IL GIACOBINO FEDELE A SE STESSO di Claudio Vercelli

 
 
 
 
Maximilien Robespierre. Fu uno dei maggiori «becchini» dell’Ancien Régime. Coltivò e impose una intransigente morale pubblica, ma in molte occasioni contenne il Terrore contro l’aristocrazia, rimanendo però travolto dalle stesse dinamiche da lui avviate. «Robespierre. Una vita rivoluzionaria» dello storico Peter McPhee per il Saggiatore

 

 

Una vita durata trentasei anni, la cui fine è ben conosciuta: nata all’insegna della modestia, agli immediati margini della buona società dell’Artois, cresciuta sotto gli auspici di una condotta informata all’impegno nello studio e alla piccola promozione sociale derivante dal divenire avvocato, peraltro non privo di talento, ed infine culminata nel turbinio rivoluzionario, quando divenne protagonista quasi assoluto dei cinque anni che avrebbero sconvolto il mondo. Questa è stata la parabola di Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre, meglio conosciuto, all’epoca sua, come l’«Incorruttibile» e poi il «tiranno» o «despota». Non si sposò mai né ebbe figli. La sua esistenza era interamente proiettata verso la sfera pubblica, al punto di ritenere che potesse divenire, nel nome del «governo delle virtù», una materia da plasmare costantemente. Sulle donne pare esercitasse un discreto fascino ma non certo per il suo volto butterato quanto per quel rapporto di connubio tra potere e idealità che sembrava incarnare agli occhi di molte. La seduzione della forza e dell’intemperanza dialettica, che a lui piaceva invece pensare essere il prodotto di una morale profonda, rigorosa, imperturbabile, non poteva non attrarre una discreta schiera di astanti. Non di meno, facendo rifuggire molti altri da qualsiasi legame con la sua persona.

La sua traiettoria esistenziale, e con essa quella culturale e politica, è sufficientemente nota, andando a ricalco delle passioni di un’epoca di profondi cambiamenti. Se fosse nato in tempi diversi, in tutta probabilità sarebbe stato un buon giurista di periferia, destinato ad una qualche ascesa sociale nel momento in cui fosse entrato in rapporto con gli inamovibili centri del potere francese. Ma gli toccò in sorte di celebrare il tumultuoso declino dell’Ancien Régime, del quale fu uno dei principali becchini. Non a caso, al vitalismo che lo accompagnava, contesogli da personaggi della sua stessa indole, come un George Jacques Danton, alleato prima e antagonista poi, si accompagnò, negli anni del «terrore», un’aura di morte che anticipò la sua stessa dipartita.

L’onda tellurica degli eventi

Così ce lo racconta, tra le infinite cose e la miriade di aneddoti che sono offerti al lettore, Peter McPhee, Fellow professor all’Università di Melbourne, tra i maggiori specialisti della storia rivoluzionaria francese. L’edizione italiana del suo Robespierre. Una vita rivoluzionaria (il Saggiatore, pp. 358, euro 26) ripercorre non solo un’esistenza ma il suo farsi culturale prima, ideologico poi e, infine, politico, fino alla morte dettata, notoriamente, da quelle stesse circostanze di cui era stato promotore. Si tratta di un soggetto problematico, non solo perché vivacemente biografato ma per via della sua indole fortemente polarizzante e divisiva. Il suo solido razionalismo si incontrava con una propensione comunicativa che, dinanzi al tumulto dei cambiamenti intervenuti in rapida successione dal 1789 in poi, divenne impetuosa foga oratoria, spesso innamorata di sé e della sua abilità dialettica. La caratterialità, in origine mite e pacata, seguì quindi l’onda tellurica degli eventi. In parte ne fu travolta, in parte si fece travolgente.

La migliore definizione del capo giacobino è forse quella che diede di lui, a morte già avvenuta, tale Vilate, un giovane militante, a sua volta destinato alla ghigliottina, quando lo descriveva come «lucido, molto impegnato nel lavoro, irascibile, vendicativo e imperioso». In realtà Maximilien Robespierre incarnò dal 1789 in poi il permanente stato febbrile che una parte della società politica francese, emersa dalla disintegrazione del sistema di rappresentanza regale, aveva fatto proprio. Di questa condizione, dove il mutamento repentino e impetuoso costituiva l’indice più importante, raccoglieva tutti gli aspetti di contraddittorietà: contrario per principio alla pena di morte, da lui considerata «un delitto», ne autorizzò l’ampio ricorso per «salvare l’onore della Convenzione e della Montagna», ossia l’assemblea legislativa e la fazione politica di appartenenza; avverso alla guerra, patrocinò in tutti i modi il rafforzamento dell’esercito repubblicano; egualitario e contrario ad ogni forma di privilegio, si avventurò per una strada dove il livellamento politico si traduceva nella parziale disintegrazione delle strutture sociali del Paese; presentato e poi denigrato come dittatore, di fatto non andò mai oltre l’esercizio di un indiscutibile carisma morale e una robusta influenza politica nei confronti della componente giacobina, senza per questo arrivare a controllare completamente la complessa e convulsa struttura della politica nazionale nella stagione del Terrore, tra l’estate del 1793 e quella del 1794. A tale riguardo, non è un caso se a pagare pegno fu lui medesimo, divenendo il catalizzatore prima del malcontento e poi dell’avversione nei confronti del radicalismo assunto dalle istituzioni repubblicane, alla rincorsa, sempre più accelerata, di capri espiatori e, infine, di un lavacro collettivo dal quale illusoriamente rigenerare le fondamenta del patto sociale tra gruppi e ceti in forte tensione. Di qui a farlo vittima degli eventi, tuttavia, ne corre.

