IN NOME DEL POPOLO LONTANO di Luca Baiada




Una democrazia già fragile, uscita incrinata dalla guerra fredda e entrata fiacca nella globalizzazione, adesso rischia il peggio.

La legge elettorale truffaldina del 2005 – proprio uno dei suoi confezionatori la chiamò «porcata» – è stata spazzata via dalla Corte costituzionale, ma ecco che la maggioranza parlamentare eletta proprio con quelle norme, una maggioranza che a sua volta si regge su un voto minoritario, su una parte della magra fetta dell’elettorato che è andata a votare, vuole cambiare di nuovo proprio la legge elettorale, e senza seguire i principi dettati dalla stessa Corte costituzionale.

Un governo sostenuto dalla fiducia di pochi spinge una modifica della Costituzione che riduce la partecipazione democratica. Propongono un ibrido furbo, un esile guscio di rappresentanza popolare con una polpa oscura: due camere, ma solo una è elettiva, benché figlia di un voto distante dalla partecipazione della cittadinanza. L’altra si chiama ancora Senato, ma i componenti non sono più elettivi; vengono individuati dagli enti locali, sulla base di logiche che in questo momento non sono esplicitate, ma che fanno indovinare basse manovre e stretti interessi delle segreterie di partito, o delle segreterie senza neppure un partito. Consiglieri regionali e sindaci, non dispensati dalle funzioni, riceverebbero in aggiunta la carica di senatore: non si sa dove troverebbero il tempo per un onere che – almeno a parole – dovrebbe essere gratuito, mentre di sicuro troverebbero sulla loro strada i legami e le clientele che fanno parte dell’andamento degli uffici locali, dove restano incardinati.

Insomma, ci si lamentava per i troppi incarichi alle stesse persone? Arriva un doppio incarico istituzionalizzato, un conflitto di interessi permanente, gabbato per risparmio solo perché mette i costi in nero, scaricandoli nella contabilità occulta del malaffare. Sulle modalità di selezione di questa tribù di doppiosederi, per prudenza la proposta è arcana – «I seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio» – e per i dettagli rinvia a una legge ordinaria, che ovviamente non si conosce. Il meccanismo di «tolgo questo che hai», in cambio di «eccoti quello che non c’è», è vistoso, sembra un misero trucco, ma da mesi la maggioranza governativa cerca di nasconderlo con una cortina fumogena. Il giornalismo non aiuta a capire meglio, visto com’è ridotto. In dieci anni, nel «World Press Freedom Index» l’Italia è scesa dal 42° al 73° posto, scavalcata dal Senegal, da Santo Domingo e dalla Mongolia.

La realtà, stando alla norma transitoria dell’art. 39 – e come sono solide, in Italia, certe norme transitorie! – è che senza regole adeguate, difficili persino da immaginare, le Regioni nominerebbero personaggi di loro scelta, ad arbitrio degli alambicchi del potere. Certo, la legge sulle nomine dei senatori c’è l’obbligo di farla entro sei mesi dall’elezione della nuova Camera, ma in caso di ritardo non c’è una sanzione, e a lorsignori quella legge conviene farla il più tardi possibile, e andare a votare con la norma transitoria insaecula saeculorum.

Eloquente, la presa di posizione di Anna Finocchiaro, che ribalta uno scritto di Gustavo Zagrebelsky, di altro significato (1)  La Finocchiaro rammenta una decisione di venti secoli fa: «Scegliere fra Barabba e Cristo rispetto alla condanna che, come ricorderete, il popolo di Gerusalemme fu chiamato a esprimere». Viene da chiedersi se un partito possa convincersi di essere Gesù; del resto, il segretario-presidente non disse che era arrivato il tempo del «dopo Cristo»? Più semplicemente, c’è chi non vuole i cittadini italiani fra i piedi, e li mette fra i colpevoli, folla vociante e irresponsabile. Ci sarebbe anche da notare un vago retrogusto antiebraico: Gesù fu condannato dall’autorità, non dal popolo: all’epoca la maggior parte degli ebrei viveva già nella diaspora, e quanto a Gerusalemme, probabilmente non c’era neppure una piazza sufficiente a contenere tutti gli abitanti della città. A chiedere Barabba libero, di fronte a Pilato, forse furono piuttosto i manovrati e gli scalmanati, simili ai cinesi che votano a certe primarie, o ai disoccupati al comizio, col biglietto andata e ritorno e il cestino da viaggio.

