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HANNO AMMAZZATO UN OPERAIO di Claudio Taccioli

 https://bresciaanticapitalista.files.wordpress.com/2016/09/agnus-dei.jpg?w=400&h=239

La notizia arriva quando siamo già a Caino nella valle del Garza, nel cupo nord di Brescia.
Siamo venuti per difendere una famiglia proletaria dallo sfratto a cui è stata condannata in quanto colpevole di povertà conclamata.
Ci chiediamo le ragioni di un nome così particolare per un comune della cattolicissima provincia bresciana. Sarà, magari, perché il primo centro di culto cristiano risale al 1039 e si chiama, ancora, Pieve della Mitria. Un evidente richiamo al culto dell’invitto dio Mitra; ben presente in questo straccio di valle, soffocata dalle montagne e dalla cicatrice profonda del Garza.
Ogni analisi finisce quando arrivano le prime informazioni da Piacenza.
Hanno ammazzato un lavoratore durante un picchetto alla GLS. L’hanno schiacciato con un camion che voleva forzare la resistenza operaia.

Non ci sarà la foto di un uomo fermo davanti a un bestione meccanico, bloccato da una reciproca umanità. Solo quella di un corpo massacrato, steso sul selciato e coperto da un telo.
La moglie e i 5 figli a cui raccontare l’indicibile. Come nei tempi feroci della rivoluzione industriale; dello sfruttamento brutale di ogni carne raccattabile per la produzione. Per il profitto, per il progresso deciso dal capitale e ben vigilato nei suoi Stati; detentori del monopolio della violenza.
Usata a ogni occasione per reprimere, per dare esempi; per garantire la crescita della civiltà dei profitti.
I tempi in cui non c’era luce per l’umanità segregata nelle fabbriche, nelle miniere, nei luoghi diversi dello sfruttamento bestiale. L’alternativa era morire di fatica, di malattie conseguenti o essere ammazzati nelle rivolte, nelle resistenze per i diritti di vita.
Roba che, ormai, ci pareva relegata, almeno in questa parte di mondo, nei libri di storia.
In realtà, la guerra di classe iniziata, nella sua fase industriale, nel tempo brutale della rivoluzione dell’energia applicata alle macchine per la produzione seriale, non è mai finita.
Le conquiste parziali degli sfruttati sono sempre, costantemente, messe in discussione dalla natura strutturale del sistema capitalistico. Garantito nei suoi meccanismi fondanti e prevaricanti dalle leggi e dagli strumenti repressivi del suo Stato.

Noi che ci battiamo, quasi ogni giorno, casa per casa, a fianco delle famiglie proletarie buttate fuori dalla produzione, perché non più utilizzabili nell’acquisizione dei profitti crescenti, ce ne siamo ben resi conto.
Ogni volta, a ogni storia; uguali nelle loro specificità.
Oggi, barricati dentro l’appartamento della vita di Ahmed, di sua moglie e dei loro due gemellini di 7 anni, lo sentiamo ancora più forte. La faccia di Ahmed è quella dell’operaio egiziano ammazzato a Piacenza. I suoi figli, gli stessi che sono rimasti orfani. La moglie, la madre che li protegge, la stessa a cui hanno dovuto raccontare l’indicibile.
Diciamolo con chiarezza, allora, c’è una guerra di classe in corso. L’hanno scatenata i ricchi del mondo contro i poveri che sono l’umanità nella sua stragrande maggioranza. Lo fanno nazione per nazione; per area economica data; per zona d’influenza assegnata.
Uno scontro di classe cha ha le caratteristiche di sempre. Schiacciare gli esseri umani sotto le logiche ideologiche del profitto indispensabile come unico strumento di crescita e di sopravvivenza dell’umanità intera. Reprimere chi non si piega al pensiero dominante. Creare eserciti di operai in attesa, pronti a tutto per lavorare. Perché solo nello sfruttamento viene garantito il diritto alla vita.
Costruire l’idea della violenza possibile e necessaria contro l’altro che si ribella. Una ferocia esercitata dagli specialisti addestrati dallo stato e da chiunque altro sia disponibile, alla bisogna.
Un camionista, un padroncino istigato dal padrone, va benissimo. Meglio lui che uno sbirro soggetto a condanne, anche, internazionali. Un fastidio da evitare, almeno, per ora.

Noi che ci battiamo a fianco dei dannati della terra, sappiamo che i “mandanti” sono altrove. Nei legislatori delle leggi che garantiscono e incrementano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Negli ideologi che le propugnano. Nei ricchi che le sollecitano fra un pranzo di gala e un convegno. Fatto coi loro portavoce, i loro amministratori, i loro politici, le loro puttane.
Difesi dai cani da guardia che hanno addestrato alla ferocia. Pronti a sbranare alla prima puzza di povertà che sentono avvicinarsi alle zone “proibite”.
I ricchi stanno vincendo questa guerra perché i poveri non si battono; ma si muovono rassegnati fra un’occasione di lavoro e l’altra.
Qualcuno resiste, quasi più per disperazione che per coscienza.
Noi, fuori e dentro le fabbriche, i magazzini, le case sotto sfratto, i territori violentati, siamo con loro; in ogni caso. Fino a che sarà necessario, fin quando sarà giusto.
I poveri muoiono e scappano e non si battono.
PER ORA!
Lo scontro di classe è appena cominciato e non abbiamo deciso di dichiaraci sconfitti.

