LO STATO ISLAMICO IN IRAQ E NEL LEVANTE SORTO SULLE SPERANZE INFRANTE DELLE PRIMAVERE ARABE di Adam Hanieh

 

 

Dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, gran parte della sinistra ha collegato l’ascesa dello Stato islamico [IS] in Iraq e nel Levante all’approfondirsi della violenza imperialista in Medio Oriente. La guerra e l’imperialismo da un lato, e il crescente impatto del terrorismo jihadista dall’altro, vengono descritti come stretti in una morsa di violenza e di distruzione che li rafforza reciprocamente. «La barbarie imperialista e quella islamista si alimentano reciprocamente», scriveva il Nuovo Partito Anticapitalista francese poco dopo gli attentati di Parigi. Per infrangere questa micidiale morsa nichilista, occorre opporsi all’intervento straniero, porre fine alla violenza imperialista e fermare il saccheggio delle ricchezze nei paesi medio-orientali, in Africa e altrove.

La logica di fondo di questo argomento ha senza dubbio una solidità. Tuttavia, in fatto di valore esplicativo, un tipo di analisi del genere non va molto in là. Soffre di una generalizzazione e un’astrazione eccessive – non ci dice molto sulla specificità di questo particolare momento e sulla natura dell’IS come movimento. Stabilendo una sorta di automaticità o di specchio naturale che riflette l’IS e l’imperialismo, ci possono sfuggire l’importanza del contesto e la storia che ha dato forma alla straordinariamente rapida crescita di questa organizzazione

Perché la risposta all’aggressione occidentale e alle situazione catastrofica in Siria, in Africa e altrove nel complesso dell’area assume questa particolare forma ideologica e politica? Che cos’è che spiega il sostegno che l’IS trova sul posto, nel mondo arabo e in Europa? E come mai in questo modo?

La genesi vera dell’ascesa dell’IS va ricercata nella traiettoria delle sollevazioni arabe che sono esplose nel 2011 e 2012. Queste esprimevano un’enorme speranza, che bisognava continuare a sostenere. Hanno subito la repressione e il cambiamento repentino, senza riuscire a procedere in nessuna direzione di fondo. È in questa breccia che sono sorti i gruppi islamisti, essendo il loro rafforzamento strettamente calibrato sul rifluire delle rivolte e delle aspirazioni popolari alla democrazia che queste incarnavano. Non era affatto inevitabile. Ma le difficoltà che le rivoluzioni hanno dovuto affrontare hanno creato un vuoto, che qualcos’altro doveva colmare.

La visione del mondo dell’IS è l’espressione ideologica di questa nuova realtà. Per essere chiari, l’ascesa dell’IS non si può semplicemente spiegare come il risultato dell’ideologia o della religione, come sembrano credere tanti commentatori occidentali. Sono radici sociali e politiche molto concrete quelle che spiegano la crescita dell’organizzazione.

Tuttavia, prendere sul serio l’espressione ideologica ci aiuta a capire come i diversi fattori che si incrociano, la propagazione distruttiva del confessionalismo, la devastante repressione in Siria e in Iraq, nonché gli interessi in Medio Oriente delle varie potenze regionali e internazionali, abbiano tutti contribuito attivamente alla crescita dell’IS.

È la dialettica del riflusso: la crescita dell’IS ha simultaneamente rafforzato e alimentato l’incapacità di realizzare le aspirazioni del 2011, mentre la regione si impantanava in tutta una serie di crisi che si approfondivano. Il quadro ideologico di queste crisi proposto dell’IS è chiaramente erroneo, ma è nondimeno quello che ad alcuni sembra in consonanza con l’esperienza direttamente vissuta, la base di fondo per loro di una visione del mondo che dà un senso al caos e alla distruzione. Sono questi gli aspetti del processo che, rafforzandosi reciprocamente, rendono così pericolosa la situazione attuale.

I fantasmi del 2011

Gli sconvolgimenti iniziati con le manifestazioni in Tunisia e in Egitto nel 2010 e 2011, successivamente irradiatesi attraverso l’intera regione, sono state le rivolte più importanti da almeno cinquant’anni in Medio Oriente. È importante ricordare la promessa iniziale incarnata in quei movimenti, oggi che molti sono pronti a rifiutarli come già condannati in partenza – o, peggio, come una sorta di complotto ordito da cospiratori stranieri.

Quelle manifestazioni, per la prima volta da generazioni, hanno fatto entrare nell’attività politica di massa milioni di persone, squassando seriamente le strutture statuali vigenti e l’influenza dei regimi repressivi alleati dell’Occidente. Ancor più importante, la natura regionale del movimento ha posto in rilievo i punti comuni e le esperienze condivise delle popolazioni medio-orientali. Il loro impatto sulla coscienza politica e le forme di organizzazione continua a farsi sentire attraverso il mondo.

Dopo l’inizio delle sollevazioni, era chiaro che la posta in gioco andava ben oltre la caricatura semplicistica: “democrazia contro dittatura”, come hanno suggerito tanti commentatori. Le ragioni che spingevano la gente a scendere in piazza erano profondamente connesse alle forme del capitalismo nell’area: decenni di ristrutturazione neoliberista dell’economia, le ripercussioni delle crisi mondiali e il modo in cui da tempo gli Stati arabi erano retti da regimi autocratici, polizieschi e militari, spalleggiati dalle potenze occidentali.

