BREXIT: CHE SUCCEDE ORA? di Aldo Giannuli

Contro sondaggi ed exit poll, ha vinto Brexit: 48 a 52, la Gran Bretagna decide di uscire dalla Ue. L’assassinio di Joe Cox non ha giocato il ruolo sovvertitore delle tendenze dell’elettorato che si temevano ed ora rischia di essere un boomerang che torna sul governo. Sulle ragioni di questo distacco ragioneremo quando potremo analizzare i risultati di dettaglio. Ora cerchiamo di capire che scenari si preparano.

In primo luogo di carattere politico a cominciare dal destino del governo: le regole della politica (e della correttezza istituzionale) vorrebbero che Cameron ne traesse tutte le conseguenze, ma siamo nel tempo dei giullari e Cameron è solo un Renzi che parla con la bocca a culo di pollo, per cui non ci aspettiamo alcun gesto onorevole, anche perché, a differenza del nostro, questo giullare ha messo le mani avanti per non cadere ed ha detto che, qualunque sia il risultato, lui non se ne va. Però non è detto che resti, perché dipende dalla tempesta che può scatenarsi.

In secondo luogo c’è un dato che deve far pensare: Brexit ha vinto in Inghilterra strettamente considerata (salvo la cosmopolita Londra), però ha perso in Scozia, il che lascia presagire una possibile conseguenza diretta: il riproporsi del separatismo scozzese.

In terzo luogo, gli effetti sulla Ue. Vero è che l’Uk è sempre stata con un piede dentro ed uno fuori dall’Unione, però è la prima aperta sconfessione popolare di un paese importante verso la Ue. E questo ha due conseguenze dirette: ha stabilito un precedente che potrà essere seguito da altri e rilancia le tendenze separatiste in tutti i paesi, in secondo luogo saltano tutti gli equilibri istituzionali. Infatti, pur non facendo parte dell’eurozona, la banca centrale inglese partecipa al board della Bce: può continuare così? E Se esce, chi rileva la sua quota percentuale? Ed ha un senso la presenza di parlamentari inglesi nel Parlamento di Strasburgo? Ed ovviamente, anche Commissione e Consiglio d’Europa devono adeguarsi. Aumenta ancora il peso della Germania, ma questo non fa che alimentare le tendenze secessioniste altrui.

Non c’è dubbio che la Ue ne esca terremotata. Non è detto che questo abbia riflessi più di tanto sull’Euro, ma è evidente che, in una certa misura da capire, le avrà. Non so se ci sarà il terremoto finanziario che molti temono e non è affatto scontato che esso debba esserci. In sé la decisione inglese non implica le conseguenze paventate dai fautori del Remain, però è anche vero che c’è un interesse specifico di diverse centrali politiche e finanziarie a che ciò accada. Una uscita inglese troppo indolore potrebbe aiutare le spinte separatiste, e questo non è sopportabile dall’establishment europeo. Peraltro la situazione finanziaria mondiale è già molto debole con nubi minacciose all’orizzonte: ad esempio c’è il rischio di un crollo brasiliano nel giro di qualche mese e, se ciò si verificasse, implicherebbe un possibile crollo del Banco di Santander, particolarmente esposto in quella direzione ed il Banco è un pezzo importante della City londinese. Poi c’è il riflesso sulle banche europee ed in particolare italiane e tedesche che sono quelle messe peggio. Insomma tutto da vedere, ma che possano esserci forti movimenti tellurici già a partire dai prossimi giorni e settimane, è una certezza.

Ma, al di là dell’esito che ha dato la vittoria a Brexit il punto centrale dell’analisi è che il paese è spaccato a metà. Certo, chi ha la maggioranza, anche per un solo voto ha vinto, ma che vittoria è quella ottenuta con una manciata di voti? Esattamente come accadde meno di un anno fa nel referendum per l’indipendenza della Scozia, è ovvio che gli sconfitti non si rassegnino e preparino la rivincita o nelle prime elezioni politiche o, se appena possibile, in un nuovo referendum che, nel caso specifico, sarà ancora più avvelenato di quello appena passato. Per non dire di possibili eventuali accuse di brogli.

Insomma un risultato che non può avere piena legittimazione e che certamente determinerà un’accentuata instabilità politica. La situazione politica inglese avrebbe richiesto, più che l’alternativa secca del referendum (dentro/fuori), una più accorta opera di mediazione, per cui il “fuori” avrebbe potuto essere un fuori che però considerasse costi e rischi e adattasse a questo tempi e modi del percorso ed il “dentro” avrebbe potuto essere un “dentro” a condizioni rinegoziate, tenendo conto della domanda politica degli ostili alla Ue. E magari il referendum sarebbe potuto svolgersi fra ipotesi meno diametralmente opposte e non avere il carattere di duello all’ultimo sangue che ha avuto. Oggi il Regno Unito è un paese drammaticamente spaccato e con odi difficilmente ricomponibili. Lo stesso assassinio della Cox, che si sia trattato di un assassinio su commissione per avvelenare lo scontro referendario o che sia stato l’opera di un pazzo solitario, è il segnale di una carica di odio del tutto inedita in un paese la cui storia non annovera episodi cruenti di questo genere da almeno tre secoli.

