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LA RIVOLUZIONE RUSSA E I SAMURAI di Claudio Taccioli

SetteSamurai

 

Il più bel film sulla rivoluzione russa dell’ottobre ’17 è “I SETTE SAMURAI”(Shichinin no Samurai – 1954).
Akira Kurosawa colloca la storia fra il 1587 e l’anno successivo; l’Era Sengoku del suo Giappone.
Un posto, in quell’epoca, frequentato dai Samurai.
Una casta di intellettuali, esperta nelle arti Zen; come l’arte della scrittura (shodo) e quella del the (cha no yu). A differenza, però, delle altre, esperta nelle arti marziali.
Il samurai viene, infatti, chiamato Bushi: “l’uomo che ha la capacità di mantenere la pace, con la forza militare o letteraria”.

La storia raccontata dal film, è quella dei contadini e dei piccoli artigiani di uno sperduto villaggio giapponese.
A ogni nuova stagione, ricevono la visita di una banda armata (40 banditi) che li obbliga a consegnare il frutto del lavoro.
Sempre più disperati, gli abitanti del villaggio decidono di assoldare dei Samurai che li possano difendere.
Nessuno, però, li vuole aiutare perché non c’è né gloria né ricchezza per l’impresa da affrontare.
Sono disperati e quasi rassegnati al fallimento, quando vedono un Samurai che, pur di aiutare un bambino maltrattato, si rade a zero per fingersi un monaco. Fa, cioè, una cosa assolutamente straordinaria e fuori dal comune per un Samurai: rinuncia al vanto e all’orgoglio dei lunghi capelli. Curati fino all’eccesso da ogni Samurai, come simbolo di appartenenza e segno di bellezza personale.
Kambei Shimada, il Samurai che aiuta il bambino, accetta di aiutarli e ne raccoglie intorno a se altri (cinque) e un giovane contadino che si rappresenta come tale. Sette combattenti, in tutto!
I Samurai organizzano la resistenza e insegnano ai contadini, per quanto riescono, le regole del comattimento: “Chi difende tutti difende se stesso, chi pensa solo a se stesso si distrugge”.
La lotta contro i banditi è dura e senza tregua. I contadini partecipano direttamente, come e con quel che possono, agli scontri cruenti.
Dopo tre giorni di corpo a corpo sanguinosi, in cui cadono 4 Samurai e diversi contadini, i banditi vengono letteralmente annientati.
La sera si festeggia e i Samurai liberano, dopo, il villaggio della loro presenza. Lo restituiscono alla libertà, senza chiedere nulla oltre a quanto promesso.
“Noi Samurai siamo come il vento che passa veloce sulla terra, ma la terra rimane e appartiene ai contadini”.

Il film è la “bella favola” della Rivoluzione Russa, quella detta “bolscevica”.
Come tutte le grandi favole è la rappresentazione onirica e/o mitica della condizione umana calata dentro i passaggi critici della comune esistenza (cappuccetto rosso, dall’infanzia all’adolescenza riproduttiva) o vissuta nelle storie collettive di cambiamento socio-economico traumatico (la guerra di Troia, l’affermazione della società e della cultura micenee nel Mediterraneo orientale).

Il villaggio dei contadini e dei piccoli artigiani è la Russia zarista sottoposta allo sfruttamento violento e disumano.
I banditi sono le classi dirigenti, aristocratico-militari e borghesi.
I Samurai sono i partiti socialisti. Fra questi, quello bolscevico e qualcun altro (i sei Samurai “veri” più Kikuchiyo/Toshiro Mifune, il contadino guerriero!) che per amore, intelligenza delle cose, comprensione della realtà e compassione della condizione umana sfruttata, decide l’azione solidale violenta. La vittoria sarà possibile solo con la partecipazione alla lotta di tutto il villaggio: di tutto il proletariato!
Nessun compromesso, pur proposto, è possibile per i 7 Samurai/bolscevichi.
Solo la lotta determinata e lucida nell’arte dell’agire, è accettata e portata avanti, senza tregua, fino alla vittoria del villaggio.
Liberato infine e salutato dai Samurai superstiti senza richiesta di alcun privilegio, salvo quello già pattuito. Con la sola possibilità di rimanere, come fa Kikuchiyo, per partecipare, come ogni altro, alla sua vita; di riti festivi stagionali e di lavoro.
Alla fine, insomma, il potere appartiene solo ai Soviet dei contadini, degli operai, dei soldati. Come affermò Lenin prima e a giustificazione dell’assalto al Palazzo d’Inverno. Come confermò per sciogliere l’Assemblea Costituente appena eletta da decine di milioni di proletari russi; ma dove i bolscevichi erano in minoranza.

“I SETTE SAMURAI” è la favola bella della Rivoluzione d’Ottobre perché il potere non passò mai dal Partito Bolscevico ai Soviet. Si stagnò là dentro, nel buio delle stanze del Cremlino e delle menti dei capi rivoluzionari. Tanto che divenne la dittatura del partito, meglio del suo Comitato Centrale; più precisamente, di 11/13 dirigenti che controllavano, come una cricca e una banda, l’intero paese.
I metodi di gestione del potere furono autoritari e brutali, al di là dei programmi e dei decreti immediati: la distribuzione, senza indennizzo, delle terre dei grandi proprietari ai contadini che ne erano privi; costituzione dei Tribunali del Popolo eletti fra gli operai e i contadini; eliminazione della polizia sostituita da milizie popolari; separazione fra Stato e Chiesa; matrimonio civile con uguali diritti fra i coniugi; divorzio; pienezza di diritti a tutte le donne; nazionalizzazione di tutta l’economia; le fabbriche affidate agli operai; denuncia e pubblicazione dei trattati segreti internazionali.
La costruzione del nuovo/antico Stato e il governo del paese conquistato furono condotti con una repressione del dissenso e della libera partecipazione, sempre più violenta e tirannica.
Dalla CEKA a Kronstadt, dall’eliminazione di milioni di esseri umani con la carestia programmata in Ucraina al Grande Terrore; con, circa, un milione e mezzo di cittadini sovietici eliminati, fra il 1937/38, dalla vita sociale. Attraverso, sia l’eliminazione fisica che la deportazione nella vertigine dell’universo concentrazionario dei Gulag.