“ COME HAI OSATO CONTRASTARE IL MIO PROGETTO, E’ COSI’ CHE MI RINGRAZI (…)”
“ DOVEVA PUR ARRIVARE IL GIORNO IN CUI QUALCUNO TI AVREBBE MESSO DAVANTI AL TUO VERO VOLTO.”
(cit. “CAINO” di J. Saramago)

15 settembre 2016

dal sito Brescia Anticapitalista

 

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INFERMIERI: LA SCHIAVITU’ E’ UN OBBLIGO DEONTOLOGICO di Ivan Cavicchi

 
Sanità. L’articolo 49 della carta dell’Ipasvi (l’ordine degli infermieri) impone a tutti i lavoratori di «compensare» qualsiasi disservizio o disorganizzazione nell’assistenza sanitaria. Una norma che si presta a forme di sfruttamento davvero senza limiti
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Articolo 49
L’infermiere, nell’interesse primario degli assistiti, compensa le carenze e i disservizi che possono eccezionalmente verificarsi nella struttura in cui opera. Rifiuta la compensazione, documentandone le ragioni, quando sia abituale o ricorrente o comunque pregiudichi sistematicamente il suo mandato professionale.

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La notizia per i più non è una notizia ma per chi conosce la situazione degli oltre 400.000 infermieri italiani è un’autentica bomba . Si tratta di un atto politico di disobbedienza, un rifiuto eclatante fatto da un collegio di infermieri, l’Ipasvi di Pisa per sollecitare la politica e l’Ipasvi nazionale (Ipasvi, acronimo di Infermieri professionali, assistenti sanitari e vigilatrici di infanzia), a ritirare un articolo del codice deontologico che nei fatti ha legalizzato sinora una forma di schiavitù tanto assurda quanto inconcepibile. Gli infermieri di Pisa (collegio Ipasvi) hanno deciso democraticamente di ricusare il loro attuale codice deontologico per «disapplicare» l’articolo 49 cioè una norma, difficile da credersi, che dà la possibilità alle aziende sanitarie a corto di risorse di sfruttare gli infermieri in ogni modo per sopperire a tutti i disservizi, le disorganizzazioni, le carenze dei propri sistemi sanitari.

L’art 49 è in realtà una trappola deregolatoria: da una parte stabilisce l’obbligo imperativo da parte degli infermieri di «compensare» tutte le forme di disservizio e di disorganizzazione, dall’altra prevede una possibilità del tutto teorica di rifiutare la compensazione nel caso in cui fosse pregiudicato il proprio mandato professionale.

Nelle realtà, le cose per gli infermieri sono andate davvero male. L’obbligo previsto dall’art 49 è diventato sul serio una schiavitù contro ogni garanzia contrattuale, contro ogni diritto, contro ogni dignità professionale, diventando di fatto un sopruso legalizzato non solo da un codice nemico ma soprattutto da una rappresentanza professionale nemica.

L’Ipasvi nazionale si è rivelata la vera controparte della professione e oggi dopo una infinità di errori strategici, viene fuori la sua diretta responsabilità nella situazione di crisi in cui versa la professione .

L’Ipasvi nazionale sinora ha difeso questo articolo horribilis e ha ignorato cinicamente le proteste, le richieste degli infermieri, il loro travaglio, i loro problemi, perché nei fatti questo articolo gli è del tutto funzionale. Negli ultimi vent’anni, l’Ipasvi nazionale da «ente pubblico non economico» finanziato obbligatoriamente con le tasse degli infermieri è di fatto diventata un «ente pubblico speculativo a condizione privatistica», come una potente lobby dominata dagli interessi personali di chi la dirige e che controlla nei fatti l’intero mondo della professione condizionando nomine, assunzioni, organizzazioni dei servizi sanitari, senza esitare ad adottare nei confronti dei «dissidenti» veri e propri atteggiamenti persecutori.

Eclatanti i casi di infermieri perseguitati per lo proprie idee, deferiti alle commissioni disciplinari per presunti reati di opinione e tante altre nefandezze davvero di altri tempi.

Per capire meglio l’enormità di un articolo che nel terzo millennio trasforma la classica categoria di sfruttamento in schiavitù e che per questo non ha precedenti e eguali nel mondo, si deve sapere che a dirigere gli infermieri nei servizi vi sono dirigenti (infermieri a loro volta) nominati di fatto dall’Ipasvi nazionale e che in molti casi sono anche presidenti di collegio. Gli infermieri, trovandosi i propri rappresentanti come controparte, sono stati costretti in questi anni per non essere schiavizzati a ricorrere in tribunale, con giudizi che regolarmente hanno dato loro torto usando proprio l’articolo 49.