Questi fattori vanno considerati nel loro complesso, non come cause distinte e divisibili. I manifestanti non hanno necessariamente articolato in modo esplicito questa totalità come motivo della loro rabbia, ma questa realtà sottesa stava ad indicare che i problemi profondi con cui si scontra il mondo arabo non si sarebbero mai risolti con la semplice eliminazione degli autocrati.

Proprio per impedire una simile sfida alle strutture economico-politiche, gli strati dirigenti, sorretti dalle potenze occidentali e dai loro alleati regionali, sono intervenuti rapidamente, cercando di annullare la possibilità di un cambiamento. Questo è avvenuto con vari strumenti e con un ventaglio di protagonisti politici che hanno conformato i differenti processi controrivoluzionari, a seconda di ciascun paese.

A livello della politica economica, vi sono stati scarsi cambiamenti, perché i creditori occidentali e le istituzioni finanziarie internazionali hanno insistito sulla continuità delle riforme neoliberiste sia in Egitto, sia in Tunisia, in Marocco e in Giordania. Il dispiegamento di nuove leggi e decreti d’urgenza – che vietavano manifestazioni, scioperi e movimenti politici – era affiancato dalla continuità economica di cui erano una condizione preliminare.

Al tempo stesso, sono rapidamente aumentati gli interventi politici e militari nell’area. La spaccatura della Libia in seguito all’intervento militare occidentale diretto, e lo schiacciamento dell’insurrezione nel Bahrein sotto la sferza dell’Arabia Saudita, sono stati i due momenti chiave di questo processo. Il colpo di Stato militare del Luglio 2013 in Egitto ha segnato del pari un punto critico nella ricostruzione delle vecchie strutture statuali, confermando al contempo il ruolo pernicioso degli Stati del Golfo nel ricacciare indietro il processo rivoluzionario egiziano. Forse ancor più importanti, le devastazioni sociali e fisiche causate dal regime di Assad in Siria – tra cui centinaia di migliaia di morti e milioni di persone costrette a fuggire all’estero o a spostarsi all’interno del paese – hanno rafforzato nell’intera regione un senso di disperazione che prende il posto dell’iniziale ottimismo del 2011.

L’IS e le sue precedenti incarnazioni sono stati fondamentalmente assenti dalle prime fasi di quelle sollevazioni – le massicce manifestazioni, gli scioperi e i movimenti di protesta creativi che hanno scosso tutti i paesi arabi nel corso del 2011. L’unico commento che l’IS (allora Stato islamico d’Iraq) è stato capace di produrre dopo il rovesciamento della dittatura di Hosni Mubarak è stata infatti una dichiarazione che metteva in guardia da secolarismo, democrazia e nazionalismo, consigliando agli egiziani di «non sostituire il meglio con qualcosa di peggio».

Quando però le aspirazioni iniziali al cambiamento reale si sono trovate sempre più in difficoltà, l’IS e gli altri gruppi jihadisti sono emersi come il sintomo dell’ inversione, l’espressione del riflusso del processo rivoluzionario e della sensazione di caos crescente. Per capire meglio perché sia accaduto, occorre soffermarci brevemente sull’ideologia e la visione del mondo propagate dall’IS.

Autenticità, brutalità, utopia

Spesso si definisce il fondamentalismo islamico come il ritorno a un magnifico passato, che si presume modellato (nel caso sunnita) sulle prime generazioni di dirigenti islamici successivi alla morte del profeta Maometto. L’IS sostiene questo obiettivo e, in termini di pratica sociale e di leggi religiose, è così che intende governare.

Ridurre tuttavia l’IS al semplice irredentismo del VII secolo sarebbe un grave errore. L’organizzazione prende sul serio il progetto di costruire uno Stato, dedica molto impegno ad impiantare varie strutture finanziarie, giuridiche e amministrative nei territori che attualmente controlla. Benché i confini di queste zone siano in costante evoluzione e vi siano valutazioni differenti di che cosa si intenda per “controllo”, l’IS ha una dimensione territoriale piuttosto vasta e domina, stando ad alcune stime, oltre 10 milioni di persone.

Nel quadro di questo progetto molto modernista, l’organizzazione ha assegnato grande priorità allo sviluppo di una sofisticata rete di mezzi di comunicazione di massa per la propaganda, che supera qualitativamente gli altri esempi di predominio islamista, ad esempio l’Afghanistan dominato dai Talebani, dove gli alberi adorni di televisori e l’“esecuzione” di computer restano le immagini che durano dagli anni Novanta-inizi del 2000.

Un ricercatore ha stimato che il gruppo “media” dell’IS produca circa 40 emissioni al giorno, tra cui video, reportages, articoli e programmi audio in varie lingue. La nuova programmazione può rivaleggiare con tutte le reti televisive e contrasta con il vecchio modello di al-Qaeda, che si basava su cassette VHS inviate di contrabbando dalle montagne afghane fino ad Al-Jazeera, dove la loro diffusione dipendeva dai capricci di giornalisti ostili e dei servizi segreti.

