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VITE, LA 6° REPUBLIQUE! di Stefano Santarelli

melanchon

 

I risultati elettorali di ieri nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi hanno evidenziato la crisi mortale della Quinta Repubblica. Lo dimostra proprio il fallimento elettorale dei due tradizionali partiti che negli ultimi quarant’anni hanno governato la Francia: i neogollisti de Les Républicaines e il Partito Socialista che non sono riusciti ad arrivare al ballottaggio. Ma se nel caso de Les Républicaines questa crisi è dovuta principalmente agli scandali legati alla corruzione e al nepotismo che hanno colpito il suo candidato François Fillon e che comunque ha fatto ottenere quasi il 20% dei voti al contrario i risultati del Partito Socialista sono stati un’autentica Waterloo con il 6,3% dei voti.

La sconfitta del suo candidato Benoît Hamon non è dovuta all’insipienza del personaggio ma si è voluto invece punire la politica imperialista e capitalista condotta dal Presidente Hollande il quale per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica non si è neanche candidato per la rielezione, oltretutto va segnalato anche il fatto che la sua presidenza è stata impotente di fronte agli attacchi terroristici condotti dall’Isis nel territorio francese. Bisogna ricordare che nelle ultime elezioni presidenziali del 2012 il PS di Hollande aveva preso il 28,63% dei voti, voti che oggi in buone parte sono andati al neo liberale Macron e alla France Insoumise di Mélanchon. A questo punto si apre per il Partito Socialista una crisi che probabilmente metterà fine alla sua stessa esistenza.

Sia pure a caldo è inutile negare l’evidenza: i risultati elettorali del primo turno rappresentano una pesante sconfitta per la sinistra nonostante il buon risultato de La France insoumise e del suo candidato Jean Luc Mélanchon. E’ da segnalare che le due liste trotskiste (Lutte Ouvrière e l’NPA) insieme hanno quasi preso il 2%, voti che potevano essere utili alla France insoumise per potere sperare di arrivare al ballottaggio. Certamente un bell’esempio di masochismo e di autoreferenzialità e vi è da domandarsi perché si è sciolta la vecchia Ligue Communiste Révolutionnaire che nel 2009 alle elezioni europee era in grado di prendere da sola il 5% dei voti per fare nascere il NPA che aveva ben altre ambizioni e come ho già segnalato in un mio vecchio articolo (La gauche perdu) questo profondo errore di analisi politica mette in discussione lo stesso scopo della nascita di questa formazione. Per la seconda volta nella storia della Quinta Repubblica, dopo la sconfitta del 2002 al primo turno del candidato socialista Lionel Jospin, la sinistra non riesce ad entrare nel ballottaggio per eleggere il Presidente della Repubblica.

Emmanuel Macron si è rivelato il vero vincitore di questo primo turno elettorale e probabilmente sarà il prossimo presidente francese, ma è da segnalare il fatto che la sua lista elettorale ( En marche!) non è un partito e potrebbe essere costretto per le prossime elezioni politiche a fare una lista comune con Les Républicaines per neutralizzare proprio il Front National che si è rivelato il suo vero avversario. Infatti Martine Le Pen si è rilevata una perfetta outsider e sarebbe sbagliato considerare il suo Front National come un partito fascista classico e giustamente Mélanchon non offre nessuna indicazione di voto per il secondo turno tra Macron e la Le Pen: per un vero uomo di sinistra sono due facce della stessa medaglia.

La parola d’ordine per una nuova repubblica francese non più caratterizzata dall’attuale monarchia presidenziale e basata su nuovi diritti sociali, personali ed ecologici che la France insoumise ha portato avanti in questa tornata elettorale è più che mai attuale e dovrà caratterizzare questa lista per le prossime elezioni del 11 e 18 giugno per l’Assemblea Nazionale. La battaglia per la Sesta Repubblica è soltanto agli inizi.

 

 

 

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TUTTI GLI UOMINI DEL RE di Stefano Santarelli

“Sono un politico, e noi non abbiamo amici”

 

 

 

Il romanzo di Robert Penn Warren “Tutti gli uomini del Re” scritto nel 1946 e vincitore del Premio Pulitzer, e due anni dopo adattato anche per il teatro, forse non è un libro di facile lettura fosse soltanto per la mole, ma costituisce indiscutibilmente una delle migliori denunce di una politica senza principi morali ed un ritratto spietato di quella statunitense in particolare. Un testo che indiscutibilmente è il miglior romanzo politico americano del novecento nella sua riflessione sull’idealismo corrotto del potere e sulla logica del compromesso per non fare cambiare lo stato delle cose.

Una delle prime recensioni è quella di Orville Prescott, critico del New York Times, che il 16 agosto 1946 elogia così il romanzo: “Nato nel Sud, nel Kentucky, e cresciuto nel Tennessee (…) Warren ha scritto un romanzo accidentato e ostico come una strada di tronchi sulla palude, irrisolto, incerto davanti ai problemi della vita (…) eppure magnifico, vivace da leggere, con tensione scintillante (…) intriso di emozioni feroci, con ritmo narrativo e immagini poetiche scintillanti, non un “romanzo di lettura” (…) ma un testo che non ha pari (…) non da leggere pigri, distesi su un’amaca, ma da divorare sino alle tre di notte, da portare in treno e in metropolitana e leggere mentre aspettate il tram, un appuntamento, l’ascensore o – se capitasse – un passaggio su un elefante (…)”

Ed effettivamente Prescott non ha esagerato con questo omaggio all’opera di Penn Warren.

L’ascesa di un oscuro outsider, Willie Talos, un ingenuo venditore a domicilio di origine contadina che con grandi sacrifici si laurea in Legge e che diventa in brevissimo tempo il governatore di un non meglio precisato stato del Sud (nelle versioni cinematografiche questo stato è la Louisiana). Talos parte da nobili principi morali facendosi paladino delle giuste istanze di progresso, cambiamento e speranze delle masse contadine ancora colpite dagli effetti della grave crisi economica del 1929, ma che purtroppo si trasformerà in brevissimo tempo in un cinico politicante del tutto identico a coloro che denunciava all’inizio della sua attività politica.

In questa sua traiettoria politica Willie Talos viene aiutato da un giornalista, Jack Burden, che contrariamente a lui è un uomo colto proveniente da una famiglia facoltosa che in breve diventa il suo ghost writer. Sono entrambi attratti l’uno dall’altro poiché Talos vede in questo giornalista l’esponente di quella classe sociale di cui vuole fare parte e questo desiderio lo fa assomigliare al Julian Sorel protagonista del celebre romanzo di Stendhal “Le Rouge e le Noir” con cui condivide la fine tragica, al contrario invece Burden vede in Talos soltanto quel coraggio e quei ideali di cui ha letto soltanto nei libri e che è incapace ad esprimere e utilizzerà tutti mezzi leciti ed illeciti per difenderlo dimostrandosi altrettanto cinico come il suo idolo.

Dopo la sua nomina a governatore Talos vara tutta una serie di riforme a favore degli strati più deboli della società, ma le sue contraddizioni legate alla spregiudicatezza, al cinismo e all’ipocrisia lo portano ad un ribaltamento del suo programma politico.

Talos si rivela per ciò che è veramente, soltanto uno spregiudicato demagogo ed i senatori conservatori ne propongono l’impeachment e questa misura viene appoggiata dal Giudice Irwin, uomo integerrimo e padrino oltre che ex tutore di Jack Burden. Talos allora incarica Burden di trovare un eventuale scheletro nell’armadio nella vita di Irwin e immancabilmente lo trova e ciò porterà il Giudice Irwin al suicidio. Stanton viene confermato governatore, ma verrà subito assassinato in un attentato.

Il romanzo di Penn Warren è ispirato alla controversa vicenda umana e politica del democratico Huey Pierce jr. Long Governatore della Louisiana dal 1928 al 1932 diventando poi senatore e progettando la sua candidatura alle Presidenziali del 1936, ma un anno prima rimase vittima di un attentato.

Long il cui motto elettorale era “Ogni uomo è un Re” come Governatore promosse la costruzione di ospedali, scuole, combattendo la piaga dei senza tetto frutto della grande depressione del 1929 proponendo una nuova politica della ridistribuzione della ricchezza sotto forma di tasse sul patrimonio delle società e dei cittadini più abbienti.

Questo romanzo ha avuto una genesi molto travagliata e solo recentemente (2001) è stato pubblicato nella sua forma integrale ed in questa forma è stato ripristinato il nome originale del protagonista cioè Willie Talos, che ha un forte richiamo semantico e letterario. Mentre in precedenza il nome era Willie Stark, nome con il quale era stato conosciuto nelle prime edizioni e nei due film tratti da questa opera.