Una tragedia senza fine che il meraviglioso film di Kurosawa non ci vuole raccontare perché gli interessa l’apologo etico e pedagogico di ciò che sarebbe stato meglio; di quello che sarà giusto e utile fare nelle medesime condizione date.
Una “bella favola” come quella che, concretamente, stanno costruendo di qua e di là dell’Oceano Atlantico: in Chiapas e nel Rojava (l’occidente). Una storia che, nelle pratiche di libertà e di partecipazione, non è già più una favola, ma la realtà di un’altra vita possibile. Della rivoluzione in cammino!


18 giugno 2017

dal sito Brescia Anticapitalista

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TUTTI GLI UOMINI DEL RE di Stefano Santarelli

“Sono un politico, e noi non abbiamo amici”

 

 

 

Il romanzo di Robert Penn Warren “Tutti gli uomini del Re” scritto nel 1946 e vincitore del Premio Pulitzer, e due anni dopo adattato anche per il teatro, forse non è un libro di facile lettura fosse soltanto per la mole, ma costituisce indiscutibilmente una delle migliori denunce di una politica senza principi morali ed un ritratto spietato di quella statunitense in particolare. Un testo che indiscutibilmente è il miglior romanzo politico americano del novecento nella sua riflessione sull’idealismo corrotto del potere e sulla logica del compromesso per non fare cambiare lo stato delle cose.

Una delle prime recensioni è quella di Orville Prescott, critico del New York Times, che il 16 agosto 1946 elogia così il romanzo: “Nato nel Sud, nel Kentucky, e cresciuto nel Tennessee (…) Warren ha scritto un romanzo accidentato e ostico come una strada di tronchi sulla palude, irrisolto, incerto davanti ai problemi della vita (…) eppure magnifico, vivace da leggere, con tensione scintillante (…) intriso di emozioni feroci, con ritmo narrativo e immagini poetiche scintillanti, non un “romanzo di lettura” (…) ma un testo che non ha pari (…) non da leggere pigri, distesi su un’amaca, ma da divorare sino alle tre di notte, da portare in treno e in metropolitana e leggere mentre aspettate il tram, un appuntamento, l’ascensore o – se capitasse – un passaggio su un elefante (…)”

Ed effettivamente Prescott non ha esagerato con questo omaggio all’opera di Penn Warren.

L’ascesa di un oscuro outsider, Willie Talos, un ingenuo venditore a domicilio di origine contadina che con grandi sacrifici si laurea in Legge e che diventa in brevissimo tempo il governatore di un non meglio precisato stato del Sud (nelle versioni cinematografiche questo stato è la Louisiana). Talos parte da nobili principi morali facendosi paladino delle giuste istanze di progresso, cambiamento e speranze delle masse contadine ancora colpite dagli effetti della grave crisi economica del 1929, ma che purtroppo si trasformerà in brevissimo tempo in un cinico politicante del tutto identico a coloro che denunciava all’inizio della sua attività politica.

In questa sua traiettoria politica Willie Talos viene aiutato da un giornalista, Jack Burden, che contrariamente a lui è un uomo colto proveniente da una famiglia facoltosa che in breve diventa il suo ghost writer. Sono entrambi attratti l’uno dall’altro poiché Talos vede in questo giornalista l’esponente di quella classe sociale di cui vuole fare parte e questo desiderio lo fa assomigliare al Julian Sorel protagonista del celebre romanzo di Stendhal “Le Rouge e le Noir” con cui condivide la fine tragica, al contrario invece Burden vede in Talos soltanto quel coraggio e quei ideali di cui ha letto soltanto nei libri e che è incapace ad esprimere e utilizzerà tutti mezzi leciti ed illeciti per difenderlo dimostrandosi altrettanto cinico come il suo idolo.

Dopo la sua nomina a governatore Talos vara tutta una serie di riforme a favore degli strati più deboli della società, ma le sue contraddizioni legate alla spregiudicatezza, al cinismo e all’ipocrisia lo portano ad un ribaltamento del suo programma politico.

Talos si rivela per ciò che è veramente, soltanto uno spregiudicato demagogo ed i senatori conservatori ne propongono l’impeachment e questa misura viene appoggiata dal Giudice Irwin, uomo integerrimo e padrino oltre che ex tutore di Jack Burden. Talos allora incarica Burden di trovare un eventuale scheletro nell’armadio nella vita di Irwin e immancabilmente lo trova e ciò porterà il Giudice Irwin al suicidio. Stanton viene confermato governatore, ma verrà subito assassinato in un attentato.

Il romanzo di Penn Warren è ispirato alla controversa vicenda umana e politica del democratico Huey Pierce jr. Long Governatore della Louisiana dal 1928 al 1932 diventando poi senatore e progettando la sua candidatura alle Presidenziali del 1936, ma un anno prima rimase vittima di un attentato.

Long il cui motto elettorale era “Ogni uomo è un Re” come Governatore promosse la costruzione di ospedali, scuole, combattendo la piaga dei senza tetto frutto della grande depressione del 1929 proponendo una nuova politica della ridistribuzione della ricchezza sotto forma di tasse sul patrimonio delle società e dei cittadini più abbienti.

Questo romanzo ha avuto una genesi molto travagliata e solo recentemente (2001) è stato pubblicato nella sua forma integrale ed in questa forma è stato ripristinato il nome originale del protagonista cioè Willie Talos, che ha un forte richiamo semantico e letterario. Mentre in precedenza il nome era Willie Stark, nome con il quale era stato conosciuto nelle prime edizioni e nei due film tratti da questa opera.

Sinteticamente è questa la trama e la storia di questo bellissimo romanzo che ha avuto ben due trasposizioni cinematografiche che sono molto fedeli al testo e al messaggio politico di Penn Warren.

 

 

La prima versione è del 1949, cioé tre anni dopo l’uscita del romanzo, ed ottenne un grandissimo successo vincendo ben tre Premi Oscar (Miglior film, Migliore attore protagonista, migliore attrice non protagonista) e altre quattro nomination.