La rete decentrata tramite cui viene diffusa la propaganda dell’IS è anch’essa unica: utilizza una rete di computer, Twitter e siti anonimi come just-past e archive.org per ospitare i propri media. Abdel Bari Atwan, un giornalista arabo che si avvale di informatori ben piazzati, sostiene che l’organizzazione controlla oltre centomila computer Twitter e invia quotidianamente 50.000 twett. Questo sistema, come altri media sociali, sono gli strumenti con cui l’IS diffonde i propri messaggi e recluta. La capacità tecnologica dell’IS in questo campo è largamente riconosciuta: di recente il presidente Obama li definiva «un mucchio di assassini con buoni media sociali». Ma l’efficace utilizzazione da parte dell’IS della tecnologia e dei media sociali va considerata come qualcosa di più di una questione di competenze tecnologiche o solo una risposta a condizioni di segretezza e vigilanza costante. L’elevata priorità assegnata dall’IS ai media sociali sta piuttosto a indicare la sua preoccupazione ossessiva per la performance e l’autorappresentazione. È difficile infatti trovare un’altra entità politica o religiosa nella zona che prenda in considerazione il problema del “marchio” e della proiezione della propria immagine nel mondo intero.

In questo sistema di messaggistica ideologica si possono distinguere tre principali figure stilistiche:

– La prima è un’evidente caratteristica di ogni movimento fondamentalista: il rilievo innanzitutto dell’autenticità religiosa o l’esigenza di rivendicare incessantemente la propria fedeltà al testo sacro. In questo contesto, quel che costituisce l’“autenticità” va continuamente affermato e sostenuto contro le prospettive rivali.

Vi sono molti esempi che indicano questa preoccupazione dell’IS. Vari commentatori hanno ad esempio osservato che il gruppo attribuisce una rilevanza in apparenza strana alla piccola cittadina di Dabiq, alquanto insignificante, situata nel Nord della Siria. Non è di alcuna utilità militare, né dispone di risorse naturali. Tuttavia, il deposito elettronico dell’IS porta il nome di questa località e il gruppo ha constatato un grande afflusso di reclute quando ha annunciato la battaglia per impadronirsi del luogo. Perché? Dabicq ha un ruolo particolare nell’escatologia islamica come sito di una futura battaglia con gli eserciti infedeli che deve preannunciare l’inizio dell’apocalisse. Impossessandosi di questa cittadina siriana l’IS può proiettarsi come colui che segue la via predetta secoli fa. Stessa cosa per l’annuncio, con forte risonanza tra gli arabi musulmani, che la città di Raqqa è la sua sede occidentale. La città era stato il luogo di residenza di Haroun al-Rachid, il quinto califfo della dinastia abasside, un periodo da molti considerato come l’età d’oro dell’Islam.

– La seconda principale funzione della propaganda dell’IS è l’impiego ben noto dell’atrocità: le decapitazioni in diretta, le esecuzioni e altri contenuti scioccanti che hanno fatto notare il gruppo in tutto il mondo, sugli schermi televisivi e nei computer. Il materiale volutamente orripilante gli assicura una completa copertura mediatica, come pure la fama istantanea. Paragonate questo ad al-Qaeda, che ha avuto bisogno di decenni e degli attacchi dell’11 settembre per far conoscere il suo nome. Tuttavia, l’atrocità è ben più di un modo per far parlare i cronisti di sé. Vi si ricorre in modo strumentale per ingenerare paura.

Questa strategia è risultata incredibilmente efficace: quando l’IS si è avvicinato a Mossul nel giugno 2014, l’esercito iracheno è semplicemente scappato, spogliandosi e abbandonando le armi, consentendo ai jihadisti di impossessarsi di un numero incalcolabile di armi e veicoli militari da trasporto, nonché, secondo alcuni giornalisti, di 400 milioni di dollari della Banca centrale irachena (notizia che è stata contestata). Infine, ma è forse la cosa più importante: l’impiego cosciente della violenza più estrema è un elemento di quella che l’IS descrive come la sua strategia di «polarizzazione», allo scopo di fare esplodere sanguinose guerre confessionali che servono di base alla sua espansione nella regione.

– Tuttavia, contrariamente allo stereotipo propagato dai media occidentali, il principale contenuto della propaganda dell’IS è molto più banale della violenza che gli ha consentito di farsi conoscere. Si tratta della terza figura stilistica della sua propaganda: la tematica utopica, che mira a prospettare i vantaggi della vita nel “califfato”, in particolare una florida attività economica, bei paesaggi e un’esistenza stabile.

Un saggio esaustivo che analizza le produzioni mediatiche di questa organizzazione nel periodo metà luglio-metà agosto 2015 mostra come oltre la metà di queste si incentrino su temi utopici. Anche la rivista Dabiq è fortemente impregnata di questi temi. Si tratta dell’elemento meno ben interpretato del modo in cui il gruppo si proietta nel mondo arabo. E, di certo, dell’elemento principale. Questo orientamento sembra soprattutto rivolto al mondo arabo.

