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LA RIFORMA COSTITUZIONALE: UN ATTO DI DELINQUENZA POLITICA. ECCO PERCHE’. di Aldo Gianulli

Del contenuto di questa infelice riforma costituzionale si è detto abbondantemente e non stiamo qui a ripeterci sull’aborto di Senato, sul combinato disposto con la legge elettorale maggioritaria, sul prevaricazione governativa sul potere legislativo, sul carattere puramente propagandistico delle misure in materia di iniziativa popolare o sui tagli ai costi della politica eccetera. Di questo si è detto sin troppo, mentre troppo poco si è detto su un’altra ben più grave cosa: il modo con cui questa riforma si è formata.

Ricordiamo che:

a- essa non faceva parte del programma della coalizione Pd-Sel nelle elezioni politiche scorse

b- essa non è stata deliberata neppure nel congresso del partito nel tardo 2013

c- è stata irritualmente proposta dal Presidente della Repubblica che, poco attento al giuramento di fedeltà alla Costituzione vigente, se ne è fatto principale promotore del mutamento ed arbitro non imparzialissimo della contesa che si apriva.

Già questi punti gettano una luce non favorevolissima sull’accaduto, ma il peggio è altro: ad operare questa riforma è stato chiamato un Parlamento eletto con una legge gravemente distorsiva della volontà popolare e dichiarata per questo incostituzionale. Formalmente, per il principio della conservazione degli atti, il Parlamento restava in carica nella pienezza dei suoi poteri. Ma sotto il profilo della legittimazione politica, è palese che questo fosse un Parlamento non legittimato ad assumere decisioni in materie delicate come la legge elettorale o la riforma della Costituzione e, se si può capire per quel che riguarda la legge elettorale (ammesso che non fosse preferibile votare con la legge elettorale residuata dall’intervento della Corte e lasciar decidere al Parlamento successivo il da farsi) è assolutamente inammissibile, sul piano della correttezza politica, che un Parlamento del genere metta mano alla Carta Costituzionale.

E la riforma è partita subito male, escludendo pregiudizialmente diverse forze politiche (M5s, Lega, Sel, Fratelli d’Italia) che rappresentavano oltre il 40% dell’elettorato. Si ricorderà, infatti, che, dopo un infelice ed inconsueto “comitato di Saggi”, (erede di un analogo comitato della precedente legislatura), la “riforma” è partita con il “patto del Nazareno che associava Pd e Fi, con il codazzo delle liste di centro. Tuttavia, nel percorso, Fi si sottraeva, pagando il prezzo di ripetute scissioni. Ad un certo punto il Pd si è trovato praticamente solo (salvo il solito corteo caudatario dei partitini di servizio).

Dunque, la riforma è stata approvata con i voti del Pd e di qualche manciata di transfughi di Fi, organizzati in forze politiche prive di riscontro elettorale. Insomma, una costituzione di partito in cui manca totalmente (dicesi totalmente) l’elemento pattizio che è proprio delle costituzioni democratiche e repubblicane. Una Costituzione imposta con una aperta prevaricazione. In termini non formali (e ci sarebbe da ridire sul come Grasso e Boldrini hanno diretto il dibattito in aula e regolato il voto) può definirsi a pieno titolo come un atto di delinquenza politica.

Il Pd ha condotto a freddo una aggressione contro tutte le altre forze politiche del paese che gentilmente oggi appella marmaglia, a conferma della sua ormai confessata estraneità allo spirito della democrazia pluralistica.

Questo atto delinquenziale, peraltro, costituisce un precedente gravissimo per il quale, chiunque si trovi nelle condizioni attuali del Pd (e l’Italicum andava esattamente nella direzione di perpetuare questa condizione di prepotere) potrà fare della Costituzione quel che gli pare, magari dicendo che “è da sessanta anni che si aspetta questa riforma”. La riforma costituzionale di partito di fatto azzera la nozione di “patria costituzionale”, terreno di condivisione, per trasformare la Costituzione in campo di battaglia.

Decisamente il Pd appartiene ad una cultura politica diversa da quella dei costituenti e di qualsivoglia pensiero democratico, per inserirsi in un solco in cui troviamo piuttosto Pelloux, Salandra, Federzoni, Acerbo eccetera.