Sinteticamente è questa la trama e la storia di questo bellissimo romanzo che ha avuto ben due trasposizioni cinematografiche che sono molto fedeli al testo e al messaggio politico di Penn Warren.

 

 

La prima versione è del 1949, cioé tre anni dopo l’uscita del romanzo, ed ottenne un grandissimo successo vincendo ben tre Premi Oscar (Miglior film, Migliore attore protagonista, migliore attrice non protagonista) e altre quattro nomination.

In questo film l’interpretazione di Broderick Crawford nella parte di Willie Stark è semplicemente perfetta, non a caso vinse l’Oscar, offrendoci un ritratto umano di questo politico cinico e corrotto.

In verità il regista aveva pensato per questa parte a John Wayne il quale rifiutò sdegnato questo film da lui definito antipatriottico e mal gliene incolse perché girò invece Iwo Jima dove ottenne sì la nomination all’Oscar, ma perdendola proprio contro Broderick Crawford.

Ma non è soltanto Crawford ad offrire una grande prova come attore, infatti è necessario citare quella di John Ireland, un classico caratterista di film western, che qui nella parte di Jack Burden ci da una straordinaria interpretazione da lui mai più eguagliata, tanto da ottenere la nomination all’Oscar quale migliore attore non protagonista.

Mercedes McCambridge, che come Ireland ha sempre recitato in ruoli secondari, ottenne con questo film l’Oscar quale migliore attrice non protagonista nella parte dell’intrigante assistente politica di Stark. A mio avviso però la sua migliore interpretazione rimane quella del leggendario western Johnny Guitar nel ruolo della malvagia Emma Small feroce nemica di Vienna (la grande Joan Crawford).

 

Robert Rossen (1908-1966)

 

 

Il successo di questo film non è solo dovuto al romanzo di Penn Warren e agli attori che lo hanno interpretato, ma anche dal regista Robert Rossen che ne scrisse la sceneggiatura e lo produsse tanto da meritarsi la nomination per la regia.

Robert Rossen è un regista troppo sottovalutato e che meriterebbe un capitolo a parte.

Estremamente impegnato sul piano sociale diresse film di notevole spessore come l’indimenticabile Anima e corpo interpretato da John Garfield incentrato sul mondo della boxe e del racket del 1947, dopo Tutti gli uomini del Re, nel 1951 gira Fiesta d’amore e di morte che è il primo film che denuncia la crudeltà della corrida.

All’inizio del maccartismo Rossen ne cade subito vittima, fino al 1947 era stato iscritto al Partito comunista e oltretutto con le sue amicizie pericolose come quella con John Garfield e il regista e sceneggiatore Abraham Polonsky si trovò costretto a lasciare subito gli Stati Uniti e in Italia dirige Mambo un film che viene ricordato soprattutto per la presenza scenica della nostra Silvana Mangano.

Dopo la fine del maccartismo gira nel 1961 uno dei film più belli che abbia mai interpretato Paul Newman: Lo spaccone. Nel 1964 gira un altro capolavoro come Lilith interpretato da Warren Beatty e Jean Seberg: una inquietante storia d’amore ambientata in istituto per malattie mentali che purtroppo sarà il suo ultimo film, infatti muore nel 1966 a soli 58 anni.

 

 

Ma ritornando a Tutti gli uomini del Re nel 2006 viene girata una seconda versione cinematografica con un cast di primo ordine: Sean Penn nella parte di Willie Stark, Jude Law in quella di Jack Burden e Anthony Hopkins nella parte del giudice Irwin.

Questo film non è assolutamente inferiore a quello del 1949 anzi si può tranquillamente affermare che l’interpretazione di Sean Penn è superiore a quella di Broderick Crawford, ma per uno dei grandi misteri a cui ci ha abituato il cinema hollywoodiano si rivelò un vero fiasco. Infatti il film incassò solamente 9 milioni di dollari con una perdita dell’84% del budget investito ed è risultato il più clamoroso insuccesso del quinquennio 2005-2010. Un insuccesso che non è stato ammortizzato con la vendita dei DVD e i successivi passaggi televisivi.

Nonostante questo insuccesso economico questa seconda versione resta comunque un ottimo film.

Consiglio quindi vivamente la lettura di questo romanzo e la visione dei due film che ne sono stati tratti perché aiutano a comprendere il gioco della politica e di quella statunitense in particolare, anche se personalmente non accetto totalmente il pessimismo di Penn Warren che fa dire amaramente al suo protagonista: “L’uomo è concepito nel peccato e nasce nella corruzione, poi passa dal puzzo delle fasce al fetore del sudario.”




 

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LA CAMPANA HA SUONATO di Stefano Santarelli

 

 

 

Esistono film completamente dimenticati ma che meritano di essere ricordati non solo per l’opera cinematografica in sé, ma anche per il messaggio politico e sociale che trasmettono.
In questa categoria rientra sicuramente un western girato nel 1954 “La campana ha suonato” (Silver Lode) girato in piena epoca maccartista e che solo ad un osservatore distratto può apparire come un classico B Movie. Al contrario grazie alla perfetta sceneggiatura di Karen Dewolf che si caratterizza per lo stile asciutto e sintetico è invece una lucida denuncia del clima di caccia alle streghe che venne lanciato dal senatore Joseph McCarthy.

In una piccola cittadina del West, Silver Lode, quattro uomini guidati dallo sceriffo federale McCarthy (un cognome evidentemente non scelto a caso) giungono proprio nel giorno in cui deve essere celebrato il matrimonio di un tranquillo e rispettato cittadino, Dan Ballard, con l’accusa di avere due anni prima assassinato proprio il fratello di questo sceriffo.
Dan Ballard cercherà con l’aiuto iniziale del fratello e del padre della sposa di scagionarsi da questa accusa, ma in brevissimo tempo lo sceriffo federale McCarthy riuscirà a convincere tutta la popolazione ad eccezione della promessa sposa e di una signora di “facili costumi” della colpevolezza di questo onesto cittadino. La popolazione di Silver Lode ne è così convinta che in neanche un’ora passerà dall’apparente sostegno al tentativo di linciarlo.
Dan Ballard riuscirà solo alla fine grazie all’aiuto della fidanzata e di questa altra signora a mandare un telegramma ricevendone una immediata risposta: non solo lui non è ricercato per omicidio, ma McCarthy non è uno sceriffo federale ma solo un volgare bandito e ladro di bestiame.
Il film termina con Ballard ferito, non solo fisicamente, che abbandona amareggiato la città insieme alla sua fidanzata.

 

Stuart Whitman e Dan Duryea

 

Come si vede la trama è molto simile a “Mezzogiorno di fuoco” girato solo due anni prima e con lo stesso ritmo narrativo di una ora e mezza di svolgimento in tempo reale, ma in questo film il messaggio antimaccartista è molto più evidente.

Intendiamoci: La campana ha suonato non è certamente all’altezza di Mezzogiorno di fuoco sia per la modestia dei protagonisti, John Payne e Lizabeth Scott, i quali non sono certamente all’altezza di due mostri sacri del cinema hollywoodiano come Gary Cooper e Grace Kelly. Sia per la colonna sonora di Louis Forbes e Howard Jackson che non può assolutamente rivaleggiare con la struggente canzone Do not forsake me, My Darling del grande Dimitri Tiomkin non a caso vincitrice del Premio Oscar. E la buona regia di Allan Dawn non può certo competere con il pesante clima di suspense creato da Fred Zinnemann.

Comunque è da ricordare che Allan Dawn è stato un celebre regista di film muti (più di quattrocento) interpretati da grandi dive come Mary Pickford e Gloria Swanson, l’indimenticabile protagonista di Viale del tramonto, oltre che per avere diretto il celebre film di guerra Iwo Jima interpretato da John Wayne.
La campana ha suonato se ha due protagonisti modesti mette in campo invece un stuolo di caratteristi di primissimo livello da Dan Duryea, uno dei più celebri “cattivi” del cinema hollywoodiano, a Emile Meyer (Orizzonti di gloria), da John Hudson (Sfida all’O.K. Corral) a Harry Carey jr. (uno degli attori preferiti di John Ford) ed infine a Stuart Whitman (I Comancheros, Quei temerari sulle macchine volanti) in una delle sue prime interpretazioni.