Un’occhiata ai computer Twitter relativi all’IS fa apparire l’importanza di chiacchierate, in apparenza sciocche, noiose, relative alla vita quotidiana nell’IS: fornitura di acqua corrente, mercati ben forniti con frutta e verdure piene di colori, pane fresco, nonché nuove cliniche dentistiche. L’osservazione sottolinea l’innegabile dato di fatto che l’IS si presenta coscientemente dal punto di vista coreografico come un isolotto di pace e stabilità nel bel mezzo di una regione in preda al caos e allo sconvolgimento. È importante, questo, per capire l’attrazione che l’IS costituisce per determinati strati della popolazione. In un periodo di profonda crisi, la promessa di un certo livello di sicurezza fa parte di ciò che rende attraente l’IS (o lo fa perlomeno apparire come la scelta “meno peggio”). Se si vuole capire come questa organizzazione sia riuscita ad espandersi nel corso dell’ultimo anno, occorre tener conto del ruolo di questa promessa utopica, che costituisce un indicatore importante.

Questo non significa che la dominazione dell’IS non sia brutale o repressiva, soprattutto per le vittime della sue violenza confessionale, ma piuttosto che si può appunto trovare una qualche speranza nella vacuità delle sue promesse utopiche.

Gestione del “caos barbarico”

Il trittico della propaganda dell’IS – autenticità religiosa, atrocità e utopia – è in sé il riflesso di una più vasta escatologia: una periodizzazione della storia e del futuro basata sull’imminenza della fine dei tempi. Si tratta di una differenza di fondo tra l’IS e gli altri gruppi jihadisti, ad esempio al-Qaeda.

Contrariamente a quest’ultima organizzazione, l’IS tende a porre in primo piano lo svolgimento sequenziale di fasi storiche associate a momenti profetici (l’esempio di Dabiq ne è un’illustrazione). Per questa ragione la questione dell’autenticità è così importante nella propaganda. In maniera totalmente meno evidente, questa escatologia fornisce anche una spiegazione del ricorso all’atrocità e all’utopia, cui abbiamo accennato sopra.

L’indizio migliore di questo si può trovare in un riferimento molto popolare alla strategia jihadista: il libro Gestione della barbarie. La tappa per cui dovrà passare l’islam per restaurare il califfato (The Administration of Savagery. The Most Critical Stage through which the Islam Nation Will Pass), dapprima pubblicato su Internet in arabo nel 2004 da Abu Bakr Naji (pseudonimo).Questo libro non andrebbe considerato (come succede in certe narrazioni giornalistiche) uno scenario o un manuale di strategia per i gruppi jihadisti; si tratta piuttosto di un testo la cui popolarità rivela qualcosa della visione del mondo che diffonde il pensiero jihadista.

Per una rapida sintesi, l’obiettivo principale della «Gestione della barbarie» è spiegare le misure che l’IS deve prendere per porre fine alla dominazione della regione da parte delle “grandi potenze” (degli Stati Uniti in primo luogo) e per instaurare uno Stato in concordanza con i principi islamici. “La gestione della barbarie” (Administration on Savagery, sintetizzato a volte con AoS) delimita due distinte fasi storiche che si devono aprire prima di poter instaurare uno Stato islamico.

La prima fase – la fase della demoralizzazione e dell’esaurimento – è quella che l’autore crede sia in corso nel mondo arabo quando scrive il suo libro (inizi anni 2000). Durante quella fase, il compito è quello di non dare tregua al nemico e di destabilizzarlo con «operazioni di demoralizzazione», inclusi attentati contro luoghi turistici e zone di importanza economica (soprattutto petrolifera). Tali azioni costringerebbero i governi arabi a dispiegare le loro forze di sicurezza in zone molto vaste – un’impresa dispendiosa, che lascerebbe inevitabilmente esposti nuovi bersagli. Si presume inoltre che l’evidente capacità dei gruppi jihadisti di intraprendere azioni del genere con totale impunità agirebbe da propaganda attraverso i fatti, per aiutarli così ad attirare nuove reclute.

Scopo ultimo delle operazioni è provocare una situazione di disordini e di tracollo delle strutture statuali, descritta dall’autore come fase di «caos barbarico». Si tratta di una fase di forte crescita dell’instabilità sia sociale sia personale, di mancanza di essenziali servizi sociali e di sviluppo di ogni forma di violenza sociale. La si concepisce come naturale conseguenza della distruzione e del crollo delle strutture statuali, auspicato ed esaltato dai gruppi jihadisti.

All’ingresso nell’ulteriore caos, il ruolo dei jihadisti sarebbe quello di prendere in pugno la situazione e di «gestire e amministrare la barbarie». In concreto, questo significa fornire servizi quali «rifornimenti di generi alimentari e assistenza medica, salvaguardia della sicurezza e della giustizia tra le popolazioni che vivono nelle zone della barbarie, sicurezza dei confini ad opera di gruppi che dissuadano chiunque cerchi di assalire queste zone, come pure la creazione di fortificazioni difensive». La “gestione della barbarie” riflette chiaramente come veda l’IS il suo attuale ruolo nel mondo arabo, soprattutto in Iraq e in Siria, e ci aiuta a capire perché il tema utopico abbia così grande importanza nella sua propaganda.