Ma il problema è che il senso della mediazione politica è saltata in aria. Ormai mediazione politica è sinonimo di intrigo, di maleodorante retrobottega politicante, di “inciucio”, mentre prevale una logica sopraffattoria ammantata di retorica calcistica.

Ma gli assetti costituzionali di un paese, ed a maggior ragione l’appartenenza ad una comunità internazionale che incorpora pezzi di sovranità e che innerva profondamente l’economia, non possono essere decisi a botta di maggioranza con tre voti di scarto. Per definizione essi non posso essere che essere terreno di condivisione e devono trovare una larga base di sostegno.

La Repubblica, in Italia, vinse con due milioni di voti di scarto, circa il 10%, un risultato non proprio risicato, ma sicuramente non plebiscitario, ragion per cui nella Assemblea Costituente si cercò il massimo di condivisione ed, alla fine, il testo fu approvato con circa il 90% dei voti essendosi pronunciati a favore socialdemocratici, comunisti, socialisti, democristiani, azionisti e repubblicani. Questo richiese una forte opera di mediazione per cui, ad esempio, i comunisti accettarono l’inserimento dei patti lateranensi nell’articolo 7 (e forse fu una concessione eccessiva) mentre i Dc accettarono una formulazione ambigua dell’articolo 49, per la quale, il riferimento al “metodo democratico” non implicasse alcuna indicazione di merito sul regime interno di ciascun partito. Le sinistre accettarono il bicameralismo e la nozione di “salario familiare” e non individuale, mentre i Dc accettarono che nel testo non vi fosse alcun riferimento all’indissolubilità del matrimonio e che non vi fosse alcun riferimento a Dio nell’art 1, la cui formulazione (“Repubblica democratica fondata sul lavoro”, al posto di “Repubblica democratica dei lavoratori” come proponeva Di Vittorio) fu un capolavoro di mediazione.

Perché la cultura politica della nascente Repubblica era largamente permeata dal senso della mediazione, come era necessario che fosse in un paese che usciva da una dittatura e una guerra entrambe rovinose e nel quale occorreva far convivere forse socialiste, cattoliche e laiche senza che nessuna prevaricasse. La guerra fredda spinse verso un conflitto che rischiò più di una volta di travolgere questo fragile argine che, però, tenne proprio grazie al senso di equilibrio che derivava da quella cultura della mediazione. E questo è sempre caratteristico dei sistemi costituzionali parlamentari.

Ma, dagli anni novanta, prese piede una cultura politica profondamente permeata dallo spirito neo liberista. Chiusa nel recinto del “pensiero unico”, che legittimava come forze di governo solo partiti politici di marca liberista, la nuova cultura politica non aveva bisogno di alcuna mediazione, perché presupponeva un ricambio politico fra élite politiche omogenee, distinte solo da limitate differenze interne allo stesso orizzonte ideologico. La differenza era essenzialmente quella delle caratteristiche personali del capo coalizione.

Questo ha implicato uno spirito sostanzialmente fondamentalista: il tempo della globalizzazione, almeno sin qui, è stato tempo dei fodamentalismi e, se gli islamici hanno avuto lo Jihadismo, l’India il radicalismo induista, altrettanto per Israele, l’occidente ha avuto sua espressione fondamentalista nel neoliberismo. Ed il fondamentalismo, per definizione, non ammette mediazione. Da questo è scaturita una visione della lotta politico-elettorale per la quale chi vince vince tutto e chi perde tutto, ed il potere di decisione appartiene tutto e solo al vincitore, mentre alla minoranza non resta altro ruolo che restare in panchina come possibile squadra di ricambio.

E’ di qui che dipende anche l’uso inappropriato dei referendum come suggello finale di chi ha vinto e chi ha perso. Il populismo di cui tanto spesso ci si lamenta (spesso confondendolo con la democrazia tour court) si alimenta proprio di questa cultura della sopraffazione.

E questo è il frutto velenoso del neoliberismo. Ma le sue regole iniziano a saltare ed il confortevole recinto del “pensiero unico” inizia a registrare più di un varco Il sistema non tiene più.

24 Giugno 2016

Dal sito http://www.aldogiannuli.it/

 

 

 

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