Questo film ha avuto poche apparizioni televisive, personalmente non ne ricordo neanche una, ed oggi le sale cinematografiche italiane non sono disposte ad ospitare film, anche più celebri, del passato. Lo si può trovare soltanto nei DVD e se chi legge queste note lo riesce a trovare, ebbene ne consiglio vivamente l’acquisto.

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LA GAUCHE PERDUE di Stefano Santarelli

 

L’articolo indiscutibilmente provocatorio, ma certamente stimolante del nostro compagno Norberto Fragiacomo“Con Sarkhollande vince solo la UE” ha scandalizzato alcuni compagni, in verità pochi ce ne aspettavamo di più, in ogni caso una eventualità prevista sia dall’autore che dal sottoscritto che dirige questo sito.

Le provocazioni hanno anche e soprattutto lo scopo di fare riflettere e di mettere in luce le incongruenze di avvenimenti straordinari. Ed in questa categoria rientrano sicuramente i risultati elettorali delle ultime elezioni regionali francesi che hanno rappresentato non solo una ulteriore sconfitta per la sinistra, ma anche un pericoloso campanello d’allarme per tutti i paesi europei e principalmente anche del nostro.

Il Front National è diventato il primo partito francese con il suo 27,3% con 6 milioni di elettori al primo turno che sono diventati 6,7 milioni al secondo turno, mentre in alcune regioni il FN ha sfiorato punte di quasi il 41% (Provenza –Alpi-Costa Azzurra e Nord Calais-Piccardia) e al secondo turno di ballottaggio Marion Le Pen è riuscita ad ottenere ben il 45,22%.

Risultati che non possono essere giustificati solo dall’astensionismo che se vedeva al primo turno  solo il 49% dei votanti al secondo turno invece raggiungeva il 58,5%.

Questi risultati si commentano da soli e dimostrano che nonostante il FN non sia riuscito a prendere neanche la presidenza di una regione  grazie alla alleanza tra Hollande e Sarkozy rimane comunque il vero vincitore di queste elezioni a maggior ragione se si pensa che le prossime saranno le presidenziali nel 2017 dove il FN si presenterà senza il fardello delle responsabilità politiche e amministrative.

La campagna elettorale del Front National è riuscita a coniugare proposte “gauchiste” di tipo quasi keynesiano (pensione a 60 anni, redistribuzione dei redditi per via fiscale con l’aumento fortemente progressivo della tassazione, ecc.) e una politica fortemente avversa all’Unione Europea unite con una vergognosa posizione razzista contro gli immigrati e la religione islamica. A mio avviso ha ragione Aldo Giannuli che parla riferendosi al partito della Le Pen come di “un fascismo sui  generis per un richiamo genealogico e la persistenza di alcuni temi ideologici di quella origine, ma anche con molte differenze, ad iniziare dal rapporto con la violenza ed il totalitarismo (non mi risulta che il FN abbia una prassi squadristica, né che punti a sciogliere gli altri partiti ed abolire le libere elezioni.)”.

Anche due importanti dirigenti del Npa come Pierre Rousset e François Sabado sono costretti a riconoscere che “il FN non è un partito fascista come negli anni Trenta perché non siamo negli anni Trenta. L’origine della sua direzione è fascista, i suoi temi nazional-socialisti riprendono le classiche tematiche dell’estrema destra, la priorità nazionale, il razzismo anti-immigrato soprattutto anti-mussulmano, restano al centro della sua politica. Non è un partito fascista classico, ma non è un partito borghese come gli altri”.

Non si può che non essere preoccupati del forte consenso elettorale che il FN ha raccolto in settori della classe operaia e dei lavoratori in genere. Insomma sono consapevole di dire una cosa scandalosa per le orecchie delicate di alcuni compagni, ma obiettivamente il Front National non è Alba Dorada. Tanto è vero che all’interno della formazione guidata dall’ex Presidente Sarkozy, Les Republicaines”, vi è una profonda spaccatura dopo questo secondo turno nonostante abbiano ottenuto la Presidenza di 7 regioni su 13 compresa quella più prestigiosa cioè Parigi. Non credo che sia da scartare l’ipotesi di un accordo prima o poi tra Les Republicaines e il FN.

Il vero sconfitto risulta essere tutta la sinistra francese a partire dal Partito socialista anche se in verità non credo che si possa definire più tale. Infatti Hollande ha perseguito una politica imperialistica che non ha fatto rimpiangere il suo predecessore: praticamente tutto l’esercito francese è schierato in Africa dalla Mauritania al Sudan per difendere i propri interessi economici e politici mentre i recenti bombardamenti in Siria costituiscono in realtà più un aspetto dimostrativo che una vero impegno militare. 

Dal punto di vista della politica interna gli attacchi al mondo del lavoro sono diventati all’ordine del giorno come anche, per fortuna, la risposta operaia. Basti ricordare la dura contestazione dei lavoratori dell’Air France, il compatto sciopero degli autisti della RATP parigina, le lotte dei lavoratori della Renault questo solo per rammentare gli ultimi avvenimenti di scontri sindacali.

Dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi sono state varate da Hollande, e confermate subito dopo dal Parlamento francese, delle pericolose e dure leggi eccezionali le quali non hanno colpito i feroci terroristi dell’Isis ma solo duecento militanti comunisti che sono stati arrestati mentre stavano manifestando pacificamente.

La cittadinanza di questo paese vive profonde contraddizioni che non sono mai state risolte dai vari governi di destra o sinistra che si sono alternati alla guida del governo, non dobbiamo scordarci che gli autori delle stragi al “Charlie Hebdo” e del 13 novembre hanno tutti la cittadinanza francese o belga e sono una chiara espressione del profondo malessere delle banlieu parigine dove i francesi di origine maghrebina ed africana in generale sono stati messi ai margini della società

Il PS oltretutto è parte integrante del duro attacco che l’Unione Europea sta portando ai ceti medio-bassi della società e definirlo una forza di sinistra mi sembra un vero esempio di millantato credito.

Infatti il vero nemico da combattere sono le politiche liberiste dell’UE, ma non solo è anche l’Union Sacrée tra il PS e Les Republicaines i quali costituiscono due facce della stessa medaglia. E non è quindi un caso se il PS ha ritirato le sue liste in due regioni importanti come il Nord Calais e in Provenza–Alpi-Costa Azzurra creando veramente nei fatti una unica lista: la Sarkohollande.

Ed è proprio questa mancanza nel denunciare tutto questo che ha portato il Front de Gauche a raggiungere un misero 4% mentre nell’ultime elezioni presidenziali del 2012 aveva raggiunto l’11,1%.

Un 4% che ricorda i modesti, per non dire altro, risultati della nostra sinistra radicale.

Un 4% che come ricorda giustamente Fragiacomo porterà il suo residuo di credibilità “ben al di sotto di quest’infima percentuale,destinata a ridursi anno dopo anno, fino al raggiungimento dello zero assoluto”, insomma è la fine di un ciclo politico.

Il FdG nel dare indicazione di voto al PS in questa ultima tornata elettorale ha dimostrato tutta  la sua subordinazione alla politica neo liberista di Hollande.

Ma se stiamo assistendo al fallimento della politica del FdG non possiamo tacere di un altro fallimento: quello del Noveau Parti Anticapitaliste.

Questa formazione nata dalle ceneri della storica sezione della IV Internazionale la Ligue Communiste Révolutionnaire prese subito un incoraggiante 5% di voti nelle elezioni europee del 2009, ma questo patrimonio è stato completamente perso già nelle elezioni del 2012  prendendo un misero 1,15% (Lutte Ouvriére prese allora quasi lo stesso risultato: lo 0,56%).

In questa tornata elettorale l’Npa rifiutandosi di entrare nel FdG ha dato indicazione di voto a LO la quale ha preso 320.054 voti pari all’1,5%. Insomma un ben misero risultato per l’Npa che quando nacque aveva ben altre ambizioni.

A mio avviso questo nasce da un profondo errore di analisi politica che mette in discussione lo stesso scopo della nascita del Npa.

E per completare questo deludente quadro si deve purtroppo anche registrare il dimezzamento dei voti della lista Europe écologie-Les Verts che ha dimezzato i suoi voti passando dal 12,8% al 6,8%.

A mio avviso l’errore strategico che colpisce la “gauche” è quella di vedere nel FN il principale nemico da battere. In tutta onestà non me la sento di condividere l’analisi di Pierre Rousset e François Sabado quando affermano che “un governo FN non è un governo UMP e ancor meno un governo PS. Il voto PS e il voto FN non sono la stessa cosa.”

Per fortuna Lutte Ouvriére non ha dato indicazione di voto al 2° turno al PS.