Tra l’altro, nello schema della “gestione della barbarie” il ruolo della violenza è altrettanto essenziale. Facendo eco all’impiego del termine da parte dell’IS, AoS raccomanda l’utilizzazione deliberatamente esasperata ed efficiente della violenza: «Massacrare il nemico e incutergli paura» deve servire a far sì che gli avversari «riflettano mille volte prima di attaccarlo». Questo comporta il cosiddetto “prezzo da pagare” per le azioni, puntando a dissuadere gli attacchi per paura di ulteriori rappresaglie.

Analogamente, tutte le azioni mirano a imporre la “polarizzazione” della società attraverso il ricorso a una violenza spropositata. Come indica l’autore: «Per fare entrare nella lotta le masse occorrono più azioni tendenti a infiammare l’opposizione, che forzino le persone a impegnarsi, lo vogliano o no, in modo che ciascun individuo debba scegliere da che parte stare. Dobbiamo rendere molto violenta questa lotta, cosicché la morte sia come il battito del cuore e entrambi i gruppi si rendano conto che la lotta comporta di frequente la morte».

Questa formulazione impone una conclusione: la situazione deve peggiorare prima di cambiare in meglio. L’autore riconosce (e approva) questa logica auto-realizzatrice, osservando che, anche se il gruppo jihadista fallisce nell’immediata gestione della barbarie, i risultati miglioreranno: l’insuccesso – scrive – «non vuol dire che le cose si fermino lì, perché questo insuccesso porterà ad ancora maggior barbarie».

Questo instaura un’inevitabile teleologia, che prospera in situazioni particolarmente negative, quando l’esistenza stessa dei cicli di violenza, che si rafforzano e anche si aggravano reciprocamente, diventa la prova della correttezza dello schema.

L’Iraq dopo l’invasione e il settarismo confessionale

C’è un nesso evidente tra la visione del mondo dell’IS e l’ascesa disastrosa del confessionalismo in tutta la regione. Benché l’autore della Gestione della barbarie e i dirigenti dei precedenti gruppi jihadisti si siano preoccupati di evitare una sanzione religiosa per violenza inter-musulmana e abbiano condannato ogni deliberata intenzione di prendere come bersagli altri musulmani, questo sarebbe cambiato dopo la comparsa di al-Qaeda in Iraq verso la metà degli anni 2000. Diretta dal giordano Abu Musab al-Zarqawi, questa organizzazione è giunta alla conclusione che gli attentati dinamitardi contro cerimonie e istituzioni religiose fossero uno degli strumenti più efficaci della polarizzazione.

In Iraq, Zarqawi ha coscientemente ricercato di scatenare una guerra civile tra sciiti e sunniti, procedendo metodicamente a una serie di devastanti attentati contro la comunità sciita. Queste azioni, abbinate ai video di orribili decapitazioni che gli hanno valso il soprannome di “sceicco dei macellai”, hanno suscitato la collera crescente dei capi storici di al-Qaeda, Osama ben Laden e Ayman al-Zawahiri. Quest’ultimo ha anche scritto una lettera di risposta, divenuta celebre, indirizzata a Zarqawi nel 2005, in cui definisce le «scene del macello degli ostaggi» e gli attacchi contro gli sciiti in Iraq una tattica tendente ad alienare l’indispensabile base d’appoggio ad al-Qaeda.

In ogni caso, malgrado le proteste di Zawahiri, un ventaglio di fattori, che non hanno nulla a che fare con Zarqawi, ha fornito un terreno fertile al confessionalismo.

Innanzitutto, la politica di “debaasificazione”, avviata dalle forze di occupazione statunitensi dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, ha comportato una profonda emarginazione della popolazione sunnita del paese. In virtù di quella politica, chiunque avesse fatto parte del partito Baas di Saddam Hussein era stato sommariamente licenziato dal posto di lavoro, si era visto rifiutare ogni altro impiego nel settore pubblico e vietato l’accesso alla pensione.

Come hanno messo in rilievo all’epoca molti analisti, si trattava di una ricetta per il disastro. Qualsiasi impiego pubblico richiedeva prima l’obbligo di iscrizione al Baas, per cui con questa politica si provocò il licenziamento di migliaia di insegnanti, di medici, di poliziotti e di funzionari di rango subalterno. Epurando così lo Stato, gli Stati Uniti hanno garantito il tracollo dei servizi sociali basilari – una prospettiva catastrofica per una società che usciva da oltre due decenni di sanzioni e di guerra.

L’emarginazione dei sunniti non si limitava soltanto alla sfera economica. Le forze statunitensi moltiplicarono gli attacchi alle città e ai villaggi popolati da sunniti, e decine di migliaia di questi furono rinchiusi in prigioni dirette dall’occupante, in cui si ricorreva regolarmente all’isolamento, alla tortura e alla “burocrazia taylorizzata della detenzione”.

Il centro di detenzione di Abu Ghraib, la prigione più celebre, fece irruzione nella coscienza occidentale dopo la pubblicazione di fotografie che mostravano militari statunitensi che torturavano i prigionieri. Sull’onda di questo scandalo, numerosi prigionieri furono trasferiti alla prigione di Camp Bucca. E fu là che un detenuto, noto in seguito sotto il nome di Abu Bakr al-Baghdadi, stabilì un forte rapporto con una consorteria di ex sottufficiali baasisti provenienti da Abu Ghraib.