 Un partito antisistema al vertice delle istituzioni? Forse Gramsci parlerebbe di “sovversivismo delle classi dirigenti” ma torneremo sul tema.

24 Novembre 2016 


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LIBIA, DI NUOVO BOMBARDAMENTI? di Aldo Giannuli

Non appartengo alla cultura pacifista che esclude pregiudizialmente, sempre e comunque, l’uso della forza, anche se considero questa eventualità come la misura estrema cui ricorrere, quando ci sia l’assoluta necessità di preservare beni e valori primari, non ci sia nessuna altra strada e ci sia la ragionevole possibilità di raggiungere lo scopo. Ma è questa la situazione in cui ci troviamo di fronte al caso libico?

Lasciamo da parte le questioni di principio e facciamo un ragionamento puramente politico. Da venticinque anni, l’Occidente ha perseguito, con costanza degna di miglior causa, una politica di brutale intervento militare in Medioriente che, fra l’altro, è costata cifre da capogiro e senza precedenti, causa non ultima del vertiginoso debito americano (Prima Guerra del Golfo 1991, Afghanistan 2001, Seconda guerra del Golfo 2003, Libia 2011, senza contare i casi “minori” di Somalia, Sudan, Mali o il ruolo coperto nella guerra civile Siriana) quale è stato il risultato?

In nessuno di questi casi è stato raggiunto l’obiettivo di normalizzare la situazione dando vita ad un regime amico dell’Occidente in un paese pacificato.

Al contrario, il risultato è stato quello di radicalizzare la reazione islamica e di farci trovare di fronte ad un terrorismo internazionale senza precedenti e con un fenomeno di straordinaria pericolosità come l’Isis, alla destabilizzazione e distruzione di interi paesi da cui partono ondate di profughi che non sappiamo come fronteggiare e senza tener conto dei costi umani in termini di morti, feriti, mutilati eccetera (i morti, come si sa, per i nostri mass media, contano solo se sono bianchi). E la destabilizzazione di area si espande a macchia d’olio, basti pensare alla Turchia.

Non voglio dire che tutte le colpe siano degli occidentali e forse il terrorismo islamista ci sarebbe stato ugualmente, ma di sicuro il bilancio è fallimentare: peggio di così non poteva andare. In una situazione del genere, si immagina che dovrebbe esserci una riflessione molto attenta per chiederci “dove abbiamo sbagliato?”. Invece no, di fronte alla crisi libica (in gran parte prodotta dall’intervento del 2011), la risposta è la solita: bombardiamo. Questa volta ce lo avrebbe chiesto il governo di Tripoli, quello di al-Sarraj, riconosciuto da Europa ed Usa, ma molto poco riconosciuto dai libici e che non controlla neppure la Tripolitania. Un governo fantoccio messo su solo per giustificare l’intervento occidentale.

Sappiamo che l’insediamento Jhiadista a Derna è una spina nel fianco per gli approvvigionamenti petroliferi, per il traffico di sbarchi clandestini, per la normalizzazione della Libia. Tutto vero, ma perché il bombardamento dovrebbe essere risolutivo? Bombardiamo per fare che?

In primo luogo sappiamo che la guerra aerea in territori come quello, ha un’efficacia limitata e non sembra realistico che possa limitarsi a 1 mese. Ma, immaginiamo pure che i bombardamenti riescano ad eliminare fisicamente tutti i 6.000 combattenti islamisti che si stimano esserci, bene: in primo luogo chiediamoci quanti altri Jihadisti verrebbero fuori in altre parti del Mondo (Europa compresa) per effetto della radicalizzazione che seguirebbe all’ennesimo intervento occidentale in un paese arabo.

Poi è logico che questo produrrà la fuga della popolazione lì raccolta che in parte resterà sotto le bombe (a Derna non ci sono solo guerriglieri islamisti) e in parte, se si apriranno i corridoi umanitari chiesti anche dal delegato Onu Kobler, questo determinerà altre masse di rifugiati in fuga.

In terzo luogo, i jihadisti potrebbero spostarsi destabilizzando altre zone o anche altri paesi.