In questo film l’interpretazione di Broderick Crawford nella parte di Willie Stark è semplicemente perfetta, non a caso vinse l’Oscar, offrendoci un ritratto umano di questo politico cinico e corrotto.

In verità il regista aveva pensato per questa parte a John Wayne il quale rifiutò sdegnato questo film da lui definito antipatriottico e mal gliene incolse perché girò invece Iwo Jima dove ottenne sì la nomination all’Oscar, ma perdendola proprio contro Broderick Crawford.

Ma non è soltanto Crawford ad offrire una grande prova come attore, infatti è necessario citare quella di John Ireland, un classico caratterista di film western, che qui nella parte di Jack Burden ci da una straordinaria interpretazione da lui mai più eguagliata, tanto da ottenere la nomination all’Oscar quale migliore attore non protagonista.

Mercedes McCambridge, che come Ireland ha sempre recitato in ruoli secondari, ottenne con questo film l’Oscar quale migliore attrice non protagonista nella parte dell’intrigante assistente politica di Stark. A mio avviso però la sua migliore interpretazione rimane quella del leggendario western Johnny Guitar nel ruolo della malvagia Emma Small feroce nemica di Vienna (la grande Joan Crawford).

 

Robert Rossen (1908-1966)

 

 

Il successo di questo film non è solo dovuto al romanzo di Penn Warren e agli attori che lo hanno interpretato, ma anche dal regista Robert Rossen che ne scrisse la sceneggiatura e lo produsse tanto da meritarsi la nomination per la regia.

Robert Rossen è un regista troppo sottovalutato e che meriterebbe un capitolo a parte.

Estremamente impegnato sul piano sociale diresse film di notevole spessore come l’indimenticabile Anima e corpo interpretato da John Garfield incentrato sul mondo della boxe e del racket del 1947, dopo Tutti gli uomini del Re, nel 1951 gira Fiesta d’amore e di morte che è il primo film che denuncia la crudeltà della corrida.

All’inizio del maccartismo Rossen ne cade subito vittima, fino al 1947 era stato iscritto al Partito comunista e oltretutto con le sue amicizie pericolose come quella con John Garfield e il regista e sceneggiatore Abraham Polonsky si trovò costretto a lasciare subito gli Stati Uniti e in Italia dirige Mambo un film che viene ricordato soprattutto per la presenza scenica della nostra Silvana Mangano.

Dopo la fine del maccartismo gira nel 1961 uno dei film più belli che abbia mai interpretato Paul Newman: Lo spaccone. Nel 1964 gira un altro capolavoro come Lilith interpretato da Warren Beatty e Jean Seberg: una inquietante storia d’amore ambientata in istituto per malattie mentali che purtroppo sarà il suo ultimo film, infatti muore nel 1966 a soli 58 anni.

 

 

Ma ritornando a Tutti gli uomini del Re nel 2006 viene girata una seconda versione cinematografica con un cast di primo ordine: Sean Penn nella parte di Willie Stark, Jude Law in quella di Jack Burden e Anthony Hopkins nella parte del giudice Irwin.

Questo film non è assolutamente inferiore a quello del 1949 anzi si può tranquillamente affermare che l’interpretazione di Sean Penn è superiore a quella di Broderick Crawford, ma per uno dei grandi misteri a cui ci ha abituato il cinema hollywoodiano si rivelò un vero fiasco. Infatti il film incassò solamente 9 milioni di dollari con una perdita dell’84% del budget investito ed è risultato il più clamoroso insuccesso del quinquennio 2005-2010. Un insuccesso che non è stato ammortizzato con la vendita dei DVD e i successivi passaggi televisivi.

Nonostante questo insuccesso economico questa seconda versione resta comunque un ottimo film.

Consiglio quindi vivamente la lettura di questo romanzo e la visione dei due film che ne sono stati tratti perché aiutano a comprendere il gioco della politica e di quella statunitense in particolare, anche se personalmente non accetto totalmente il pessimismo di Penn Warren che fa dire amaramente al suo protagonista: “L’uomo è concepito nel peccato e nasce nella corruzione, poi passa dal puzzo delle fasce al fetore del sudario.”




 

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LA CAMPANA HA SUONATO di Stefano Santarelli

 

 

 

Esistono film completamente dimenticati ma che meritano di essere ricordati non solo per l’opera cinematografica in sé, ma anche per il messaggio politico e sociale che trasmettono.
In questa categoria rientra sicuramente un western girato nel 1954 “La campana ha suonato” (Silver Lode) girato in piena epoca maccartista e che solo ad un osservatore distratto può apparire come un classico B Movie. Al contrario grazie alla perfetta sceneggiatura di Karen Dewolf che si caratterizza per lo stile asciutto e sintetico è invece una lucida denuncia del clima di caccia alle streghe che venne lanciato dal senatore Joseph McCarthy.

In una piccola cittadina del West, Silver Lode, quattro uomini guidati dallo sceriffo federale McCarthy (un cognome evidentemente non scelto a caso) giungono proprio nel giorno in cui deve essere celebrato il matrimonio di un tranquillo e rispettato cittadino, Dan Ballard, con l’accusa di avere due anni prima assassinato proprio il fratello di questo sceriffo.
Dan Ballard cercherà con l’aiuto iniziale del fratello e del padre della sposa di scagionarsi da questa accusa, ma in brevissimo tempo lo sceriffo federale McCarthy riuscirà a convincere tutta la popolazione ad eccezione della promessa sposa e di una signora di “facili costumi” della colpevolezza di questo onesto cittadino. La popolazione di Silver Lode ne è così convinta che in neanche un’ora passerà dall’apparente sostegno al tentativo di linciarlo.
Dan Ballard riuscirà solo alla fine grazie all’aiuto della fidanzata e di questa altra signora a mandare un telegramma ricevendone una immediata risposta: non solo lui non è ricercato per omicidio, ma McCarthy non è uno sceriffo federale ma solo un volgare bandito e ladro di bestiame.
Il film termina con Ballard ferito, non solo fisicamente, che abbandona amareggiato la città insieme alla sua fidanzata.

