# RENZI NONSTASERENO, MA SERVE IL CONFLITTO SOCIALE di Thomas Müntzer

Oggi è più chiaro perché Matteo Renzi abbia tentato in ogni modo di dire che queste elezioni non riguardavano il suo Governo, puntando tutto sul referendum di ottobre, su cui è convinto di aver gioco più facile.
Le amministrative di ieri, guardando le 5 grandi città ossia quelle in cui il voto ha maggiormente un carattere politico, sono infatti prima di tutto una chiara battuta d’arresto per il Governo e il suo presidente del Consiglio. Se alla vigilia dal Pd facevano sapere di aver accorciato le distanze dalla Raggi a Roma, di poter vincere anche al primo turno a Bologna e Torino e di essere in netto vantaggio a Milano, i risultati del primo turno pongono il Pd fuori dal ballottaggio a Napoli, ben distaccato dalla Raggi a Roma, in un sostanziale pareggio a Milano, e in bilico sia a Torino che a Bologna. Staremo a vedere i risultati del secondo turno, ma è evidente che i tanto sbandierati effetti positivi del Jobs act e della politica economica del Governo non esistono per le persone in carne ed ossa, che continuano al contrario a pagare pesantemente gli effetti sociali della crisi e delle politiche di austerity e sperano in un radicale cambiamento.

Non a caso ad esser premiate maggiormente dal voto sono le forze percepite come “anti-sistema”, insieme ad un aumento continuo dell’astensione (tra il 40 e il 45% nelle grandi città) che va letta in larga parte come un rifiuto rabbioso per i partiti che hanno governato negli ultimi vent’anni in continuo ossequio alle politiche liberiste e senza nessuna sostanziale differenza tra loro. Non a caso, in molti casi sia centro-sinistra che centro-destra si sono presentati con un enorme numero di liste civiche, a livelli mai visti nel paese, con una vera e propria operazione di maquillage per ceti politici locali vecchi di decenni ma decisi a mantenere saldamente le loro mani sui territori, nascondendo partiti e sigle in modo sistematico.

Se Renzi si può consolare con la debacle di Forza Italia – a parte Milano crollata intorno al 5% – e con una Lega di Salvini che raccoglie il voto “anti-sistema” decisamente meno del temuto, è evidente come il quadro sia instabile e la situazione politica e sociale preoccupante per le classi dominanti, per nulla convinte di poter redistribuire nemmeno una briciola dei propri profitti. Se speravano con Renzi di aver tirato fuori dal cappello una carta stabile ed efficace, per ora efficace lo è stato nel riuscire a fare riforme sociali durissime quasi in assenza di conflitto sociale, ma sul piano del consenso elettorale la situazione è però tutt’altro che consolidata.
A Milano il Centrosinistra nel suo complesso, con l’eroe di Expo Giuseppe Sala, perde 100mila voti rispetto a quelli presi 5 anni fa da Giuliano Pisapia; a Roma Giachetti prende 200mila voti in meno di quelli ottenuti al primo turno da Marino nel 2013, e 70mila voti di lista in meno il Partito democratico. Sono 95mila i voti persi a Torino da Fassino rispetto al 2011; a Bologna sono quasi 40mila i voti che mancano a Merola rispetto a 5 anni fa; e 10mila voti in meno ha preso a Napoli la Valente rispetto al già disastroso risultato di Morcone nel 2011.
Nel frattempo la destra fatica a tornare ad essere una carta di ricambio, come invece era stata nel “ventennio berlusconiano”. E la stessa scommessa di Salvini e Meloni di poter rappresentare anche da soli l’alternativa a Renzi non ottiene i risultati sperati: la Meloni riafferma il primato della destra storica romana rispetto alle altre componenti perdendo però più di 100.000 voti rispetto a quelli di Alemanno nel 2013, mentre le percentuali della Lega diventano di pura testimonianza a Torino. Il successo della strana creatura a Cinque stelle, come più volte detto anche da Grillo, non fa insomma vittime solo a sinistra ma tiene a bada anche l’avanzata dell’estrema destra. Solo a Bologna, e più concretamente a Milano, dove il Centrodestra si presenta unito dimostra di poter almeno reggere il confronto, ma la situazione di estrema debolezza per ora non cambia, anche se la decisiva partita milanese potrebbe ridare un po’ di fiato.