Il tutto per trovarci una Libia ugualmente in preda al caos perché il governi di Tripoli rappresenta si e no sé stesso ed il rischio di una continua guerriglia continuerebbe a rendere precari anche gli approvvigionamento petroliferi. E per questo bel risultato dobbiamo spendere un altro pozzo di soldi ed ammazzare non si sa quanti altri civili? A volte sembra che l’obiettivo di chi pensa queste azioni non sia l’ordine successivo alla guerra ma proprio la guerra in sé.

Questa operazione è stata chiamata “Odissea fulminante”. Bene: attenti a non restare fulminati.

7 Agosto 2016

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AMMINISTRATIVE: ANCORA UNA VOLTA IL NEMICO DA BATTERE E’ IL PD di Aldo Giannuli

 

Normalmente, quelle amministrative sono elezioni di serie B rispetto alle politiche. Ma non sempre, ci sono situazioni eccezionali nelle quali le amministrative hanno effetti politici che vanno molto oltre la posta ufficialmente in palio ed aprono la strada a sviluppi politici di importanza straordinaria: le comunali del novembre 1945 aprirono la strada alla repubblica, quelle del 1975, dopo il referendum sul divorzio, preannunciarono la straordinaria vittoria comunista dell’anno dopo, le comunali del 2011 avviarono il declino di Berlusconi. Addirittura, quelle spagnole del 1931, causarono la a della monarchia e la nascita della Repubblica. Oggi siamo in una situazione di questo genere, in vista del più importante referendum della storia repubblicana.

Non è sui sindaci che stiamo votando, ma sul governo e sulla sua riforma istituzionale.

Il risultato avrà una influenza inevitabile sull’uno e sull’altra. Rispetto a questo i nomi dei candidati non hanno rilevanza.

Qui si tratta di individuare il nemico principale da battere e la risposta non può che essere una: il Pd che sta operando per mutare la forma di governo nel nostro paese ed instaurare un regime illiberale.

D’altro canto, la natura sociale del Pd (al di là della residua quota di iscritti illusi che vogliono credere ancora di stare nel Pci) è ormai più che chiara dopo “riforme” come il job act, il nuovo assetto di Bankitalia, l’ordinamento delle banche popolari o di credito cooperativo, la 2buona scuola”, eccetera eccetera.
E’ arrivato il momento di presentare il conto

Da un ventennio siamo afflitti da un eterno ricatto: votiamo la “sinistra” (cioè il Pds-Ds-Pd) perché altrimenti “vince la destra”. Ed abbiamo sempre ceduto votando così per “non far vincere la destra” con il risultato di far vincere la destra nel Pd che ormai è molto peggiore di Forza Italia. I voti, il Pd se li faccia dare dai verdiniani, dagli alfaniani, da piduisti, camorristi e uomini della Magliana. La sinistra non c’entra nulla con tutto questo.

Per una persona che si ritenga sinceramente di sinistra, il voto al Pd è un disonore di cui vergognarsi per il resto dei propri giorni. E questo vale anche per i ballottaggi. Invito a sostenere i candidati del M5s e quelli della vera sinistra (Airaudo, Rizzo, Fassina, De Magistris).

NON UN VOTO DI SINISTRA VADA AL PD

2 giugno 2016

La vignetta è del Maestro Mauro Biani

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CASO PIZZAROTTI: AMICI DEL M5S, SIETE SICURI CHE …? di Aldo Giannuli

Come era prevedibile, l’avviso di garanzia a Nogarin ha innescato un terremoto soprattutto nel mondo dei social, che è la bussola con cui il M5s si confronta. Si trattava di quello che io chiamo “effetto Savonarola”.

Se un noto gangster svaligia una banca, la cosa fa notizia ma, non si scandalizza nessuno (in fondo, i gangster fanno proprio quello), ma se ad appropriarsi indebitamente di un decino, anche solo per fare l’elemosina, è Gerolamo Savonarola che dal pulpito tuona ogni domenica contro il malcostume e le rapine, la cosa fa molto più rumore e tutti sono sbalorditi.

Temo che il vertice del M5s (chissà se mi perdoneranno di aver usato la parola “vertice” ma non sapevo come altro dire) si sia fatto prendere la mano dal panico, sopravvalutando grandemente l’effetto Savonarola, che può essere anche molto vistoso, ma in genere ha breve durata. Poi c’è stata la solidarietà di Grillo a Nogarin che ha fatto gridare ancora di più allo scandalo gli uomini della rete (“Ma allora siamo proprio come tutti gli altri!”); e su questo hanno soffiato quelle verginelle del Pd. Magari qui sarei stato più cauto, assumendo la posizione ufficiale “Attendiamo di vedere cosa c’è nelle carte”, il che non avrebbe escluso una solidarietà privata comprensibilissima.