E’ in questo quadro che va vista la decisione del collegio di Pisa, il cui spirito non è sovversivo come potrebbe apparire, al contrario è quello di tentare di rinnovare davvero il postulato che è alla base di ogni codice deontologico, cioè garantire i diritti dei malati assicurando i doveri degli operatori. Emiliano Carlotti, presidente del collegio di Pisa al quale va tutto il mio sostegno ideale, spiega che l’articolo 49 oltre a sfruttare in modo indegno chi lavora è un boomerang che ricade sulla testa dei malati, nel senso che alla fine finisce con il danneggiare gravemente la qualità dell’assistenza. E’ il classico esempio di contraddizione tra legalità e moralità di kantiana memoria.

Oggi la situazione dei servizi sanitari e la condizione dei malati è davvero drammatica a causa del crescente definanziamento della sanità, riconfermato anche dal recente Def. Gli operatori diminuiscono di numero ma non il loro carico di lavoro, che resta molto elevato.

Chi conosce la sanità sa bene che se per finta immaginassimo una improvvisa sparizione dei medici dagli ospedali potete essere certi che gli ospedali continuerebbero a funzionare per qualche giorno. Ma se immaginassimo la stessa cosa per gli infermieri gli ospedali si paralizzerebbero all’istante. Questo per far capire il peso nevralgico di questa maltrattatissima professione.

Conoscendo le abitudini repressive e autoritarie dell’Ipasvi nazionale, che per molto meno ha come “bruciato in piazza” singoli «dissidenti», immagino che il collegio di Pisa sarà sicuramente sanzionato, accusato di ogni nefandezza e memore di precedenti esperienze (collegio di Pescara) si tenterà con ogni mezzo di commissariarlo.

Ma vorrei invitare l’Ipasvi nazionale a essere, una volta tanto, prudente e ragionevole e a cogliere il vero spirito dell’iniziativa di Pisa che è, a fronte di una sofferenza innegabile della professione e dei malati, cercare insieme nuove strade risolutive per rinnovare un codice la cui forte regressività oggettivamente è sotto gli occhi di tutti.

Troverei politicamente delicato commissariare o punire una intera comunità di infermieri che lotta per emanciparsi da una schiavitù paradossale che è quella deontologica. Troverei rischioso per l’Ipasvi, in un momento in cui alcune forze politiche stanno seriamente riflettendo sulla opportunità di superare ordini e collegi, usare la repressione per autoperpetuarsi.

All’Ipasvi nazionale vorrei ricordare Camus: «L’uomo in rivolta è un uomo che dice no (….) ma se rifiuta non rinuncia tuttavia. E’ anche un uomo che dice sì fin dal suo primo muoversi. Questo no afferma l’esistenza di una frontiera».

14 Aprile 2016

da “Il Manifesto”

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MA CHE SCHIFO E’ DIVENTATO IL SINDACATO! di Aldo Giannuli

 
 
 

Nella calura ferragostana rischia di perdersi una notizia che invece merita molta attenzione: nella Cisl ci sono dirigenti nazionali che percepiscono stipendi o pensioni per 300.000 Euro all’anno, il dirigente locale che lo ha denunciato verrà espulso dall’organizzazione.

E’ moralmente accettabile che un dirigente sindacale riceva una retribuzione dieci o dodici volte superiore a quella della media dei suoi iscritti? Il colmo è che la direzione della Cisl (nella quale saranno tutti più o meno super-retribuiti) caccia il reprobo che ha fatto sapere la notizia: come dire che non sappiamo più cosa sia il pudore.

Anzi uno degli interessati (240.000 Euro di pensione) ha dichiarato di esserne orgoglioso, perché il suo era un posto di alta responsabilità ed un altro ha precisato che per mansioni come la sua, nelle banche i manager sono molto più pagati. Va bene, ma perché non sono andati a far carriera in banca? Quale medico gli ha ordinato di lavorare nel sindacato? Forse era più facile far carriera qui? Il fatto è che questi personaggi, sono dirigenti sindacali che hanno come loro parametro di raffronto e meta da raggiungere il livello di vita del management e dei padroni. Fanno i sindacalisti perché non avevano la stoffa per fare i manager e l’eredità familiare per fare i padroni. La loro non è lotta di classe, ma invidia.

Come volete che un individuo del genere faccia gli interessi dei lavoratori?

Nello stesso tempo, dalle fessure di una grande (anzi grandissima) Camera del lavoro filtra la notizia di qualche milione di Euro sparito fra sindacato dei pensionati e patronato (ce ne occuperemo dopo le ferie per non disperdere l’affare nella sonnacchiosa aria d’agosto), pare ci sia stato un intervento del nazionale che ha rimosso qualche dirigente ma, naturalmente, di recuperare il malloppo neanche se ne parla.
Vi pare una cosa sopportabile?

E non parliamo dell’allegra gestione dei patronati da circa 30 anni, dell’uso del denaro pubblico, dei casi di corruzione personale di sindacalisti in vertenze e via proseguendo. Ah quanto sarebbe auspicabile una “Mani Pulite” del sindacato! E non sarebbe nemmeno difficile per il più sprovveduto dei sostituti procuratori avviare l’inchiesta: basterebbe dare un’occhiata ai bilanci dei patronati, alle loro linee telefoniche ecc.