La partecipazione popolare alla cosa pubblica sembra diventata un ingombro, e si è visto con gli enti locali. Negli anni novanta cambiarono le loro strutture: aumento del potere degli organi esecutivi, a scapito delle assemblee, ma con scelta diretta dei vertici. Allora, dicendo di voler sottrarre la nomina dei sindaci e dei presidenti di regione alle logiche delle segreterie, cioè alla partitocrazia degli anni ottanta, si istituì l’elezione popolare diretta, col ballottaggio finale. Si usciva da anni di scambi, siluramenti di sindaci e rimpasti continui, col fenomeno delle giunte anomale e addirittura dei mercati fra alleanze bizzarre locali, e sostegno in sede nazionale a provvedimenti con geometria politica variabile. Una finanziaria valeva un canestro di giunte, un sottosegretario pesava come una manciata di sindaci. Ma negli ultimi tempi anche l’elezione popolare è stata inquinata da manovre immonde.

Per esempio, il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, è stato deposto facendo leva sulla tossicodipendenza e sul comportamento sessuale; un’operazione studiata, una manovra che ha seminato una scia di cadaveri negli interstizi della periferia-bene di Roma: su quella storia di droga e di transessuali, dopo un po’ di chiasso e di depistaggio, è calata da cinque anni una sordina mediatica che nessuna forza politica vuole spezzare.

Il sindaco di Roma Ignazio Marino ha disturbato gli affaristi e il crimine, e in mancanza di patologie o debolezze, con un intreccio di mobilitazioni mediatiche e diffamatorie si è provveduto a macinare l’uomo scomodo, il «marziano a Roma», proprio nell’imminenza del giubileo. Quando si dice avere o non avere i santi in paradiso: il giubileo della misericordia è cominciato con una pugnalata alla schiena, e proprio nelle costole di un cattolico praticante, uno dei pochi uomini pubblici con una vita privata da oratorio, mentre quella di altri è un letto sfatto. Il voto popolare non conta nulla, se ci sono di mezzo gli affari, specialmente se sono quelli sporchi delle famiglie e consorterie che tengono in ostaggio la capitale italiana, o quelli che hanno appoggi «là dove Cristo tutto dì si merca».

E a Marrazzo e Marino è andata quasi bene, si considerino fortunati: il sindaco di Pollica, il troppo pulito Angelo Vassallo detto «il pescatore», l’hanno stecchito in mezzo alla strada, senza neanche disturbarsi a cercare o inventare vizi, piste di coca o scontrini di trattorie. Per ogni trincea è pronta una mina, che sia uno scandalo a orologeria, un voltafaccia di partito o una calibro nove, perché il crimine al potere funziona così. Intanto, il governo prepara per questo popolo italiano, già vittima di innumerevoli trappole, altre ventimila sale di giochi e di scommesse, dove farsi rubare ciò che avanza dopo il prelievo fiscale; si vede che non basta mai, al delitto organizzato, la quota di gettito tributario che storna per sé. C’è della coerenza, in questo dilagare dell’azzardo: un paese con un inarrivabile vertice di bisederi, deve avere una solidissima base di biscazzieri. È una questione di pari opportunità.

A proposito di garanzie per i rappresentanti del popolo, quanto al testo della riforma costituzionale, l’immunità parlamentare resiste: così i senatori nominati dai corridoi, e votati da nessuno, avranno un paracadute. Nata per proteggere appunto i rappresentanti scelti dal popolo – ma non bastò ad Antonio Gramsci per non morire di galera – l’immunità diventa un cencio conteso fra amministratori locali, personaggi che nessuno vuole in una camera nazionale ma che ci vanno lo stesso, contendendosi tra loro il trofeo di un seggio a Palazzo Madama, più ambìto delle armi di Achille (per forza, c’è di mezzo lo scudo).