Nemmeno 24 ore dopo è arrivata la notizia di Pizzarotti (ero in trasmissione ad Agorà proprio quando è arrivato e mi è toccato commentarla a caldo, con un battibecco con una parlamentare del Pd). E qui le cose sono cambiate, perché Fico ne ha chiesto subito il passo indietro. Poi è arrivata la famosa mail “anonima” che ha aggiustato parzialmente il tiro, sospendendolo dal movimento ma non per la cosa in sé, quanto per non aver comunicato tempestivamente al movimento di aver ricevuto l’avviso di garanzia, violando l’obbligo di trasparenza (quindi non c’è menzione dell’obbligo di dimettersi da sindaco per l’avviso di garanzia). E’ già un ragionamento più accettabile, anche se, a rigore, l’avviso di garanzia non dovrebbe essere reso pubblico, tanto a garanzia del cittadino indagato quanto della riservatezza delle indagini (ogni tanto ricordiamoci che c’è quella bazzecola del segreto istruttorio che, ormai, sembra una cosa caduta in desuetudine).

E così è venuto fuori il caso del sindaco di Pomezia che non ha detto niente al movimento dell’avviso ricevuto, ma che poi ha visto archiviata la denuncia per manifesta infondatezza. Che facciamo? Sospendiamo anche lui, anche se è stato del tutto prosciolto? Domanda: quanti parlamentari sono iscritti nel registro degli indagati, magari per semplici reati di opinione? Hanno fatto tutti coming out? Si sono confessati? Prendiamola un po’ sul ridere per alleggerire il clima.

La verità è che non è scritto da nessuna parte (che mi risulti) che un eletto del M5s debba comunicare (poi a chi? Al Direttorio? A Beppe grillo? Alla rete? In una allocuzione urbi ed orbi? ) di aver ricevuto un avviso di garanzia o debba farlo prima ancora di vedere se il caso viene archiviato o prosegue.

Allora, diciamocelo, anche se magari Pizzarotti avrebbe fatto meglio a tutelarsi informando il M5s dell’avviso ricevuto, questa omissione è decisamente un peccato veniale, fatto anche da altri. Per cui lasciamo perdere. Anche perché questo ha dato subito il là ad una nuova campagna di attacchi: “Guarda Pizzarotti si perché un dissidente, l’altro no perché è un ortodosso”. Peggio ancora, anche perché le critiche stanno piovendo non solo dalla stampa caudataria del Pd, ma anche dal Fatto che non mi pare sia accusabile di ostilità preconcetta al M5s. Il guaio è che Pizzarotti ed i vertici del M5s (aridaje!) si tengono rispettivamente sul piloro e questo complica decisamente le cose.

I punti veri da discutere sono due:
1. si possono chiedere dimissioni per un avviso di garanzia?
2. questo può accadere indifferentemente per qualsiasi tipo di reato come se una omissione di atti di ufficio valga quanto un omicidio?

Alcuni dentro il M5s hanno sostenuto “Lo abbiamo sempre detto che di fronte ad un avviso di garanzia ci si deve dimettere, per cui…” Ed avete sempre detto una solenne fesseria cari amici. Sapete cosa è un avviso di garanzia? Se un cittadino fa una denuncia più o meno fondata, il magistrato fa una sommaria verifica per decidere se il fatto denunciato sia possibile o no (ad esempio tizio accusa caio di aver ucciso la nonna, ma da un semplice accertamento viene fuori che la nonna è viva e vegeta) in caso negativo archivia subito, in caso positivo deve accertare con delle indagini quanto sia fondata l’accusa e, per questo iscrive nel registro degli indagati l’accusato, poi, entro due mesi la legge lo obbliga a comunicare all’interessato l’iscrizione. Ma questo non implica alcun giudizio di merito del magistrato, non c’è alcun fumus di colpevolezza, è solo il seguirsi automatico di atti previsti dalla procedura. E voi per una scemenza del genere pretendete un atto definitivo come le dimissioni? Ed allora perché non si dimettono i parlamentari del M5s che risultano indagati magari per aver criticato Napolitano? (Per carità, fermi! Non fatelo!). Questo di scambiare un avviso di garanzia per una condanna anticipata è un malcostume iniziato con la stagione di Mani Pulite che poi accompagnò e servì al colpo di Stato di Pannella, Occhetto e Segni con il referendum sulla proporzionale. Ricordiamolo.