 

Stuart Whitman e Dan Duryea

 

Come si vede la trama è molto simile a “Mezzogiorno di fuoco” girato solo due anni prima e con lo stesso ritmo narrativo di una ora e mezza di svolgimento in tempo reale, ma in questo film il messaggio antimaccartista è molto più evidente.

Intendiamoci: La campana ha suonato non è certamente all’altezza di Mezzogiorno di fuoco sia per la modestia dei protagonisti, John Payne e Lizabeth Scott, i quali non sono certamente all’altezza di due mostri sacri del cinema hollywoodiano come Gary Cooper e Grace Kelly. Sia per la colonna sonora di Louis Forbes e Howard Jackson che non può assolutamente rivaleggiare con la struggente canzone Do not forsake me, My Darling del grande Dimitri Tiomkin non a caso vincitrice del Premio Oscar. E la buona regia di Allan Dawn non può certo competere con il pesante clima di suspense creato da Fred Zinnemann.

Comunque è da ricordare che Allan Dawn è stato un celebre regista di film muti (più di quattrocento) interpretati da grandi dive come Mary Pickford e Gloria Swanson, l’indimenticabile protagonista di Viale del tramonto, oltre che per avere diretto il celebre film di guerra Iwo Jima interpretato da John Wayne.
La campana ha suonato se ha due protagonisti modesti mette in campo invece un stuolo di caratteristi di primissimo livello da Dan Duryea, uno dei più celebri “cattivi” del cinema hollywoodiano, a Emile Meyer (Orizzonti di gloria), da John Hudson (Sfida all’O.K. Corral) a Harry Carey jr. (uno degli attori preferiti di John Ford) ed infine a Stuart Whitman (I Comancheros, Quei temerari sulle macchine volanti) in una delle sue prime interpretazioni.

Questo film ha avuto poche apparizioni televisive, personalmente non ne ricordo neanche una, ed oggi le sale cinematografiche italiane non sono disposte ad ospitare film, anche più celebri, del passato. Lo si può trovare soltanto nei DVD e se chi legge queste note lo riesce a trovare, ebbene ne consiglio vivamente l’acquisto.

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NUMERI RECORD PER “QUO VADO”, IL FILM DI ZANONE. MA DIETRO C’E’ UNA STRATEGIA STUDIATO A TAVOLINO di Antonio Menna

 
 
 

Non si parla d’altro, in questo momento. Zalone sì, Zalone no. Chi lo ha visto e chi non lo ha visto. Titoli strillati: un successo senza precedenti, numeri da capogiro, record. Il caso alimenta un nuovo caso. Chi non lo ha visto, ci andrà. Magari per dirne male. E poi un nuovo caso ancora. La grande operazione commerciale della Medusa film, non c’è che dire, è riuscita.

Quo vado, il film del comico pugliese Luca Medici (il nome vero di un musicista raffinato che finge di essere tonto per somigliare meglio agli italiani), nel giorno di esordio ha raccolto 6.850.000 euro; nel secondo giorno di programmazione quasi 7 milioni. Nella sua terza giornata circa 7.770.000 euro. Alla fine del primo weekend ha totalizzato 22.248.000 euro.

Qualcuno grida allo scandalo. Tutta questa gente al cinema per una commedia facile facile sarebbe il segno della bassa scolarizzazione del Paese. Altri urlano, invece, alla ripresa del cinema italiano. Tutto questo successo sarebbe il segno di quanto talento e quanto valore sarebbero capace di mettere in circolo i nostri connazionali.

Forse è il caso di mollare il prosecco, Capodanno è finito.

Il successo di Zalone non è né scandaloso né strepitoso. Una onesta commedia qualunque con un onesto comico qualunque che non fa né schifo né osanna. Basta dare una occhiata dietro le cifre per capire di che si tratta. E’ il classico boom costruito a tavolino da chi ha il potere di decidere per noi facendoci credere che decidiamo noi.

E’ il business monopolistico della distribuzione. Riguarda il cinema come i libri. Loro scelgono cosa dobbiamo vedere e cosa dobbiamo leggere. E noi vediamo e leggiamo quello che ci impongono, credendo di deciderlo, decidendo che ci piace, o non ci piace, discutendone fino allo sfinimento e alimentando quel caso che fa soldi e nuovo business.

Due numeri per capirci: il film di Zalone è stato distribuito in 1500 copie. Mai nessun film, nella storia del cinema italiano, ha avuto questa distribuzione. Si è trattato di una vera e propria occupazione di tutti gli spazi disponibili. Il primo gennaio, Zalone in tutti i cinema. Questo l’ordine della Medusa.
Gli schermi in Italia sono 3800. Su oltre il 40% degli schermi italiani c’è il film di Zalone. Considerando che l’80% degli schermi è riunito in multisala, si può dire che oltre il 60% dei cinema italiani montava una o più copie di Quo Vado. A questo va aggiunto che la maggior parte delle città italiane è servita da poche sale. La media italiana, secondo i dati dell’Anica, è di una sala ogni 18mila abitanti. Ma ci sono regioni come il Trentino, la Basilicata e la Calabria dove c’è una sala ogni 57mila abitanti. In ognuna di queste sale periferiche – con una strategia mirata – è stato montato il film di Zalone, che ha preferito i piccoli centri alle grandi città, imponendo di fatto a tutti gli abitanti di quei territori che volevano andare al cinema a Capodanno (periodo di boom per i film), di vedere quella pellicola.

Per avere un termine di paragone, che proprio in questi giorni è stato utilizzato: Star wars – il risveglio della forza, settimo episodio della saga, è stato distribuito in Italia in 800 copie e ha incassato circa 22 milioni di euro. In proporzione, numeri non distanti da Zalone. Il quale, peraltro, ha fatto anche meglio in passato. Sole a catinelle, il suo precedente film targato 2013, nei primi quattro giorni di programmazione totalizzò 18,6 milioni di euro. In sette giorni, 23 milioni (in totale, 51 milioni di euro di incassi). Uscendo alla fine di ottobre, in un periodo tutt’altro che favorevole e non certo paragonabile a Capodanno, con molte meno copie distribuite.
Quel film, peraltro, era costato alla produzione meno di 7 milioni di euro. Quo vado ha un budget di produzione dichiarato che supera abbondantemente i dieci milioni di euro. Cinque volte il costo medio di produzione di un film italiano (dati Anica: 1,96 milioni di euro a film). Tutti soldi – tanti – messi dalla Medusa, che detiene oltre al controllo della distribuzione cinematografica anche una buona parte delle sale nelle più importanti città italiane: quelle del circuito Cannon (ex Gaumont) e del circuito The Space Cinema.