Fra le perle, lo «Statuto delle opposizioni», arnese ambiguo. Da che esiste il governo, l’opposizione si batte per conquistare da sé le sue regole e i suoi spazi. Adesso è il potere che vuole cucirle addosso una camicia, e si può star certi che il tessuto sarà salubre come la camicia di Nesso, e la misura giusta come il letto di Procuste. Già il diritto di sciopero, un istituto conteso dall’Ottocento, prima proibito dal fascismo e poi garantito dalla Costituzione, negli ultimi anni è stato ingabbiato in regole astruse, tempistiche a ostacoli, procedure di controllo e di raffreddamento. Che scioperino gli ottantenni, ma solo se accompagnati da babbo e mamma. Ridotto a poca cosa, il diritto di sciopero vogliono che non sia più dei lavoratori, ma dei sindacati; e questi, che siano tiepidi. C’è una curiosa coincidenza col diritto di voto, che non è più degli elettori, ma dei gruppi partitici, al punto che i senatori se li scelgono loro e fra di loro. C’è da preoccuparsi, a sentir parlare di opposizioni statutate, confezionate, inscatolate dalla maggioranza; c’è da temere che si possa fare opposizione solo il 30 di febbraio, o quando Pasqua cade di maggio. Volete fare opposizione proprio adesso che c’è la crisi? adesso che c’è la ripresa economica? coi venti di guerra? ora che splende la pace? mentre chiudono le scuole? mentre aprono le scuole? oggi che nevica? con quest’afa?

Curiosamente, nel progetto di riforma è inalterata l’assenza di vincolo di mandato, una caratteristica della funzione parlamentare pensata in tempi di partiti di massa, di scontro ideologico e di guerra fredda. Nel 1947 si volle proteggere l’eletto da rese dei conti extraparlamentari; ma adesso i parlamentari in una Camera sarebbero eletti da una legge elettorale imbrogliona, e nell’altra si nominerebbero da soli; quindi il vincolo di mandato sarebbe incorporato nell’autoreferenzialità del potere, e allo stesso tempo risulterebbe sconnesso da qualsiasi condizionamento popolare. Bel paradosso della storia: una garanzia diventa un catenaccio.

Si affievolisce, invece, l’autonomia di organizzazione dei lavori parlamentari. La maggioranza governativa potrebbe spingere solo la discussione dei suoi progetti, lasciando tutto il resto nel mese del poi e nell’anno del mai: col peso sull’ordine del giorno, qualsiasi organo collegiale diventa zoppo, combattivo come un pappagallo legato al trespolo. È indimenticabile l’intrusione di Cossiga, molti anni fa, come presidente della Repubblica, nella formazione dell’ordine del giorno del Consiglio superiore della magistratura, con la seduta controllata dai carabinieri, direttamente in aula.

In punto di partecipazione democratica alla legislazione, il numero di firme per le proposte di legge di iniziativa popolare è triplicato, tanto per dare un’altra stretta, per isolare le minoranze ancora di più. Ma furbescamente, è tolto ilquorum di validità del referendum, però solo se è stato promosso con ottocentomila firme, e non con cinquecentomila: così sono favoriti i promotori più organizzati, quelli che riescono a raccogliere più sottoscrizioni: l’effetto è che non occorre che vada a votare la maggioranza degli aventi diritto. Insomma, la caratteristica paradossale di quei trecentomila firmatari in più, è che poi potrebbero andare a votare solo loro, e il referendum sarebbe valido anche se il resto del popolo italiano restasse a casa. Se si tiene presente che il collo di bottiglia giuridico del passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica fu una consultazione referendaria – lo sciagurato referendum Segni del 1993 sul sistema elettorale – si percepisce la delicatezza della materia e c’è da rabbrividire a pensare come viene trattata. Anche nel 1993 era necessaria la partecipazione della maggioranza degli aventi diritto, ma domani i colpi di mano potrebbero essere facilitati.

Come si possa esultare per questo progetto, sarebbe inspiegabile se non si conoscesse la sciatteria culturale e morale con cui sono affrontati temi della massima serietà; e del resto, l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione, nel 2011, con una manciata di astenuti e nessun voto contrario, dopo un dibattito che sembrava una chiacchierata fra villeggianti alle terme, sta lì a ricordare che quando la propaganda suona le sue campane, non c’è neppure fiato per le trombe ma solo per il coro dei signorsì.

