uccisione di Rossa, omicidio presentato come uno sciagurato errore, furono le stesse parole che io e Morucci, contrapposti e scioccati, ripetemmo a Moretti. Ma sono verità difficili da conquistare.

Da anni si riaprono inchieste, si varano nuove commissioni, si spera nella consultazione dei documenti desecretati. Attorno alla tragedia del sequestro di Aldo Moro, i polveroni sollevati sono stati innumerevoli. Mi chiedo quanti siano stati provocati da chi cercava la verità e da chi invece cercava di nasconderne una parte. Confusi tra la polvere, il libro-intervista di Emmanuel Amara a Steve Pieczenik o alcune dichiarazioni, a volte contraddittorie, di Francesco Cossiga. Il libro di Amara passò quasi inosservato, nonostante le rivelazioni di Pieczenik fossero esplosive. Per la prima volta il funzionario del Dipartimento di Stato Usa, psichiatra esperto di antiterrorismo e superconsulente inviato al Comitato di crisi durante il sequestro Moro, affermava di aver ideato e messo in atto dall’esterno una “manipolazione psicologica” nei confronti delle BR al fine di indurle a uccidere l’ostaggio, depositario di compromettenti segreti Nato e fautore dell’ingresso del PCI nell’area di governo. “Fino alla fine ho avuto paura che lo liberassero” è una delle sue affermazioni più impressionanti. Strumenti della strategia posta in atto furono la fermezza, la delegittimazione di Aldo Moro, il falso comunicato del lago della Duchessa, inteso come vera e propria istigazione all’omicidio. Tutto ciò con il chiaro assenso e sostegno del governo italiano e del comitato di crisi.

Io mi auguro, senza troppe speranze, che venga fatta chiarezza su tutti i punti che ancora sembrano o restano oscuri, come l’eventuale passaggio di una moto non appartenente al nucleo operativo delle BR in via Fani o altre ingiustificate presenze di strani personaggi. Per me l’idea che da parte istituzionale qualcuno fosse a conoscenza di ciò che sarebbe accaduto ed abbia consentito che si consumasse l’omicidio dei cinque uomini della scorta, Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino, e poi dello stesso Aldo Moro, strumentalizzando le nostre scelte dissennate, è sconvolgente. Ma su questo non siamo noi, ex militanti BR, a poter fare chiarezza.
E tuttavia credo che la verità, così come la giustizia, dimori altrove.

La giustizia. Tutti ne parlano. Ne parlavamo anche noi allora, giustizia sociale, equità, teologia della liberazione. Ancora una volta era il futuro a dominare la scena. Oggi a sentirne parlare la giustizia somiglia più alla vendetta, si augura il carcere a chiunque trasgredisca una norma, come se infliggere una pena possa risanare una ferita. Ma punire è fare giustizia?
Si è fatto un gran parlare ormai da molti anni di libero arbitrio e della possibilità che sia soltanto un’illusione. Le neuroscienze vengono in soccorso delle tre Moire, oscurate dall’uomo artefice del proprio destino. Se le nostre azioni precedono il ragionamento, che è sempre elaborato a posteriori, qual è l’origine ultima dei nostri atti, mi chiedevo. Mi aveva intrigata, la questione. Chi non vorrebbe il sollievo di sentirsi sgravato di una qualche responsabilità? Ma forse analizzare il funzionamento di un cervello non basta. Siamo esseri sociali, la nostra coscienza non si forma nello splendido isolamento di un eremo, ma nell’interazione con gli altri. E se non lasciamo il nostro cervello altrove, arriviamo a modificarne la struttura attivando nuove connessioni, rafforzandone altre e lasciando morire quelle che non usiamo più. Ma la domanda resta: in che misura è il caso che ci governa e quanto invece la volontà? Siamo davvero in grado di scegliere autonomamente la nostra comunità di riferimento, la nostra comunità di destino? Le neuroscienze un giorno forse ci daranno una risposta, sta di fatto che io credo nella libertà di scelta e una quota di libertà dovrà pur esserci, se la mia coscienza alla fine mi ha sempre inchiodata alle mie personali responsabilità.