Insomma il sindacato in questo paese è diventato un lerciume che non si può guardare, ma la funzione del sindacato è troppo importante per essere così malridotto: senza sindacato i lavoratori sono condannati al super sfruttamento (che è esattamente quello che sta accadendo con questi sindacati finti). I sindacati sono troppo importanti per la democrazia e si impone una energica opera di ripulitura a costo di radere al suolo anche le sedi di questa pagliacciata di sindacato.

Da questo autunno dovrà partire una campagna durissima contro queste burocrazie sindacali. Gramsci a suo tempo li chiamava “bonzi”, e pensare che quelli non si sarebbero mai sognati di darsi retribuzioni cosi scandalose o rubare al sindacato.

Ma cari amici sindacalisti, non sentite prepotente la spinta di andare allo specchio e sputarvi in faccia? Non vi sentire dei vermi?

Ma, qualcuno mi dirà, solo pochi guadagnano quelle cifre e la maggioranza non sono ladri: non fa niente, ladro è chi ruba e chi regge il sacco. Chiunque taccia omertosamente su questo malcostume, chiunque accetti una retribuzione più che doppia della media dei suoi iscritti, chiunque non si dissoci da un provvedimento vergognoso come l’espulsione di quello che ha rotto l’omertà mafiosa dell’organizzazione, è complice e risponde delle colpe di tutti, in solido.

In autunno occorrerà sviluppare una campagna di risanamento del sindacato: non sarebbe bene che tutti i dirigenti sindacali, dal livello di responsabilità provinciale in su, pubblicassero on line la propria dichiarazione dei redditi e che altrettanto si facesse per i bilanci di ogni struttura sindacale? Si potrebbe anche fare una proposta di legge di iniziativa popolare in questo senso. Non sarebbe bello che la magistratura avviasse qualche inchiesta a tutela del denaro pubblico che affluisce in quelle casse? E che partisse una campagna di controinformazione sul web? E che bella boccata d’ossigeno sarebbe tornare alle giornate dell’estate 1993, quando i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil non potevano aprire bocca in piazza perché erano coperti di fischi e monetine (qualche volta bulloni)!

Chissà che non succeda. Forse la ripresa della conflittualità sociale potrebbe partire proprio da una tempesta sul sindacato.

18 Agosto 2015


dal sito http://www.aldogiannuli.it/

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SUL SUICIDIO DEL COPILOTA DELLA GERMANWING

 
QUEL CHE NON DICE LA GRANDE STAMPA A PROPOSITO DEL SUICIDIO DEL COPILOTA DELLE GERMANWINGS
di Yet Aelys
Come per ogni suicidio sul posto di lavoro, i padroni e i loro pennivendoli spiegano questo gesto con la sola fragilità psicologica del pilota, senza ammettere che su questa fragilità incidono anche fattori connessi allo stesso lavoro. Con tutte le diffidenze e i sospetti che emergeranno al momento dei prossimi controlli: non un depresso, non un musulmano, non un ribelle, orientamenti sessuali ben conformi all’appartenenza di genere…

Bassi costi e pressioni

Germanwings è una compagnia aerea dai voli a bassi costi, filiale della Lufthansa. La guerra dei prezzi che determina il successo delle compagnie low cost nasconde la guerra dei ribassi salariali, dei contratti precari, del deterioramento delle condizioni di lavoro. Nel 2013, Lufthansa aveva trasferito la maggior parte dei voli interni a questa compagnia, gonfiando la sua flotta da 32 a 90 aerei, ma con salari ridotti del 20%: «O accetteranno il contratto Germanwings, o rimarranno negli scali di Francoforte e Monaco, oppure si dimetteranno dalla compagnia», diceva sinteticamente all’epoca il proprietario, Carsten Spohr… E, per accelerare il processo, Germanwings avrebbe dovuto lasciare il posto alla nuova “Eurowings”, con rinegoziazione al ribasso dei nuovi contratti, per ridurre del 40% i «costi di gestione». Insieme ai salari e la conferma dell’andata in pensione a 55 anni, è una delle ragioni che hanno motivato i ripetuti scioperi dei piloti della Lufthansa e della Germanwings. Dodici nel 2014 e, l’ultimo, il 18 e 19 marzo scorsi, molto partecipato, proclamato del sindacato dei piloti Vereinigung Cockpit.

Il copilota che ha fatto schiantare l’aereo si lamentava per la pressione che subiva. Il giornale tedesco Bild cita la sua ex fidanzata: «abbiamo parlato sempre molto del lavoro, e là diventava un altro, si innervosiva per le condizioni di lavoro: non molti soldi, timore per il suo contratto, troppa pressione…». La Lufthansa anticipa il costo della formazione dei giovani piloti… ma questi devono poi rimborsarla, e l’ammontare è considerevole: 100.000 euro. Su un salario di copilota di 3.000 euro, ne vanno tolti 1.500 per 15 anni. Tutt’altro che un sogno. E se si perde la licenza di volo, è la rovina! È uno dei motivi per cui questo giovane ha nascosto il certificato medico di richiesta di permesso per malattia. L’analogia non è affatto casuale, anche Air France ha in progetto lo sviluppo di una filiale low cost (Transavia), rallentato dallo sciopero dei piloti dello scorso autunno.