Senza nulla togliere, o mettere, al talento di Zalone, che fa ridere o piangere a seconda dei punti di vista, il presunto boom del suo film di inizio anno è di quelli costruiti a tavolino da un mercato monopolizzato, controllabile, che orienta le scelte, costruisce fenomeni di marketing, gli affida tutti gli spazi, riduce al silenzio le voci alternative, obbliga alla scelta senza dirlo, e alimenta, con il suo circuito massmediatico, un caso dove il caso non c’è. Viene da chiedersi, a questo punto, perchè il Ministro dei beni culturali, Franceschini, abbia sentito il bisogno di twittare il suo “Grazie a #CheccoZalone”, scrivendo che “il successo di #QuoVado fa bene a tutto il cinema italiano e avvia alla grande un 2016 di ritorno nelle sale.”

Non è vero, è un successo organizzato e pilotato. Franceschini non lo sa oppure lo sa benissimo e dà il suo contributo al grande business?


4 Gennaio 2016

dal sito ItaliaOra

 

 

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L’AMMUTINAMENTO DEL CAINE di Stefano Santarelli

 
 
“Il comandante è un uomo solo e può essere facilmente frainteso”


L’ammutinamento del “Caine” (1954) rappresenta una interessante anomalia nella produzione hollywoodiana, infatti tratta un argomento estremamente scabroso per quegli anni dominati dalla propaganda e repressione maccartista. Infatti il soggetto del film è rappresentato dall’ammutinamento di una nave militare statunitense durante la 2° Guerra mondiale. Per la cronaca non è mai avvenuto un ammutinamento nella marina militare di questo paese.
Una trama quindi di fantasia anche se il tema è particolarmente scottante ed è una profonda riflessione sulla solitudine del comando e sul potere e sulle responsabilità che esso comporta.

Stanley Kramer il produttore del film, uomo coraggioso e socialmente impegnato si era sempre caratterizzato nell’affrontare questioni spinose, dalla guerra nucleare (L’ultima spiaggia) al razzismo (La parete di fango, Indovina chi viene a cena? ) fino all’amara allegoria del maccartismo(“Mezzogiorno di fuoco”), acquistò i diritti dell’omonimo romanzo di Herman Wouk quando non era ancora un best seller e le critiche erano molto contrastanti pagandolo 60.000 dollari. Una cifra in fondo modesta se si pensa che il film costò 2,3 milioni di dollari guadagnandone poi ben dodici. Il romanzo di Wouk successivamente si rivelò un successo tale da aggiudicarsi addirittura il Premio Pulitzer. Wouk curò anche una versione teatrale che riscosse un ottimo successo a Broadway basato sulla fase processuale della storia.
Inizialmente la Marina non voleva collaborare con un film basato su un ammutinamento in una nave militare addirittura in tempo di guerra. Lo stesso autore del romanzo, Wouk, che aveva prestato il servizio militare in marina, propose di restituire i soldi che aveva ricevuto per i diritti del film. Ma la dura opposizione di Kramer fece ritornare sui suoi passi Wouk.
Il film venne poi dedicato alla Marina degli USA che offrì la sua consulenza tecnica.
Kramer riuscì a mettere insieme un Cast veramente superbo offrendo la parte del Comandante Queeg ad Humphrey Bogart una grandissima star di quegli anni e mettendo nel Cast un altro Premio Oscar Jose Ferrer,oltre a Van Johnson e Fred MacMurray. E proprio quest’ultimo attore, il futuro“Professore tra le nuvole”, interpreta un ruolo abbastanza insolito per lui: colui che si rivelerà come il vero responsabile dell’ammutinamento del “Caine”.
Un cast superbo nella migliore tradizione hollywoodiana che vede tra gli altri Lee Marvin, Claude Akins, Tom Tully (che ottenne la nomination come miglior attore non protagonista) e il grande caratterista Whit Bissell nella parte dello psichiatra e che ingiustamente non compare nei titoli di testa.
L’attore che appare più spesso nel film è Robert Francis, un giovane e promettente attore che morirà tragicamente in un incidente aereo un anno dopo questo film, il quale nella parte del giovane Keith ci introduce nella vita di questa nave.
La regia di Edward Dmytrik, vittima del maccartismo per la sua adesione al Partito comunista poi delatore, è perfetta nel fare di questo film un opera corale con personaggi a tutto tondo. Una caratteristica questa di molti suoi film (I giovani leoni, Ultima notte a Warlock).

La trama vede un giovane di ottima famiglia estremamente immaturo Willie Keith (Robert Francis) che viene assegnato con il grado di Guardiamarina nel dragamine “Caine” comandato dal Capitano
DeVriess (Tom Tully) il quale in modo più che giustificato non ha nessuna stima per il giovane Guardiamarina. Quando il Comandante DeVriess viene sostituito dal Capitano Philip Francis Queeg (Humphrey Bogart) profondamente provato da due anni di guerra nel Pacifico è un uomo ossessionato dai regolamenti e con una personalità chiaramente paranoide.
Il suo discorso di insediamento non viene gradito dai suoi ufficiali e la disciplina che vuole imporre sul “Caine” viene osteggiata da tutto l’equipaggio:

“Come vi dirà chiunque mi abbia conosciuto io vado avanti a base di regolamento (…) A bordo della mia nave ‘eccellente’ significa ‘normale’, ‘normale’ significa ‘mediocre’ e ‘mediocre’ è un aggettivo che non esiste. (…) Esistono quattro modi di fare tutte le cose: quello giusto, quello sbagliato, quello navale e quello mio. Ebbene, qui si farà a modo mio.”