Insomma, senza sapere cosa c’è nelle carte, di cosa parliamo? E le carte si scoprono al momento della richiesta del rinvio a giudizio, quando si può iniziare a capire se gli elementi emersi abbiano una gravità politica tale da imporre misure che precedano il corso processuale. Perché, su questo sono d’accordo, il giudizio politico può procedere quello penale e non è tenuto ad aspettare la sentenza. Ma, pur sempre, graduando le misure sulla conoscenza del fatto, per cui, senza care non si può decidere niente.

Sino ad allora piantiamola con questi auto da fè. Ma, dirà qualcuno, abbiamo richiesto le dimissioni di Alfano per l’avviso di garanzia relativo alla vicenda del prefetto di Enna. Giusto: c’è da chiedere scusa ad Alfano per quello sproposito, poi, però, aspettiamo di vedere che viene fuori dall’istruttoria. A proposito di onestà: riconoscere i propri errori e chiedere scusa è un atto di onestà intellettuale.

Veniamo poi all’equivalenza dei reati: ma non vi viene in testa, cari amici, che mettere sullo stesso piano un reato bagatellare o poco più come l’omissione o l’abuso innominato in atti d’ufficio con il concorso esterno, la concussione, l’occultamento di prove eccetera, sia un grande regalo ai delinquenti? L’inchiesta per un abuso può anche finire in un semplice illecito amministrativo, lo avete presente? Questa confusione per cui un reato vale l’altro è esattamente quello che vogliono quei gentiluomini del Pd, non vi viene il sospetto di star facendo il loro gioco?

Poi ci sono alcune valutazioni di ordine più spicciolo: quella mezza condanna di Pizzarotti, al di là del merito e delle intenzioni, suona come un imbarazzato riconoscimento di colpevolezza quanto mai inopportuno. Peggio la pezza del buco. Vi sembra il momento? Magari se ne sarebbe potuto parlare dopo le amministrative vi pare?

Anche perché, a giudicare dai sondaggi, non pare che, almeno per ora si registrino flessioni del M5s. Gli italiani sono meno stupidi di quello che si pensa ed, in maggioranza, hanno subodorato il gioco dei mass media al carro di Renzi, che cercano di nascondere le vergogne del Pd dietro il velo delle inezie giudiziarie del M5s. Ma soprattutto, siete sicuri di non stare cadendo mani e piedi nel trappolone del Pd & soci? No non mi riferisco solo all’impropria equivalenza fra reati, ma ad un’altra cosa. Immaginiamo che insistiate in questa posizione per cui ad un avviso di reato, anche solo per futilissimi reati debbano seguire necessariamente le dimissioni dell’interessato, ed immaginiamo che Virginia Raggi e/o la Appendino siano elette sindaci delle rispettive città. Grande successo, ottima pista di decollo per le politiche. Poi, dopo sette o otto mesi, qualcuno presenta un esposto penale: “Il sindaco ha usato impropriamente e per fini personali la carta intestata” o qualsiasi altra fesseria più o meno infondata (tanto, poi la cosa finisce con un’ archiviazione perché il fatto non costituisce reato e non puoi nemmeno querelare il denunciante, perché il fatto sussiste anche se non è reato). E magari il magistrato, che non è un simpatizzante del M5s (diciamo così), dà corso alla denuncia e manda l’avviso di garanzia. Che succede? Ovviamente, se non si vuol essere accusati di doppiopesismo, tocca che l’interessata si dimetta. Scioglimento e nuove elezioni, dove, però il M5s si presenta come quello che ha fallito al pari di tutti gli altri. Comunque, gli altri candidati apparirebbero più credibili, magari proprio perché si sa che non si dimetterebbero per un avviso di reato, visto che non possiamo fare nuove elezioni ogni anno. Vi lascio poi considerare l’effetto di tutto questo sulle elezioni politiche.