Sempre sulla sciatteria, il giurista Mauro Volpi ha notato nel progetto «mortificazione del testo della Costituzione, che i nostri padri costituenti vollero il più chiaro e accurato possibile, anche facendo ricorso a competenze linguistiche e letterarie esterne (Pietro Pancrazi) o interne (Concetto Marchesi) all’Assemblea costituente. È sconsolante doverlo dire, ma questo modo di procedere, oltre a creare problemi di comprensione del testo, finisce per degradare la Costituzione a un regolamento di condominio»(2) . E pensare che Piero Calamandrei, in un famoso discorso agli studenti, sottolineava nella Costituzione l’eco di Mazzini, di Cattaneo, di Garibaldi: «C’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie: son tutti sfociati qui, in questi articoli».

Per colmo di ipocrisia, chi respinge queste manomissioni della democrazia viene accusato di vecchiaia e conservatorismo. La realtà è che questo governo, diretto da un uomo ampiamente nella generazione dei padri, con le sue posizioni sul lavoro e sulle pensioni va contro i figli e i nonni, e adesso propone modelli di potere logori, rapporti costituzionali ottocenteschi, autonomie locali moderne come la bella Otero (gli osservatori più attenti parlano persino di ricentralizzazione dello Stato).

La miopia di calcolo sembra un male senza rimedio: nel 1993, al momento di scegliere fra sistema elettorale proporzionale e maggioritario, gli eredi del Partito comunista italiano erano convinti di una vittoria facile: al referendum Segni li chiamavano i «pasdaran del sì», per la loro faziosità. Invece, i neofascisti del Msi votavano «no» insieme all’estrema sinistra e a poche libere coscienze rimaste sveglie, come quella di Giuseppe Dossetti, già partigiano e membro dell’Assemblea costituente, che ruppe il suo antico silenzio di frate per segnalare il pericolo di scardinamento della democrazia. Un anno dopo, colpo di scena. Svolte le prime elezioni col nuovo sistema maggioritario, il Msi arrivava al governo, alleato di Berlusconi; la coalizione di destra aveva la minoranza dei voti validi, ma – oplà! – la maggioranza dei seggi parlamentari. La destra aveva fatto male i conti, ma poi si era messa col vento in poppa. Il segretario del Pds, Achille Occhetto, che alla vigilia delle elezioni del 1994 aveva vantato di possedere «una gioiosa macchina da guerra», era ritratto da un settimanale satirico, seduto in un vecchio rottame: «Gioiosa macchina vendesi».

Forse si arriverà all’approvazione del progetto, e magari proprio nel testo attuale. Dunque si svolgerà il referendum, e già a ottobre 2015 si è costituito il comitato per il «no». Che sia un no propositivo, però, che non lasci spazio ad accuse di paura delle novità, di veteroquesto e veteroquello. Brucia ancora sulla pelle, il referendum del 1993, quando una propaganda monocorde ripeteva «basta col vecchio» e «far vincere il nuovo». Nuovo cosa? Indimenticabili, i dolci bebè che ripetevano da migliaia di cartelloni stradali «fozza Itaia!», senza reclamizzare nessun prodotto conosciuto. Nel 1994 quelle due parole avrebbero preso un altro significato. Mackie Messer ha un coltello, ma vedere non lo fa.

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Note

 

(1) G. Zagrebelsky, La democrazia di Barabba, «MicroMega», 1/95: «Quella folla era chiamata soltanto a pronunciarsi su quel che le veniva richiesto. Essa non avrebbe potuto uscire dal dilemma propostole. […] Non era padrona, per usare una formula di oggi, della propria agenda». Già, non era padrona: come il parlamento italiano se il governo controlla i suoi lavori.

(2) Audizione alla Camera dei deputati, prima commissione, 28 ottobre 2015.


19 Gennaio 2016 



La vignetta è del Maestro Mauro Biani



dal sito Il Ponte




 

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