Alcuni episodi aiutano a creare un clima di totale sfiducia nei confronti del nuovo comandante. Una sfiducia che viene cinicamente alimentata dal tenente Thomas Keefer (Fred MacMurray) uno scrittore nella vita privata che odia profondamente la mentalità militare.
Il Comandante Queeg consapevole della frattura che si è creata con i suoi ufficiali che si è aggravata dopo una operazione militare in cui è stato colto da un attacco di panico cerca disperatamente di ricucire questi rapporti chiedendo loro praticamente scusa, ma trova soltanto il gelo dei suoi ufficiali.
Il tenente Keefer in varie discussioni con il Tenente Maryk e il Guardiamarina Keith sostiene che Queeg è affetto da squilibri mentali e che per questo dovrebbe essere destituito dal comando.
E quando il “Caine” si trova ad affrontare un pericoloso tifone il suo primo ufficiale Steve Maryk (Van Johnson) sostenuto dal Guardiamarina Keith destituisce dal comando il Capitano Quegg che nel frattempo aveva perso il controllo.
Durante la conseguente Corte Marziale per ammutinamento soltanto la bravura del loro avvocato Barney Greenwald (Jose Ferrer) il quale riesce a fare crollare nel controinterrogatorio il debole Capitano Queeg salva dalla sicura condanna a morte Maryk e Keith. Alla sera durante i festeggiamenti degli ufficiali del “Caine” si presenta ubriaco l’avvocato Grenwald che rimprovera le loro responsabilità sulla loro vicenda :

– Greenwald: Sapete una cosa? Quando studiavo legge e il signor Keefer scriveva i suoi romanzi e lei Willie svolazzava sui campi di gioco di Princeton chi vegliava su questa grassa patria nostra, eh? Chi si fotteva sul mare? Il comandante Queeg, insieme a tanti altri, che non sono crollati solo perché erano un po’ più forti. Non noi. Oh, no! Noi sapevamo troppo bene che in Marina non si diventa ricchi.
– Keith: Ma rimane il fatto che il comandante Queeg ha messo in pericolo la nave e l’equipaggio.
– Greenwald: Non è stato lui a metterla in pericolo, ma tutti voi. Siete veramente dei magnifici ufficiali.
– Painter: Ma era lui il comandante, no?
– Greenwald: Ha fatto bene a dirmelo, Painter, perché è proprio questo il punto. (…) Dite un po’, dopo l’affare “macchia gialla” quando vi ha chiesto aiuto, voi l’avete mollato, vero?
– Maryk: Si, è così.
– Greenwald: Non vi era piaciuta la sua condotta di ufficiale, non meritava la vostra lealtà, eh? E voi l’avete deriso (…) Se gli aveste dato l’aiuto che vi chiedeva, credete che sarebbe successo ciò che è successo? (…)
– Keith: Ma allora siamo noi i colpevoli!
– Greenwald: Ah, lei sta imparando qualcosa, e cioè che non si collabora con un comandante perché ci è simpatico, si deve collaborare con lui per il solo fatto che è il comandante. (…) e rivolgendosi a KeeferDovevate sentirlo testimoniare, lui non sapeva niente di niente. poverino (…) Il comandante Queeg era veramente ammalato, ma lei era in buona salute e non ci sono scuse alla sua viltà.
– Keefer: io non ho mai sostenuto di essere un coraggioso.
– Greenwald: Voglio fare un brindisi alla sua salute, signor Keefer (…). Maryk sarà sempre ricordato come un ribelle (…) All’unico e vero autore dell’ammutinamento del Caine. Alla salute, signor Keefer! ed in un impeto di rabbia Greenwald gli getta la coppa di champagne in faccia.
Buona parte dell’equipaggio del “Caine” viene poi riassegnato ad altre navi e il film termina con Willie Keith che ritrova il suo primo comandante, il Capitano DeVriess, che dimostrandogli la sua fiducia gli affida il comando della nave che salpa.

Il film fu un grande successo commerciale con ben sette nomination all’Oscar e deve molto alla superba interpretazione di Humphrey Bogart che ci offre forse la sua migliore performance degna dell’Oscar che andò invece a Marlon Brando per “Fronte del Porto”, d’altronde nel 1951 aveva vinto sullo stesso Brando (Un tram chiamato desiderio) con “La regina d’Africa”.
L’unica pecca del film è la parte romantica tra Robert Francis (Willie Keith) e May Wynn che appesantisce lo svolgimento del racconto.

Il film si differenzia dal romanzo per il finale che non termina con la Corte Marziale, ma prosegue nella battaglia di Okinawa dove il “Caine” comandato proprio da Keefer viene colpito da un aereo kamikaze. E mentre Keefer ferito ed in preda al panico si getta in acqua il “Caine” viene salvato dal suo primo ufficiale: il giovane Willie Keith.

L’ammutinamento del Caine non è soltanto un apologo sulla solitudine del comando e sul rapporto tra un comandante ed i suoi subordinati, ma resta anche uno dei migliori film mai girati sulla marina e sulla mentalità militare e non a caso il grande attore inglese Michael Caine (Maurice Joseph Micklewhite) prese il suo nome d’arte da questa nave immaginaria.

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L’ULTIMA SPIAGGIA DI NEVIL SHUTE di Massimo Luciani

 

 
 
 
 

Il romanzo “L’ultima spiaggia” (“On the Beach”) di Nevil Shute è stato pubblicato per la prima volta nel 1957, prima in quattro parti sul settimanale “Sunday Graphic” e successivamente come libro in una versione ampliata. In Italia è stato pubblicato da Sugar e da Mondadori nel n. 49 di “Oscar” e nel n. 147 di “Urania Collezione”nella traduzione di Bruno Tasso.