Senza assolutamente sottovalutare il FN si deve riconoscere che è invece l’Union Sacrée tra il PS e Les Republicaines (la vecchia UMP) che costituisce insieme all’Unione Europea il vero nemico, la quale con le sue politiche liberiste e selvagge sta letteralmente affamando i ceti medio-bassi delle società europee.

E l’Union Sacrée che sta mandando i soldati francesi a difendere il proprio imperialismo.

E questa Union Sacrée che appoggiando le politiche liberiste dell’UE sta violentemente attaccando i livelli di vita dei ceti medio-bassi.

La battaglia della “Gauche” deve essere perciò prima di tutto contro l’Union Sacrée e l’Unione Europea.

Ovviamente non ci facciamo nessuna illusione sul FN, ma se non si comprende chi è il vero avversario non si potrà mai vincere la nostra battaglia.

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APPELLO PER IL RISORGIMENTO SOCIALISTA

 

Un appuntamento di una certa importanza per la sinistra italiana si è consumato qualche giorno fa, con l’assemblea di Risorgimento Socialista che, a quanto pare, scioglie definitivamente il nodo gordiano del rapporto con un PSI oramai definitivamente digerito dentro il metabolismo neocentrista del PD. E’ una ottima notizia.

Così come è una ottima notizia che si ricostituisca un punto di riferimento per il pensiero del socialismo di sinistra in Italia. Sappiamo bene tutti quale sia l’analisi della situazione attuale. La verticalizzazione degli assetti di potere economico impressa dalla fase finanziaria del capitalismo, cavalcando sull’onda di una globalizzazione che ha spossessato i popoli europei della stessa capacità di governare i loro interessi, ha generato una deriva neoliberista senza frontiere e senza politica, realizzando le indicazioni di Von Hayek sull’Europa. Un’Europa oramai irrimediabilmente lontana dal progetto di Ventotene, in cui la moneta unica è servita da grimaldello per imporre agli Stati membri una strada forzata di imitazione delle politiche economiche ordoliberiste del Paese leader. La gestione di questo processo di incrudimento delle diseguaglianze e di impoverimento di strati crescenti della società richiede una progressiva cancellazione degli spazi della democrazia rappresentativa , facendo crescere un leaderismo plebiscitario e plebeista, privo di meccanismi di intermediazione, più simile al caudillismo che alla democrazia.

In questo contesto, la sinistra, in tutta Europa, ha perso quasi tutto il suo radicamento sociale naturale, nel mondo del lavoro ed in quello di chi il lavoro non ce l’ha. In primis perché i profondi cambiamenti sociali degli ultimi trent’anni hanno frammentato e reso più porose e meno chiaramente distinguibili le classi sociali novecentesche, ed hanno generato segmentazioni interne al mondo del lavoro, tali da ostacolare i tentativi di rappresentazione unitaria. Ma soprattutto per errori di strategia: non aver letto correttamente, con onestà intellettuale, i cambiamenti sopra menzionati, ha fondato l’illusione di poter governare tale fase in una logica di “riduzione del danno” (di compensazione delle esternalità sociali negative) tipica del social-liberismo.

Purtroppo anche gli esperimenti di sinistra più radicali che sono stati sinora messi in campo, come quello di Syriza, hanno manifestato l’incapacità anche solo di frenare la velocità della deriva economica, sociale e democratica dentro la quale la civiltà europea si sta estinguendo. In fondo, per lo stesso motivo: l’illusione di poter negoziare con l’egemonia ordoliberista un compromesso onorevole, senza mettere sul tavolo una concreta eventualità di rottura definitiva in caso di impossibilità di negoziare. Il tutto in un quadro in cui l’utopia dell’internazionalismo socialista si scontra con la dura realtà dell’assenza del foro politico entro il quale poterlo esercitare. Se l’Europa non è uno spazio politico democratico, e non può esserlo perché metterebbe a repentaglio la direzione di marcia neoliberista cui tengono i poteri economici e finanziari transnazionali, non c’è il luogo dover esercitare forme di internazionalismo. Se non un Parlamento Europeo che di parlamentare ha soltanto il nome, e che somiglia ad una Dieta dello zar. Per questi stessi motivi, non si può oggi essere ottimisti in merito al pur coraggioso tentativo unitario che la sinistra portoghese sta portando avanti, mancando la volontà di arrivare a far saltare il tavolo, ove necessario.

I momenti, nella vita degli individui come in quella delle società, in cui ci si trova con le spalle al muro, sono quelli in cui occorre prendere decisioni forti. Risorgimento Socialista, in questo contesto, ha un senso soltanto se rappresenta una opzione di cultura politica avanzata, in grado di mettersi al servizio di un progetto più ampio, di una idea di fronte popolare ampio, che trovi una sintesi utile a dare risposte a tutti gli sconfitti della crisi: il disoccupato, il lavoratore povero e i vari strati della precarietà lavorativa ed esistenziale, il pensionato, il piccolo imprenditore in rovina. Ciò a sua volta implica che l’autonomia di pensiero e di cultura politica socialista di questo soggetto sia spesa in un rapporto con le altre componenti che stanno lavorando ad una sinistra unitaria e plurale. Occorre ricostruire i legami molecolari fra i dispersi atomi della sinistra italiana, altrimenti non si fa sistema, e non si intercetta un fronte popolare, né ampio né sottile. Attenzione: questo fronte troverà altri riferimenti nel giacobinismo senza ideali e senza progetto di Grillo, o nella deriva xenofoba della Lega.

La liquefazione sociale ed esistenziale in cui precipita la nostra società (fotografata di recente persino dal Censis, come già negli ultimi rapporti dello SVIMEZ, che evidenzia questo ritorno di individualismo disperato, ovviamente ben accolto dalle classi dominanti) richiede solidità. Solidità contro lo sfacelo. Senza un radicamento di classe, che richiede la solidità di un albero che pianta le radici dentro specifici interessi sociali, per quanto ampi, l’orizzontalismo civico anti-casta ha poche prospettive. Una volta sostituita la vecchia élite, si riproducono gli stessi meccanismi precedenti, basati su un liberismo più o meno compassionevole, e su una retorica dell’onestà che ha le gambe corte, quando deve sporcarsi le mani con la quotidianità del potere. L’esempio della gestione grillina di un Comune come Livorno dovrebbe essere emblematico in tal senso.

Il nostro appello è che Risorgimento Socialista entri, come componente organizzata, e con un apporto culturale originale e preziosissimo, dentro i faticosi processi di costruzione di un partito di sinistra nel nostro Paese. Un partito, con la solidità di una organizzazione che consente il confronto plurale ed il dibattito fra le diverse posizioni, e quindi sedimenta le diverse culture politiche portandole ad una sintesi innovativa, che fa cultura politica, che seleziona e fa crescere una classe dirigente all’altezza. Azzerando in larga misura quella attuale, che francamente è fallita, senza peraltro coltivare retoriche nuoviste che hanno manifestato la loro natura gattopardesca.

E l’apporto culturale di Risorgimento Socialista deve fare leva sugli insegnamenti più preziosi, ed ancora attuali, di Lelio Basso per il diritto dei popoli e l’esigenza di un nuovo anticolonialismo, Riccardo Lombardi e Fernando Santi (quest’ultimo soprattutto perché è necessario ricostruire un sindacato forte, rappresentativo e moderno). Una attualizzazione del concetto lombardiano di “riforma di struttura”, che continui ad avere un ancoraggio di classe. La polarizzazione sempre più grave, di reddito e di opportunità, che dilania la società italiana, e gli enormi problemi di struttura che il capitalismo in crisi ci propone, problemi che mettono a repentaglio la nostra civiltà e finanche la sopravvivenza della specie umana, richiedono un approccio radicale. Non si può indugiare in vaghi richiami a Meade o a democrazie dei proprietari. Qui il problema non è più quello di redistribuire le opportunità di autorealizzazione dei singoli in una società liberale che ha realizzato l’emancipazione dal bisogno immediato, garantendo le capacità individuali. Il problema è diventato quello di rispondere ai bisogni primari riemergenti, dentro le nostre società, ed anche per i milioni di disperati che, fuggendo da un Terzo Mondo divorato dalle fiamme del neocolonialismo, premono alle nostre frontiere, e nei confronti di assetti ambientali globali prossimi al collasso. Non ha nemmeno più senso interrogarsi sul livello di “libertà” individuale cui rinunciare per avere un welfare State, come faceva Rawls, quando oramai le nostre società non hanno più il welfare pubblico e stanno per perdere le libertà.