E se poi passasse questo costume demenziale, qui il sindaco non lo fa più nessuno, perché farlo cadere come un birillo sarebbe la cosa più facile del mondo, come vi ha detto anche Marco Travaglio che non è certamente un sostenitore della Casta.

Capisco l’esigenza di dare una risposta all’indecente campagna del Pd, ma non è questo il modo per uscirne. Perché non rilanciare con una organica proposta anti corruzione che vada oltre quella già presentata? Perché non fissare dei criteri un po’ meno aleatori (ad esempio un accordo fra partiti per non ricandidare quanti abbiano già una condanna di primo grado? E sfidare il Pd a sottoscriverlo.

Quanto a Pizzarotti: piantatela sia da una parte che dall’altra. Pizzarotti si astenga dal ricorrere in tribunale e dal promuovere iniziative scissioniste e voi lasciate correre questa fesseria dell’espulsione per mancata notifica. Badate che qui c’è il rischio che vi facciate male tutti, da una parte e dall’altra. Non mi pare il caso.

Cari amici, fatevelo dire da uno che vi è amico: la testa non serve a divider le orecchie.

17 Maggio 2016 


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CASO REGENI: E’ IL MOMENTO DI TIRARE LE SOMME di Aldo Giannuli

 

 

 

Dopo la conferenza stampa dei giorni scorsi dei genitori di Giulio Regeni, martedì 5 dovrebbero giungere a Roma i rappresentanti della polizia egiziana che promettono di portare finalmente la verità sul caso Regeni. Non sappiamo se fanno sul serio (ne dubitiamo) o verranno a raccontare chissà quale altra bufala (come fortemente sospettiamo). Di una cosa siamo sicuri: questa volta bisogna passare ai fatti.

Ragioniamo: lo stato italiano, anche per un minimo di rispetto di sé stesso, non può incassare l’assassinio di Stato di un suo cittadino senza reagire adeguatamente. Non può farlo, prima di tutto per rispetto dei diritti dei suoi cittadini cui deve giustizia e, di debiti di giustizia per i propri delitti di Stato, la Repubblica ne ha già troppi almeno per quelli attribuibili ad altri Stati, magari, non allunghiamo la lista.

Perché questo è un delitto di Stato (non essendoci alcuna altra ipotesi plausibile) e lo conferma l’impossibilità di dare spiegazioni e la serie di spudorate menzogne di questi due mesi che aggravano l’offesa.


In secondo luogo è una questione di dignità: non siamo la Repubblica delle banane e non è ammissibile subire un affronto del genere senza rispondere al livello che le nostre forze ci consentono e che la durezza che il caso richiede. Il governo egiziano non può pensare di comportarsi come un branco di selvaggi criminali (quale è, peraltro) senza subirne le conseguenze.

Se il nostro governo non avesse preso la cosa sotto gamba, sin dal primo momento sarebbe ricorso ai metodi usuali nel mondo dell’intelligence: i nostri servizi avrebbero prelevato qualche agente della Mukhabarat a Roma (e ce ne sono) e fatto sapere che l’avrebbe rilasciato solo quando Regeni fosse stato liberato. E tutto in silenzio perfetto. Illegale? Si, ma questa sarebbe stata una mossa in difesa e ci sono i casi in cui il segreto di Stato va usato. Se Regeni fosse stato un uomo dei servizi segreti italiani, questa prassi sarebbe scattata automaticamente, siccome era solo un comune cittadino lo si è lasciato andare al macello.

Ora, però, è il momento di far qualcosa e bisogna fare male seriamente all’Egitto. Ovviamente non ce l’ho affatto con il popolo egiziano, che apprezzo e verso il quale nutro sentimenti fraterni, anche perché è il primo a subire questo regime che ha già fatto rapire e scomparire 300 suoi cittadini. Ce l’ho con il regime in questione. E, dunque, se l’ultimo round non dovesse essere pienamente soddisfacente sul piano della verità, occorrerà:

1) richiamare l’ambasciatore italiano al Cairo;

2) invitare tutti gli italiani lì presenti a rimpatriare immediatamente, dato il rischio di rappresaglie;

3) inserire l’Egitto nella black list dei paesi pericolosi, in cui è sconsigliato o proibito ai propri cittadini recarsi, sia per turismo che altro;

4) porre la questione in sede Ue chiedendo una nota di protesta dell’Unione;

5) proporre all’Unione ed a tutti i suoi paesi di inserire l’Egitto nella summenzionata blacklist;

6) porre la questione della sistematica violazione dei diritti umani in Egitto in tutte le sedi internazionali, a cominciare dall’Onu, chiedendo sanzioni (e questo andrebbe fatto anche a prescindere dal caso Regeni);

7) sostenere con l’azione diplomatica e di intelligence l’opposizione al regime e favorirne con ogni mezzo la destabilizzazione.