Circostanze drammatiche, ma chiarificatrici

Per motivi di risparmio, è con l’A320 che le compagnie hanno imposto la compresenza di due piloti al posto dei tre precedenti, in Francia sotto il ministero del comunista Fitermann… Per motivi di sicurezza antiterrorismo, il sistema di blocco della porta della cabina ha impedito al comandante di bordo di tornare al suo posto. Per motivi di presunta superiorità occidentale, non si è tenuto conto di numerosi precedenti gesti suicidi (Royal Air Maroc nel 1994, Silk Air nel 1997, Egypt Air nel 1999 e… Malaysian nel 2014?). Le visite mediche, che avvenivano ogni 6 mesi, sono diventate annuali, anche qui per risparmiare.

Questo dramma ci colpisce anche perché rappresenta una metafora del sistema: pilotato da persone che hanno perso la ragione e che ci portano a schiantarci senza che si possa fare niente… Secondo la sua amica, il pilota avrebbe dichiarato: «Un giorno farò qualcosa che cambierà il sistema, è allora il mio nome diventerà noto…».

Anche noi vogliamo fare qualcosa che possa «cambiare il sistema», naturalmente con altri mezzi… Isolati, i lavoratori in sofferenza reagiscono in alcuni casi, passando all’azione da disperati. La nostra risposta è radicalmente diversa: resistere collettivamente e cambiare un sistema che ci travolge in una spirale suicida, tra distruzione del pianeta, solitudine di tutti/e e attacchi alle nostre conquiste sociali.

6 Aprile 2015

[Da :http://npa2009.org/actualite/crash-de-lairbus-ce-que-les-medias-ne-disent-pas.]

Traduzione di Titti Pierini


Dal sito Movimento Operaio

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LA CGIL INCAPACE DI RIFLETTERE SUL SUO DECLINO di Giorgio Cremaschi

 

 

Il 28 febbraio a Milano ci sarà la prima manifestazione sindacale contro il Jobsact dal varo dei decreti attuativi, fatta apposta nella città ove si sperimenta quella schiavitù a tempo determinato che è il lavoro gratis per Expo. Nello stesso giorno a Roma scenderà in piazza il popolo antifascista e antirazzista per contestare il lepenismo in salsa leghista e Casapound. Una settimana fa a Torino decine di migliaia di persone hanno sfidato un tempo inclemente per ribadire il proprio sostegno al movimento No Tav. In tutti questi appuntamenti la Cgil era ed è assente, a parte la sua piccola corrente di opposizione interna. È un dato costante di tanti momenti di lotta di questi mesi: la Cgil non vi partecipa.

Dopo lo sciopero generale del 12 dicembre, che aveva suscitato una mobilitazione persino inaspettata nel mondo del lavoro, il gruppo dirigente del principale sindacato italiano è ripiombato nella passività neghittosa che ne aveva caratterizzato tutti i comportamenti precedenti. Così il mondo del lavoro italiano continua a precipitare di gradino in gradino, in una caduta che sembra inarrestabile e che ci ha fatto diventare il paese portato ad esempio nella distruzione dei diritti.

In poco tempo abbiamo avuto il sistema pensionistico più feroce del continente, con l’età pensionabile più elevata. La nostra si avvicina sempre più ai 70 anni, mentre l’austera Germania la fa scendere a 63 e la Francia la mantiene a 60. Mentre consolidiamo 6 milioni di disoccupati, l’orario di chi un lavoro ancora ce l’ha cresce inesorabilmente. Lavoriamo quasi 200 ore all’anno più dei tedeschi e 100 in più dei francesi.

I salari italiani hanno avuto la dinamica peggiore del continente, cioè son calati di più come reale potere d’acquisto e a volte anche in valori assoluti, se si fa eccezione della Grecia. Che per altro se dovesse davvero definire per legge il salario minimo a 750 euro mensili, sopravanzerebbe molte regioni del nostro Mezzogiorno.

Infine con il Jobsact abbiamo raggiunto la meta di avere il mercato del lavoro più flessibile del continente. La libertà di licenziamento, la precarizzazione diffusa ed incentivata, il potere di degradare il lavoratore e di controllarlo a distanza, l’appalto selvaggio e le cooperative di sfruttamento, l’elenco degli atti di ferocia contro il lavoro autorizzati qui da noi è interminabile.

I provvedimenti di Renzi chiudono un percorso durato decenni, che alla fine ha portato il dipendente alla completa mercè dell’impresa. Come ha detto Crozza in TV, i padroni non erano così felici dall’epoca di Kunta Kinte. La nostra caduta è stata la più rovinosa del continente, siamo diventati un esempio negativo per i diritti e le lotte sociali, siamo diventati il paese crumiro d’Europa.