Il Movimento Cinque stelle riesce ad imporsi come credibile alternativa di Governo in due città importanti come Roma (dove triplica i voti delle amministrative del 2013) e Torino, intercettando una richiesta di profondo cambiamento che se era attesa a Roma – dopo gli scandali di Mafia Capitale – lo era molto meno nella città di Piero Fassino. Nella Capitale in particolare il voto ai Cinque stelle è in modo evidente un voto popolare: nelle periferie la Raggi fa il pieno superando il 40% a Tor Bella Monaca e Ostia, mentre Giachetti vince su di lei solo nel Centro storico e ai Parioli… non proprio quartieri proletari, e in periferia la stessa Meloni è spesso sopra a Giachetti a dimostrazione di come le campagne d’odio e la costruzione della guerra fra poveri in tempi di crisi pagano sempre. Un voto quindi che rispecchia la rabbia e la voglia di cambiamento da parte di chi più sta subendo gli effetti della crisi economica, che spesso si astiene rifiutando totalmente l’esistente e come forma di denuncia dei continui tradimenti della politica, ma che se vota sceglie l’alternativa di cambiamento a disposizione che percepisce come più radicale, per quanto confusa e contradditoria possa essere questa radicalità. Una rabbia insomma che se fatica come non mai ad esprimere conflitto sociale ed esperienze di autorganizzazione, in alcuni casi trova nel voto una propria forma di espressione.
A Roma i Cinque stelle hanno alternato aperture ad alcuni temi dei movimenti sociali – come l’audit sul debito pubblico e il no ai grandi eventi come le Olimpiadi – alle solite posizioni legalitarie e ad appelli al “decoro” troppo simili a quelli semplicemente securitari alla “Roma fa schifo”. A differenza di Giachetti però la Raggi – pur con posizioni discutibili – è andata a parlare con i movimenti di “Roma Non Si Vende-DecideRoma” sul tema degli spazi sociali e dei beni comuni e, cosa che sarebbe interessante, circola per l’assessorato all’urbanistica il nome di uno dei punti di riferimento da anni della sinistra radicale su questi temi: Paolo Berdini. Ma dai nomi dei futuri assessori è facile attendersi anche cattive sorprese e proposte contradditorie com’è nella natura del movimento grillino.

Questa stessa richiesta di cambiamento radicale, ma più imponente sia in termini numerici che nella qualità della mobilitazione creata, è stata raccolta da Luigi de Magistris a Napoli, che ottiene 30mila voti in più rispetto al primo turno di 5 anni fa, e con un programma sicuramente più chiaro e orientato a sinistra. Napoli appare oggi l’unico interessante laboratorio politico urbano nazionale, che cerca non a caso dichiaratamente un rapporto con altre esperienze simili europee, come quella di Ada Colau a Barcellona, che però proviene direttamente da una realtà collettiva di conflitto sociale. Qui siamo di fronte ad un sindaco proveniente dalla magistratura ma che – mantenendosi indipendente da tutti i partiti – ha aperto un processo dialettico con i movimenti cittadini che in questi anni stanno riqualificando il centro e le periferie della città. I meccanismi partecipativi costruiti da esperienze come “Massa Critica” – rete cittadina autorganizzata che mette insieme esperienze sociali diverse che praticano forme di autogoverno della città – che si tiene lontana dalle stanze istituzionali ma le incalza determinandone spesso l’agenda politica, dimostrano come possa esistere qualcosa di diverso e vincente rispetto alla semplice delega a candidati Cinque stelle con la fedina penale pulita. La partecipazione diretta dei cittadini (legale e illegale, votando come occupando e autogestendo spazi urbani) ha infatti contribuito in modo decisivo a questo successo e soprattutto può se funziona garantirne la riuscita. E dimostra come in presenza di un’alternativa efficace lo stesso partito di Grillo abbia una presa elettorale molto ridotta. La cosa da guardare con interesse dello scenario napoletano, che infatti spaventa molti, è l’ipotesi che si instauri con continuità una politica istituzionale disposta ad ascoltare dei movimenti sociali a loro volta fermamente decisi a non farsi sussumere, come tante volte successo a realtà e personaggi provenienti dalle mobilitazioni sociali.

Per quanto riguarda le candidature di Sinistra italiana alternative al Pd, in tutte le grandi città raccolgono invece un consenso testimoniale tra il 3 e il 4 percento, con un risultato solo poco più significativo a Bologna – dove il processo è stato effettivamente qualcosa di più della semplice somma dei partitini residui – ma pur sempre non in grado di far partire una dinamica credibile e di un qualche interesse per il futuro. E Sinistra Italiana, ufficialmente ancora in attesa del proprio congresso di nascita, potrebbe in realtà non vedere mai la luce. Per l’ennesima volta dal 2008 ad oggi, si conferma la necessità di costruire qualcosa di radicalmente nuovo, che rompa con le zavorre di ciò che rimane dei partitini della sinistra e del suo personale politico, che nasca da esperienze di movimento utili socialmente per tradurre in progetto politico la credibilità delle esperienze di conflitto sociale.

Insomma, se i poteri dominanti si appoggiano in realtà su fondamenta fragili, la difficoltà più grande al momento è trasformare la richiesta di radicale cambiamento in conflitto sociale capace di trasformare quella rabbia in obiettivi sociali concreti e in pratiche democratiche innovative. Se le esperienze che la intercettano rimangono prevalentemente esperienze elettoraliste “anti-casta” che non si pongono l’obiettivo di stimolare nessun processo partecipativo reale (che vada oltre i social network), Renzi può provare a continuare a surfare sulla confusione, tentando ad esempio con il referendum costituzionale di presentare la propria riforma come un provvedimento contro una parte della casta, nascondendo i problemi sociali. Ma quella rabbia esiste e se si trasformasse in rabbia collettiva con chiari obiettivi sociali, potrebbe far male.
Per noi fare politica oggi significa chiederci come intercettarla, come sfruttare conflittualmente gli spazi che si possono aprire in alcune città per radicalizzare socialmente alcuni contenuti, come organizzare la moderna composizione di classe attivando al contenpo meccanismi partecipativi di massa che inizino a riscrivere le regole della gestione del territorio urbano.

6 Giugno 2016

 La vignetta è dell’Istituto LU.PE

dal sito Communia

 

 

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