Oggi ho il privilegio di invecchiare, sia pure tra mille vicissitudini, tra le incombenze quotidiane, in tempi scanditi altrove. E allora mi fermo a ricordare. Volti bruniti nelle foto d’archivio, nell’internet dei quotidiani, nella memoria che si perde. La primavera che non giunse mai.
E allora vivo la solitudine del cuore invaso dal dolore degli altri. Una pioggia incessante di destini lontani che sembrano scivolare via insieme alla piena delle acque. Ma così vicini da sparigliare i pensieri. Forse è proprio in giornate come questa, in cui nulla può essere rimesso in fila dentro un ordine rassicurante, che la tracimazione può ritrovare un senso. Un senso che non sia di perdita, ma che vada verso il volto dell’altro.
Se oggi penso alla giustizia penso ai volti. Penso ai legami umani lacerati, alla rottura della relazione. E al bisogno di ricostruirla. Penso alla solitudine del dolore. A un tessuto sociale indifferente. A una memoria che non resta viva se congelata nel marmo delle lapidi, a una giustizia che non può vivere nella fredda burocrazia di un fascicolo, nel pronunciamento di una sentenza, nell’espiazione di una pena.

Il nostro diritto nasce e vive nell’astrazione. Si valuta l’entità del danno e la pericolosità sociale del reato e si stabilisce a priori una pena in proporzione. Non più persone ma categorie di reato. Non più persone ma categoria delle vittime.
Nella nostra cultura la nemicità permane anche dentro il percorso giudiziario. Nei processi le parti in causa sono avverse per definizione, e tali restano fino alla conclusione che vedrà uscire un vincitore. La dinamica tende a mantenere la distanza iniziale, quando non ad accrescerla, e non intacca l’ostilità. Nulla sembra favorire la verità e la comunicazione tra le parti, che nel migliore dei casi si affidano alla mediazione di una terza categoria, quella degli avvocati.

Nella tradizione africana sotto l’ombra di un grande albero la gente narra la propria storia. Lì si riuniscono i bambini e l’intera comunità, si ricompongono le liti e i conflitti che sorgono tra i componenti del villaggio, si dialoga con i defunti, si prendono le decisioni. È il luogo da cui si dipana la vita sociale, dove si costruiscono, si regolano e si riallacciano le relazioni, dove ci si ascolta e ci si racconta. È l’albero della parola.
Penso a Desmond Tutu e Nelson Mandela, alla loro Commissione per la Verità e la Riconciliazione, alla loro idea di una giustizia riparativa che ricompone le relazioni spezzate. Usare violenza, commettere un crimine, recide i legami con la comunità di cui si è parte. La giustizia nasce da lì, dalla riapertura di un dialogo interrotto. Sotto un ideale albero della parola si cerca la verità attraverso i racconti di chi ha subito e di chi ha usato violenza, favorendo un dialogo autentico e diretto, si restituisce dignità alle vittime e si dà loro ascolto, si costruisce giustizia concreta ricostruendo le relazioni, si responsabilizza la società intera.

La riconciliazione, penso, non è un beau geste, ma memoria viva, aperta, disponibile, capace di modularsi e di dialogare con ciò che oggi accade. È un impegno costante, fatto di incontri, di attenzione, di ascolto, del desiderio di sottrarre le persone al malinconico destino di un fotogramma bidimensionale. Memoria e impegno.
Poco importa che io non abbia ancora imparato a maneggiare con disinvoltura le parole. Mi intimoriscono come un tempo mi intimorivano gli umani. Ogni parola ha un significato preciso, un’intonazione che esprime una sfumatura diversa, uno stato d’animo, un’ampiezza, una profondità. Le parole possono animarsi, scavare, esplodere, accarezzare o diventare taglienti come schegge di vetro. Le guardo uscire da un’esile penna o dalla strettoia della gola e si mostrano docili e mansuete. Ma so che appena conquisteranno la loro libertà sceglieranno e saranno scelte attraverso percorsi imprevedibili. Eppure, se oggi qualcuno mi chiede dov’è la verità, o dov’è la giustizia, io rispondo: sotto l’albero della parola.

14 Ottobre 2015






Silvana Mazzocchi – NELL’ANNO DELLA TIGRE – Feltrinelli 2015


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