Ovviamente, ad ogni ulteriore azione offensiva dell’Egitto occorrerebbe rispondere a livello corrispondente.

Sono sempre stato contrario (e lo sono ancora oggi, sia chiaro) ad ogni atto imperialistico contro i paesi “deboli” dell’ex terzo mondo, ma questo non significa che si debba subire qualsiasi insulto senza reagire adeguatamente. Ripeto: adeguatamente.

 

4 Aprile 2015 

 

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“TRIPOLI BEL SUOL D’AMORE”: LO SAPETE CHE QUEST’ANNO CADE IL 120° ANNIVERSARIO DI ADUA? di Aldo Giannuli

 

 

 

A quanto pare ci siamo: italiani, francesi ed inglesi si preparano ad un intervento di terra in Libia con il supporto aereo dalla costa e del solito codazzo di droni. In teoria l’intervento dovrebbe avere carattere chirurgico contro il Califfato di Derna, ma le cose forse non sono così semplici come si dice.

A quanto pare, l’idea di una Libia riunificata, con un governo di unità nazionale, è andata a farsi benedire e non se ne parla più. Sin qui è solo la constatazione di quello che era chiaro già dalla prima metà del 2012 ed aver insistito sull’idea di una Libia riunificata ha fatto solo perdere tempo. Si poteva lavorare sin da allora ad un progetto di confederazione, salvando l’indipendenza. Adesso viene fuori non solo che la Libia si divide ma che ciascuna delle tre parti sarà posta sotto il protettorato di uno dei tre partecipanti a questa gloriosa impresa: “Tripoli, bel suo d’amore, sarai italiana al rombo del cannon”.

Infatti è abbastanza chiaro che la Cirenaica toccherà agli inglesi e realisticamente la Tripolitania all’Italia mentre il Fezzan servirà ai francesi da retrolinea per gli interventi in centro africa (Mali, Ciad, Repubblica Centrafricana ecc.).

Insomma un patto Skypes-Picor cento anni dopo. Una grottesca impresa coloniale fuori tempo. Ed una cosa molto più pericolosa si quanto non si creda: intanto la cosa coincide con una situazione difficile del regime egiziano nel quale il caso Regeni ha fatto intuire spaccature interne al regime stesso. E se l’intervento facesse da detonatore ad una forte ripresa dei Fratelli Musulmani? Sai che allegria con il Califfato in Siria ed Iraq, isole in giro come Boko Haram e poi un Egitto che torna in mano alla fratellanza!

Lascia sbalorditi che in questa situazione non si sia neppure tentato di coinvolgere quel paesi africani (dal Senegal alla Costa d’Avorio, al Ghana) dove la Libia era un tradizionale investitore di prima grandezza e dove la cosa sta producendo una marcata destabilizzazione.

Tutto quello che i nostri eccelsi decisori sono stati capaci di escogitare è un intervento delle più tradizionali potenze coloniali, chiaramente interessate a spartirsi i pozzi petroliferi. E’ una operazione di una imbecillità politica senza limiti.

Ma non è neppure detto che l’operazione militare abbia poi effettivamente successo. Quest’anno cade il 120° anniversario della disfatta di Adua… meditate gente, meditate.


3 marzo 2016


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PERCHE’ L’EUROPA NON DIGERISCE RENZI di Aldo Giannuli

 



Prosegue imperterrita la “danza degli schiaffoni” fra Renzi e l’Unione Europea. In prima linea ci sono i popolari, ma il silenzio sprezzante dei socialisti pesa ancora di più.