Dopo che una guerra atomica ha devastato il mondo, l’emisfero settentrionale è diventato inabitabile dopo che le aree non distrutte dalle bombe sono state colpite dal fallout radioattivo uccidendo chiunque fosse sopravvissuto agli attacchi. Alcune aree dell’emisfero meridionale sono ancora abitabili ma sembra solo questione di tempo prima che le correnti dei venti trasportino particelle radioattive dappertutto.
Uno degli ultimi sottomarini nucleari americani, lo USS Scorpion, è stato messo a disposizione della marina australiana dal suo comandate, Dwight Towers. Quando in Australia viene captato un segnale radio in code Morse proveniente dalla città americana di Seattle, Towers viene inviato a indagare. Il tenente comandante Peter Holmes della marina australiana viene assegnato allo USS Scorpion per la missione ma è preoccupato per la moglie e la piccola figlia perché le notizie sui venti indicano che l’Australia non sarà abitabile ancora per molto tempo.

“L’ultima spiaggia” è il romanzo più celebre di Nevil Shute. È un romanzo post-apocalittico ambientato dopo una guerra atomica cominciata quasi accidentalmente in seguito a eventi iniziati in piccole nazioni. Le reazioni hanno finito per coinvolgere le superpotenze in una distruzione reciproca.

Gli eventi che hanno portato all’apocalisse atomica vengono ricostruiti almeno in parte nel corso del romanzo ma il suo scopo non è quello. La storia riguarda in particolare i sopravvissuti che vivono a Melbourne, uno dei pochi luoghi ancora abitabili ma non per molto perché le nubi radioattive si muovono con i venti e stanno arrivando anche in Australia.

Fin dall’inizio, non vengono offerte speranze per il futuro, si tratta solo di capire quanto tempo hanno ancora da vivere gli abitanti di Melbourne. Nel romanzo non ci sono riferimenti a rifugi antiatomici anche se negli anni ’50 cominciavano già a essere costruiti. Oggi più che mai sembra una mancanza davvero bizzarra ma la loro presenza nella trama avrebbe reso ben più difficile scrivere una storia che distrugge ogni speranza.

Il senso de “L’ultima spiaggia” è descrivere le reazioni di una delle poche comunità ancora esistenti in un mondo morente alla consapevolezza che la morte sta arrivando. Non è un romanzo di grandi drammi ma di storie di persone singole, anche comuni, che affrontano in vari modi ciò che sembra ormai inevitabile.

Il comandante Dwight Towers della marina americana ha messo a disposizione di ciò che rimane della marina australiana il suo sottomarino, lo USS Scorpion, e il suo equipaggio. Quando viene captato un segnare radio dagli USA, viene mandato a investigare e gli viene assegnato il tenente comandante Peter Holmes.
La storia della missione dello Scorpion è solo una parte relativamente breve del romanzo rispetto a quella degli abitanti di Melbourne. I marinai sono addestrati a missioni difficili ma navigare in un mondo morente è davvero difficile e le reazioni possono essere negative.
Fin dall’inizio del romanzo c’è un senso di malinconia per i sopravvissuti che hanno ancora poco tempo da vivere. Le reazioni a quella prospettiva sono diverse ma per molti c’è la ricerca di un senso di normalità. La gente non si fa prendere dal panico ma per lo più cerca di tirare avanti, spesso continuando una routine quotidiana.
Alcuni invece reagiscono alla prospettiva della morte facendo qualcosa di diverso. Ad esempio, John Osborne, uno scienziato che ha collaborato alla missione di Dwight Towers, riesce a procurarsi una Ferrari e abbastanza carburante per correre prendendosi enormi rischi spingendola ai limiti.

Molte parti del romanzo riguardano però attività che possono essere banali, tanto che a volte la storia mi è parsa perfino noiosa. D’altra parte, il senso de “L’ultima spiaggia” è proprio l’assenza di grandi drammi perché lo stile di Nevil Shute è molto asciutto e i personaggi cercano spesso di far finta che nulla di strano stia accadendo.
È un modo per venire a patti con la prospettiva della morte. Raramente i personaggi si lasciano andare a forti emozioni ma per riuscirci devono accantonare l’idea che le nubi radioattive stanno arrivando. Dwight Towers aveva una famiglia negli USA che certamente è già morta ma, nonostante sia un uomo molto pragmatico, continua a dire che tornerà da loro. Per quel motivo, nonostante si leghi a Moira Davidson, una giovane australiana, il loro rapporto rimane assolutamente platonico.

Nella seconda parte de “L’ultima spiaggia”, il progressivo senso di avvicinamento alla fine aumenta il senso di tristezza. Per i personaggi diventa sempre più difficile combattere l’angoscia per ciò che sta accadere ma c’è anche un forte senso di dignità nel modo in cui affrontano la morte che sta arrivando. È un romanzo degli anni ’50 perciò trattare esplicitamente l’eutanasia come possibilità è un elemento davvero forte.

In questo romanzo l’azione è limitata e il ritmo è tendenzialmente lento. A causa dei toni mantenuti quasi sempre contenuti nella narrazione, l’influenza delle emozioni sul lettore è sottile ma alla fine si sente. Dei tanti personaggi, solo alcuni sono davvero sviluppati e la caratterizzazione di almeno qualche donna sembra oggi datata ma riescono comunque a far avvertire al lettore ciò che sta succedendo.

 “L’ultima spiaggia” è stato adattato per il cinema nel celebre film omonimo del 1959, che contribuì alla fama del romanzo. Nel 2000 è stato adattato per un film TV e nel 2008 per un dramma radiofonico prodotto dalla BBC. Secondo me, “L’ultima spiaggia” ha alcuni difetti ma complessivamente è un buon romanzo. Proprio per i suoi toni generalmente contenuti, finisce per avere un impatto emotivo notevole perciò se non avete tendenze alla depressione ve ne consiglio la lettura.

dal sito Netmassimo Blog

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LUI (NON) ERA SPOCK di Giona A.Nazzaro