Oggi al-Baghdadi è il dirigente dell’IS e quegli stessi ufficiali baasisti sono ora gli assessori e consiglieri a lui più vicini. In questo modo, l’esperienza dei sunniti prigionieri dell’esercito statunitense non solo ha ancorato il paese a divisioni confessionali, ma ha anche concretamente forgiato lo Stato islamico.

Le divisioni confessionali hanno continuato ad approfondirsi a partire dal 2006, quando gli Stati Uniti, in tacito accordo con l’Iran, hanno deciso di istituzionalizzare uno Stato dominato dagli sciiti e basato su tutta una gamma di milizie sciite. La situazione è peggiorata ulteriormente dopo la partenza formale dall’Iraq delle truppe statunitensi nel 2011.

Abbinata a un livello disuguale di insicurezza sociale ed economica, l’emarginazione dei sunniti ha prodotto una concreta base sociale che è stata attratta dall’IS ben al di là dei fattori religiosi o ideologici. Una rilevante percentuale dei quadri intermedi dell’IS sono ex funzionari baasisti, che sono stati attratti verso questa organizzazione in parte per incentivazioni materiali. L’interesse finanziario è una ragione di attrazione anche per chi sta in basso nella scala sociale dell’organizzazione: il salario di un combattente del’IS ammonta a 300-400 dollari mensili, pari a più del doppio di quanto pagato dall’esercito iracheno. Gli autisti dei camion e i contrabbandieri che spediscono attualmente il petrolio prodotto dall’IS siriano verso l’Iraq sono sostanzialmente motivati dall’opportunità di pagarsi di che vivere. Al di là delle sue presunzioni religiose, il progetto dell’IS di costruire uno Stato ha una base molto materiale.

Numerosi commentatori che scrivono sull’Iraq attribuiscono spesso questo risultato alla stupidità e all’orgoglio dell’amministrazione Bush e all’evidente serie di suoi errori politici successivi all’occupazione del paese. Tale approccio presuppone che gli Stati Uniti aspirino a un Iraq stabile e unificato, mentre un Iraq non settario, unificato, diretto da un governo che godesse di un importante sostegno popolare sarebbe stato un disastro per gli interessi statunitensi in Medio Oriente. Un’eventualità del genere non è mai stata contemplata e non è difficile intuire che, fin dall’inizio, la frammentazione dell’Iraq intorno a linee confessionali sarebbe stato l’esito più probabile dell’occupazione statunitense (in particolare da quando questo coincideva anche con gli interessi iraniani). Dividere per regnare è sempre stato il modello privilegiato dell’occupazione coloniale.

Sono queste le radici materiali e politiche dell’attuale svolta settaria nella regione. Malgrado quel che possano presumere l’Is, l’Arabia Saudita o l’Iran, il confessionalismo non è il risultato degli scismi dottrinari o etnici onnipresenti, che esistono da tempi immemorabili e permangono immutati ancor oggi. Come ha ribadito decenni or sono il comunista libanese Mahdi Amel, ha sempre costituito una moderna tecnica dell’esercizio del potere politico, lo strumento con cui le classi dirigenti tentano di stabilire la propria legittimazione e la propria base sociale, frammentando così le potenzialità di un’opposizione popolare. L’Iraq emerso dall’invasione e l’ascesa successiva dell’IS costituiscono la tragica conferma di questa tesi.

Arabia Saudita, Siria e Stato islamico

L’utilità della religione per puntellare i poteri terreni ha, ovviamente, una lunga filiazione nella regione. Ormai si riconosce largamente che le radici organizzative dei movimenti fondamentalisti islamici (inclusi gli antenati dell’IS) hanno le loro origini nell’alleanza tra Stati uniti e Stati del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita, negli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso.

Per affrontare l’ascesa nella regione di movimenti politici di sinistra e nazionalisti, il patrocinio dell’islamismo è stato colto come efficace contrappeso disarmante. Nel corso degli anni Ottanta, questa politica è stata applicata più sistematicamente grazie al sostegno statunitense ai combattenti islamisti arabi in Afghanistan. È là che hanno avuto il primo incoraggiamento pratico i preparativi per la jihad armata.

La lunga strumentalizzazione del fondamentalismo islamico ha indotto alcuni osservatori a far pensare che l’IS sia uno strumento degli Stati del Golfo. A prima vista, sembra si tratti di un argomento sensato. Sul piano ideologico vi sono strette somiglianze tra il regime saudita e l’IS. Condividono entrambi un’interpretazione particolarmente repressiva delle punizioni islamiche: In effetti, la rivendicazione delle decapitazioni e delle amputazioni effettuate nelle zone controllate dall’IS non si riesce a ritrovare da nessun’altra parte nella regione, tranne in Arabia Saudita. Quando l’IS ha cercato manuali per le scuole che dirige, le sole versioni ritenute adeguate sono state quelle reperite in Arabia Saudita. Del pari, in una parte notevole della popolazione saudita si può notare una simpatia per l’IS, che si manifesta in contributi finanziari o nell’impegno volontario di combattente.