La Cgil non pare intenzionata ad interrogarsi sulle ragioni di questa disfatta, ma soprattutto neppure a riconoscerla e a reagire ad essa. Il sindacato considerato più forte d’Europa vive in una ritirata permanente che non può che condurre alla resa. Eppure non è che consenta con Renzi, come a volte invece fa la Cisl. Neppure con il primo ispiratore delle politiche del lavoro del presidente del consiglio, neppure con Sergio Marchionne, a differenza della Cisl che invece lo applaude, la Cgil va d’accordo. Tuttavia il dissenso Cgil appare sempre più impotente.

Per Renzi una simile opposizione è la migliore augurabile. La Cgil dice no ai suoi provvedimenti, ne lamenta tutto il male possibile, ma poi non li contrasta davvero . È il modo migliore per dimostrare che il sindacato non conta nulla e fa solo proteste di facciata per ragioni d’immagine. Renzi ci va a nozze.

La questione non è solo quella della quantità e continuità delle lotte, che pure esiste. Il problema di fondo è che il linguaggio ed i comportamenti concreti dei dirigenti della Cgil non sono di opposizione. Pensiamo allo sciopero di soli cinque lavoratori tra i comandati per lo straordinario a Pomigliano. Succedeva anche negli anni 50 che gli scioperi in Fiat fallissero clamorosamente. Ma la Cgil di allora non aveva difficoltà a dire che quei lavoratori non erano liberi di decidere perché in Fiat c’era il fascismo. Pochi giorni fa un servizio del Tg7, evidentemente sfuggito alle maglie della censura di regime, presentava una immagine agghiacciante della condizione dei lavoratori di Pomigliano. Le telecamere alle sei del mattino inseguivano operai a cui l’intervistatore chiedeva un parere sugli straordinari. Domanda cautissima, non si chiedeva né un giudizio su Marchionne, né altro di compromettente. Eppure fuggivano tutti, come sudditi in uno stato di polizia. Nei luoghi di lavoro, non solo in Fiat, dilaga il fascismo aziendale, che con il Jobsact viene istituzionalizzato, Questo la Cgil dovrebbe denunciare con tutta la forza che ha. E invece non lo fa.

Il gruppo dirigente della Cgil sostiene che il governo agisce sotto dettatura della Confindustria ed è vero, ma poi non si scontra per niente con gli autori di quel dettato. Anzi con gli industriali, Cisl e Uil continua a voler applicare l’accordo incostituzionale del 10 gennaio 2014, che sancisce che chi non firma accordi non può neppure partecipare alle elezioni delle rappresentanze aziendali. Alla Telecom Cgil Cisl Uil han firmato un accordo che applicava il Jobsact prima ancora dei decreti attuativi e per fortuna i dipendenti hanno espresso un clamoroso no. L’ accordo scandaloso che autorizza il lavoro gratis per quella notoria impresa di beneficenza che è Expo, ha la firma di Cgil Cisl Uil . Di fronte ad un presidente del consiglio che minaccia i lavoratori della Scala perché vogliono festeggiare il Primo Maggio, le flebili parole dei dirigenti della Cgil son state più rivolte ad auspicare una sottomissione dei lavoratori che un rifiuto della prepotenza reazionaria del capo del governo.

Potremmo andare avanti a lungo nel rimarcare le contraddizioni tra i proclami ufficiali ed i comportamenti reali dei gruppi dirigenti della Cgil. Ma se veniamo alla sintesi troviamo che queste contraddizioni hanno due radici di fondo. Una è la complicità con il sistema delle imprese, che non a caso ha fatto sì che quando la FIOM si mise di traverso in Fiat, apparisse come qualcosa di diverso dalla organizzazione di cui fa parte. La seconda, anche più forte, è che questa Cgil non può rompere con il PD neppure se il suo segretario presidente la prende ogni giorno a pesci in faccia.

Il corpo della struttura e degli apparati della Cgil soffre e persino odia Renzi, ma nella condizione di spirito e di sostanziale impotenza della minoranza Pd. E nelle amministrazioni locali, negli enti pubblici, nelle cooperative, ovunque la Cgil potrebbe, volendo, far vedere i sorci verdi al renzismo, si continua a collaborare come sempre.

Rompere davvero con la Confindustria che festeggia il Jobsact, fare la stessa cosa con il Pd renziano ed il suo sistema di potere, sono le due condizioni indispensabili per costruire una opposizione efficace alla politica che sta distruggendo i diritti del lavoro. Ma sono anche le uniche condizioni a cui l’attuale struttura della Cgil non vuole e non può sottostare. Così dilaniata tra il voler contrastare Renzi e l’incapacità di farlo davvero, la Cgil archivia lo sciopero generale e torna all’abulia confusa che oramai la possiede. Per il mondo del lavoro italiano questo stato passivo dei grandi sindacati è parte del disastro, è un vuoto che non si riempie con altro, per cui non ci sono facili soluzioni. Intanto tocca a tutte le forze che oggi manifestano senza e nonostante la Cgil, tocca a queste forze il compito di costruire una vera opposizione a Renzi e alle sue politiche contro i diritti del lavoro e la democrazia costituzionale.