Quel povero diavolo di Pittella (per sua sfortuna capogruppo socialista a Strasburgo) cerca di sostenere il suo signore e padrone italiano, giungendo a minacciare la crisi dell’accordo popolari-socialisti che regge la Commissione, mentre i suoi compagni di gruppo francesi, tedeschi e olandesi lo guardano come lo scemo del villaggio con l’aria di pensare “Ma che stai dicendo?”. Da dove nasce questa inedita replica della Cavalleria Rusticana?

I punti veri di dissenso sono due: l’applicazione del bail in e la riduzione delle tasse. Renzi ha bisogno di margini di flessibilità molto più ampi (e usa l’emergenza rifugiati) perché vuol fare un taglio di tasse prima delle elezioni. Sul primo punto, Renzi, che non aveva mosso paglia contro la formazione della direttiva sul bail in e neppure sulla sua immediata applicazione dal 1 gennaio 2016, aveva pensato di cavarsela con qualche furbata all’italiana (tipo il “salvabanche”), ma gli “europei” non glielo permettono, dando della direttiva l’interpretazione più restrittiva possibile (e ci vuol, poco perché la lettera è già più che sufficiente a bloccare il giullare). E questa rigidezza dipende dal fatto che i nostri valenti alleati tedeschi e francesi hanno già forchette in pugno e tovagliolo al collo per banchettare suo beni italiani.

Sul secondo punto, Renzi ha bisogno di fare qualcosa sul fisco per non arrivare alle elezioni con un bilancio fatto solo di promesse mancate. Magari, poi le tasse le raddoppierebbe un minuto dopo la vittoria elettorale. Ma anche qui gli europei non mollano: “niente tagli fiscali, devi pagare gli interessi sul debito e non puoi fare altro disavanzo”.

Ma perché tanta indisponibilità, mentre all’Inghilterra è stato concesso tutto o quasi? I soci di maggioranza della Ue non vogliono perdere Londra che (sbagliando) ritengono un punto di forza dell’alleanza, mentre non hanno alcuna particolare propensione a tenersi Roma che (ricordiamolo sempre) è il terzo debito pubblico mondiale. Se a minacciare un referendum sull’uscita dalla Ue fosse il governo italiano, a fare la campagna elettorale a favore dell’uscita, giungerebbe in Italia Junker.

In secondo luogo, proprio perché all’Uk è stato concesso tutto, poi non si può dare niente all’Italia, pena un assalto alla diligenza di tutti gli altri. L’Italia non è la Grecia, è uno dei 4 principali contraenti il patto e, dal punto di vista di Strasburgo ed Amburgo, sta dando un pessimo esempio agli altri. Se non si dà una lezione all’Italia, poi verranno la Spagna, il Portogallo, l’Estonia, Cipro, magari di nuovo la Grecia. In breve la Ue sarebbe solo una marmellata, mentre qui gli “alleati” intendono ribadire che nella Ue c’è chi comanda (la Germania), chi è capo in seconda (la Francia), chi ha diritto a privilegi (l’Inghilterra) e tutti gli altri che devono obbedire.

Questo ordine interno non deve essere turbato per nessuna ragione e Renzi deve piantarla. Questo è il modo di vedere dei nostri ineffabili alleati.

Beninteso: l’Italia se lo merita. Non si può mandare in giro per il mondo rappresentanti impresentabili come Berlusconi e Renzi, proni come Monti o Letta o deboli come Prodi e pretendere che gli altri ti prendano sul serio. O vogliamo parlare dei ministri degli esteri che abbiamo espresso? Lo scontro fra Renzi e la Commissione europea è uno scontro fra un branco di squali feroci ed uno squalo scemo, impossibile fare il tifo per nessuno dei due.

D’altro canto, ho l’impressione che l’elenco dei nemici di Renzi sia già molto lungo e cresce di giorno in giorno: la magistratura, le grandi banche italiane, ora la Farnesina, la tecnocrazia europea, il Consiglio di Stato, infine buona parte del mondo ecclesiale inviperito per la legge sulle unioni civili…

E molto è dovuto all’arroganza personale dell’uomo, splendido esempio del “fiorentino spirito bizzarro” andato a male. Forse sono troppo ottimista ma ho l’impressione che, per Renzi, il cronometro della Ue abbia già iniziato a scorrere verso l’ora zero.

10 Febbraio 2016



dal sito http://www.aldogiannuli.it/




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