Eppure – mentre armi fornite dall’Arabia Saudita (e dal Qatar) a gruppi siriani sono probabilmente finite nelle mani dell’IS grazie a defezioni o catture – esistono poche prove convincenti che l’IS sia finanziato o armato direttamente dall’Arabia Saudita o da un altro qualsiasi Stato del Golfo.

A livello della retorica, il rapporto i tra i due è quello di una profonda antipatia e di odio. L’IS considera la monarchia saudita uno dei suoi nemici più spregevoli, e il rovesciamento della famiglia regnante al-Saud è uno dei principali obiettivi del gruppo. Da parte sua, la monarchia saudita non tollera alcun altro candidato alla direzione islamica mondiale e teme la minaccia rappresentata dall’IS per il suo stesso predominio.

Invece, la forte ascesa dell’IS ha un chiaro nesso con la repressione diretta dal governo di Assad contro la sollevazione siriana. Qualche mese dopo l’inizio del movimento popolare, Assad ha liberato centinaia di prigionieri, tra cui jihadisti ben addestrati, molti dei quali sarebbero diventati dirigenti e combattenti di gruppi fondamentalisti islamici. Ex agenti dei servizi segreti siriani di alto grado hanno affermato che si trattava di un deliberato tentativo del regime di attizzare le divisioni confessionali e presentare come islamista la sollevazione.

Il governo Assad ha una lunga tradizione di tentativi di manipolare questi gruppi, tra cui la liberazione dei prigionieri durante gli anni 2000 e l’aiuto fornito a migliaia di volontari jihadisti, che oltrepassano il confine per entrare a far parte della rete Zarqawi in Iraq, al fine di approfondire la collaborazione con gli Stati Uniti nel campo della sicurezza nell’area; nel febbraio 2010, infatti, alcuni responsabili dei servizi segreti siriani hanno cercato di consolidare la loro infiltrazione e la loro capacità di manipolare i gruppi jihadisti.

Non c’è da stupirsi del fatto che, quando i manifestanti siriani si sono trovati ad affrontare le bombe, i carri e gli attacchi aerei indiscriminati dell’esercito di Assad, è verso i gruppi meglio addestrati, quelli meglio armati – i jihadisti – che si sono rivolti alcuni di loro. Questi gruppi comprendevano Jabhat al-Nusra, un’organizzazione creata dopo che l’IS in Iraq aveva inviato combattenti in Siria alla fine del 2011, e aveva fatto la sua prima comparsa nel gennaio 2012.

Nel corso del 2013, mentre si aggravavano violenza e decomposizione, Jabhat al-Nusra ha subito una scissione sulla questione degli orientamenti strategici: occorreva concentrarsi sullo scontro con l’esercito siriano, mettendo da parte le divergenze confessionali, o bisognava dare la priorità al controllo del territorio, basato sulla legge islamica e il perseguimento di una strategia di polarizzazione contro tutti gli altri raggruppamenti? L’IS in Iraq ha fatto questa seconda scelta, annunciando l’espulsione dei quadri recalcitranti di Jabhat al-Nusra il 9 aprile 2013 insieme alla formazione dello «Stato Islamico in Iraq e nel Levante», riconfigurato a nuovo.

Riflettendo queste priorità strategiche – e al contrario della credenza popolare – l’IS ha così largamente evitato lo scontro diretto con il regime di Assad.

Invece di fare questo, approfittando del suo controllo delle vie del contrabbando e dei valichi di frontiera tra l’Iraq e la Siria, l’IS ha innanzitutto cercato di garantire la propria espansione territoriale (la sua profondità strategica e la sicurezza che gli offre la pratica della ritirata militare – diritto che l’IS rifiuta a qualsiasi altra formazione armata – glielo consentono). In quest’impresa, il consiglio militare di ex militari baasisti dell’epoca di Camp Bucca è stato la chiave del suo successo – si è posto l’accento sul predominio delle vie d’accesso e di rifornimento che collegano i nodi strategici, mettendo al sicuro i campi di petrolio e controllando le infrastrutture di base (in particolare la produzione di acqua ed elettricità), anziché sull’ossessione dei punti fissi di per sé.

Questa strategia non solo ha reso immensamente ricca l’organizzazione (si è impossessato di almeno 9 impianti petroliferi in Siria e in Iraq, il cui potenziale di vendita si stima ammonti a più di 1,5 milioni di dollari al giorno. Ha anche reso il restante territorio siriano (controllato sia dal governo sia dall’opposizione) molto dipendente dall’IS per il rifornimento idrico ed energetico.

Se inoltre si aggiungono le rilevanti somme di denaro accumulate attraverso i sequestri, le estorsioni, la vendita di antichità, il contrabbando e le tasse, l’IS, contrariamente a tutti gli altri Stati del Medio Oriente, è diventato autonomo per la sua ricchezza, finanziariamente autosufficiente e opera entro confini che trasgrediscono deliberatamente quelli stabiliti dalle potenze coloniali all’inizio del XX secolo.

Più interventi?