27 febbraio 2015

dal sito Movimento Operaio

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LA CONVENIENZA A LICENZIARE di Alfredo Morganti

 
 

C’è uno studio UIL (avete letto bene, UIL, non CGIL) che chiarisce in modo davvero irritante l’esatto contenuto possibile del Jobs Act. Ce lo racconta Valentina Conte su “Repubblica” di oggi:
“Gli incentivi [verso gli imprenditori che assumono] sono assai cospicui, mentre l’esborso dovuto in caso di licenziamento illegittimo [l’indennizzo verso i lavoratori] è davvero risibile”.
Quanto cospicuo e quanto risibile? Lo dice una tabella UIL. Facciamo l’esempio di un lavoratore assunto a reddito annuo di 12.000 euro: dopo un anno l’indennizzo è 1.385 euro (un mese e mezzo di stipendio), mentre i contributi (sotto forma di sgravi e tagli Irap) sono di 2.865 euro. Uno a tre, insomma. Agli imprenditori andrebbe più del doppio di quanto non vada al lavoratore, con ciò rafforzando la tendenza che vede i più disagiati rimetterci sempre, con l’effetto di accrescere il baratro tra i (già) ricchi e i (sempre più) poveri. E badate che un mese e mezzo di stipendio è l’indennizzo di cui si sta discutendo, mentre sappiamo che gli imprenditori vorrebbero versare ancor meno. Calcolando che la delega assegna al Governo il compito di fissare i contenuti della norma, state certi che la discussione su questi solidissimi punti saranno fatte nel chiuso di qualche trattativa della quale,i verso l’esterno, traspirerà ben poco. Calcolate pure che il governo, in materia di riforme, aveva persino chiesto il voto ‘bloccato’ sui propri disegni di legge (tentativo però rintuzzato), e il quadro è completo .

Lo studio della UIL, insomma, dimostra come i più disagiati (che io chiamerei “lavoratori”) sono sempre la parte debole di ogni trattativa (alla quale non sono nemmeno invitati). Dimostra pure che il fiume di denaro pubblico, alla fine, scorre sempre verso il mare dei più ‘agiati’, rafforzando se possibile la tendenza all’allontanamento tra due sponde sociali sempre più distanti, peraltro, in barba a ogni esigenza di potenziarne invece la coesione. Che cos’è la flessibilità, allora? No di certo il modo per rispondere alla crisi rompendo rigidità che alla lunga potrebbero risultare dannose (Mao diceva che dinanzi alla tempesta la canna si flette ma non si spezza, per ritornare infine al punto di partenza, non così per il tronco, che si schianta e basta). Ma, invece, uno strumento ideologico per rafforzare le posizioni dei più forti a scapito dei più deboli, un modo per disporre della forza lavoro in totale libertà, persino di guadagnandoci in termini di agevolazioni pubbliche. Perché, se i conti della UIL sono veri, conviene di più assumere e licenziare a stretto giro che assumere nell’intento di accresce effettivamente la produttività aziendale. Meglio intascare contributi e sgravi che pensare a un piano industriale. Assistenzialismo, insomma, dove il contratto a tutele crescenti de noantri potrebbe rivelarsi solo uno strumento iniquo, magari per i furbi.

Qual è il punto, invece? Giorni or sono su “Repubblica” Bersani era stato chiarissimo sulla questione:
“Con il Jobs Act – aveva detto – non si va al cuore del problema che è la produttività del lavoro. Ci sarà un recupero su quel terreno? Non credo. Ci avvitiamo sull’articolo 18, che aveva bisogno al limite di qualche ritocco, ma non era certo il cuore di una questione drammatica”.
Difatti. Le tabelle UIL sugli indennizzi e il loro raffronto con i contributi e gli sgravi spiegano come possa convenire licenziare anziché assumere per produrre di più e meglio. Ecco perché il tema è la produttività, come dice Bersani. E ‘produttività’ vuol dire formazione, piano industriali, organizzazione del lavoro, innovazione, tecnologie, tutele. Ecco perché il dibattito sull’articolo 18 ha sviato i termini della questione, facendo ritenere che l’abbassamento delle tutele stesse (e a questo punto anche l’ubriacatura di sgravi) potesse porre un freno alla crisi. E in quale modo, se lo Stato versa denaro pubblico che finisce in ambito aziendale, ma compie una circolazione tutt’altro che produttiva? I conti della UIL dicono, ad esempio, che per un reddito annuale di 25.000 euro, si ottengono sgravi di 7.875 euro (ossia il 30% circa di quel reddito), che poi, nel caso di licenziamento dopo solo un anno, si distribuirebbero per un quarto circa al lavoratore e per gli altri ¾ (6.628 euro) all’impresa. Converrebbe più licenziare, quindi, che investire denaro sullo sviluppo delle professionalità e della produttività personale e aziendale. Meglio “abbandonare” il lavoratore al suo destino che puntare su di lui. Sperando, inoltre, che questa convenienza, nel momento in cui sarà presentato il decreto legge del Governo, non sia ancora maggiore di questa sua prima formulazione. Ciò, peraltro, senza calcolare l’enorme controllo sulla forza lavoro che tutto questo carosello legislativo su Jobs Act e articolo 18 inaugura. Ma l’idea di licenziare guadagnandoci pure è un vero abominio. Una specie di cinica, immorale convenienza.