Occorre tornare ad un approccio di classe, per quanto sufficientemente ampio da garantire una sintesi fra le diverse classi e sottoclassi sociali colpite dalla crisi. L’economia diventa “umana” se è in grado di rispondere a bisogni collettivi, non lo è se amplia la prateria per le ricorse solitarie di ciascuno. Qui occorre tornare a dare risposta al diritto al lavoro, al diritto alla casa, al diritto ad una istruzione di massa e di qualità, alla sanità pubblica per tutti, persino al diritto al cibo, e basta dare uno sguardo ad una mensa della Caritas o a certe scuole “di frontiera” per accorgersene.

Ed occorre farlo in un contesto in cui la crescita non c’è più. E non ci sarà più sui livelli del passato, perché non ci saranno più locomotive macroeconomiche come prima: Cina, gli altri Brics, Stati Uniti, Giappone, Europa, sono tutti alle prese con specifiche contraddizioni macroeconomiche, la cui soluzione per l’uno aggrava i problemi dell’altro, generando, progressivamente un multipolarismo con leader sempre più numerosi e sempre meno potenti, molto pericoloso anche sotto il profilo geopolitico. Ma soprattutto perché abbiamo raggiunto un duplice vincolo, sociale ed ambientale, alla crescita. Il primo ci dice che, con gli assetti attuali, la crescita di alcuni significa ulteriore impoverimento e guerra per gli altri, generando spinte migratorie globali oramai giunte al limite della sostenibilità culturale e sociale nei nostri Paesi, generando fenomeni di xenofobia e di erraticità delle politiche di gestione delle migrazioni. Il vincolo ambientale ci segnala che, lasciando da parte la polemica scientifica ed ideologica sul riscaldamento globale, che pure è incontrovertibilmente in atto, abbiamo raggiunto il limite massimo dell’impronta antropica sull’ambiente, in termini di pressione sulle risorse alimentari, idriche ed energetiche. Le innovazioni tecnologiche, le politiche ambientali e demografiche e i cambiamenti negli stili di vita basteranno solo per allentarlo, dilazionarlo, ma non per rimuoverlo. In un contesto in cui occorre ripensare completamente il paradigma lavoristico su cui si fondano le nostre società, perché, semplicemente, il progresso tecnico fa sì che non ci sia più bisogno di far lavorare tutti. Ed in un certo senso la precarizzazione dei mercati nazionali del lavoro fornisce una risposta liberista, ovviamente inadeguata, a questo vincolo: precarizzando il lavoro e la sua retribuzione, lo si distribuisce su un maggior numero di teste.

Queste enormi sfide strutturali, non congiunturali, ci pongono davanti al tema di elaborare un nuovo modello di sviluppo. Meno quantitativo e più qualitativo, meno assurdamente globalizzato e più fondato sui legami sociali di comunità. Più partecipato, ed il paradosso della partecipazione è che, quando la si allarga, essa richiede gli organismi intermedi di rappresentanza che la sintetizzino, non le distopie casaleggiane del cittadino che vota sul social di Internet. In tal senso si pone anche l’esigenza di riproporre l’istituto della programmazione economica non eterodiretta e orientata secondo dettami costituzionali, ex art. 2, 3, 4, 35-47, con particolare attenzione a forme inedite di attuazione dei principi stabiliti dall’art. 43 e alla più recente riflessione politica e giuridica sulla indisponibilità dei beni comuni, cfr. Commissione Rodotà – per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici (14 giugno 2007).
E ciò richiede un approccio di breve periodo, su temi come la rimessa in circolo di una politica economica sulla domanda che arresti la spirale deflazionistica, la ricostruzione della scuola e del sistema formativo pubblici dopo anni di tagli e di dequalificazione professionale e la difesa della sanità, il governo dei fenomeni migratori con una politica estera, di sicurezza e di accoglienza intelligente, il governo politico, non militare, del multipolarismo che sta producendo, come dice Bergoglio, una guerra mondiale frammentata. Ma inevitabilmente getti lo sguardo sul lungo periodo, quando le contraddizioni di sistema imporranno un approccio nuovo, che eviti la trappola del decrescismo, perché il problema non è decrescere e tornare ad epoche premoderne, o peggio ancora negare ai Paesi emergenti il diritto a sperimentare una crescita del benessere, ma redistribuire meglio la crescita, sotto il profilo sociale, e renderla meno impattante sotto quello ambientale.

Tutto ciò già ora, già adesso, ci impone di rompere i primi equilibri. Non si tratta nemmeno di dividersi fra europeisti ed antieuropeisti. E’ sufficiente prendere atto del fatto che questa Europa è irriformabile dall’interno, in un’area valutaria unica senza trasferimenti monetari compensativi ed a bassa mobilità del fattore lavoro l’unica possibilità di cambiare radicalmente le politiche economiche è che le cambi il Paese leader, ossia la Germania. Cambiamento che la Germania non farà mai, se non per piccole modifiche marginali e di modesto impatto complessivo, nemmeno se nel 2017 vincessero i socialdemocratici, perché cesserebbe di essere il leader regionale. E quindi occorre, come minimo, preparare con uno sforzo adeguato strumenti di fuoriuscita, se possibile concordati e ordinati. Se non possibile, anche unilaterali e bruschi. Anziché dilettarsi su tatticismi per cui “se non possiamo negoziare il piano A, non possiamo nemmeno negoziare il piano B” basterebbe aver visto un film degli anni Sessanta, “l’Inferno di Cristallo”. La situazione dell’Italia e degli altri Stati europei sottoposti al dominio germanico è quella del protagonista di quel film che, all’ottantesimo piano di un grattacielo in fiamme, ha solo due scelte: scendere dalle scale, con la certezza assoluta di morire bruciato, oppure gettarsi dalla finestra, sperando che qualcosa freni la sua caduta, evitando la morte.
L’auspicio è che almeno una parte di queste brevi riflessioni possa servire a Risorgimento Socialista per svolgere un ruolo utile, sotto il profilo culturale e di contributo programmatico, dentro la ricostruzione della sinistra italiana.
Occorre riflettere sul piano della prospettiva sociale che RS vuol perseguire. È stato detto, in modo molto evocativo, che RS intende essere non già un capitolo della cosiddetta “diaspora socialista” bensì la fuoruscita da essa. Ciò coinvolge anche emotivamente molti compagni e compagne, cui va il rispetto per un reale travaglio generazionale. Nondimeno si tratta di individuare e perseguire un differente percorso: la ricostruzione di una forza di ispirazione socialista fra quelle classi sociali e anagrafiche tratteggiate a più riprese nel presente documento. A costoro poco o nulla dicono diatribe, peraltro sterili, su questioni di un passato antecedente alla loro nascita o alla persistente crisi esistenziale che attanaglia la loro generazione. Per costoro val la pena riprendere la china di un non breve né facile percorso verso equilibri più avanzati.

7 Dicembre 2015

Riccardo Achilli
 
Giuseppe Angiuli
 
Gaetano Colantuono
 
Norberto Fragiacomo
 
Ferdinando Pastore
 
Stefano Santarelli
 

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APPUNTI PER UNA STORIA DEL TROTSKISMO di Stefano Santarelli -parte terza- IL MORENISMO

 
APPUNTI PER UNA STORIA DEL TROTSKISMO 
di Stefano Santarelli
 -parte terza- 
 
 
IL MORENISMO

Questa corrente trotskista prende il nome dal dirigente argentino Nahuel Moreno (pseudonimo di Hugo Bressano) che fu tra i fondatori nel 1943/44 del Grupo obrero marxista (GOM) che nel dicembre 1948 si trasforma nel Partido obrero revolucionario (POR) una piccola formazione che contava una cinquantina di militanti. Ed in quell’anno Moreno partecipa come delegato argentino al II Congresso della Quarta internazionale (1948) schierandosi subito al fianco del Revolutionary communist party (RCP) britannico contro le tesi catastrofistiche della maggioranza diretta da Pablo. E’ ancora presente come delegato al III Congresso mondiale (1951) che però riconosce come sezione ufficiale il gruppo diretto da Posadas, questa decisione ovviamente influisce sull’adesione del Por al Comitato internazionale fondato dal Swp e da Lambert e Healy.
Moreno per conto del CI costituisce il Comitato latino americano (Cla) costituito dai tre Por di Argentina, Cile e Perù e dove segue con particolare attenzione la politica del Por boliviano che, insieme al Movimiento nacionalista revolucionario (Mnr) in una situazione rivoluzionaria era uno dei due partiti più influenti nel movimento operario e seguiva la politica pablista. Ricordiamo che il Por aveva fatto adottare dal sindacato nel 1947 le cosidette “Tesi Pulacayo” che altro non erano che una traduzione nella realtà boliviana del “Programma di transizione” di Trotsky. Queste tesi affermavano che “I paesi arretrati si muovono sotto il segno della pressione imperialista, il loro sviluppo ha un carattere combinato: riuniscono allo stesso tempo le forme economiche più primitive e l’ultima parola della tecnica e della civilizzazione capitalistica. Il proletariato nei paesi arretrati è obbligato a combinare la lotta per gli obiettivi democratico-borghesi con la lotta per rivendicazioni socialiste. Entrambe le tappe -quella democratica e quella socialista- non sono separate nella lotta da tappe storiche, ma sorgono immediatamente l’una dall’altra.” (…)
Ed i compiti della rivoluzione boliviana secondo queste tesi sono i seguenti:

1) Noi lavoratori del sottosuolo non insinuiamo che bisogna passare al di sopra della tappa democratica-borghese: lotta per garanzie democratiche elementari e per la rivoluzione agraria-antimperialista. Tantomeno neghiamo l’esistenza della piccola-borghesia, soprattutto dei contadini e degli artigiani. Segnaliamo che la rivoluzione democratica-borghese, se non la si vuole strangolare, deve convertirsi solo in una fase della rivoluzione proletaria. 