In queste condizioni, gli appelli ad accentuare l’intervento militare nella regione non potranno che rafforzare questa organizzazione. Proprio perché la guerra e l’occupazione hanno reso fertile il terreno che ha consentito la crescita dell’IS, è evidentissimo che questo tipo di risposta non potrà che aggravare la situazione. Conformemente alla strategia della polarizzazione, infatti, i recenti attacchi dell’IS hanno mirato esplicitamente a questo tipo di risultato: fare aumentare gli interventi occidentali nella regione per approfondire la sensazione di crisi e di caos.

L’opposizione agli interventi stranieri non deve limitarsi a quelli degli Stati Uniti o degli Stati europei.

Contrariamente alle dichiarazioni ufficiali, i bombardamenti russi della Siria iniziati il 30 settembre 2015 hanno largamente evitato le zone controllate dall’IS e si sono limitati piuttosto a quelle dove esistono gruppi di opposizione non IS. Questi attacchi – sorretti sul campo da Hezbollah, le truppe iraniane, le milizie sciite irachene e l’esercito siriano – hanno dapprima puntato a rafforzare la posizione di Assad e a prendere l’iniziativa di quello che appariva come un accordo emergente tra i principali attori regionali e internazionali in Siria. In questo quadro, la presenza dell’IS serve in questo momento a rafforzare la presunzione che Assad “resista al terrorismo”, una funzione chiaramente illustrata dal fatto che numerosi Stati occidentale siano ora slittati verso la tolleranza nei confronti del suo governo, definito “il male necessario”.

Certamente, l’orientamento militare russo può evolvere in seguito agli attentati del Sinai, di Beyrut e di Parigi, ma è un dato di fatto che tra l’IS e il governo Assad c’è una sorta di lunga distensione implicita. Finora, ha servito le due parti.

In una situazione del genere, la sinistra non ha molte risposte facili. Ci servono sì visioni alternative, radicali, fondate sull’esigenza di democrazia, di giustizia sociale ed economica, come pure sul rigetto del confessionalismo. C’è anche bisogno, però, di una valutazione oggettiva del rapporto di forza, nonché di un bilancio di che cosa si è sbagliato nel corso degli ultimi anni.

Dobbiamo diffidare delle analisi che stabiliscono automaticamente un nesso causale tra l’ascesa dell’IS e le manovre della guerra e dell’imperialismo. Questo risultato non è assolutamente inevitabile. È nell’inversione delle sollevazioni del 2011 – e nel loro insuccesso nello sfidare le radici del predominio autocratico – che l’IS ha trovato un ecosistema che gli consente di prosperare e di crescere.

La politica ha orrore del vuoto e, dopo le sconfitte delle mobilitazioni popolari e democratiche nel corso degli ultimi tre anni, l’IS è stata una delle forze intervenute a raccogliere i frutti del ripiegamento. Parassitariamente, l’organizzazione ha chiuso a chiave l’esplosione delle violenze confessionali – deliberatamente coltivate dai dirigenti di tutti i paesi della regione – trovando accoglienza dapprima in Iraq, poi in Siria. In questi due paesi, il gruppo ha incontrato (e contribuito a concretizzare) una realtà che corrisponde in maniera macabra al suo schema di “gestione della barbarie”.

Eppure, nonostante l’apparente desolazione della situazione, ci sono motivi di speranza.

In queste circostanze straordinariamente difficili, alcune forze locali si scontrano con lo Stato islamico – e, quel che è più importante, si tratta dei movimenti kurdi (che affrontano al contempo la repressione del governo turco) e di forze dell’opposizione siriana che si contrappongono all’IS. Al tempo stesso, alcuni movimenti sociali e politici coraggiosi in Iraq, in Siria, nel Libano, in Egitto e dappertutto continuano a sfidare la logica del confessionalismo e dimostrano che la lotta per un’alternativa progressista è ancora vitale.

Lo Stato islamico può promettere un progetto utopico di stabilità e prosperità, ma questo è ben lungi dall’essere una realtà sul campo. Dobbiamo essere assolutamente certi che conoscerà le proprie rivolte interne, come le hanno conosciute in passato gli altri esempi di proclamato “Stato” islamico.

Inoltre, se comprendiamo l’ascesa dell’IS attraverso il prisma del riflusso, possiamo essere un po’ fiduciosi sapendo che l’organizzazione non offre alcuna risposta efficace alla situazione attuale della regione. Non rappresenta in alcun modo una qualche risposta antimperialista, né alcuna plausibile via a un Medio Oriente liberato dal predominio e dalla repressione, siano essi locali o internazionali.

Malgrado tutti i rovesci degli ultimi anni, la potenziale crescita di una vera alternativa di sinistra non è stata azzerata e, cosa ancor più importante, non è mai stata così necessaria.


*Adam Hanieh insegna alla School of Oriental and African Studies (SOAS) dell’Università di Londra. Ha pubblicato recentemente Revolt: Issues of Contemporary Capitalism in Middle East, Haymarket Books, Chicago, 2013. Questo articolo era stato pubblicato sulla rivista Jacobin, e poi su “Inprecor”, gennaio 2016, n. 623




Traduzione di Titti Pierini



Dal sito Movimento Operaio


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