 
Addio a Leonard Nimoy, l’attore simbolo di «Star Trek». Nella serie sin dall’inizio, ne aveva diretto anche alcuni degli episodi considerati tra i più riusciti.
Dia­rio di bordo, 27 feb­braio 2015. Il signor Spock è tor­nato a casa. Sì. Leo­nard Nimoy è il volto di Star Trek. Lui c’era già in The Cage (Lo zoo di Talos), epi­so­dio pilota pro­dotto nel 1964 ma scar­tato dalla NBC che vide la luce solo nel 1988. Wil­liam Shat­ner no. Al posto del coman­dante Kirk figu­rava Jef­frey Hun­ter (Sen­tieri sel­vaggi, Il re dei re) nel ruolo di Chri­sto­pher Pike. Del cast dell’episodio pilota annul­lato la NBC salva solo Leo­nard Nimoy (1). Ine­vi­ta­bile, quindi, con­si­de­rare il Signor Spock il vero ele­mento di con­ti­nuità di Star Trek, la serie tv fan­ta­scien­ti­fica creata da Gene Rod­den­berry. Il per­so­nag­gio cui la serie è e sarà asso­ciata per sempre.Discen­dente di ebrei ucraini, Leo­nard Nimoy nasce a Boston il 26 marzo del 1931. Se non fosse stato per la con­si­de­ra­zione che all’epoca nelle case c’erano più tele­vi­sori in bianco e nero che a colori, Spock avrebbe avuto la pelle verde, come Mar­tian Man­hun­ter, per inten­derci. Spock, che non è mai stato dot­tore, l’unico dot­tor Spock era l’omonimo pedia­tra Ben­ja­min, mili­tante dei diritti civili anti-Vietnam, arre­stato per disob­be­dienza civile, ha incar­nato, come il suo alter-ego reale, una posi­zione di scet­ti­ci­smo nei con­fronti della società ame­ri­cana e dei suoi valori che ha fatto del per­so­nag­gio una delle icone contro-culturali più amate e durature.

Spock, ibrido umano-vulcaniano, le cui orec­chie a punte furono smus­sate nel prime foto pub­bli­ci­ta­rie per­ché si temeva che potes­sero essere frain­tese come sata­ni­che, il cui look è stato ripreso rie­la­bo­rato nel Flash Gor­don pro­dotto da Dino De Lau­ren­tiis e diretto da Mike Hod­ges per dare vita all’imperatore Ming inter­pre­tato da Max Von Sydow, è il filo rosso che lega tutte le incar­na­zioni di Star Trek. Ren­dendo così Leo­nard Nimoy l’unico attore che ha par­te­ci­pato gli epi­sodi della serie tv così come della ver­sione a car­toni ani­mati. Tale era la forza del per­so­nag­gio, che Spock torna per­sino nell’episodio Uni­fi­ca­tion di Star Trek: The Next Gene­ra­tion, senza incri­narne mini­ma­mente la con­ti­nuity tem­po­rale o la strut­tura logica. Ambien­tata un secolo dopo rispetto alla prima serie, pre­ci­sa­mente nel 24 secolo, Spock può appa­rire nor­mal­mente invec­chiato essendo noto che una delle carat­te­ri­sti­che dei vul­ca­niani è la lon­ge­vità che può rag­giun­gere anche sva­riate cen­ti­naia di anni.

Eppure, nono­stante l’enorme suc­cesso e la devo­zione incon­di­zio­nata di tutti i Trek­ker (i fan di Star Trek orga­niz­zati in gruppi di stu­dio) del mondo (dell’universo?), che gli hanno per­do­nato per­sino cose come Tre sca­poli e un bebè (1987) e Bebè mania (1990), Nimoy ha avuto per molto tempo un rap­porto estre­ma­mente con­flit­tuale con Spock. Non a caso la sua prima auto­bio­gra­fia pub­bli­cata nel 1975 s’intitola I’m not Spock.
Alla fine degli Set­tanta, l’eco del suc­cesso di Star Trek era ancora così forte che si ipo­tizza il rilan­cio di una nuova serie. Nimoy passa. È irre­mo­vi­bile. Tant’è vero che si crea un nuovo vul­ca­niano, Xon, che però non dura molto. Cam­bia idea solo quando la serie si tra­sforma in Star Trek, il primo film della serie cine­ma­to­gra­fica diretto da Robert Wise.

Vit­tima del suc­cesso di Spock, Nimoy chiede di potere morire nel secondo film della serie cine­ma­to­gra­fica (L’ira di Khan) e passa così die­tro la mac­china da presa per diri­gerne il terzo: Alla ricerca di Spock. Ed è sem­pre Nimoy che firma la regia del suc­ces­sivo, quel Rotta verso la terra, con­si­de­rato una­ni­me­mente dai fan il miglior film della serie cine­ma­to­gra­fica ori­gi­nale. Ine­vi­ta­bile, quindi che nel 1995, dovendo pub­bli­care la sua seconda auto­bio­gra­fia, cam­bia idea e decida: I am Spock. E non è un caso che Leo­nard Nimoy sia anche l’unico attore della prima serie ad appa­rire in entrambi gli epi­sodi del reboot di Star Trek rea­liz­zati da JJ Abrams.

Tra­scen­dendo le dimen­sioni di icona cul­tu­rale per diven­tare quasi un segno di con­tem­po­ra­neità warho­liana, Spock riaf­fiora nella geniale paro­dia di Star Trek del Satur­day Night Live inter­pre­tato da Chevy Chase (l’executive Elliot Gould gli strappa le punte sulle orec­chie pro­vo­can­do­gli una crisi di pianto) e viene citato da Phi­lip K. Dick come ana­li­sta ideale nell’introduzione alla rac­colta di rac­conti Ricordi di domani. Nimoy appare come voce di Sen­ti­nel Prime in Tran­sfor­mers 3, una carat­te­riz­za­zione tanto riu­scita quanto quella di David Kib­ner in Ter­rore dallo spa­zio pro­fondo di Phi­lip Kaufman.



28 febbraio 2015



(1) Questo non è del tutto vero. Nello “Zoo di Talos” recita nel ruolo importante del Primo Ufficiale dell’USS Enterprise, Numero Uno, l’attriceMajel Barrett moglie dell’ideatore di Star Trek, Gene Rodenberry.
La Barrett sarà in Star Trek, serie classica, il personaggio fisso dell’infermiera Christine Chapel oltre a prestare la voce al computer di bordo mentre in Star Trek: The next generation diventerà l’ambasciatrice betazoide Lwaxana Troi.
(Stefano Santarelli)


da Il Manifesto

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