2) Coloro che ci additano come sostenitori di una rivoluzione socialista immediata in Bolivia mentono, ben sappiamo che per questo non esistono le condizioni obiettive. Noi diciamo chiaramente che la rivoluzione sarà democratica-borghese per i suoi obiettivi e solo un episodio della rivoluzione proletaria per la classe sociale che la guiderà. La rivoluzione proletaria in Bolivia non significherà escludere gli altri settori sfruttati della nazione, ma implica al contrario l’alleanza rivoluzionaria del proletariato con i contadini, gli artigiani e gli altri settori della piccola borghesia urbana. 

3) la dittatura del proletariato è l’espressione statale di questa alleanza. La parola d’ordine di rivoluzione e di dittatura del proletariato indicano chiaramente il fatto che sarà la classe lavoratrice il nucleo dirigente di questa trasformazione e di questo Stato. Al contrario, sostenere che la rivoluzione democratico-borghese, in quanto tale, sarà realizzata da settori “progressisti” della borghesia e che il futuro Stato sarà incarnato in un governo di unità e concordia nazionale,manifesta una ferma intenzione di strangolare il movimento rivoluzionario nel quadro della democrazia borghese e si vedranno obbligati – ogni giorno di più – a portare attacchi sempre più profondi al regime della proprietà privata, in questo modo la rivoluzione acquisterà un carattere permanente.”(1)

Ma evidentemente non erano sufficienti questi tesi per fare prendere il potere al Por basandosi sulle sue milizie operaie e contadine per questo la posizione di Moreno contrariamente a quella pablista era che il Por doveva rompere la sua alleanza con il Mnr.

Intanto il Por argentino nel 1954 decide di attuare una politica entrista verso il peronismo e quindi si scioglie per unificarsi con una formazione filoperonista, il Partido socialista de la revolución nacional (PSRN). Quando nel 1955 Peron viene deposto il Psrn, insieme ad altre formazioni della sinistra, viene messo fuori legge. Moreno e il suo gruppo continuano la loro attività politica con il giornale Palabra obrera che si definisce “organo del peronismo operaio rivoluzionario” e pubblicato “sotto la disciplina del Generale Peron e del Consiglio supremo peronista”.
Moreno verrà proprio per questo accusato dalle altre correnti trotskiste di essersi accodato al peronismo, un’accusa che certamente era più che giustificata. A maggior ragione se si tiene conto che anche il Por peruviano entra nel 1956 nella formazione nazionalista di Accion popular che non poteva essere definita socialista.

Questo entrismo verso formazioni non socialiste, ma apertamente borghesi non aveva nulla infatti a che spartire con la politica entrista voluta da Trotsky nel 1934.
Nel marzo del 1957 nasce a Lima sotto la spinta di Moreno il “Secretariado latino-americano del trotskismo ortodoxo” (SLATO) che costituirà uno dei primi mattoni per la costruzione della frazione politica che verrà diretta dal rivoluzionario argentino.

Durante l’inizio della Rivoluzione cubana la posizione di Moreno nei confronti del Movimento 26 luglio non si discosta da quella di Peron. Infatti la formazione guidata da Castro e Guevara viene apertamente condannata da Moreno che la definisce “apertamente filo imperialista, appoggiata dalle compagnie yanquis in conflitto con Batista”. Questa posizione viene poi tranquillamente rovesciata dopo la vittoria di Castro e la nazionalizzazione di tutte le proprietà straniere presenti a Cuba.

Hugo Blanco
 

Nel novembre del 1960 nel Congresso del Por peruviano vengono adottate “delle tesi orientate verso una prospettiva ‘inserruzionale’ basate sullo sviluppo della guerriglia tra le masse contadine.” Lo SLATO decide di inviare molti quadri per appoggiare la guerriglia peruviana ed in questa battaglia spicca la figura leggendaria di Hugo Blanco ,dirigente trotskista peruviano, che aveva anche militato nel Por argentino, il quale fu in prima linea nell’occupazione delle terre e della organizzazione sindacale in Perù. Nel dicembre del 1961 si costituisce il Frente de izquierda revolucionaria (FIR) di cui il Por è parte integrante. La rivolta contadina diretta da Hugo Blanco viene duramente repressa dalla forze militari peruviane e nel 1963 il dirigente trotskista viene catturato dall’esercito e tre anni dopo di fronte alla sua condanna a morte viene lanciata una forte campagna internazionale a cui aderirono tra gli altri Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e il vecchio biografo di Trotsky, Isaac Deutscher, oltre che intellettuali, sindacalisti e parlamentari di vari paesi.

Come risultato di questa mobilitazione internazionale il governo peruviano fu costretto a legalizzare la riforma agraria fatta in gran parte dal Por e dalle altre forze contadine. Si riuscì così ad evitare la condanna a morte di Hugo Blanco, ma non la sua condanna a 25 anni di carcere. Un’altra campagna internazionale riuscì a farlo liberare nel 1970, in tutto questo periodo di tempo i contadini peruviani elessero Hugo Blanco come il loro principale dirigente in tutti i loro congressi. Nel 1980 verrà eletto deputato per il Partido revolucionario del los trabajadores (PRT) e nel 1990 senatore.

Nel 1964 il gruppo di Moreno entra nel Segretariato unificato facilitato anche dal fatto che il gruppo di Posadas aveva abbandonato la Quarta internazionale. Moreno abbandona l’entrismo nel movimento peronista e si unifica con il Frente revolucionario indoamericanista popular tra cui leader vi è Roberto Santucho costituendo così il Partido revolucionario del los trabajadores (Prt).

Abbiamo visto nel capitolo dedicato al Segretariato unificato la scissione del PRT e la battaglia svolta da Moreno nel IX congresso a cui Moreno dedica la sua opera migliore: “Il documento scandaloso” in cui attacca duramente la politica guerriglierista adottata dalla maggioranza (TMI) diretta da Mandel e Maitan. Una linea questa che si rivelò totalmente fallimentare, inoltre le stesse formazioni corteggiate dalla TMI in seguito ruppero radicalmente con il trotskismo, avvicinandosi ad altre correnti, quali il castrismo. Nel Documento scandaloso Moreno insiste invece sulla necessità della costruzione del partito leninista, sulla necessità di avere come punto di riferimento le grandi masse e nel dotarsi di un programma, una politica, una tattica e delle consegne per mobilitarle verso la rivoluzione socialista.

Il 1972 vede l’unificazione tra il Prt-La Verdad di Moreno con la frazione del Partito socialista argentino diretta da Juan Carlos Coral costituendo il Partido socialista de los trabajadores (PST) che otterrà nelle elezioni presidenziali del settembre 1973 l’1.52% dei voti. Il colpo di stato del 24 marzo del 1976 attuato dalle forze armate dirette dal Generale Videla provocò una durissima repressione. Molti militanti del Pst vennero uccisi dalla famigerata Tripla A e più di cento suoi aderenti furono tra i “desaparecidos”.
Il colpo di stato del Generale Videla obbliga all’esilio i quadri e i dirigenti del Pst tra cui lo stesso Moreno. Il centro della corrente morenista (la Tendenza poi Frazione bolscevica) si sposta in Colombia a Bogotà.