L’ossessione del complotto

Robespierre porta su di sé molte responsabilità nel deragliamento terroristico dei processi rivoluzionari. «Terreur jusqu’à la paix», si diceva allora. Cercò di mitigarne alcune estremizzazioni, soprattutto durante la prima guerra di Vandea, quando i massacri a danno dei civili compiuti dalla guardia nazionale repubblicana avviarono la lunga prassi di una politica di repressione indiscriminata contro gli insorgenti, la quale si sarebbe ripetuta nel corso del tempo, diventando una triste abitudine nel Novecento. Di tale condotta, peraltro, non se ne avvantaggiò mai, vedendo piuttosto crescere il capitale politico di credibilità dei suoi avversari che, nel mentre si davano alle violenze, ne riversavano la responsabilità su di lui, alternativamente accusandolo di debolezza e di inadeguatezza. Anche per tali ragioni, l’ossessione per la corruzione e il complotto, l’angoscia per la controrivoluzione incombente insieme all’esaltazione del governo dei virtuosi, espressione della volontà popolare, posero le basi per l’annichilimento delle potenzialità insite nel grande trapasso che la società francese stava vivendo in quegli anni.

Robespierre, che pure non era tra i più estremisti, si fece coinvolgere in un brutale gioco al ribasso, arrivando a licenziare la legge contro i «nemici della Rivoluzione e del popolo» del 10 giugno 1794, che cancellava di fatto il diritto degli imputati alla difesa, il ricorso in appello, il giudizio alternativo alla piena assoluzione o alla totale condanna e stabilendo, infine, che il mero sospetto fosse di per se stesso elemento sufficientemente probante. Dirà Saint Just che «tutto ciò che sta succedendo è orribile, ma necessario», inconsapevole che lui e Robespierre si stessero in tale modo scavando la fossa. Entrambi, infatti, non avevano capito che la battaglia per ristabilire la legalità, minacciata dalle congiure degli aristocratici, dalla mobilitazione di una parte della società rurale, in rotta di collisione con i centri urbani e metropolitani, dalle pressioni internazionali, non potesse esulare dalla questione della liceità delle condotte assunte. Più che una questione di ordine etico era un punto di natura politica.

Robespierre, come racconta in più passaggi McPhee, stava perdendo la capacità sia di fare coalizione che di raccogliere consenso, due peccati capitali per un politico. Mentre invece pesavano sempre di più la sua crescente incapacità di confrontarsi con i dati dell’oggettività, tanto più se sgradevoli e quindi ineludibili. Un fatto, questo, che ne segnò definitivamente l’isolamento. Mentre il Comitato di salute pubblica, controllato dallo stesso Robespierre con Saint Just e Couthon, andava configurandosi come un circuito di potere dai tratti dittatoriali, l’aggressività degli atteggiamenti contro i suoi stessi interlocutori, il solipsismo e la fuga intellettuale in una concezione puramente astratta degli obblighi della Repubblica, erosero velocemente il residuo capitale di credibilità. Ne derivò il formarsi di una coalizione eterogenea di avversari, accomunati dalla volontà di ribaltare il governo giacobino.

I termidoriani, come sarebbero poi stati conosciuti, posero temine, il 28 luglio del 1794, all’esperienza politica di Robespierre così come alla sua stessa esistenza. Ghigliottinato nelle ore successive all’arresto, senza processo, tra il tripudio popolare, finiva la vita come l’aveva vissuta, in una sorta di accelerazione continua, fino alla perdita del controllo di se stesso e del suo destino. Per molto tempo la sua immagine, a quel punto dai più detestata, fu sottoposta ad una sorta di astiosa dannazione, attribuendo al personaggio politico più colpe di quante non gli appartenessero concretamente.

Una categoria controversa

Quello che era oramai divenuto un pregiudizio fu mitigato solo a più di cent’anni dalla morte quando una parte della storiografia, confrontandosi con il fenomeno del fascismo, ne recuperò l’intransigenza rivoluzionaria ma anche l’idea di democrazia dal basso. Così per autori come Albert Mathiez, Georges Lefebvre e Gerard Walter. Diverso è il richiamo che si è fatto in anni più recenti, dove la disinvolta equiparazione del passato francese ad alcune tragedie del Novecento ha portato ad accostare di nuovo il rivoluzionario alle peggiori vicende dello stalinismo, stabilendo un’arbitraria linea di continuità tra trascorsi differenti.

Il dibattito, condensatosi intorno alla controversa categoria del totalitarismo, è sufficientemente noto per essere anche solo richiamato. Peter McPhee non se ne occupa, peraltro, impegnato com’è a consegnarci una biografia non necessariamente inedita ma del tutto estranea a qualsiasi clamore, molto attenta a cogliere gli innumerevoli fili di un’esistenza breve, intensa e contraddittoria. Di sé, non a caso, Robespierre diceva, a titolo di inconsapevole epitaffio: «sono popolo io stesso! Non sono mai stato nient’altro, e voglio essere soltanto questo!». Il popolo non è detto che gliene sia stato riconoscente.

 
 
 
 

12 Dicembre 2015

da “Il Manifesto”

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