 9 dicembre 2014

dal sito Nuova Atlantide

La vignetta è del Maestro Mauro Biani

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SCIOPERO SOCIALE O SCIOPERO GENERALE? di Antonio Erpice

 
 
 

Alcune realtà di movimento e sindacati di base hanno indetto per il 14 novembre lo “sciopero sociale”. La mobilitazione, lanciata ormai alcuni mesi fa, ha l’obiettivo ambizioso di unire in un unico appuntamento lavoratori, specie quelli precari, studenti e i protagonisti di lotte territoriali e vertenziali.

Uno sciopero “precario e metropolitano” come viene definito dagli organizzatori, che possa produrre una risposta generalizzata da parte dei diversi soggetti sociali che pagano la crisi e si ponga il problema di nuove forme organizzative.

La piattaforma chiede il ritiro dei provvedimenti di Renzi e misure contro la precarietà, ma in un orizzonte generale che non trova niente di meglio da contrapporre al governo se non la sempreverde richiesta di politiche redistributive.

Con buona pace di chi parla perennemente di nuovi “processi di soggettivazione” vorremmo porre una domanda molto semplice: che relazione ha questa mobilitazione con lo scontro apertosi nel paese, con la contrapposizione tra Leopolda e piazza San Giovanni? A noi pare nessuna.

Un movimento generale della classe non può esprimersi attraverso organizzazioni settoriali o minoritarie. Il ruolo decisivo assunto nello scontro con Renzi dalla Fiom e dalla Cgil non è frutto di un complotto o della arretratezza politica dei cosiddetti lavoratori “garantiti” (questa, in fin dei conti, è la tesi del governo). Questa realtà emerge con forza irresistibile in queste settimane e tutte le sacrosante critiche che si possono e debbono rivolgere ai vertici della Cgil non spostano il problema di un millimetro.

Nell’asfittico quadro degli ultimi anni si è cristallizzata la prassi delle date o delle piazze separate tra sindacati confederali e quelli di base, come è avvenuto per lo sciopero indetto da Usb, Orsa e Unicobas per il 24 ottobre, il giorno prima della manifestazione della Cgil. Lo sciopero ha visto quasi ovunque una scarsa partecipazione e ha dimostrato per l’ennesima volta la divisione all’interno degli stessi sindacati di base. A questo si aggiunge la mancanza di partecipazione da parte degli studenti nonostante il lavoro fatto da alcuni collettivi. Una data insomma che non è andata al di là della testimonianza, paragonabile ad altre, accomunate tutte dalla volontà di segnare il punto rispetto ai confederali, in un processo che favorisce la frammentazione di date e la divisione dei lavoratori tra sigle e categorie di appartenenza. Inutile dire che nessuna di queste date ha sortito l’effetto sperato!

La generosità di quei lavoratori più combattivi, che in un clima difficile hanno scioperato, non basta a fornire la massa critica sufficiente per contendere la direzione del movimento alla Cgil. Su questo servirebbe un bilancio onesto non solo nel sindacalismo di base, ma anche da parte di tutte quelle realtà di movimento che in questi anni hanno visto assottigliarsi la loro influenza. A niente sono serviti la chiamata continua di una data dopo l’altra e gli appelli roboanti alle sollevazioni generali. Tutti appuntamenti che, nonostante il campo potenzialmente sgombro, non sono riusciti a uscire fuori dalla loro portata autoreferenziale.

Le date di mobilitazione costruite a tavolino (come quella del 14 novembre) oppure convocate in modo improvvisato nel tentativo di “anticipare” la Cgil (come il 24 ottobre) non hanno reali possibilità di influire su un movimento che coinvolgerà milioni di lavoratori. Anziché una unificazione di un fronte di lotta, ne è emersa una ulteriore frantumazione del sindacalismo di base e dei movimenti.

Conosciamo l’obiezione: Camusso e Landini hanno abbandonato e tradito i lavoratori per tutti questi anni, pertanto il movimento guidato dalla Cgil è destinato a fallire. Questa obiezione esclude il protagonista principale, ossia il risveglio del movimento operaio su una scala che non si vedeva da anni. In questo movimento le organizzazioni e i militanti che hanno maturato una posizione più combattiva e radicale possono e devono prendere posto. Senza firmare deleghe in bianco a nessuno, senza accodarsi passivamente, ma al contrario incalzando la Cgil, favorendo il protagonismo dal basso, impegnandosi per una piattaforma più avanzata e per metodi di lotta adeguati all’asprezza dello scontro. Coltivare spazi ristretti di mobilitazione separata aspettando che passi il cadavere della Cgil per poi dire “noi l’avevamo detto” può essere una proposta seducente per qualche leaderino di movimento. Ma non dice nulla ai lavoratori che hanno l’esigenza di serrare le fila e vincere questo scontro. Il posto dei lavoratori aderenti ai sindacati di base non è in qualche orticello separato, ma in prima fila nello scontro frontale che si è aperto nel paese.



13 Novembre 2014


dal sito FalceMartello



La vignetta è del Maestro Mauro Biani

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