La Tendenza bolscevica nata nel febbraio del 1976 è costituita fondamentalmente da partiti latino americani ad eccezione della spagnola Liga comunista, del portoghese Partido revolucionário dos trabajadores e dell’italiana Lega socialista rivoluzionaria e racchiude la maggioranza della Frazione Leninista-Trotskista coi i suoi 4.000 militanti e lo stesso Pst argentino prima del colpo di stato dichiara più militanti del Swp statunitense.
La Frazione Bolscevica crea proprie organizzazioni indipendenti all’interno del Segretariato Unificato con una crescita veramente impressionante e nel 1979 dichiara quasi 8.000 militanti di cui 5.000 in Argentina. La FB costitisce nei fatti una Internazionale totalmente autonoma e durante la rivoluzione portoghese i due partiti legati rispettivamente al SU e alla frazione di Moreno si muovono indipendentemente: la scissione è già nell’aria.



La rottura con il Segretariato Unificato e il fallimento del Comitato Paritario
Alla vigilia dell’XI congresso mondiale del S.U. della Quarta internazionale, che si terrà poi nel novembre del 1979, il primo scontro avviene sul terreno teorico. Di fronte al documento della maggioranza redatto da Ernest Mandel “Democrazia socialista e dittatura del proletariato” (1977) che iniziava a porre una seria revisione programmatica, in fondo necessaria e doverosa, si scatena la dura opposizione di Moreno.
In questo testo si poneva una riflessione seria sullo sviluppo della Rivoluzione russa e delle sue conseguenze a partire dalla teoria del partito unico del proletariato:

“(…) l’idea di una classe operaia omogenea esclusivamente rappresentata da un unico partito è in contrasto con tutta l’esperienza storica e con l’intera analisi marxista, materialista, della crescita e dello sviluppo concreti del proletariato contemporaneo, sia sotto il capitalismo che dopo il rovesciamento del capitalismo.(…) non si può negare che vari partiti, con diversi orientamenti e metodi diversi d’approccio alla lotta di classe tra capitale e lavoro e ai rapporti tra gli scopi immediati e quelli storici del movimento operaio e rappresentino effettivamente settori di classe operaia (non fosse altro che per interessi puramente settoriali, pressioni ideologiche di classe avverse, ecc.) (…)
In condizioni di più o meno generalizzata socializzazione dei mezzi di produzione e del sovraprodotto sociale, qualunque monopolio a lungo termine dell’esercizio del potere politico in mano a una minoranza -quand’anche si tratti di un partito rivoluzionario ispirato fin dall’inizio da motivazioni rivoluzionarie- corre il rischio di stimolare oggettive tendenze alla burocratizzazione. In tali condizioni socioeconomiche, chiunque controlli l’amministrazione dello Stato controlla perciò stesso il sovraprodotto sociale e la sua distribuzione.
Poiché ancora agli inizi ci saranno delle disuguaglianze economiche, sopratutto in Stati operai economicamente arretrati, questo può diventare una fonte di corruzione e di sviluppo di privilegi materiali e un’occasione di differenziazione sociale. C’è dunque un oggettivo bisogno di un controllo effettivo sul processo con cui si prendono le decisioni, e ciò da parte del proletariato in quanto classe, con possibilità illimitata di denunciare la trascuratezza, lo spreco, l’appropriazione illegale e l’utilizzazione abusiva di risorse economiche a tutti i livelli, compresi quelli più alti. Ma un simile controllo democratico di massa è impossibile senza che esistono tendenze, gruppi e partiti di opposizione che godano di una libertà d’azione, di propaganda e di agitazione completa e di un accesso pieno e integrale ai mass media.(2)

La risposta di Moreno a questo testo viene scritto in un libro “La dittatura rivoluzionaria del proletariato” dove non solo si difende l’eccidio di Kronštadt da parte dei bolscevichi, ma la concezione vetero-leninista viene aggravata da alcune “perle” estremamente significative offrendo una visione orripilante dei processi rivoluzionari:
1) “Le prime dittature del proletariato, dirette o infleuenzate dai trotskisti saranno le più atroci e tremende che si siano viste in tutto il secolo” (p.42)
2) “La dittatura rivoluzionaria del proletariato sarà sinonimo non di organizzazioni sovietiche, ma di dittature rivoluzionarie di partiti trotskisti o troskizzanti (p.95) (3)

Certamente questo testo non è sicuramente all’altezza del celebre Documento scandaloso, ma le scissioni non possono avvenire su testi teorici sia pure importanti, e sarà la Rivoluzione sandinista ad offrire a Moreno il pretesto per la rottura definitiva con il SU.

“Alla fine del 1979, nel momento in cui trionfa la rivoluzione nicaraguense, la Frazione bolscevica diretta da Nahuel Moreno organizza una brigata internazionale in appoggio al Fronte sandinista: la brigata Simon Bolivar. La Brigata, che in verità non aveva partecipato alla lotta in Nicaragua negli anni precedenti, essendo entrata a Managua quando il potere è già in mano ai sandinisti, non viene riconosciuta dal nuovo governo (che non ha, comunque, alcuna intenzione di dividere il potere con chicchessia, figuriamoci con un gruppo di trotskisti!) E i morenisti non trovano di meglio che organizzare uno sciopero proprio contro il nuovo governo, contro gli stessi sandinisti. Uno strano modo di aiutare la Rivoluzione nicaraguense e che non si giustifica di certo con la constatazione indiscutibile del carattere opportunista del Fsln! I militanti della Brigata Simon Bolivar vengono immediatamente espulsi dal paese e ciò offre a Moreno il pretesto per rompere col Segretariato unificato che aveva invece sostenuto la posizione sandinista. Per tale ragione la Frazione bolscevica non partecipa all’XI Congresso mondiale della Quarta e trova un alleato nel CORQI (Comitato organizzativo per la ricostruzione della Quarta internazionale) diretto da Pierre Lambert e che ha nell’Oci (Organisation comuniste internazionaliste) francese il suo principale Partito. Queste due correnti trotskiste costituiranno il Comitato paritario per la riorganizzazione (ricostruzione) della Quarta internazionale, autodenominatosi poi, nel 1981, Quarta internazionale – Comitato internazionale. (2)

Ma questa unificazione tra queste due correnti storiche del trotskismo internazionale, con una forza più o meno identica che aveva l’ambizione di costruire una organizzazione che potesse superare sia per numero di militanti che per espansione geografica il SU fallisce ben presto. Nonostante l’unificazione infatti le due correnti non si sono nei fatti mai sciolte ed oltretutto le forze del Comitato paritario sono concentrate fondamentalmente in Argentina ed in Francia.

Il “casus belli” della nuova rottura di Moreno è rappresentato dalla posizione assunta dal Parti communiste internationaliste (il nuovo nome dell’Oci) durante le elezioni presidenziali francesi del 1981. La formazione diretta da Lambert che occupa posti di direzione all’interno del sindacato socialista Force ouvrière e che ha un rapporto stretto con il Partito socialista dopo aver sostenuto la candidatura di Mitterand assume un atteggiamento benevolo nei confronti del nuovo governo socialista. Questo è sufficiente per Moreno per proclamare la scissione, ma forse il termine migliore sarebbe il fallimento, del Comitato paritario. Il 5 gennaio del 1982 a Bogotà si tiene la Conferenza della corrente morenista che vede però anche alcune figure di primo piano provenienti dal Corqi come il venezuelano Alberto Franceschi e il peruviano Ricardo Napuri. Ma questa conferenza che darà vita alla Lega internazionale dei lavoratori – Quarta internazionale è a totale prevalenza latino-americana tanto è vero che la sigla con cui è nota ancora oggi questa organizzazione è l’acronimo spagnolo LIT (Liga internacional de los trabajadores).

Intanto nel 1985 la profonda crisi del Workers revolutionary party (WRP) inglese diretto da Gerry Healy, un partito che era stato negli anni 50/60 la maggiore forza trotskista britannica permette alla LIT di reclutare un piccolo gruppo trotskista,l’International socialist league (Isl) diretto da un veterano come Bill Hunter, che insieme al Partito di alternativa comunista (Pdac) nato nel 2006 dalla diaspora avvenuta dentro Rifondazione comunista costituiscono attualmente le “maggiori” forze europee della LIT.

Nahuel Moreno (Hugo Bressano)
(1924-1987)
 
 
La crisi del Morenismo
Il fallimento nel 1982 dell’occupazione delle Falklands e la rapida sconfitta delle forze armate argentine determina il crollo della giunta militare. Questo permette il ritorno all’attività legale del gruppo morenista che da vita al Movimiento al Socialismo (MAS) che in breve tempo diventa il maggior partito della sinistra presente con forza in più di 150 fabbriche e divenendo nelle elezioni presidenziali del 1989 la quinta forza elettorale.
La morte di Nahuel Moreno avvenuta nel 1987 nel momento di massima espansione della sua corrente (6.000 militanti del Mas e più di 8.000 nella LIT) provoca l’implosione del Mas argentino che a sua volta provoca la distruzione della LIT come era stata creata da questo vecchio dirigente trotskista.

Il Mas subisce una prima scissione che provoca la perdita dell’intero gruppo dirigente dell’organizzazione giovanile che fa nascere il Partido de los trabajadores socialistas (PTS) che crea un suo piccolo centro internazionale (la Fracción trotskista-Cuarta internacional FT-CI), da notare che nelle ultime elezioni politiche (ottobre 2013) il Pts ha costituito una lista unitaria con Izquierda socialista e il Partido obrero lista che ha ottenuto tre deputati di cui uno proprio di questo partito morenista.

Un’altra scissione del Mas (1992) costituisce il Movimiento socialista de los trabajadores (MST) che insieme ad un gruppo diretto da Michel Varga che aveva rotto con il lambertismo nel 1972 da vita ad un secondo centro internazionale morenista: l’Union internacional de los trabajadores – Cuarta internacional (UIT-CI).

Nel 2006 il Mst subisce una scissione che da origine a Izquierda socialista che oggi è la sezione argentina della (UIT-CI).

Altre scissioni dal Mas hanno creato altre minuscole formazioni politiche: Convergencia socialistaFrente obrero socialista, la Liga socialista revolucionaria e l’ Unión socialista de los trabajadores.

Nel 1994 si deve registrare la nascita di un quarto centro internazionale morenista: il Centro Internacional del Trotskismo Ortodoxo trasformatosi poi nel 2005 nella Liga Socialista Internacional.

Ora se il lettore si trova con un mal di testa nel seguire tutte queste scissioni e cambi di sigle la colpa non è certamente del povero Ferrari o del sottoscritto, ma degli epigoni di Moreno che non sono stati all’altezza dell’eredità del loro maestro il quale comunque aveva costruito un partito trotskista ed un raggruppamento internazionale in grado di mobilitare migliaia di militanti attivi nel movimento operaio e studentesco.

Per quanto riguarda la LIT che di tutti i “centrini” internazionali morenisti rappresenta forse la realtà più significativa essa si è riorganizzata basandosi sul Partido socialista dos trabalhadores unificado (Pstu) brasiliano che è “l’unica organizzazione dotata di una qualche solidità organizzativa, di una presenza minoritaria ma significativa nel movimento sindacale”.

 
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Note
 
(1) Documentos POR, n° 77, “Tesis de Pulacayo”, pag 2-3 – (1947)
anche in D. Renzi –La lunga marcia del trotskismo – Prospettiva Ediz. (1992)

(2) Democrazia socialista e dittatura del proletariato – Documenti internazionali – G.C.R. – Ott. 1977

(3) N. Moreno – La dittatura rivoluzionaria del proletariato -Sel-ci SNC – 1979


(4) S.Santarelli – Dietro la non – politica … – Massari Ed. (2009)
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       APPUNTI PER UNA STORIA DEL TROTSKISMO

 
 

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Archiviato in QUARTA INTERNAZIONALE, Santarelli Stefano

DONALD LAM: IL VOLTO SEGRETO DI PERRY MASON di Stefano Santarelli

 
 
 

Erle Stanley Gardner il geniale inventore di Perry Mason e padre quindi del Legal Thriller che vede oggi in Scott Turow e John Grisham i suoi migliori eredi, usando lo pseudonimo di A.A.Fair, ha creato con il duo Donald Lam e Bertha Cool una delle coppie più divertenti della letteratura poliziesca in grado di reggere il confronto con il leggendario Nero Wolfe e il suo “galoppino” Archie Goodwin.

Il vero protagonista di queste storie è Donald Lam, un detective privato in netta antitesi rispetto ai suoi colleghi: di statura inferiore alla media (1,65), non portato alla violenza fisica nonostante che abbia preso lezioni (senza successo) di pugilato e di Ju jitsu rifiutandosi oltretutto di portare la pistola. La sua forza come sottolinea la sua principale e poi in seguito socia, Bertha Cool, “non si trova nei suoi muscoli, ma nel suo cervello”. E Lam è la dimostrazione che per essere un buon investigatore la prestanza fisica non è assolutamente necessaria.

L’esordio di Lam come investigatore privato viene narrato nel suo primo romanzo Donald Lam, investigatore (The bigger they come, 1939) quando si presenta nell’ufficio di investigazioni private diretto da Bertha Cool, una enorme vedova sessantenne che pesa quasi un quintale nella speranza di ottenere un posto di lavoro senza però nessuna esperienza e referenze. Ma la Cool vede in questo giovanotto triste e in chiare difficoltà economiche un uomo non comune riuscendo poi a scoprire la vera identità di Lam e la sua storia: come Perry Mason anche il giovane Donald è un avvocato che è stato però sospeso dal suo ordine per un anno a causa di un cavillo legale avendo insegnato ad un gangster su come commettere impunemente un omicidio. Lam viene assunto dalla mastodontica Cool diventandone in seguito socio e trasformandola così in una delle più importanti agenzie di investigazioni di Los Angeles.

L’ordine degli avvocati nel sospenderlo aveva sostenuto che Lam era un professionista che preferiva le vie tortuose a quelle dritte ed in effetti questa critica è giusta. Anche come investigatore non sceglie volutamente la strada più facile e non scende a nessun compromesso. Infatti come il suo più celebre “fratello” Perry Mason ha veramente uno stile poco ortodosso e condivide con lui la fedeltà e la sua cura nel difendere intransigentemente gli interessi del proprio cliente.
Non è certamente un uomo ambizioso e non lesina spese quando deve svolgere una indagine, causa questa di continui scontri con Bertha Cool la quale invece da vera “taccagna” punta a contenere le uscite ostacolando molte volte il lavoro di Lam osteggiata però in questo anche dalla sua segretaria, Elsie Brand, la quale nutre una più che profonda simpatia per il “piccolo” investigatore. D’altronde la Cool sa perfettamente che Lam è un elemento insostituibile e che col tempo è diventato il vero cervello della sua agenzia e quindi la fonte dei suoi lauti guadagni. Infatti la mastodontica Cool punta soltanto a fare quattrini con la sua Agenzia e appena un cliente entra nel suo ufficio vuole l’immediato pagamento in contanti.

Questo personaggio di Gardner è sicuramente il più complesso da lui creato. Lam ha una visione pessimista della vita, non è ambizioso o avido di riconoscimenti personali tanto è vero che non ritornerà più a praticare la sua vecchia professione di avvocato anche se utilizza la sua esperienza legale nei casi a cui lavora, e non tenterà mai di aprire una sua agenzia investigativa al contrario di un Archie Goodwin (Nelle migliori famiglie)anche se in quell’occasione il braccio destro di Nero Wolfe era stato costretto a farlo per la fuga del suo principale.
Come Goodwin anche Donald Lam ha un profondo debole per le belle ragazze anche se le preferisce “acqua e sapone” e come lui ha una profonda idionsicrasia per il matrimonio.

Dopo l’ attacco giapponese a Pearl Harbor, Lam si arruola in marina e la Cool resta a dirigere l’Agenzia investigativa e sarà protagonista di due romanzi senza Donald Lam (Semaforo giallo, Bats fly at dusk -1942 e La notte è per le streghe, Cats prowl at night).
Dopo due anni di guerra Donald Lam ottiene il congedo dalla marina a causa della malaria contratta nel Sud Pacifico e ritorna a Los Angeles a svolgere la sua attività di investigatore.

Il grande Raymond Chandler, l’immortale creatore di Philip Marlowe, nel leggere il primo romanzo della serie “The bigger they come” notò subito la somiglianza della scappatoia legale inventata da Donald Lam a quelle ideata da Perry Mason in una delle sue avventure ed accusò il misterioso A.A.Fair di rubare le idee a Gardner cosa questa che costrinse quest’ultimo a rivelare la sua vera identità.

E’ un vero peccato che i 29 romanzi che compongono il ciclo di Donald Lam & Bertha Cool non vengono ultimamente più ristampati contrariamente a quelli di Perry Mason. A mio avviso senza togliere nulla al fascino dell’Avvocato del Diavolo il personaggio di Donald Lam è il migliore di quelli creati da Erle Stanley Gardner e meriterebbe di essere conosciuto dalle giovani generazioni di lettori.

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